Cassandre globalidi Rodolfo Ricci
Ormai, dallo sparuto manipolo di Cassandre estremiste e pessimiste (tra cui il sottoscritto) che da qualche anno si affannano a evidenziare gli effetti attuali e futuri delle politiche di austerity e del parallelo riaggiustamento strutturale – stile Argentina -, si è passati a ben altri megafoni e ammonimenti: dal pentimento dell’FMI che per bocca di Cristine Lagarde ha ammesso che le misure proposte per il risolvere la questione dei debiti sovrani “non funzionano”,all’ammissione di una riduzione generalizzata delle aspettative di crescita da parte del neoliberista OCSE parigino, si è passati alla pubblicazione successiva e impressionante di stime e rapporti nostrani tra cui quelli di Istat, Banca d’Italia, Chiesa Cattolica, Ufficio Studi della Cgil ed infine OIL, che dipingono un quadro di aspettative rispetto al quale, quello proposto dalle Cassandre della prima ora, sembra quasi un paesaggio arcadico.

Un anno fa ci eravamo permessi di traguardare la conclusione della crisi agli anni ’30 del secolo, in corrispondenza con la fine del dispositivo previsto dal Fiscal Compact, con annesso sacrificio di due generazioni.

Adesso l’uscita dal tunnel (che il compianto Mario Monti intravvedeva nei suoi stati onirici sbagliandone clamorosamente la datazione) pare che, a boccie ferme, arriverà verso  la fine del secolo. Almeno per il nostro paese.

Bene a sapersi, perché dobbiamo mettere in conto che le generazioni perdute saranno 4 o 5, quindi ogni gens familiare potrà programmare con calma e a lungo termine il proprio futuro.

I rapporti che si susseguono ci danno molte foto e proiezioni; non ultima quella che la metà dei giovani italiani è pronta con le valigie in mano per allontanarsi il prima possibile dal bel suol natio, mentre 300.000 all’anno se ne vanno di già; che i livelli occupazionali del 2007 saranno nuovamente raggiunti solo verso il 2.070. Che gli oltre 280 miliardi di Euro che si sono dissolti in corso d’opera negli anni 2007-2011 sono svaniti definitivamente.

Per quanto riguarda il presente e il futuro imminente, invece, la disoccupazione, giovanile e non, continuerà salire ed analogamente, il debito pubblico, mentre è certo che solo pochi altri indicatori sono destinati a ridursi: quello relativo al PIL, ai risparmi e ai patrimoni delle famiglie (già abbondantemente compromessi) e anche ai patrimoni pubblici (cioè di tutti noi messi insieme) i quali saranno nel corso dei prossimi anni svenduti a prezzi da realizzo a coloro che sono ben forniti di titoli (in gran parte carta straccia) e che con essi si divertiranno ad acquisire beni fisici reali: case, edifici, opere pubbliche, beni storici, aziende partecipate, ecc.

Alla fine di queste salvifiche operazioni, che saranno fatte con cura e con sottile tempistica, ci ritroveremo quindi con molte mosche in mano, su un suolo merdifero ben concimato dal neoliberismo sul quale crescerà ogni mala pianta: dai suicidi di massa, ad esplosioni di collera sociale generalizzate, ad azioni di vario brigantaggio, e chi più ne ha più ne metta.

La cosa è più o meno chiara nella sua evidenza; ciò che è meno evidente è il perché di questo improvviso e contemporaneo proliferare di Cassandre; si possono fare alcune ipotesi:

1)- I sacerdoti (tecnici) del mercato non sanno più che pesci prendere; sono consci che la frittata è stata fatta già un bel pezzo di tempo fa e non sono in grado di porvi rimedio.  Lanciano quindi queste grida di dolore alla sfera politica, che però nel frattempo (da un bel po’ di tempo) non esiste più perché si è trasformata in mera esecutrice ed amministratrice dei danni già prodotti con l’unica autonomia residua che è costituito dal suo potere di contenimento  degli effetti, corroborata da amplie schiere di dipendenti parlamentari e da media embedded al 99%, secondo uno schema inaugurato nella prima parte del secolo breve e che nel secondo dopoguerra è stato scientificamente perfezionato.

