mondo-3Micro Saggio di  BRUNO CECCARELLI
dalla Premessa: “E’ almeno da qualche anno, che in forma più o meno esplicita o più o meno “comprensibile” vado scrivendo che dalle crisi che attraversiamo da qualche decina di anni – ho parlato di crisi cicliche con armoniche sempre più ravvicinate (1) – è possibile uscirne solo attraverso una diversa economia. A tale intuizione, che credo sia abbastanza diffusa, si danno risposte e argomenti non sempre convergenti. Non è certo una economia diversa la scelta effettuata della globalizzazione finanziarizzata (…)

 

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Indice:

– 1a  Premessa                                                                            
– 1b  Premessa                                                                              
– 2    L’approccio e le scuole
– 3    I tempi- i valori
– 4    L’ Economia globale
– 4.1 Quando comincia
– 4.2 Cosa è avvenuto
– 4.3 Turismo fiscale
– 5.   Le istituzioni
– 6.   Inadeguatezze o limiti di cultura?
– 7.   Qualche concetto di sintesi
– 8.   Timide proposte
– 8.1 Alcune idee

_________________________________________ 

1a Premessa

E’ almeno da qualche anno, che in forma più o meno esplicita o più o meno “comprensibile” vado scrivendo che dalle crisi che attraversiamo da qualche decina di anni – ho parlato di crisi cicliche con armoniche sempre più ravvicinate1 – è possibile uscirne solo attraverso una diversa economia.

A tale intuizione, che credo sia abbastanza diffusa, si danno risposte e argomenti non sempre convergenti. Non è certo una economia diversa la scelta effettuata della globalizzazione finanziarizzata. Anzi essa, pure se interpretata con la soddisfazione del predone appagato dall’aver catturato la preda, rischia di essere il ferreo e inesorabile risultato dovuto a scelte sbagliate di una <politica> che ha perduto il senso della sua missione storica e che tenacemente si abbarbica ai suoi privilegi, lasciando che si semini diseguaglianza e nuove forme di povertà. Assistendo passiva alla rimozione dei diritti, conquistati in secoli di lotte, e alla  mortificazione e stravolgimento dei principi della democrazia (infra 4.)

Come certamente – a mio parere – non è certo nuova economia sostenere (anche positivamente) il sogno che un altro mondo è possibile. O il dare l’immagine (forse l’illusione)  che occorra un altro modello di crescita o di decrescita e passare ad elencare modelli di consumo o stili di vita diversi, pure indispensabili, per assicurare un futuro megliore e vivibile. Per nulla o poco si ha a che fare con una diversa economia, intesa non dal punto di vista di quali beni produrre ma dal punto di vista del come, in qualsiasi latidudine, le procedure e le regole per il suo “funzionamento” possano meglio operare a vantaggio di tutti.

1b Premessa

Credo sia necessario affermare che la scienza economica nell’indagine che effettua, rifacendosi naturalmente pure alle conoscenze pregresse, introduce (spesso forti) novità che sono determinate dalle condizioni del tempo storico che si sta attraversando.

Ovvero che la storia dell’economia non si delinea allo stesso mdo di altre discipline scientifiche che risultano essere un progressivo sviluppo – discretamente coerente – delle conoscenze via via acquisite.

Penso che la scienza economica si muova con destini un po’ diversi. C’è naturalmente un che di retroterra, di conoscenze acquisite, ma nelle diverse epoche della storia, anche degli ultimi secoli, l’economia, sia che non fosse ancora scienza, sia quando lo è diventata, si è sempre “mossa” e adattata coeva al tempo in cui si esplicava. Pesavano enormemente al riguardo almeno due fattori: lo sviluppo delle  conoscenze e i valori culturali e politico-religiosi che erano presenti e che dominavano.

E’ a partire dalla rivoluzione industriale2 e dalla nascita contestuale del capitalismo e del lavoratore merce che l’economia si fa dottrina e scuola scientifica e cerca di camminare su due capisaldi che hanno segnato di se gli ultimi secoli di storia. Il primo caposaldo fa riferimento ai valori interiorizzati che hanno accomunato le popolazioni. Penso alle guerre coloniali, penso alle guerre fratricide tra popoli che si avviavano verso la modernità, penso al medesimo modello di vita e ai medesimi gusti, appagabili soddisfacendo i medesimi bisogni.

L’altro caposaldo fa riferimento alla medesima organizzazione sociale. Penso anche al modello organizzativo di produzione, alle concezioni sociologiche del lavoro come liberazione dell’uomo e come questione di senso, all’uso delle credenze religiose come rappresentazione astorica3 del destino terreno dell’umanità.

Le formidabili scoperte scientifiche e la possibile libertà di movimento degli uomini e delle merci  costringevano l’economia ad adattamenti dinamici. Egualmente una forte dinamicità veniva determinata dalle diverse esigenze, anche fortemente contrapposte, che i gruppi sociali (le classi) man mano che si auto organizzavano proponevano alla società entro la quale vivevano. L’economia era costretta a separarsi sotto forma di diverse scuole di pensiero o dottrine economiche e a “schierarsi” con l’intento di provare di dare risposte soddisfacenti nel loro tempo.

Una ultima, davvero sommessa, osservazione personale. La dottrina economica sembra proporsi il voler riuscire nell’impresa di proporre un modello unificato di spiegazione, scientifica, della realtà economica. La conseguenza presupporrebbe una unica visione del mondo. E’ questo un argomento che non trovo del tutto convincente (infra 2, nota 5).

 

2. L’approccio e le scuole

E’ utile una brevissima valutazione delle diverse scuole e/o diverse impostazioni metodologiche con cui l’indagine economica (scientifica) viene sviluppata e portata avanti.

