di Leopoldo Tartaglia
È un libro visionario, quest’ultimo dello storico israeliano Ilan Pappé. Visionario nel senso più pieno e positivo del termine. Un libro pieno di speranza, a dispetto della tragica situazione da cui parte e di cui analizza le caratteristiche storiche e di cronaca.
Scritto intorno alla fine del 2024, con revisioni fino alla primavera di quest’anno, non può certo contemplare la fase attuale del genocidio a Gaza, l’incrudirsi e allargarsi della pulizia etnica in Cisgiordania e la “pax trumpiana” che regge un cessate il fuoco precario e continuamente violato da Israele. Ma tutti gli elementi della situazione erano già chiaramente squadernati, e, sulla base della sua lunga esperienza di studioso della Palestina e dell’occupazione sionista, Pappé analizza e definisce quello che accade, e delinea quello che secondo lui – in tempi medio lunghi – non può che essere l’unico sbocco possibile della situazione: una Palestina libera e unificata “dal fiume al mare”, dove i diritti dei palestinesi siano pienamente affermati e si ricostruiscano le condizioni della convivenza anche con gli ebrei che accetteranno di rimanere in un’entità laica, dove tutti siano cittadini alla pari e siano riconosciuti, e “risarciti” i misfatti del colonialismo sionista.
Una soluzione, si potrebbe dire, alla sudafricana.
Punto di partenza – allo stesso tempo previsione dello storico e auspicio del militante di sinistra (una sinistra peraltro, secondo l’autore, da ridefinire radicalmente a livello globale) – è il collasso dello Stato di Israele e del progetto sionista, così come si è inverato in più di un secolo e affermato con la colonizzazione della Palestina.
“Fine di Israele” che segue e accompagna la “morte dell’industria della pace”. Quella che – ancor prima di poter conoscere il ‘piano Trump’ – Pappé definisce, da storico, la “pax americana” che, dal 1967 in poi, si è cercato di imporre ai palestinesi, partendo sempre dal ritenere “immutabile la realtà che Israele creava sul campo dopo le ultime iniziative negoziali”. “La lezione che i negoziatori americani sembrano voler impartire ai palestinesi è che, se rifiuti una proposta di pace, la prossima volta sarai punito con un’offerta peggiore”. Di conseguenza, rileva Pappé, “Nemmeno i leader palestinesi più concilianti e neppure in tempi di totale impotenza e isolamento, hanno mai potuto prendere seriamente in considerazione qualcuna delle proposte di pace avanzate dal 1967”.
Ma per Pappé questo non può evitare il crollo dell’edificio sionista: “Non so dire che forma assumerà questo crollo né indicare un preciso arco temporale”. Ma le sette crepe che lo storico individua e analizza non possono “essere affrontate da Israele nella sua conformazione attuale”.
Si tratta – prima crepa – dello scontro interno tra quelli che l’autore definisce lo “Stato di Israele vs lo Stato di Giudea”. Quest’ultimo, propugnato dalla “sconcertante ascesa dei coloni sionisti messianici nel panorama politico” con la loro vittoria di fatto nelle elezioni del 2022, oggi rivolge la sua violenza contro i palestinesi. Ma “la vera bomba a orologeria è l’atteggiamento dello Stato di Giudea verso gli ebrei laici, che presto o tardi minerà qualsiasi tentativo di unificare e rendere coesa la società israeliana”.
La seconda crepa “è il sostegno senza precedenti alla causa palestinese nel resto del mondo” che si intreccia alla terza crepa, “gli ebrei sparsi per il mondo non si identificano (più, ndr) con il sionismo”.
Altre tre crepe “interne” sono allo stesso tempo causa ed effetto del colonialismo sionista, pur economicamente e militarmente sostenuto dall’Occidente e dagli Usa in particolare: l’inevitabile crisi economica, il non funzionamento dello Stato, e il crollo del mito dell’invincibilità dell’esercito israeliano che, a dispetto del massacro di un popolo inerme, si è dimostrato inefficace non solo il 7 ottobre 2023 ma nel corso di tutta la feroce aggressione alla Striscia di Gaza, dove solo l’aviazione ha potuto dispiegare, perché incontrastata, il suo tragico potenziale di morte, mentre tutta la potenza israeliana non ha potuto aver ragione dei combattenti di Hamas.
