LA SINDROME BIG TECH

L’incidente fu anticipato da un film dello stesso anno, La sindrome cinese, che ipotizzava un meltdown dovuto a un malfunzionamento del raffreddamento
A Three Mile Island, in Pennsylvania, nel 2028 riaprirà il reattore 1 della centrale nucleare, luogo dell’incidente del 1979. Serve per alimentare l’intelligenza artificiale di Microsoft

Entro il 2026 il fabbisogno energetico dei centri di calcolo IA è destinato a usare l’energia equivalente all’attuale consumo annuo dell’intero Giappone

LUCA CELADA, Los Angeles

Nella centrale nucleare californiana di Ventana, Kimberley Wells, reporter televisiva d’assalto (Jane Fonda) ed il suo operatore (Michael Douglas), stanno facendo un reportage quando l’impianto è scosso da un tremore. Dall’altra parte del vetro, nella sala di controllo, l’ingegnere responsabile, Jack Godell (un Jack Lemmon nel pieno delle facoltà) controlla, sempre più preoccupato, le indicazioni dei manometri. Il manager assicura la troupe televisiva che non è nulla di grave – «Semplice routine» – ma la perspirazione sempre più vistosa sula fronte di Jack dice il contrario: è in corso un evento critico.

IL TITOLO di The China Syndrome, la sindrome cinese, era ispirato al gergo degli addetti ai lavori per descrivere un incidente in cui il malfunzionamento del raffreddamento provocasse il meltdown. Il nucleo di fissione, incandescente, poteva in quel caso penetrare i locali di contenimento, le fondamenta della centrale e, figurativamente, proseguire «giù fino agli antipodi in Cina…».
Uscito nel 1979, il thriller di James Bridges rimane fra i massimi esempi di cinema di denuncia sociale, in questo caso il pericolo di un incidente nucleare che prefigurava con straordinaria verosimiglianza le catastrofi di Chernobyl e Fukushima. Il monito avrebbe incarnato la psicosi nucleare quando, incredibilmente, due settimane dopo l’uscita del film nella sale americane, il reattore 2 della centrale di Three Mile Island, avrebbe effettivamente subito un incidente quasi identico a quello della trama, provocando una fuoriuscita di vapore radioattivo che rimane ad oggi il peggiore sinistro nucleare civile degli Stati uniti. Solo un miracolo evitò allora uno scenario più catastrofico, ma la tragedia per poco scampata plasmò le percezioni di un pericolo che avrebbero di fatto segnato le sorti dell’industria. La centrale del Pennsylvania non riaprì più, molte altre furono chiuse successivamente, e nei decenni la vicenda è rimasta nell’immaginario come condanna inappellabile dell’energia nucleare come alternativa praticabile.

COMPRENSIBILE quindi lo scalpore che ha accolto la notizia che annuncia ora per il 2028 la riattivazione a Three Mile Island del reattore 1, in base ad un contratto esclusivo che destinerebbe l’intera produzione energetica di 835MW all’anno alla sola Microsoft. L’accordo è infatti figlio della smisurata sete di elettricità del comparto digitale, ed in particolare dei nuovi data center necessari a produrre il volume di calcolo richiesto dall’intelligenza artificiale.
Internet e capitalismo delle piattaforme hanno già provocato la moltiplicazione di centri di calcolo, ma questi impallidiscono in confronto a quelli che saranno necessari per il volume richiesto dall’intelligenza artificiale. Si calcola ad esempio che una ricerca su Chat GPT richieda dieci volte il volume di operazioni di una ricerca Google.
Le previsioni estrapolate prevedono che già che entro il 2026 il fabbisogno energetico dei centri di calcolo sia destinato a raddoppiare e usare energia equivalente all’attuale consumo annuo dell’intero Giappone. Entro il 2030 le proiezioni parlano di un aumento del fabbisogno mondiale di elettricità del 1050%.

QUESTO SULLO SFONDO di una criticità sempre più evidente del mutamento climatico e difficoltà crescenti nell’implementare una conversione a fonti rinnovabili. La stima di un recente rapporto della Morgan Stanley è che entro il 2030 i data center produrranno tre volte le emissioni atmosferiche di quelle che sarebbero prevedibili senza Ia.
Emblematico in questo senso è il nuovo impianto denominato “Colossus” costruito a Memphis dalla xIA di Elon Musk e che a pieno regime utilizzerà elettricità equivalente a quella per 80.000 famiglie. Il colosso è stato aperto a Boxton, un quartiere disagiato a maggioranza afroamericana della città del Tennessee, dove i tassi di tumori dei polmoni, già prima dell’entrata in funzione delle turbine a gas della xIA, erano quattro volte la media nazionale. Musk ha approfittato delle agevolazioni per lo sviluppo economico per aggirare le norme ambientali e siglare un accordo riservato con l’azienda elettrica e idrica (per il raffreddamento dei server, i centri utilizzano anche enormi volumi di acqua). Alcuni consiglieri municipali, che hanno appreso del progetto solo dai media, lo hanno definito un assalto «coloniale» alla salute e all’ambiente della comunità.

SE OTTERRÀ tutti permessi del caso, l’accordo Microsoft con Three Mile Island, verrà seguito come tentativo di alimentare l’ultima rivoluzione tecnologica e industriale con energie zero carbon dando potenziale nuovo impulso al nucleare.
E anche stavolta c’entra una “sindrome cinese”. «Non possiamo permettere che la Cina ci superi nella iA per mancanza di energia», ha affermato Joseph Dominguez, amministratore della Constellation Energy, operatrice della centrale. La retorica da corsa agli armamenti d’altronde è sempre più utilizzata per imprimere scelte tecnologiche ed energetiche determinate da interessi industriali.

FONTE: Il Manifesto, 21709/2024


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Una replica a “LA SINDROME BIG TECH”

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