2)- Questo proliferare di scenari apocalittici servono ad ammansire le folle facendo notare che al peggio non c’è limite, e che quindi è opportuno lasciare agire il manovratore sperando che le sue mosse nel mare in tempesta siano azzeccate. Così è stato per il governo di quel galantuomo di Mario Monti, così facciamo per il più giovane e modesto Letta Enrico, dimenticando che i due si comportano come l’assistente delle macchine a controllo numerico, o del pilota automatico.

Tanto per le critiche c’è sempre tempo ed esse si dispiegano secondo un nuovo schema – grottesco se non fosse tragico – che prevede la critica posticipata da parte degli stessi che sono stati responsabili dei danni e sostenitori delle politiche precedenti. Come si evince con chiarezza, non si tratta mai di autocritica (il che implicherebbe la messa in discussione dei principi seguiti e degli argomenti utilizzati), ma solo di critica di quelli che c’erano prima, che, guarda caso, sono gli stessi che ci sono adesso e che se va bene, subiranno, dai medesimi, critiche al vetriolo in futuro.

Questa proliferazione di identità dentro gli stessi corpi, fa pensare che siamo entrati dentro un nuovo capitolo della storia, in cui scompaiono i concetti di responsabilità, del principio di realtà, insomma della logica, per essere sostituiti definitivamente dai meccanismi dell’inconscio freudiano (un inconscio in questo caso decisamente perverso) che, come dire, si esprime per narrazioni autoavverantisi o autofalsificantesi, per spostamenti  bilaterali, per schizofrenie.

Il governo Letta è più o meno una creatura di questo tipo.

Voluta da un Presidente che, come già accaduto, si esercita anch’esso nella critica feroce dei danni di cui è stato artefice convinto. Adesso tuona contro l’assenza di adeguata attenzione verso il mondo giovanile disoccupato e disilluso, il cui indice di assenza dal mondo del lavoro è passato negli ultimi due anni neopresidenziali, dal 15 al 40%.

Poi, tutti assieme appassionatamente, convergono sull’esigenza delle riforme istituzionali che da decenni costituiscono l’uovo di Colombo, o l’argomento psicoanalitico per eccellenza per tutti coloro che non vogliono prendere in considerazione la questione vera: quella della pessima distribuzione delle ricchezze in Italia (e in Europa), per restare a casa nostra, quello della libertà dei movimenti di capitali e di un’organizzazione economico-finanziaria che ha finito per intaccare lo stesso modello di accumulazione capitalistica –secondo una visione keynesiana e riformistica –  o, se si vuole essere più radicali, di uno strapotere della finanza come unica condizione per perpetuare il dominio delle elite economico-finanziarie che, quanto a produttività  sociale, avrebbe fatto il suo tempo e potrebbe essere messo a tacere per sempre.

Siccome l’opzione che abbiamo di fronte sarebbe, per l’appunto, epocale, chi se la sente di prendere il toro per le corna ? Stiamo scherzando ? Meglio prendere tempo e rimandare ad uno scenario presidenzialista le scelte del caso: molto improbabile che siano scelte “rivoluzionarie”, molto più facile e ovvio che nelle teste di questa gente si aggirino scenari autoritari: d’altra parte le lungaggini imposte dai processi democratici, (non quelli di partecipazione allargata, ma addirittura quelli della rappresentanza parlamentare in chiave liberaldemocratica) non sono più compatibili con i tempi e con gli accordi internazionali, cioè con la gestione di quelle prospettive indicate nei rapporti delle cassandre globali.

