Il narco-traffico Trump ce l’ha in casa: la carriera di Marco Rubio

di Federico Rucco

Abbiamo visto Washington impegnarsi nel sequestro di un capo di stato, ovvero il presidente venezuelano Nicolás Maduro, accusandolo di essere a capo del fantomatico “Cartel de los Soles”. Una finzione hollywoodiana, secondo un esperto di mafie e trafficanti di droga come Pino Arlacchi.

L’amministrazione Trump ha preparato il terreno impiegando la categoria passepartout di “terrorismo“, facendo così diventare un capo di stato un obiettivo “legittimo” (sempre secondo la fantasiosa giurisdizione della Casa Bianca). Non è qualcosa di nuovo, ma di certo è stato un salto di qualità nell’arbitrio piratesco portato avanti dagli Stati Uniti.

Il punto, ad ogni modo, non è mai stato se colpire il Venezuela bolivariano e socialista fosse utile a fermare i flussi delle sostanze stupefacenti diretti verso gli USA – perché, difatti, non fermerà assolutamente nulla. Quanto piuttosto rubare il petrolio e cercare di far crollare un’esperienza di solida resistenza antimperialista ai desiderata stelle-e-strisce, al centro di quello che gli States considerano il proprio “cortile di casa”.

Anche perché, se c’è qualcuno che il narcotraffico lo ha portato in casa statunitense, non è il chavismo, ma i gusanos “filo-occidentali” fuggiti dalla rivoluzione castrista (come tanti di quei borghesi venezuelani che hanno visto crollare i loro profitti, e che vogliono farci scambiare la loro libertà di speculare con la democrazia).

Trump dovrebbe saperlo bene, dato che nella casa di uno di quei gusanos ci ha passato diversi anni il suo attuale Segretario di Stato, Marco Rubio. Il quale non si è limitato a vivere vicino a loro (chi potrebbe incolpare qualcuno per essere nato in una specifica comunità?), ma ha anche garantito per uno di loro, che era guarda caso il marito della sorella maggiore.

Orlando Cicilia è stato infatti una figura di spicco della criminalità della Florida, condannato a 35 anni di carcere nel 1989, per un traffico di cocaina da milioni di dollari. Lui gestiva fra l’altro la copertura per questo commercio ovviamente illegale: un negozio di animali esotici, dove anche il giovane Marco Rubio ha lavorato.

Mi pagavano dieci dollari a settimana per ogni cane che lavavo e usavo i miei guadagni per comprare i biglietti per tutte e otto le partite casalinghe della stagione regolare nel 1985“, avrebbe ammesso ai tempi lo stesso Rubio, facendo riferimento ai suoi amati Dolphins, squadra di football di Miami.

Lo si può capire, poverino. Da ragazzo ha messo insieme qualche soldino facendo un semplice lavoretto in un negozio dove, però sono certamente passati anche personaggi e pacchetti loschi. Quello che non torna è che Rubio non si è mai accorto di nulla. Nemmeno quando lui e la sua famiglia, di ritorno da Las Vegas dove il padre aveva lavorato in un bar, hanno vissuto nella casa di Cicilia per qualche tempo, tra giugno e luglio del 1985.

Quella casa a West Kendall era il centro operativo di Cicilia nel periodo in cui era al culmine delle sua carriera criminosa. Uno dei suoi collaboratori avrebbe poi testimoniato al processo, affermando di aver tagliato e conservato enormi quantità di cocaina nella “camera degli ospiti”, tra marzo 1985 e gennaio 1986. Ma Marco non si è mai accorto di nulla, nemmeno quando visitava la casa settimanalmente per lavoretti saltuari, come scrive nella sua autobiografia An American Son.

Inutile dire che più di una voce uscita dalle forze dell’ordine – come Dade, un ex detective di Miami  – aveva riferito che, vista l’entità del business a cui Cicilia era legato (75 milioni di dollari, a metà anni Ottanta), questa versione risulta tutto molto inverosimile. Anzi, letteralmente una “totale stronzata“. Comunque, dei 35 anni che Cicilia avrebbe dovuto scontare, ne ha passati in carcere soltanto 12, venendo rilasciato nel 2000.

Ma lasciamo pure perdere la sua giovanile cecità rispetto ad un traffico che avveniva sotto il suo naso…. Salta agli occhi almeno un  atto ufficiale di Marco Rubio considerabile come “conflitto di interessi”. Nel 2002, da capogruppo repubblicano nel “Parlamento” statale della Florida, ha scritto una lettera di raccomandazione per il cognato – ovviamente senza palesare il legame familiare né le motivazioni giuridiche della sua condanna definitiva – con il quale Orlando Cicilia ha ottenuto una licenza per attività immobiliari.

“Narco Rubio”, come viene chiamato dai venezuelani, cerca in tutti i modi di mettere a tacere chi parla di questi suoi storici legami “opachi”. Quando Univision ha rivelato le attività di Cicilia, nel 2011, Rubio ha cercato di zittire la storia e poi ha esortato i repubblicani a boicottare i dibattiti ospitati dalla rete televisiva in lingua spagnola.

Orlando ha commesso degli errori gravissimi quasi 30 anni fa, ha scontato la sua pena e ha saldato il suo debito con la società“, aveva dichiarato Todd Harris, portavoce di Rubio durante la campagna presidenziale del 2016, al Washington Post. “Oggi è un privato cittadino, marito e padre, che cerca semplicemente di guadagnarsi da vivere“.

Non ci sarebbe nulla da eccepire, se solo questo discorso venisse ritenuto valido per tutti. Lo scorso luglio Juan Erles González, un immigrato cubano di 56 anni che circa vent’anni fa aveva scontato 18 mesi di carcere per “cospirazione finalizzata al possesso di cocaina” (!) ha vissuto in un limbo detentivo e poi è stato espulso, secondo le indicazioni della nuova amministrazione statunitense.

Il mese prima, un certo Isidro Pérez, 75 anni, è morto mentre era sotto custodia dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) degli Stati Uniti, dopo che gli ufficiali dell’immigrazione lo avevano prelevato in un centro comunitario con l’accusa di non essere abilitato alla permanenza negli USA, secondo le leggi sulla migrazione. Il motivo addotto: era stato trovato in possesso di marijuana in due occasioni… nella prima metà degli anni Ottanta.

I propri familiari, secondo Rubio, meritano una licenza immobiliare. Un vecchio pescatore merita invece di morire in custodio dell’ICE, per un po’ di erba trovata 40 anni prima. Un doppio standard che, del resto, Rubio non avrebbe problemi a rivendicarsi, vista l’onestà con cui la sua amministrazione, ormai, parla della propria pirateria.

FONTE: https://contropiano.org/news/internazionale-news/2026/01/06/il-narco-traffico-trump-ce-lha-in-casa-la-carriera-di-marco-rubio-0190467


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