Una prima importante differenza sta nella sua versione. Ovvero nella doppia possibile interpretazione derivante proprio dall’approccio: La impostazione OGGETTIVISTICA e la impostazione SOGGETTIVISTICA.

Per i classici e per gli stessi marxisti (dialettici e materialisti) lo studio della economia riguarda il tentativo e la volontà di scoprire le leggi economiche generali del sistema e le categorie di esse. Non si esamina invece il comportamento individuale del singolo soggetto. Con una frase si potrebbe dire che l’impostazione generale oggettivistica sviluppa l’esame della economia e delle sue regole scientifiche partendo dal lato della offerta. La programmazione dell’offerta determina la qualità e il tipo di sviluppo. Ancora più semplicemente: il lato dell’offerta è il compito della programmazione e/o della pianificazione, è il compito delle scelte della politica e delle istituzioni che debbono, al riguardo,  mantenere saggiamente un equilibrio tra gli interessi generali e le possibili aspettative individuali dei cittadini.

E’ a partire dal 1870 circa che alcuni economisti cambiano questa impostazione. Partono dal soggetto economico (homo oeconimus) e ne esaminano il comportamento. Considerano la realtà esistente un dato di fatto (piu tardi i seguaci andranno oltre). E’ attraverso il piano di condotta dei consumatori (dal lato della domanda) che si risale alla costruzione del sistema economico. Il cambiamento più importante è l’abbandono della teoria del valore-lavoro, su cui si fondavano le teorie dei classici e di Marx, e l’adozione di una teoria del valore-utilità. L’introduzione della categoria dell’utilità, come nuovo fondamento della teoria del valore, si accompagna a un importante cambiamento metodologico. Il calcolo infinitesimale, viene assunto come paradigma teorico.

Per i classici il concetto di offerta e domanda costituisce uno strumento di analisi oggettiva. Cosi che l’offerta, rappresentata dalla quantità dei beni complessivi immessi nel mercato dai produttori, regola, quindi, anche il mercato del prezzo e la domanda viene considerata una categoria, in qualche modo, residuale e dipendente dall’offerta. I prezzi sono strettamente legati alla quantità dei beni offerti che a loro volta sono il risultato del lavoro umano e della sua produttività 4.

Per i soggettivisti lo studio avviene, invece, sui fenomeni che intervengono sul breve periodo (economia dello scambio). L’esame quantitativo dei beni è visto attraverso una visione statica.

Nella scuola soggettivistica va pure distinta la cosidetta scuola tradizionale dalla scuola moderna. Quella tradizionale ha sviluppato attraverso l’utilità (o valore d’uso dei beni) la teoria del consumo attarverso l’analisi dei rapporti tra domanda e prezzo. Quella moderna, attraverso le tecniche matematiche, ha invece studiato  le curve di indifferenza portando a sintesi le relazioni esistenti tra le preferenze dell’individuo nell’acquisto di beni diversi. Considerati due beni, le diverse combinazioni di quantità acquistate che determinano la medesima soddisfazione sono calcolate con le curve di indifferenza. Sempre con procedure matematiche diventa possibile calcolare il rapporto tra il prezzo e la relazione dei beni appartenti alle curve di indifferenza.

Infine due righe circa l’impostazione dialettico materialistica che si prefiggeva il superamento delle contraddizioni esistenti nelle precedenti impostazioni.

Rovesciando quella dei classici, afferma che sapere se si possa o meno raggiungere una verità oggettiva nelle leggi economiche non è questione teorica ma pratica. La realtà del mondo non è un complesso di cose compiute, ma un complesso di processi. Da qui l’impostazione dialettica, quale scienza delle leggi generali del movimento, cosi come del mondo esterno, come del pensiero umano. Questa visione riassume le seguenti caratteristiche:

a)      Interdipendenza di tutti i fenomeni che interessano tutti i campi dell’indagine. Essi non sono separabili, si condizionano reciprocamente.

b)      Questi stessi fenomeni non vanno visti soltanto dal punto di vista  dei loro legami reciproci ma anche dal punto di vista delle loro dinamicità: del loro sorgere e del loro sparire.

c)      Il processo di sviluppo non comporta solo cambiamenti quantitativi ma anche qualitativi.

d)     I fenomeni presentano (principio della contraddizione) sempre un lato positivo e uno negativo. Nella lotta tra questi opposti, tra il vecchio e il nuovo, è insito il processo di sviluppo.

e)      L’uomo acquisendo maggiore conoscenza della realtà è in grado, con la sua azione, di divenire protagonista della storia.

In sintesi il materialismo dialettico afferma che l’aspetto fondamentale dell’attività economica è costituito dal rapporto tra gli uomini e non tra le cose.

Nel corso del Novecento due importanti economisti: Keynes e Sraffa hanno ulteriormente sviluppato le valutazioni oggettivistiche precedenti 5.

Con  la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, Keynes afferma che il processo economico è regolato dalla economia monetaria di produzione, un’economia in cui la moneta ha un ruolo essenziale. Fa propria una tesi marxiana, secondo la quale la natura della produzione nel mondo reale non è – come gli economisti sembrano spesso supporre – un caso del tipo M – D – M′, cioè inteso a scambiare contro denaro una merce al fine di ottenere un’altra merce. Questa può essere la prospettiva del singolo consumatore, ma non è quella del mondo degli affari: che dal denaro si separa in cambio di una merce al fine di ottenere più denaro, secondo un processo del tipo D – M – D′.

Da parte di Sraffa, con Produzione di merci a mezzo di merci. Premesse a una critica della teoria economica, attraverso la scelta del linguaggio matematico, riprende la rappresentazione del sistema della produzione e del consumo come processo circolare, in netto contrasto con l’immagine offerta dalla teoria “moderna” (soggettivistica) di un corso a senso unico che dai ‘fattori della produzione’ porta ai ‘beni di consumo’. Sraffa dimostra, in maniera logica , l’impossibilità di concepire il capitale come una merce, di cui il profitto possa essere considerato il prezzo.