Né è bene che la conflittualità di chi un lavoro ce l’ha ancora, riprenda qualche minimo vigore. Se si vuole dar lavoro ai giovani sono necessarie scelte rapide a bassa o nulla mediazione e contrattazione. E senza troppi distinguo in sede di discussione parlamentare allorchè si dovranno prendere ulteriori decisioni su mercato del lavoro e welfare: d’altra parte, in un mondo in cui di lavoro serve sempre meno, o ci si abitua a pretendere di meno in termini di salari e di diritti, oppure non venite a romperci le scatole, soprattutto con quelle fandonie sulla produttività (sociale) o con il general intellect.

Lontana mille miglia l’ipotesi di un salario di cittadinanza: in un paese che ha bisogno di tornare ad essere competitivo, la competitività si guadagna mantenendo basso il costo del lavoro, quindi la concorrenza tra lavoratori costituisce una “conditio sine qua non”. Piuttosto abbiamo bisogno di un nostrano dumping  che generi un nuovo flusso di capitali esteri, ecc. ecc.

A tutto ciò ammiccano i falsari della maggioranza bilaterale nella loro opera di governo di scopo sotto la guida del “vibrante” Presidente nato nel 1925.

Certo che rispetto a tanta convinta sollecitudine e progettualità, l’opposizione appare oggettivamente deboluccia; non tanto per lo sbandamento post elettorale che ha colpito l’M5S e su cui non intendo spendere tempo qui, ma perché, se ci fate caso, anche la narrazione dell’M5S ripercorre schemi ed argomenti che continuano in buona parte a definirsi all’interno del campo di gioco avversari: casta, costi della politica, incandidabilità di Berlusconi, trasparenza, ecc. ecc., cose di una certa importanza, certamente, che sembrano costituire anche per l’opposizione, l’unico quadro argomentativo e di azione politica possibile.

Anche da queste parti, come nei perimetri della sinistra residua e poli-periferica, prendere il toro per le corna appare impresa rischiosa.

E certo che lo è, soprattutto per un movimento allo stato nascente, ma a me sembra che col passare dei giorni, la gente si stia davvero stufando di dover ascoltare le sintesi strapazzate dei post del blog di Beppe Grillo su queste tematiche standard.

Torno dunque alla questione posta all’inizio, quella degli scenari a medio-lungo termine che sono riservati  a noi e alle tre generazioni future; se le prospettive delle Cassandre Globali hanno qualche fondamento, bisognerebbe avere un momento di resipiscenza e di abbassamento reciproco della cresta: nell’agitazione della fine della seconda repubblica, la cacca ci è arrivata al mento. Ancora qualche mese e la respirazione sarà impossibile.

I tempi per la costruzione di un fronte che superi etichette e divisioni inter ed extra-parlamentari sono brevissimi. Dopodichè la storia prenderà altre strade senza chiedere il permesso a nessuno. Non saranno necessariamente le migliori.


Scopri di più da cambiailmondo

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

2 risposte a “Cassandre globali, risposte parrocchiali ?”

  1. Avatar valeria manini
    valeria manini

    Troia vive ancora, non sono neppure finiti i Troiani, se pensiamo a Virgilio L’economia è il governo della casa , se il FMI facesse la brava massaia, la crisi finirebbe e non si cancellerebbero generazioni Ci sono bravi economisti Non è vero che il quozieìnte di intelligenza degli europei è diminuito Purtroppo sono aumentati gli speculatori e le banche miste cooperative od etiche non sanno fare il loro mestiere Speriamo nella BCE e nelle nostre teste

  2. Avatar Tonino
    Tonino

    Carissimo, ottima disperazione. Stavo scrivendo un articolo sullo stesso tono, ma il tuo è semplicemente eccellente.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

VOCI DAL MONDO CHE CAMBIA

Seguiamo i cambiamenti da punti diversi del mondo. Ci accomuna il rifiuto di paradigmi ideologici e unilaterali. Un mondo multipolare implica pari dignità dei luoghi da cui lo si legge. Magari ci si avvicina alla realtà…
Sostienici !




Altre news

da EMIGRAZIONE NOTIZIE


da RADIO MIR



da L’ANTIDIPLOMATICO


1.384.964 visite

META

Scopri di più da cambiailmondo

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere