di Dario Fabbri (da LIMES)
DALLA PROFONDA PROVINCIA AMERICANA FETHULLAH GULEN GUIDA UN POTENTISSIMO MOVIMENTO RELIGIOSO IN LINEA CON LE STRATEGIE MEDIORIENTALI DEGLI USA. FAVOREVOLE AL RIAVVICINAMENTO DI ANKARA A GERUSALEMME, L’IMAM PUÒ FRENARE IL PREMIER TURCO.
1. SAYLORSBURG è un villaggio di mille e cinquecento anime situato sui monti Pocono, Stato della Pennsylvania. Strade fiancheggiate da case rigorosamente a due piani e quell’aria sonnacchiosa tipica della provincia americana. A prima vista sembra impossibile che proprio Saylorsburg sia divenuto uno dei centri da cui si irradia la politica mediorientale degli Stati Uniti. Tuttavia, basta allontanarsi dall’abitato di un paio di miglia per avvistare l’entrata del Golden Generation Center, un ranch che si estende su oltre novanta ettari e che ha al suo interno sale di preghiera, abitazioni private e un eliporto. Tutto intorno guardie armate, telecamere a circuito chiuso e un andirivieni di dignitari stranieri, uomini dell Fbi e della Cia.
Da oltre dieci anni qui vive Fethullah Gulen, l’imam più autorevole di Turchia. Alla testa del movimento Hizmet (Servizio) che gestisce oltre mille madrase sparse in tutto il mondo, titolare di un patrimonio stimato sui 25 miliardi di dollari e dotato di entrature eccezionali nella magistratura e nella polizia turca, Gulen è considerato la coscienza della società anatolica. Nonché il più efficace strumento in mano all’amministrazione Usa per condizionare l’agenda del premier Recep Tayyip Erdogan.
È tramite Gulen che a metà degli anni Duemila gli Stati Uniti accettano la svolta religiosa imposta al paese dal Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp). È da Saylorsburg che nelle ultime settimane i responsabili della politica estera Usa hanno provato a cavalcare le proteste di Gezi Parki per influire sulla strategia di Ankara. Obiettivo ultimo è provocare un ridimensionamento delle ambizioni da sultano coltivate da Erdogan e costringerlo a un reale riavvicinamento con Israele. Altrimenti, trapela da Washington, Obama potrebbe favorire in futuro l’emergere dalle file guleniste di un candidato forte da contrapporre al primo ministro. «Qualsiasi nome espressamente sostenuto dall’imam godrebbe di un seguito vastissimo», dichiara a Limes una fonte vicina agli ambienti dell’intelligence Usa.
2. Il percorso che ha condotto Gulen da Erzurum, sua città natale nell’estremo Oriente della Turchia, alla Pennsylvania è segnato da alleanze audaci, cambi improvvisi di fronte e frequenti contatti con la Cia. Allievo dello sceicco Said Nursi, Hocaefendi, ovvero il Maestro, come lo chiamano i suoi seguaci, fonda Hizmet agli inizi degli anni Settanta su incarico dello Stato maggiore delle Forze armate, intenzionato a diffondere una forma di islam moderato e accattivante utile ad allontanare le nuove generazioni dal comunismo. La sua teologia politica, ispirata all’irredentismo ottomano e spiccatamente anti-curda, appare ai militari come la soluzione migliore per garantire la stabilità dello Stato, turbata dallo scontro tra sinistra radicale e destra ultranazionalista. Grazie alla protezione dell’esercito e attraverso la creazione in tutta la Turchia di centinaia di scuole religiose, il movimento registra un’espansione sorprendente. Con la fine della guerra fredda il governo turco pensa quindi di impiegarne il potenziale per riaffermare la propria l’autorità sull’area turcofona liberata dal dominio sovietico.
È allora che la Cia entra in contatto con Hizmet. Bush vuole impedire all’Iran di occupare il vuoto lasciato dai russi in Asia centrale e l’islam sunnita professato dai gulenisti può fungere da contraltare allo sciismo persiano. Nel febbraio del 1992, in occasione di un viaggio effettuato nella regione, il segretario di Stato James Baker III sancisce la nuova alleanza invitando i neonati governi locali «a seguire l’esempio turco e a rifiutare il modello iraniano»x. Tra il 1990 e il 1995 spuntano in Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan (unico paese fra questi con una popolazione a maggioranza persiana) più di 200 madrase collegate ad Ankara, che simultaneamente si trasformano in avamposti dell’intelligence americana. «In quel periodo almeno 130 agenti della Cia erano stati assunti come insegnanti nelle scuole guleniste presenti in Kirghizistan e in Uzbekistan»2, scrive nel proprio libro di memorie l’ex capo dei servizi segreti turchi (Mit), Osman Nuri Gundes. Anche per questo la Russia arresta decine di membri di Hizmet e, su pressione di Mosca, il governo uzbeko ordina nel 1995 la chiusura di tutti gli istituti del movimento.
In patria la loro diffusione non conosce ostacoli almeno fino al 1997, quando i militari decidono di soppiantare il religioso Partito del benessere (Re-fah Partisi), che annovera tra le sue file Erdogan e l’attuale presidente Abdullah Gùl, perché sospettato «di voler cancellare la laicità». Ha inizio la purga dei sostenitori di Hocaefendi che, finito sotto processo con l’accusa di attività sovversiva, nello stesso anno ripara negli Stati Uniti per sottoporsi a un delicato trattamento anti-diabete. Qui Hizmet rivede il proprio sistema di alleanze e il programma politico. Gulen promette agli americani di accettare lo Stato secolarizzato, inaugura il dialogo interreligioso con cristiani ed ebrei e concede alle mogli dei suoi adepti di smettere il chador.
Intanto, entra in contatto con l’influente lobby ebraica. Solo poche settimane dopo il suo arrivo negli Usa, mentre è ancora convalescente in una casa del New Jersey, riceve la visita di Abraham Foxman, presidente della Lega antidiffamazione, la più antica associazione d’America votata alla lotta contro l’antisemitismo. Così Kenneth Jacobson, il vicedirettore nazionale della Lega, racconta la genesi dell’incontro: «Fummo contattati da alcune persone che dicevano di avere informazioni molto importanti su un imam che voleva condurre l’islam nella giusta direzione. Pensammo dunque che fosse necessario conoscerlo» i. A garantire per Giilen, oltre alla Cia, è il magnate turco di origini ebraiche Ishak Alaton, attivo nel settore energetico e delle costruzioni, titolare di interessi ingentissimi in Turkmenistan – il suo gruppo ha costruito l’aeroporto di Asgabat – e assai apprezzato anche in Israele.
Profittando della calorosa accoglienza e in attesa che in Turchia la situazione volga nuovamente al bello, nel marzo 1999 Hizmet trasferisce il proprio quartier generale sulle montagne della Pennsylvania. Con il crollo delle Torri Gemelle il movimento assurge ad antitesi del fondamentalismo propugnato da al-Qà’ida. In poco più di dieci anni fonda negli Stati Uniti oltre cento istituti privati (charter schools) finanziati parzialmente con i soldi dei contribuenti americani; decine di centri di ricerca, tra cui la Virginia International University e il Rumi Forum; e perfino un canale televisivo, Ebru Tv, specializzato nella trasmissione di telefilm macie in Turkey. In seguito, Saylorsburg comincia a sovvenzionare la campagna elettorale di autorevoli esponenti della classe dirigente, come Hillary Clinton che nel settembre del 2007 è ospite d’onore della colazione organizzata per il Ramadan dal centro culturale turco-gulenista di New York.