3. I Tempi e i Valori

Ho accennato brevemente alla dinamicità dell’economia e al suo adattarsi sia a tempi della storia sia alle relative concezioni valoriali che vi si rappresentano.

E’ pure possibile, in qualche misura, avere contezza di più conoscenze studiando le opere e gli scritti dei singoli economisti. Oltre ai tempi, quale epoca storica, e oltre alle relative concezioni culturali che vi si esprimevano, credo che dai loro scritti sia possibile risalire, acquisire tutta una serie di notizie che altrimenti andrebbero ri-cercate diversamente e separatamente. Mi riferisco alle condizioni socio economiche dell’epoca, alle questioni che oggi chiameremmo dei diritti delle persone, alle infrastrutture presenti, al peso esercitato dai poteri vigenti (aristocrazie, oligarchie, clero, ricerca e scoperte scientifiche, miti e superstizioni, pestilenze, ecc.).

Analogamente è possibile la comprensione del carattere trainante  esercitato dalle scoperte in ogni campo del sapere e dell’intreccio indissolubile che si riscontra con le condizioni di vita degli uomini e ovviamente con le differenti scuole economiche che producono a loro volta concezioni valoriali caratterizzate e fortemente radicate. E’ il tempo degli imperi nazionali e del colonianismo, è il tempo delle grandi guerre economiche e della egemonia razziale. Infine  l’economia si “intinge” di ideologia e si determina la nascita, in forme del tutto nuove dal passato, di potenti e distruttivi imperi e relative aree geopolitiche ed economiche di influenza.

Il resto è storia recente. E’ il dopo 89, è il dispiegarsi del turbo-capitalismo e dell’economia della finanza globale.

Una ulteriore considerazione va fatta riguardo la “condensazione” temporale degli avvenimenti.

Non c’è alcun dubbio che la velocità del susseguirsi degli accadimenti, sia di carattere “ordinario” che di carattere “inconsueto o straordinario”  nel nostro periodo storico subisce una grandissima accelerazione. Per questo ho parlato di condensazione: nel medesimo periodo di tempo accadono,  un numero di fatti e accadimenti di gran lunga superiori che in altri periodi precedenti (infra 5.).

 

4.  L’ Economia globale

Se ne parla, ancora, di più in termini di narrazione e di significato: la storia raccontata nel quotidiano,  invece che analizzarne nello specifico tutte le discontinuità intervenute.

Il termine è utilizzato per molteplici significati. Innanzi tutto vuole significare la circolazione dei beni in tutto il mondo. Infatti lo sviluppo delle telecomunicazioni e l’intensificarsi degli scambi commerciali hanno, negli ultimi decenni, rivoluzionato l’economia mondiale, rendendola, appunto, globale.

Dal punto di vista politico-economico si intende la creazione di un unico grande mercato planetario, senza più barriere protezionistiche, libero dai “lacci” delle forme tradizionali di protezione sociale propri delle economie nazionali (con qualche diversa specificità). Un mercato che proprio perché globale (fuori dal controllo dei singoli stati nazionali) è caratterizzato (negativamente) dall’assenza di qualsiasi regolamentazione.

Ovviamente non è proprio cosi. Tale presunto vuoto è colmato da grandi istituzioni sopranazionali (infra 4.1).  In particolare a regolare il commercio in tutto il mondo è un organismo chiamato Wto (World Trade Organization, Organizzazione mondiale per il commercio). Il Wto dovrebbe permettere che lo scambio di merci tra i paesi del mondo avvenga liberamente, ma in realtà è lo strumento che difende gli interessi delle nazioni più ricche.

Tuttavia il fatto che gli equilibri economici siano stabiliti a livello globale, e non più locale, non ha finora diminuito gli squilibri e le differenze sul nostro pianeta. Anzi, gli squilibri tra le diverse nazioni si mantengono o spesso sono peggiorati. Quello che appare con evidenza è che aumentano le diseguaglianze all’interno dei singoli paesi e  che le povertà (pure queste in forme inedite) ghermiscono aree e ceti precedentemente estranei. Le migrazioni di massa scaturiscono da fattori  stimolanti del tutto diversi che in altre epoche storiche.

4.1. Quando comincia

Il fenomeno della globalizzazione è cominciato nella 2a metà del ‘900 ed ha portato trasformazioni radicali nel mondo. Hanno subito gigantesche trasformazioni i settori più disparati (trasporti, telecomunicazioni, telematica, ecc…).

Nel campo delle telecomunicazioni le novità sono l’utilizzo del satellite, dei fax, della informatica e  della posta elettronica, i quali hanno reso possibile una trasmissione delle informazioni sempre più rapida e diffusa.

La rivoluzione nei trasporti ha facilitato i trasporti intermodali e planetari.  Quasi tutti i mezzi di trasporto (treni, navi, aerei, mezzi su gomma)  sono ora gestiti da reti di computer e reti di satelliti.

Come già accennato la mondializzazione dell’economia ha aperto la porta alla globalizzazione delle povertà. C’è stato un vero e proprio scambio ineguale (svantaggioso per tutti)  tra i paesi “a basso salario” e i paesi “ad alta protezione sociale”. Le “non regole” o quelle dettate dal trio WTO (World Trade Organization), WB (World Bank) e FMI (Fondo Monetario Internazionale), hanno permesso, assicurando il libero flusso dei capitali, e delle merci, di tramutare le persone.

La manodopera è valutata, esclusivamente, in ragione del suo contributo al meccanismo del profitto.

I singoli Stati non hanno ormai più la capacità di opporsi ai mercati e non dispongono dei mezzi per frenare i formidabili flussi dei capitali.

E’ praticamente considerata naturale la supremazia dei mercati e l’impotenza dei politici nei loro confronti.

 

4.2. Cosa è avvenuto

La mercantilizzazione del mondo sta modificando alla radice gli stati-nazione e svuota le politiche nazionali rendendole del tutto succubi agli interessi dell’economia. Si afferma sia nelle pratiche quotidiane sia attraverso l’uso e asservimento dei media, locali e internazionali, che il bene privato deve prevalere sul bene pubblico.

Si introduce, in modo apparentemente naturale, il convincimento di massa che la ricchezza può essere prodotta senza la mediazione della merce. Si produce  denaro per mezzo del denaro: la finanziarizzazione.

Entra facilmente in circolo il danaro sporco e la criminalità trasnazionale diventa sempre più invasiva e corrompitrice.

Tutto questo ha comportato concentrazione di capitali e ricchezze in mano a pochi, ma anche disoccupazione e disperazione per milioni di uomini. Meno del 15% della popolazione mondiale, dispone dell’80% delle ricchezze del pianeta.  La “concorrenza”, strumentalmente introdotta, tra i Paesi a bassi salari e i lavoratori dei paesi industriali, ha comportato, per questi, un indebolimento enorme del loro potere contrattuale e dei loro diritti. Un balzo storico all’indietro, “attenuato” attraverso interventi massicci di diseducazione e distorsioni valoriali, realizzati attraverso l’uso dei media (Radio, TV, Cinema, pubblicazioni editoriali), e l’indebolimento delle istituzioni per la conoscenza e la cultura (scuole, università, centri di ricerca). Una sorta di lavaggio assistito (di massa) del cervello, di un plagio benevolo praticato e sostenuto, anche, da elite politiche inadeguate e inclini al proprio individuale corrompimento6.

Una circostanza che forse non è stata sufficientemente sviscerata riguarda la riproposizione, in modo ben mascherato, di forme inedite di gabbie salariali. In Europa ad esempio, un area macro economica che utilizza la  medesima moneta, sono presenti modelli contrattuali  e  soprattutto livelli salariali del tutto diversi (infra 8.1.). E’ pure saltato lo slogan a lavoro uguale, paga uguale.

Sono state fatte nascere nuove forme di imperialismo economico: i bilanci dello Stato e le casse pubbliche trasformati in depositi (ruolo distorto del sistema bancario) destinati a finanziare il parassitismo dei grandi gruppi finanziari. Da qui le politiche per l’abbandono dei servizi pubblici, da qui anche l’indebitamento, enorme, sempre in crescita per i singoli Stati, da qui, in alcune aree, l’intromissione all’interno dei loro sistemi costituzionali per scardinarne gli istituti collegati alla giustizia e al governo della finanza.

4.3.Turismo fiscale

L’assenza di regole ha dato origine, pure qui in forme diverse, ai paradisi fiscali.

Il risultato è che la fuga di capitali, centinaia di miliardi, in direzione delle giurisdizioni a bassa tassazione, cioè offshore, è diventato una consuetudine legale sia da parte di singoli cittadini che da parte di imprese.

I singoli spostano nei forzieri (banche) di convenienza la loro ricchezza. Le imprese spostano all’interno di paesi terzi la loro Sede.

La cosidetta multinazionalità delle imprese permette loro di spostare la produzione (vedi la piaga delle delocalizzazioni) liberamente dove vogliono, annullando diritti e a costi di rapina (è la mercificazione dell’uomo che si spinge a livelli intollerabili fino a utilizzare come manodopera dei bambini). La caratteristica di essere imprese multinazionali permette, legalmente, di fissare liberamente la propria sede in luoghi del tutto estranei ai posti di produzione.  La produzione avviene in paesi che permettono manodopera a costi bassissimi e senza diritti, e contemporaneamente la sede viene, invece,  fissata in paesi nella quale la fiscalità è fortemente vantaggiosa.

Proprio dalle disomogeneità Istituzionali da un lato e dai diversi tipi di società economiche che caratterizzano il nostro pianeta, trae principio e forza la teoria della globalizzazione che è stata imposta: produrre in paesi con un basso costo del lavoro e con poche restrizioni sociali ed ambientali, agire da predoni finanziari a livello globale.

Se questo imperialismo finanziario si sentisse costretto da una crisi, da uno sconvolgimento economico, a proteggersi dietro politiche protezioniste, questo avverrebbe al prezzo di un abbassamento ancor più catastrofico del livello di vita dei cittadini ed anche al prezzo di regimi autoritari o populisti per imporlo. L’interesse del nuovo proletariato7 non è quello di combattere l’internazionalizzazione della produzione, l’interpenetrazione delle economie, ma quello di battersi per il rovesciamento dell’ordine, senza regole e controlli, imposto su scala mondiale. O almeno e certamente all’interno della propria macro area geoeconomica.

 

5. Le istituzioni

Una delle grandi differenze (cominciamo a chiamarle discontinuità) del nostro tempo con i decenni e i secoli precedenti è dovuta al fatto che la complessità delle società nella quale viviamo necessitava di Istituzioni territoriali plurime.

Il soddisfacimento dei bisogni, che andava oltre la sussistenza del vivere quotidiano, ha reso opportuno una organizzazione sociale meno piramidale ma a cerchi concentrici. Tale circostanza è stata dovuta ed anche contestualmente necessitata dai risultati delle grandi rivoluzioni scientifiche avvenute. Con gli strumenti che ne sono derivati è stato più utile, oltre che possibile, far funzionare le società territoriali a cerchi concentrici.

I limiti e le contraddizioni sono noti e alimentano di se la politica moderna e degli ultimi anni. La contraddizione è duplice e deriva sia dalla interpretazione, non sempre utile  e funzionale, del significato di governo e come intenderlo. Una interpretazione si ha quando la funzione di governo si racchiude esclusivamente nel ruolo delle proprie competenze territoriali (dimensionali),  e, sia quando questo significato si autolimita a gestire la quotidianità amministrativa nei territori8.