Ma è la settima crepa quella decisiva, e fonda l’“immaginazione” di un prossimo percorso di liberazione: quello che Pappé, dopo una sua stessa iniziale riluttanza, definisce “un nuovo movimento di liberazione palestinese, basato principalmente sui giovani, peraltro la maggioranza dei palestinesi, il 71% dei quali risultava avere meno di 29 anni nel 2019. “Il motivo per cui nutro speranze per l’avvenire – scrive l’autore – è che una nuova generazione palestinese è già all’opera, molto più unita di quelle che l’hanno preceduta e con una visione molto più chiara del futuro che immagina per la Palestina storica”.
Tanta è la fiducia in questo nuovo movimento di liberazione palestinese che, nella terza e ultima parte del libro, Pappé arriva ad immaginare e scrivere un suo diario dal futuro, “la Palestina del dopo Israele, anno 1948”, in cui, come se scrivesse ogni anno nella data fatidica del 15 maggio, delinea a ritroso le tappe – ancora insanguinate e violente per molto tempo – della fine dell’Israele sionista e della faticosa costruzione della Palestina liberata, “binazionale”, multiculturale e plurireligiosa.
“La strada per il futuro” Pappé l’ha delineata – di nuovo tra analisi di segnali e fatti e indicazione di potenzialità e soggetti che le possano esprimere – nella seconda parte del suo lavoro. Individuando i problemi e le azioni potenziali o già in atto, in un quadro interno e internazionale – soprattutto di un nuovo scenario nel Mashreq – e con uno sguardo alla storia di altri conflitti, che possono indicare vie d’uscita già concretizzate in altre esperienze storiche.
Ad esempio, l’ineludibile questione del diritto al ritorno dei profughi palestinesi della Nakba del 1948, come della guerra del 1967 e delle successive pulizie etniche, per Pappé non ha solo una validità morale e un preciso fondamento nel diritto internazionale – sancito da diverse risoluzioni dell’Onu – ma, senza “nessun bisogno di reinventare la ruota”, trova conferme fattuali nei processi di pacificazione realizzati in Ruanda o, in misura più parziale, a Cipro, in Bosnia Erzegovina, in Kosovo.
Così come il Sudafrica e il Ruanda, ma anche alcune esperienze dell’America Latina, indicano la necessità, ma anche la praticabilità di attuare una giustizia di transizione e riparativa che riconosca – sempre sulla base del diritto internazionale – le violazioni sistematiche dei diritti umani nei confronti dei palestinesi. Con il duplice obiettivo di “chiamare i colpevoli a rispondere dei loro crimini, e offrire risarcimenti alle vittime” ed “evitare in via preventiva che queste violazioni siano commesse nel futuro da un nuovo regime o simili”.
La lettura di questa parte del libro è confortante e convincente, almeno nella parte propositiva. Delinea l’unico percorso possibile per una pace vera, in quanto basata sul diritto all’autodeterminazione dei palestinesi e sull’azione di una nuova leva di palestinesi.
Allo stesso tempo indica responsabilità, volontà politica e azioni che sono in capo alla “comunità internazionale” e affronta approfonditamente, con indicazione e analisi dei processi già in corso e delle loro possibili evoluzioni, il tema della costruzione di una rinnovata e unitaria – inclusiva di tutte le odierne fazioni, nessuna esclusa – rappresentanza politica dei palestinesi, a partire dal protagonismo della società civile.
Un libro che scava sotto le macerie – fisiche e morali – della distruzione attuale per indicare una via d’uscita praticabile. Un utile strumento anche per noi – occidentali pacifisti e sostenitori dei palestinesi – per non abbassare il livello della nostra attenzione e mobilitazione in un momento in cui dalla neocolonialistica “pax trumpiana” bisogna battersi, per conquistare il diritto dei palestinesi a decidere del futuro proprio e della propria terra.














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