Unico momento di difficoltà, tra il 2006 e il 2008. Sospettoso delle reali intenzioni di Erdogan, George W. Bush accusa l’imam d’essere l’ispiratore ante litteram dell’azione islamista dell’Akp. L’esecutivo di Ankara ha annullato la pena comminatagli in contumacia nel 2002 e, su indicazione del segretario alla Sicurezza interna, Michael Chertoff, la Casa Bianca si attiva per costringerlo a rimpatriare. Nel 2007 l’Fbi si rifiuta di concedere il nulla osta per la residenza permanente e in occasione del processo indetto nel tribunale federale di Philadelphia per l’assegnazione della green card, il procuratore distrettuale consiglia alla Corte di respingere l’istanza perché «esiste il fondato sospetto che le risorse finanziarie del movimento provengano da governi stranieri (Arabia Saudita e repubbliche turciche, N.d.R.:) e dalla Cia»4.
Per scongiurarne la deportazione si muovono i vertici dei servizi segreti e del Dipartimento di Stato. Da Langley si sottolinea la mole di informazioni fornite all’agenzia dai gulenisti; mentre Condoleezza Rice suggerisce al presidente di prolungare l’esilio di Hocaefendi e di utilizzare la sua presenza per premere sulla
Turchia. A interessarsi del caso è anche il Vaticano. La curia romana intrattiene da sempre rapporti eccellenti con Hizmet, culminati nel 1998 con l’incontro tra Gulen e Giovanni Paolo II, e nell’occasione il portavoce della Conferenza episcopale turca, Georges Marovitch, si spende in suo favore con i vescovi americani. L’intensa campagna di lobbying ha effetto. Durante il dibattimento la Corte di Philadelphia riceve 26 lettere di raccomandazione firmate da ecclesiastici, alti funzionari dell’intelligence e diplomatici, tra i quali spiccano i nomi di Morton Abramowitz, ambasciatore statunitense in Turchia fino al 1991, George Fidas, analista per i servizi segreti Usa e Graham Fuller, già responsabile della stazione Cia di Kabul. Nel 2008 il giudice Stewart Dalzell chiude il procedimento concedendo a Gulen la residenza permanente come riconoscimento delle «capacità dimostrate nel campo dell’istruzione».
A tirare un sospiro di sollievo è allora soprattutto Erdogan. Ancorché confinato oltreoceano, l’imam esercita – attraverso i media, l’accademia e le società finanziarie – uno straordinario ascendente sulla politica turca e un suo ritorno avrebbe potuto oscurare la fulminea ascesa del primo ministro. A Hizmet appartengono i quotidiani Zaman (il giornale più diffuso del paese e tra i più letti in Turkmenistan, Kirghizistan e Azerbaigian) e Samanyolu; la tv Mehtap; l’agenzia di stampa Cibari; la prestigiosa Università Fatih di Istanbul. In un cablo segreto datato 4 agosto 2005 il vice console americano, Stuart Smith, descrive il timore suscitato in patria da Gulen: «Considerata la penetrazione nei mezzi d’informazione e la loro capacità di screditare chiunque attacchi Hocaefendi, in molti qui hanno paura a esporsi contro di lui»5. Altrettanto rilevante è il braccio finanziario del movimento: Bank Asya è l’unico istituto di credito nazionale a garantire prestiti a interessi zero; Isik Sigorta ne è il ramo assicurazioni; Asya Finans, lo spudorato fondo di investimenti. E nel 2005 i piccoli e medi imprenditori gulenisti si sono riuniti nella potente confederazione degli industriali turchi (Tuskon).