Questa impostazione necessitata anche dalla esigenza di soddisfare al meglio i predoni dell’economia finanziaria, ha educato la politica a gestire misure e provvedimenti che soddisfacessero territorialmente il laissez fare dell’imperialismo finanziario. Da qui provvedimenti tesi esclusivamente a soddisfare le necessità competitive delle imprese.

Il dato, semplicissimo, derivava una idea politico culturale di Governance che mentre da molti non veniva nemmeno compresa, da altri veniva interpretata alla lettera e con i limiti, anche della burocrazia amministrativa, che la cosa comportava.

Faccio un esempio ricorrendo ad un mio vecchio articolo,avendo come presupposto la considerazione dei tempi, ovvero la loro condensazione (retro 3.)

Scrivevo nel 20089: ……..<< Fino agli anni ‘90 la politica viveva e si esplicava all’interno di ciascuna nazione. I confini dello Stato determinavano gli spazi dell’agire quotidiano. I comportamenti sociali e nel complesso la Democrazia, avevano confini stabili nei quali operare, lottare, agire e sviluppare. Dopo il ‘90 la mondializzazione cambia tutto. Le decisioni macroeconomiche, che poi influiscono su ogni cosa, avvengono tutte fuori dagli Stati. La mondializzazione si esprime fuori dai confini nazionali e questo sconvolgimento mette in crisi la democrazia. Processi del suo snaturamento in Europa e nei paesi a democrazia consolidata sono evidenti. Cambiano anche i confini culturali, si mette in discussione tutto.

Attraverso la globalizzazione l’economia cambia completamente. Gli scenari hanno sempre una dimensione planetaria. Territorialmente si affacciano con prepotenza due nuovi concetti: la Competitività – che è cosa diversa dalla concorrenza – e la  Governance.

La Governance è un  concetto utilizzato dagli studiosi di analisi delle politiche pubbliche e si usa per designare, più che le istituzioni di governo formali (per le quali si usa il termine government) l’attività concreta di governo, facendo riferimento ai reali partecipanti ai processi decisionali. Il termine viene utilizzato anche per designare modalità di regolazione dell’azione pubblica, che si stanno affermando, soprattutto negli ultimi anni, caratterizzate dalla presenza di una pluralità di attori diversi, pubblici e privati, che costruiscono reti di decisione ed attuazione delle politiche pubbliche. Per fare un esempio, un modello di regolazione dell’azione pubblica tradizionale è quello che prevede una rigida e gerarchica suddivisione di compiti (governo decide, amministrazione pubblica attua) mentre i nuovi modelli di governance vedono la partecipazione di tanti attori sia pubblici che privati a tutte le fasi, dalla definizione del problema di politica pubblica, alla decisione, all’attuazione.

Entrano in competitività città, territori, stati, macro regioni. La governance diventa lo strumento per sostenere la competitività. Determina la trasformazione del rapporto tra politica, istituzioni, imprese, tecnocrazia, forze sociali.

Questo comporta contemporaneamente una spinta alla americanizzazione e alla cinesizzazione delle società. Interi settori dell’economia cambiano il modo di stare nel mercato. Si modifica nel profondo l’organizzazione delle imprese, il lavoro si mercifica al massimo, i diritti e le tutele o saltano o sono messe in discussione. I salari sono compressi in modo selvaggio. Insomma la politica  viene schiacciata dall’economia e diventa lo zerbino attraverso il quale i potenti decidono le loro esigenze e fortune…..>>

La interpretazione “migliore” che ne è derivata da Istituzioni volenterose e dinamiche consisteva sul come intervenire sul proprio territorio (le competenze) e quali interventi effettuare (con i propri fondi di bilancio). Questa impostazione, credo, abbia finito per rendere facilmente sottomessi e plagiati gli Amministratori. Persa di vista la comprensione generale delle vicende economiche, la soddisfazione dei bisogni, a cerchi concentrici, invece che essere una ricchezza e potenzialità in più in una visione di pianificazione integrata, ha finito per diventare la frantumazione della progettazione / programmazione unitaria e diventare, senza forse averne cosciente responsabilità, uno dei motori per una concezione tutta “provincialistica” dedita, anche, alla soddisfazione delle fortune personali. Il passo verso la caduta di mura di difesa contro il corrompimento della politica è stato senza ostacoli. Le praterie offerte ai nuovi predoni dell’economia sono state sconfinate (nel vero senso del significato).

Una altra interpretazione dovrebbe essere esattamente l’opposto. Dovrebbe fare affidamento all’interesse generale dei cittadini che non può rimanere circoscritto nell’ambito delle competenze Istituzionali. Il governo dei cittadini, qualunque sia il cerchio concentrico nel quale agisce, trae origine, come un sasso gettato nello stagno, dal medesimo fattore. Nel nostro caso ogni vicenda che interessa, nel proprio territorio, tutti i cittadini, va ricompreso nella funzione di iniziativa, stimolo e positiva soluzione che spetta alle Istituzioni. Tanto più efficace quando si è capaci di traguardare gli angusti perimetri delle competenze deliberative o legislative.

6. Inadeguatezze o Limiti di cultura?

Nel 2013 la popolazione mondiale è stimata in più di 7 miliardi di persone. L’aumento di popolazione, per nuove nascite e per allungamento delle aspettative di vita,  avviene a ritmi elevati e non è lontanissima la data del raggiungimento dei 10 miliardi di persone.

Le sfide che dovranno essere vinte per la salvezza del  Pianeta, per l’Umanità e per tutte le specie viventi sono più che gigantesche.

Pare incredibile che per tramite la globalizzazione e l’economia finanziarizzata, ad oggi non vi siano più di seimila individui, uno per oltre un milione di persone, che decidono per il nostro futuro. Un apice costituito da soggetti, in prevalenza imprenditori e finanzieri, che formano la cabina di regia dell’attuale sistema, che influenzano gli orientamenti della gente, che controllano i mercati e le sue regole.  Una élite – va rilevato – che domina su tutto e tutto indirizza a suo piacimento; una piccola minoranza che ha messo le mani sul mondo, che svuota di contenuti sostanziali la democrazia e che ha assegnato alla politica un ruolo meramente di loro zerbino (retro 5). A cascata e per causa di ciò, questo si riproduce, per competenza territoriale, all’interno dei cerchi concentrici. Gente che non conta nulla, esplica la sua funzione di privilegio, spesso arrogante, sulle spalle di tutti noi.

Detto semplicisticamente la immensa ricchezza prodotta dai produttori che quotidianamente soffrono e sudano sul pianeta, viene ripartita tra pochi. Agli stessi produttori rimangono le briciole che affannosamente raggranellano per difendere anche un poco di futuro (che appare incerto) per se stessi e i loro figli.

Ora non spetta a me affermare che il capitalismo ha gli anni contati. Altri lo affermano.

Tremendi sono i misfatti che sono stati consumati nel resto del mondo anche quando in Occidente, dopo l’ultimo conflitto mondiale e sino agli anni ‘80, il capitalismo si è presentato col volto più umano dai tratti keynesiani per poi, a pericolo comunista scongiurato, mostrare di nuovo il piglio della sua vera natura. Lo sfruttamento estremo portato nel cuore dell’umanità ha provocato la storia che conosciamo. Guerre, disperazione, sottosviluppo.

Con la globalizzazione è avvenuta una ulteriore trasformazione. Ai drammi delle guerre si sono aggiunti i drammi delle migrazioni di massa. Il profitto è rimasto la stella polare dell’economia, la sottrazione dei mercati ad ogni regolamentazione e controllo, la ripulsa di qualsiasi intervento pubblico nei processi economici.

Insieme alla  cinica e spesso ingannevole sistema delle pubblicità si è affiancata la cancellazione (dentro la nostra memoria) non dico della storia ma perfino degli avvenimenti recenti.

Al riguardo, è utile accennare a quanto accade sotto i nostri occhi. Probabilmente non poteva essere altrimenti, date le premesse. La sudditanza della politica alla globalizzazione finanziarizzata e il relativo impoverimento di grandissime fasce di popolazione, sta sottoponendo le elitè governanti ad una crescente pressione. Le inquetudini dei cittadini aumentano e costringono i governi, non in grado di dare soluzioni adeguate alla crisi di sistema che ha investito le nazioni, a ricorrere a misure economiche che riscoprono, in forme inedite, la miopia egoistica dei nazionalismi. A ben leggere gli avvenimenti, si scoprono argomenti, nei rapporti tra Stati amici, che fanno parte della medesima area macro economica, che paiono essere un remake già visto dei primi decenni del ‘900.   Nella furia di trovare una qualche risposta, davvero singolarmente, ci si aggrappa a ipotesi di intervento pseudo keynesiane, per le quali l’ambiente, le città, la difesa del territorio, il rispetto della natura e del clima, sono, tuttavia,  fardelli da poter trascurare in modo, anche, cinico.

Egualmente, anche se l’esame meriterebbe molto più che poche righe, seguendo la medesima falsariga accadono fatti di gravi rilevanza a seguito della crescita di un  neo-islamismo integralista. Sotto l’ombrello della difesa dall’imperialismo occidentale si propongono poteri teisti che arrivano a vietare la cultura e la conoscenza ai propri cittadini.

E’ davvero una necessità per tutti  il cambiare quanto accade e avviare la Storia verso percorsi, pure inediti, ma generosamente immaginati nell’interesse di tutti.

 

7. Qualche concetto di sintesi

Dopo aver, molto concisamente, riprodotto, attraverso i capitoletti sopra riportati, lo stesso canovaccio di narrazione, al di la dei contenuti e dei pareri espressi, che si succede circa le problematiche che scaturiscono dalla globalizzazione, mi provo a interpretarne una idea positiva per la direzione di marcia (infra 8.1) necessaria. Utile per dare corpo ad una nuova economia che vorrebe poter significare nuova Storia e maggiori speranze.

Intervengono a questo punto, secondo un approccio oggettivistico, alcune prime considerazioni:

A)    La dottrina economica risulta essere diversa non solo perché cambia lo scenario per la produzione dei beni e della movimentazione delle merci, ma anche perché il tutto avviene attraverso una riduzione o il venir meno di accordi tra i paesi. Ciascuno Stato pare essersi ritratto e lascia il campo dell’economia, riguardante la produzione e lo scambio, alla piena signoria degli attori economici che in questo caso sono diventati molto più numerosi. Mi riferisco alle società finanziarie, alle intermediazioni, al ruolo delle banche assolto attraverso una miriade di nuovi titoli che spesso sono soltanto pure manifestazioni di ricchezza astratta.

B)    Questa diversità, se vista dal lato – oggettivistico – degli interessi dei cittadini ha come risposta l’esigenza non di una assenza della politica e delle sue scelte, ma piuttosto una più penetrante necessità di dettare regole e normative entro le quali la globalizzazione possa agire. Regole e normative che certamente superano i confini dei singoli Stati e che debbono valere all’interno di macro aree geoeconomiche (infra 8.1) e tramite ulteriori accordi a livello planetario.

