Omar El Muktar
Omar El Muktar arrestato dai fascisti italiani

di Luciano Neri 
Di fronte alle continue stragi di innocenti che fuggono dalla fame e dalla guerra, affermazioni come quelle del deputato leghista Pini sulle “responsabilità morali” del Ministro Kyenge e del presidente della Camera Boldrini potrebbero essere derubricate a demenziario opportunistico e razzista da parte di un partito in caduta elettorale che deve far dimenticare i ladrocini del proprio tesoriere nei confronti degli italiani. Questo è vero, ma non basta. Dobbiamo capire cosa siamo diventati, come italiani, se accettiamo come normalità comportamenti razzisti e violenti da parte di esponenti della politica e delle istituzioni ai quali è concessa l’infame impunità di violare le norme sull’istigazione all’odio razziale e religioso. In quale Paese non moralmente inquinato uno come Calderoli ricoprirebbe, per la terza volta, la carica di Vicepresidente del Senato, cioè la terza carica dello Stato. Uno che insulta un Ministro paragonandola ad un orango. Uno che afferma che gli immigrati “…devono tornare nella giungla a parlare con le scimmie”. Uno che il 15 febbraio del 2006 si è presentato in televisione con una maglietta sulla quale era stampata una vignetta offensiva su Maometto, gesto al quale è seguita una manifestazione di protesta di fronte al consolato italiano di Bengasi nel corso della quale sono state uccise 11 persone. Uno che è stato indagato per appropriazione indebita nella vicenda Antonveneta e che, in occasione della finale di calcio dei mondiali del 2006 ha dichiarato che la Francia ha perso “ perché ha schierato negri, islamici e comunisti “. Ma non è mia intenzione focalizzare la riflessione sullo stupidario leghista, lo prendo solo ad esempio per riflettere, ripeto, sul perché l’Italia è diventata un Paese nel quale il razzismo declamato e praticato è così diffusamente tollerato e consentito. In Parlamento, nelle istituzioni e nella società. La mia risposta è che l’Italia non ha mai fatto i conti con il suo passato coloniale in quanto, anche, “passato criminale”. Non ha avuto, come i tedeschi, il suo “processo di Norimberga”, o come il Sud Africa di Mandela la Commissione per la verità e la riconciliazione. L’Italia non ha mai fatto un vero esame di coscienza collettivo, non si è raccontata e non ha raccontato la verità sulle sue guerre di aggressione, sui crimini e sui genocidi commessi in Etiopia, in Somalia, in Libia, in Jugoslavia, in Grecia, in Albania, in Montenegro, e persino, pochi lo sanno, in Cina nella repressione della rivolta dei boxer.  Non si è mai assunta la responsabilità della persecuzione degli ebrei italiani, 7.000  dei quali deportati e asassinati ad Auschwitz.

Gli Italomediterranei

La rimozione della storia “italomediterranea” è un pezzo fondamentale della odierna strategia della paura centrata sul pericolo dell’invasione musulmana dal sud del Mediterraneo. Si trascura del tutto, per ignoranza o per malafede, che l’emigrazione italiana nel Mediterraneo è stata una caratteristica importante, plurisecolare, che ha segnato e segna l’identità stessa del nostro Paese. Non solo in Sicilia o nel mezzogiorno. Livorno custodisce ancora le tombe di viaggiatori e mercanti levantini e le lapidi sono incise con eleganti caratteri arabi. L’italiano era la lingua franca del mondo ottomano e turco. Persone e gruppi emigravano, come oggi, per ragioni di ordine esistenziale, economico e commerciale. Nei Paesi arabi e del Medio Oriente si ritrovano diffuse e significative presenze italiane, nell’architettura, nell’arte, nella narrativa, nella cultura in genere. L’arabo e l’italiano determinarono una straordinaria commistione linguistica e l’italiano, grazie all’ utilizzo che se ne faceva in campo commerciale e diplomatico, si impose come lingua franca in tutto il Mediterraneo. Ad Odessa, principale città portuale del Mar Nero, i nomi delle strade nel 1860 erano segnalate in due lingue, una era l’italiano. In Egitto l’italiano era la lingua dell’amministrazione pubblica e venne utilizzata persino nella dicitura della prima serie di francobolli. L’italiano rimase per lungo tempo la lingua più diffusa tra i turchi persino nel XIX° secolo. Nel secolo precedente anche importantissimi trattati internazionali come quello di Kuciuk – Kainargi del 1774 tra la Russia e l’impero Turco furono redatti in italiano.

A cavallo dei due secoli la presenza italiana era in forte crescita : 30.000 nei confini dell’attuale Turchia; 40.000 in Egitto; 33.000 in Algeria ; 100.000 in Tunisia. Oltre un milioni di italiani vivevano nell’area mediterranea-mediorientale. E la rilevanza di questa presenza è ancora più evidente se si considera che l’Italia aveva una popolazione di 33 milioni di persone e che in tutto l’impero ottomano vivevano 22 milioni di persone.

La presenza italiana si ridusse sensibilmente con l’avvento del fascismo e l’avvio dalla scellerata avventura coloniale. Un evento tragico per le popolazioni arabe ed africane, portato avanti da criminali ( Mussolini, Graziani, Badoglio ) con metodi criminali. Un altro pezzo della nostra storia nazionale rimosso.

Italiani brava gente ? No, criminali. Ma a loro insaputa !

“ E’ necessario ricordare il male della nostra parte – ammoniva una figura storica della Resistenza come Vittorio Foa – se non vogliamo abbandonare al caso il nostro domani “. Il dominio coloniale, specialmente in Libia, e il genocidio compiuto nei territori maghrebini e africani dal 1886 alla fine della seconda guerra mondiale restano un buco nero nella memoria collettiva degli italiani. Decine di migliaia di abitanti dei villaggi e delle oasi della Cirenaica e della Tripolitania, e di nomadi,  furono fatti morire in condizioni terribili. L’aeronautica italiana impiegò massicciamente i gas contro le popolazioni civili. Attacchi portati avanti in violazione del Protocollo di Ginevra del 1925. Intere popolazioni furono deportate. “ La via è stata tracciata – scrive il 21 giugno 1930 Badoglio al generale Graziani – e noi dobbiamo perseguirla fino alla fine anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica”. L’esodo forzato cominciò nel 1930. Centomila seminomadi furono costretti a marce di settimane insieme al loro bestiame e le loro proprietà furono consegnate ai coloni italiani. Sotto il terribile sole africano il venti per cento dei deportati non sopravvisse alla fatica. Dopo centinaia di chilometri i sopravvissuti furono internati in 15 campi di concentramento realizzati in pieno deserto. Migliaia di prigionieri morirono di fame, di malattie e di sfinimento. Le donne venivano violentate. Furono volutamente macellate quasi tutte le pecore, i cammelli, i cavalli e gli asini per privare le popolazioni dell’unica vera ricchezza. I colonialisti italiani punivano i tentativi di fuga con l’impiccagione alla quale dovevano assistere tutti gli altri prigionieri. All’insaputa dell’opinione pubblica mondiale, nell’inferno dei lager libici fu compiuto un vero e proprio genocidio pianificato. Gli studiosi stimano che durante l’occupazione della Libia oltre centomila persone, quasi il venti per cento della popolazione, furono uccise dalle truppe coloniali italiane. L’Italia fu uno dei primi Stati ad utilizzare metodi che, per combattere la resistenza armata, miravano a decimare la popolazione civile. Il giornalista polacco Ryszard Kapuscinski ha recentemente affermato che le potenze coloniali in Africa avevano cominciato a fare ciò che la Wehrmacht e le SS tedesche avrebbero realizzato anni dopo in Europa in maniera sistematica e tecnicamente perfezionata. Anche questa è cronaca di storia italiana rimossa. Rimossa a tal punto che fu vietata persino la proiezione de “Il leone del deserto”, film del regista siriano Moustapha Akkab su Omar El Muktar, il condottiero della resistenza libica che, ormai ultrasettantenne, fu catturato e, dopo un processo farsa, fu fatto impiccare da Graziani il 16 settembre 1931 nel campo di concentramento di Soluq, davanti alla sua gente.

Occorre fare i conti con il nostro passato, con la nostra storia criminale e razzista, con i genocidi dei quali le istituzioni e gli eserciti italiani del passato sono stati responsabili. Occorre che le scuole insegnino ed i giovani apprendano gli eventi dolorosi della nostra storia. Il falso mito “italiani brava gente” è solo il frutto di una propaganda bugiarda, di “disinformacia all’italiana”, alimentata da governi e politicanti con l’unico scopo di cancellare o sminuire crimini che per essere condannati e superati devono innanzitutto essere riconosciuti. E’ solo attraverso una assunzione di responsabilità collettiva che una comunità costruisce la sua identità. E la nostra identità non può più essere fondata sulla pelle bianca.


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