3. Per molto tempo la coabitazione a distanza tra Erdogan e Hocaefendi sembra funzionare alla perfezione. A partire dal 2003 Hizmet e Akp uniscono le forze per isolare i kemalisti e prevenire un nuovo golpe dei militari. Prova ne è quanto accaduto nel 2007 con l’inchiesta Ergenekon che, grazie all’azione del ministero dell’Interno e alla diffusione di documenti compromettenti da parte dei media gulenisti, ha portato all’arresto di oltre cento ufficiali6 delle Forze armate con l’imputazione «d’aver costituito un’associazione segreta con l’obiettivo di rovesciare la democrazia». Seguaci di Fethullah ed esponenti dell’Akp si spartiscono il potere, dividendo le istituzioni in rispettive zone d’influenza. Al partito spetta la guida politica della nazione, sebbene molti dei ministri siano noti gulenisti, e il controllo dei servizi segreti. Hizmet infiltra i propri uomini soprattutto all’interno della magistratura e della polizia.
L’intesa tra i due schieramenti comincia a incrinarsi solo alla fine degli anni Duemila. Hocaefendi non apprezza le velleità assolutistiche e la retorica antisraeliana del primo ministro. Ed è contrario a qualsiasi apertura in favore del Partito dei lavoratori curdi (Pkk). Il capo del governo teme invece che, dopo aver annientato i militari, l’imam voglia rimpiazzarlo con qualcuno dei suoi. In un altro cablo riservato, datato 4 dicembre 2009, l’ambasciatore statunitense ad Ankara, James Jeffrey, riferisce di un Erdogan ormai talmente lontano da Gulen che «i suoi adepti lo ritengono un peso»1.
Lo scontro latente si esplicita per la prima volta nel giugno del 2010. Nei giorni di massima tensione tra Turchia e Israele causata dall’incidente della nave Mavi Marinara, Gulen rilascia una rara intervista in cui critica apertamente gli organizzatori della Freedom Flotilla rei di «non aver rispettato l’autorità dello Stato ebraico»8. La rappresaglia non si fa attendere e all’inizio del 2011 il premier solleva dall’incarico il potentissimo pubblico ministero Zekeriya Òz, gulenista e titolare dell’inchiesta sul caso Ergenekon.
Con l’avvitarsi della crisi siriana le divergenze tra i due leader si acuiscono. Gulen è contrario al coinvolgimento della Turchia e, riflettendo l’irritazione di Washington, ritiene fuori luogo il tentativo di trascinare gli Stati Uniti nel conflitto. Nel febbraio del 2012 la magistratura legata a Hizmet prova a colpire i servizi segreti. Nell’ambito del processo sui legami tra il Pkk e il Mit, il tribunale di Istanbul chiama a testimoniare il responsabile dell’intelligence e fido alleato di Erdogan, Hakan Fidan. Il primo ministro reagisce con rabbia: prima sospende il giudice istruttore; quindi assegna ad altri incarichi i 700 poliziotti impegnati nell’indagine; infine minaccia di chiudere tutte le scuole del movimento. La rivalità tra gli apparati eli sicurezza si rivela spaventosamente nociva l’I 1 maggio 2013, quando due autobombe deflagrano nella città di Reyhanh. All’indomani degli attentati che causano la morte di 51 persone e il ferimento di altre 140, il premier riconosce «l’assenza di comunicazione»9 che inficia la normale collaborazione tra intelligence e forze di polizia.
Parallelamente, anche i rapporti tra Obama ed Erdogan iniziano a guastarsi. La Casa Bianca che guarda al Pacifico e sogna di districarsi dal Medio Oriente assegnando il controllo della regione a turchi e israeliani non può tollerare che Ankara si rifiuti di fare la pace con Gerusalemme. O che voglia servirsi degli Usa per realizzare le proprie aspirazioni egemoniche. O che continui a stringere accordi col Kurdistan iracheno. Tutte questioni su cui Obama e Gulen si trovano viceversa in perfetta sintonia. Al punto che durante la visita negli Stati Uniti del 17 maggio Erdogan sceglie di confrontarsi con entrambi. Concluso il bilaterale con Barack, il suo vice Bulent Anng solca il cancello della residenza di Saylorsburg.
Come previsto, le richieste del presidente e dell’imam di fatto coincidono. Obama invita l’alleato a ristabilire normali relazioni diplomatiche con Israele, a contribuire all’organizzazione della conferenza di Ginevra sulla Siria e a rispettare l’unità territoriale dell’Iraq. Giilen chiede altresì ad Arinf, che conosce dal 1975 e che accoglie come un suo seguace, di abbandonare le invettive antisemite, di «frenare l’ego di Recep» e di sospendere la riappacificazione con il Pkk. Al termine del colloquio il numero due dell’esecutivo definisce Hocaefendi «la coscienza di 75 milioni di turchi»10, ma l’impressione è che Erdogan non abbia alcuna intenzione di modificare la propria condotta.
4. È in questo clima di contrasti che lo scoppio delle manifestazioni a Gezi Parki si traduce per americani e gulenisti nell’occasione per mettere il governo turco spalle al muro. Poco importa se in realtà il premier gode nel resto del paese di un consenso molto ampio, l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale e il rischio di uno stallo prolungato potrebbero indebolirlo notevolmente. Inoltre, una sua défaillance potrebbe convincere alcuni colleghi di partito, specie quelli sedotti da Hizmet, a presentarsi come valide alternative allo status quo. «Gli Stati Uniti hanno il dovere di rivolgersi esclusivamente alle forze moderate e democratiche di ogni nazione. In questo senso la Turchia non fa eccezione», dice a Limes un ex funzionario della Cia commentando i fatti di piazza Taksim.
In barba a qualunque cortesia diplomatica, subito dopo l’inizio del sit-in il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, esorta Ankara «a rispettare i diritti dei cittadini», condanna «l’eccessivo uso della forza da parte della polizia» e suggerisce all’esecutivo di «aprire un’indagine accurata per stabilire quanto accaduto»11. Il segretario di Stato, John Kerry, si dice dal canto suo «molto turbato dal numero dei feriti»12 e per questo riceve la stizzita telefonata del suo omologo, Ahmet Davutoglu, che gli ricorda come «la Turchia non sia una democrazia di seconda classe»13.
Nelle stesse ore Hizmet si mostra altrettanto critico nei confronti del governo. Da Saylorsburg, il 6 giugno, Gulen si rivolge in video direttamente ai dimostranti, definendoli «ragazzi innocenti» e qualificando come «legittime le loro richieste» 14. Da Istanbul il quotidiano Zaman, schierato al fianco dei contestatori, consiglia addirittura al presidente Gùl e ad Arinf di rompere con il primo mini- stro. «Condividiamo le rivendicazioni ambientaliste di piazza Taksim e per questo chiediamo il rispetto del dissenso», spiega a Limes Alp Aslandogan, presidente di Alliance for Shared Values, tra le associazioni guleniste più importanti d’America.
Il repentino attacco si dimostra ben portato, anche perché nelle fasi iniziali della protesta Erdogan si trova in Nordafrica per un viaggio di Stato programmato da mesi. Gezi Parki si tramuta così nella prova generale dell’offensiva americano-gulenista. A Washington e a Saylorsburg si studiano con attenzione le mosse di Gùl e Anne. Il presidente turco è vicinissimo a Gùlen (da ministro degli Esteri diramò nel 2006 una circolare con cui sollecitava il corpo diplomatico a sostenere l’attività dell’imam) e spesso è contravvenuto ai dettami di Erdogan. Gli Stati Uniti si aspettano da lui un segnale di rottura. Il 3 giugno Gùl contraddice il premier elogiando «i manifestanti pacifici» e ribadendo come «in democrazia non conti soltanto vincere le elezioni»15. Stesso discorso per Anne che il 4 giugno riconosce le proteste come «costituzionali» e «si rammarica per i metodi brutali usati dalla polizia»l6.