C)    Altra considerazione attiene al ruolo che assumono le nuove tecnologie e la loro capacita di rivoluzionare le produzioni dei beni e di introdurre concetti circa la produttività che esulano dal singolo individuo lavoratore ma che attengono invece alla qualità tecnologica degli  strumenti utilizzati. Strumenti tecnologici che sostituiscono o “accompagnano” l’uomo: la robotica avanzata, ovvero robot con avanzati sensi di intelligenza e destrezza e ancora le utilizzazioni che derivano dalle straordinarie scoperte scientifiche nel campo delle biotecnologie, per le prestazioni nel settore agricolo alimentare, nel settore dalla produzione di nuove energie. Insomma un “uso del futuro” fatto a vantaggio delle specie viventi e per la difesa del pianeta.

D)       Infine, e qui si inseriscono ulteriori elementi, la qualità del governo dei processi abbisogna non solo di norme e legislazioni adeguate, ma le stesse, anche per la loro qualità,  non possono che scaturire dalla conoscenza e dalla cultura dei cittadini che vivono all’interno delle macro aree e che possono esprimersi (i cerchi concentrici) solo con forme di partecipazione democratica avanzate  e con una visione glocal degli accadimenti, non solo economici (retro 5).

La nuova economia è al tempo stesso una diversa idea di futuro.

8. Timide proposte

Se la direzione di marcia sopra indicata viene “perlustrata” dal punto di vista politico ed economico, ritengo che l’esame della dottrina economica attraverso una impostazione che ne mette in risalto il suo carattere di disciplina scientifica (non ideologica) che contiene, in ogni tempo, queste tre caratteristiche: continuazione – evoluzione – innovazione,  possa  permetterne un esame non statico e non astorico( retro 1b).

L’approccio della scuola Oggettivistica (retro2) dovrebbe fare un ulteriore passo. Non più soltanto la volontà di scoprire le leggi economiche generali del sistema e le categorie di esse, ma anche del come queste leggi economiche possano assicurare, al meglio, le condizioni di benessere, di civiltà, di egualitarismo democratico dei cittadini.

In questo caso la dottrina economica può diventare una disciplina un po’ più complessa. Una  nuova economia che studia, dal punto di vista dottrinario, un insieme di elementi che sono tra loro in interazione. Una specie di cibernetica di settore diverso, che affronta un insieme di questioni reciprocamente condizionate e condizionanti: l’Organizzazione Istituzionale, la materia Economica, le Norme e Regolamenti che ne fissano le finalità e gli interessi, il Lavoro10. Certamente molto di più che la ricomposizione di discipline (spesso separate)  come Scienza delle Finanze o L’Econometria.

I primi rudimenti di tale impostazione dovrebbero partire già dalle scuole secondarie nello studio di discipline come la geografia e la storia, arricchendosi nelle superiori fino a trovare, organicamente, elevata sintesi negli studi universitari  che attualmente sono, in modo preponderante, tutti finalizzati allo studio del funzionamento e delle necessità dell’economia di impresa.

8.1 Alcune idee

Nel tempo attuale, superati i confini statuali, la nuova economia dovrebbe impegnarsi per la individuazione e l’approfondimento di alcune nuove categorie, che rientrano naturamente all’interno della funzionalità delle imprese e della relativa attività di produzione:

–          Individuazione  delle macro aree geoeconomiche a livello planetario,

–          Omogenizzazione delle normative all’interno delle medesime: medesima moneta, medesima fiscalità, medesimi contratti di lavoro, medesimi compiti del sistema bancario, medesime attribuzioni e ruoli di rappresentanza per le Organizzazioni sindacali dei lavoratori,

–          Fissazione, mediante accordi interni alle macro aree, dei fabbisogni dell’offerta, ovvero, ancorchè in modo elastico, delle quantità delle produzioni fondamentali,

–          Individuazione dei vantaggi, di impresa e sociali, derivanti dagli aumenti di produttività collegate alle nuove tecnologie e come redistribuirli11,

–          Fissare regole tra imprese e per la competitività tra territori, all’interno delle medesime macro aree,

–          Regolamentare il rapporto tra libertà di impresa e regole di mercato,

–          Individuazione, per via democratica, delle autorità di indirizzo, di regolazione, di controllo e, di separazione tra la moneta speculativa e quella di risparmio,

–          Individuazione delle competenze in materia contrattuale e di indirizzo verso le piccole imprese locali, da decentrare alle Istituzioni territoriali di prossimità.

A livello mondiale le Autorità di indirizzo, cui hanno diritto di rappresentanza le macroaree, dovrebbero a loro volta:

–          Fissare nuove regole per il libero scambio tra macro aree,

–          Fissare regole  circa il trasferimento delle sedi delle imprese e delle relative delocalizzazioni produttive,

–          I flussi migratori delle persone devono essere regolamentati,  con accordo internazionale, tra macro aree e non tra singoli paesi,

–          La introduzione di normative che impongano alle multinazionali  la naturale soluzione che l’esercizio di bilancio, con relativi effetti, deve essere compilato per ciascun paese dove la multinazionale produce, acquista o vende prodotti,

–          Formazione degli elenchi dei prodotti del mercato monetario che possono essere ammessi alla circolazione internazionale e trasparenza e contabilizzazione dei relativi flussi.

Possono essere naturalmente ponderate una serie di indicazioni che abbiano lo scopo di garantire la libertà di impresa e la contemporanea difesa normativa dei lavoratori e dei consumatori. Per un esempio, pure banale, si potrebbe verificare la clausola che su alcuni prodotti in commercio possa essere prevista una etichetta che deve indicare l’incidenza in % del costo della mano d’opera.

Una impostazione, insomma, che mantenendo ogni libertà alla libera iniziativa ne elimini il fardello della cultura predatoria: scomparirebbero le delocalizzazioni effettuate (non di rado) con il metodo dello scappare nottetempo e scomparirebbe il turismo fiscale. Le Istituzioni ragionerebbero oltre il cortiletto di casa, il governo delle scelte e della programmazione tornerebbe alla politica,  che a sua volta  si  rinnova per svolgere, più democraticamente ed efficacemente che in altre epoche, il compito che la storia le assegna. Forse il bene più elevato per l’umanità: la Pace, ne trarrebbe beneficio.

————————————————-

Note

1. Sono diversi decenni che le crisi si rincorrono. A intervalli, sempre più brevi, di apparente stabilità, seguono periodi di crisi ogni volta più gravi. La rappresentazione, in matematica, equivarrebbe a delle curve –una famiglia di armoniche – che presentano ampiezza e  periodo tra loro differenti.
2. La rivoluzione industriale nasce in Inghilterra nel 1760 e in Europa solo agli inizi dell’800.
3. Le religioni hanno in comune il fatto che i destini degli uomini, in ogni tempo, sono contrassegnati. Si utilizza il percorso naturale: nascita –  vita – morte, come giustificazione delle condizioni materiali del tutto differenti tra i singoli individui.
In forma valoriale, affatto diversa e come esempio, si può ricordare che nella metà del ‘500, a seguito delle «grandi riforme», in particolare quella di Calvino, prendono piede nuove concezioni che da religiose divengono ideologiche e, nei due secoli successivi, politiche e finanziarie. Tali valori hanno avuto un peso enorme nel caratterizzare la formazione della società nord americana.
Calvino, attraverso la dottrina della predestinazione, riconosce nella potenza economica «l’elezione» divina. Partendo da tale presupposto, il successo, il lavoro quale fonte di guadagno e la ricchezza vengono esaltati. Per la prima volta un’autorità religiosa dichiara lecito il prestito ad interesse del denaro, fino allora condannato come usura. Il denaro, così nobilitato, non è più solamente strumento di scambi, ma oggetto esso stesso di commercio e destinato a crescere d’importanza, sino a soppiantare, nella società dei consumi, ogni valore etico e divenire il valore.
4. Il riferimento è, ovviamente, al ruolo centrale e quasi esclusivo dell’attività individuale dei lavoratori. Si pensi al lavoro a cottimo o a quantità giornaliera di produzione per lavori effettuati con macchine utensili.
5. Non c’è alcun dubbio che chiamare scienza la “dottrina economica” appare se non una forzatura di certo un rimedio per dare giustificazione a teorie che, ancorchè apparentemente logiche, hanno una base ideologica di valori di cui ne occorre dare dimostrazione “provata”.
6. Si è completamente “assorbito”  l’aspetto esistenziale, il coinvolgente meccanismo consumista che annulla l’uomo nelle sue qualità migliori, creatività, intelligenza, spiritualità e  se ne fa una questione esclusivamente economica.
7. L’idea (Gunter Anders – Il proletariato è antiquato,  1977) è che nel tempo attuale non può esistere la categoria del proletariato. Propone un tentativo di interpretare il mondo  per cambiare il cambiamento, affinchè il mondo non continui a cambiare senza di noi. Estende  la categoria sociale del proletariato ad altre categorie che la società globale ha reso alienate. E’ il modo per dire che il proletariato perde la sua provincialità di classe e si estende a ceti una volta considerati ad esso estranei: i dipendenti privati e pubblici, i lavoratori autonomi, perfino quelli che vivono la solitudine (il proletariato integrato di H. Marcuse) del computer o della televisione. L’alienazione che diventa noia,  la sua vera maledizione, che è cosa diversa dalla miseria fisica.  Per questo motivo la emancipazione passa attraverso l’unione tra tutti gli uomini del pianeta, perché è l’umanità intera che è chiamata a fronteggiare i pericoli che derivano dalla globalizzazione e dal totalitarismo morbido che ne deriva. (ripreso da “LA SINDROME DI LEOPARDI” da me pubblicato via Web, maggio 2013).
8. Non credo ci siano dubbi riguardo il fatto che l’ingegneria istituzionale moderna, che ha fatto seguito, probabilmente, alla scolarizzazione di massa e alla necessità di assicurare ai cittadini una rappresentanza più ravvicinata, abbia finito, nelle sue forme regredite, a somigliare alle suddivisioni territoriali antiche quando le monarchie avevano  l’esigenza di assicurare un più efficace controllo del proprio regno. Si è cercata una rete amministrativa per competenze separate tanto da rendere inefficaci e non funzionali i rapporti con i cittadini. E’, credo una delle motivazioni che ha dato origine, in questo caso positivamente, all’associazionismo impegnato riguardo il governo del territorio.
9.  Mio articolo dal titolo “Le nuove frontiere dell’economia” pubblicato nel  giugno 2008 su  aprile On Line.Info.
10. Occorre affermare culturalmente e sul piano dei valori che il lavoro “è una condizione di necessità, un diritto-dovere  che deve svolgersi senza intaccare le libertà dell’individuo e senza soffocare i sogni e le aspirazioni di vita di ciascun individuo” ; sarebbe, forse, un buon viatico per il superamento del rapporto lavoro = merce. (Ripreso da un mio micro saggio: “Cambia la storia, cambia l’economia, diventano necessari nuovi strumenti di critica e di analisi” pubblicato nel mese di luglio –sul mensile PANEACQUA – del 2011).
11. Una importante correzione politico culturale nell’approccio dell’economia dovrebbe esplorare le connessioni derivanti dagli aumenti “prodigiosi” di produttività conseguenti alle scoperte della scienza e la liberazione dell’uomo dalla condizione di lavoratore merce. Non c’è alcun dubbio, ad esempio, che la diminuzione degli orari dedicati al lavoro e alla produzione aumenterebbero i tempi dedicati alla cultura, alle arti, alla musica ecc. A tutte quelle attività che fanno della vita un passaggio temporale che giustifica il piacere dell’essere vissuto e ne accresce la relativa consapevolezza, fuoriuscendo da miti e/o leggende.

gran parte dell’umanità ha, di se stessa, un idea antropocentrica…

 


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