Fiutato il pericolo, appena atterrato in Turchia, Erdogan si prodiga per mettere fine alle contestazioni e dimostrare a Obama d’aver recepito il messaggio. A sorpresa il 10 giugno Hakan Fidan, il capo del Mit, si vede con il suo collega del Mossad, Tamir Pardo. Ufficialmente i due discutono dei possibili legami esistenti tra il regime di Damasco e gli attentatori di Reyhanh, in pratica il meeting serve a segnalare la disponibilità di Ankara a ripristinare le comunicazioni con Israele. Quanto basta per soddisfare l’amministrazione Usa che da quel momento si impegna a smorzare i toni.
Con il rientro del capo la mini fronda si esaurisce e Ann? caldeggia perfino un intervento dell’esercito per ristabilire la pace 17′. Tuttavia, la Casa Bianca considera l’esperimento un notevole successo. Gùl manca della voglia e Ann? della statura politica necessaria a scalzare il premier, ma l’iniziativa congiunta ha già mostrato il suo potenziale. Se ve ne sarà bisogno, dai quadri di Hizmet potrebbe emergere un nome in grado di sfidare il leader dell’Akp sul terreno del populismo di matrice religiosa. Un’ipotesi ancora lontana, ma non fantascientifica. «Presto potrebbe diventare impossibile governare la Turchia senza l’assenso di Saylorsburg», ci dice la nostra fonte americana. Erdogan è avvertito.
Note
1. Citato in B. Sinkaya, -Turkey-Iran geopolitical competition over Central Asia and the Caucasus: 1989-2001″, Avrasya Etudleri, n. 2/2005, p. 81.
2. O.N. Gundes, Testimone della rivoluzione e della quasi anarchia, Istanbul 2010, Gk.
3. Intervista a K. Jacobson realizzata da E.E. Aviv in -Fethullah Gulen’s Turkish Dialogue», Turkish Policy Quarterly, n. 1, 2005, p.106.
4. Citato in un articolo di A. Ózyurt apparso su Milliyet’A 27/6/2008.
5. Cablo diffuso da WikiLeaks e reperibile all’indirizzo: http://www.wikileaks.org/plusd/cables /05ISTANBUL1336_a.html
6. Cfr. C. Berunski, «Anatomy of a Power Struggle-, The Journal of International Security Affairs, 19/12/2012.
7. Cablo diffuso da WikiLeaks e reperibile all’indirizzo: wikileaks.tetalab.org/mobile/cables/09AN-KARA1722.html
8. J. Lauria, -Reclusive Turkish Imam Criticizes Gaza Flotilla», Interview with Imam Giilen, The Wall Street Journal, 4/6/2010.
9. «Spotlight on Security, Intelligence Flaws in Deadly Reyhanh Attack», Today’s Zaman, 19/5/2013.
10. «Turkish Deputy PM Hails Gulen’s Role, Says He Is “supra-political”», Today’s Zaman, 23/5/2013.
11. Press Briefing by Press Secretary Jay Carney, 6/3/2013.
12. S. Frazer, -Turkish PM, President at Odds over Protests», Associated Press, 3/6/2013.
13. -Ankara Tells US: Turkey is not a Second-Class Democracy-, France Presse, 5/6/2013.
14. Citato in «Giilen Urges to Take Turkish Protests seriously, Work to Mitigate Problems», Today’s Zaman, 6/6/2013. Il messaggio video è disponibile su http://www.youtube.com/watch?v=vzCI7V2yLUU&-feature=player_embedded
15. M. Ormanci, K. Tekin, «Gùl Says Messages of Protesters Received, Calls for Restraint», Today’s Zaman, 3/6/2013-
16. -Deputy PM Apologizes for Excessive Force Used against Peaceful Protesters», Today’s Zaman, 2/6/2013.
17. -Turkish Government Says It May Use Army to End Protests», Interview with Turkey’s Deputy PM, Bbc News, 17/6/2013.
FONTE: Limes













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