di Alessandro Nigro (Quito, Ecuador)
È notizia di questi giorni la fuga di migliaia di siriani che lasciano le proprie case a causa del conflitto in corso per rifugiarsi nei Paesi vicini. Non si tratta di un caso unico: nel mondo, ogni anno, ci sono milioni di donne e uomini che fuggono dai propri Paesi a causa di guerre e persecuzioni ed emigrano, alla ricerca di un luogo più sicuro dove poter vivere. Dalla comunità internazionale queste persone sono definite “rifugiati” e godono di una protezione ben definita e accettata da tutti gli Stati, essendo il loro status giuridico adeguatamente regolato fin dal 1952 dalla Convenzione di Ginevra e dal suo Protocollo addizionale del 1967.
Sui mass media però non appare un altro tipo di rifugiato, una figura nuova che è comparsa solo negli ultimi decenni: i “rifugiati ambientali”.
Si tratta di persone costrette a partire a causa del deterioramento ecologico dell’ambiente in cui vivono e, per questa ragione, in maniera simile ai rifugiati disciplinati dalla Convenzione, sono spinti a fuggire dai propri Paesi per cercare condizioni di vita più salubri altrove. La differenza tra i “rifugiati convenzionali” e questa nuova categoria risiede nella causa che è alla base dello sfollamento: la minaccia o il timore di persecuzioni per motivi sociali, politici o etnici per i primi; il deterioramento, spesso irreversibile, dell’ambiente per i secondi. Talvolta il deterioramento delle condizioni ecologiche di un determinato luogo può raggiungere livelli tali da non permettere più vita, e l’unica opzione che rimane per la popolazione coinvolta è quella di spostarsi in un luogo più sicuro.
Mentre i “rifugiati convenzionali” sono sempre esistiti come conseguenza diretta di guerre, conflitti politici, etnici o religiosi, i “rifugiati ambientali” sono, in parte, un fenomeno nuovo, così come nuovi sono i fattori che forzano una determinata popolazione a spostarsi: il mutamento climatico, ovvero l’alterazione della composizione dell’atmosfera mondiale prodotta dall’attività umana attraverso l’aumento dei gas a effetto serra che imprigionando i raggi solari creano un effetto di riscaldamento o raffreddamento globale.
Solo negli ultimi decenni la comunità internazionale si è resa conto del pericolo che il mutamento climatico porta con sé e sta tentando, con molta difficoltà, di raggiungere un consenso unanime per limitare quanto meno gli effetti più gravi. Se da un lato la comunità internazionale appare informata delle possibili implicazioni che il mutamento climatico porta con sé e, soprattutto, appare già sulla strada di limitare le emissioni di gas a effetto serra, così come dimostrano le parole inascoltate pronunciate durante le Conferenze di Kyoto e Copenaghen, dall’altro essa non pare comprendere realmente la conseguenza più diretta e visibile che il mutamento climatico produce, ossia le migrazioni forzate.
Al contrario, molti studiosi di diritto internazionale e, soprattutto, molte organizzazioni non governative chiedono di colmare questa lacuna del diritto internazionale e arrivare a una definizione giuridica internazionalmente accettata dei “rifugiati ambientali”, che potrebbe assicurare loro una protezione uguale a quella che oggi è riconosciuta per i “rifugiati convenzionali”.
La necessità che si giunga con la massima urgenza a concedere una protezione a queste persone è, inoltre, testimoniata da numerosi studi che dimostrano come il mutamento climatico spinga una quantità sempre maggiore di persone a fuggire dalla propria casa. Già oggi i rifugiati ambientali rappresentano il 60% di tutte le persone implicate in trasferimenti forzati e questa quota andrà crescendo nei prossimi anni. Alcuni studiosi hanno definito il XX secolo come il “secolo dei rifugiati”, in quanto milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case a causa delle guerre che lo hanno attraversato. Parallelamente si potrebbe definire il XXI secolo come il “secolo dei rifugiati ambientali”, tenendo in considerazione l’enorme numero attuale e futuro di evacuati per cause ecologiche.
Un’ulteriore preoccupazione proviene dalle analisi sull’area di maggiore impatto dei fenomeni ecologici correlati al mutamento climatico. Infatti, anche se questi fenomeni si verificano in quasi tutto il mondo, essi danneggiano soprattutto i Paesi meno sviluppati economicamente e tecnologicamente, perché non dispongono dei mezzi sufficienti né per prevedere i possibili disastri naturali, né per far fronte alle sue conseguenze. L’impoverimento, la forte dipendenza della popolazione dalle risorse naturali, la fragilità degli ecosistemi, la debolezza delle infrastrutture e le limitate conoscenze tecnologiche e scientifiche limitano fortemente la capacità di adattamento dei Paesi in via di sviluppo e riducono la possibilità di dare una risposta adeguata alle sfide disegnate dal mutamento climatico.
Anche analizzando gli effetti del mutamento climatico in una prospettiva di genere si nota che l’impatto maggiore è sulle donne, più vulnerabili degli uomini perché più povere e dotate di meno potere rispetto ai maschi. Molto spesso le donne sono le prime vittime dei danni provocati dal mutamento climatico perché non possiedono le stesse risorse in termini di accesso all’istruzione e al lavoro salariato che possiedono gli uomini.
Se la necessità di riconoscere e proteggere i “rifugiati ambientali” è avvertita unanimemente nella comunità scientifica lo stesso non accade in ambienti politico-statali. Gli Stati ricchi, gelosi delle proprie sovranità, sono riluttanti a concedere un qualsiasi tipo di protezione ai “rifugiati ambientali”, prevalentemente per motivazioni di natura politico-elettorale, per cui si approvano misure fortemente restrittive delle migrazioni, nel cui pentolone rientrano anche i rifugiati, senza fare tra l’altro nessuna distinzione tra coloro che migrano volontariamente per ragioni economiche e coloro che sono forzati a scappare per ragioni esterne alla propria volontà. Le politiche migratorie dei Paesi ricchi tendono ad identificare l’immigrato, in primo luogo, come una minaccia alla sicurezza, e, in secondo luogo, come una risorsa umana facilmente sfruttabile, e non per quello che realmente è: un essere umano che necessita aiuto e protezione.
Dell’importanza del riconoscimento internazionale dei “rifugiati ambientali” sono testimonianza i numerosi studi che dimostrano in maniera univoca una connessione diretta tra il degrado ambientale e la migrazione.
Per questo motivo, gli Stati ricchi, ossia i principali colpevoli dell’inquinamento mondiale, sarebbero in qualche modo obbligati a riconoscere questa figura e a concederle protezione. Si tratterebbe di ammettere gli errori prodotti negli anni da un modello di sviluppo sbagliato, basato su una crescita economica che non tiene conto dei danni ambientali prodotti nel lungo periodo. Per di più, oltre alla necessità di proteggere queste persone per motivi umanitari, si riconoscerebbe a livello internazionale la “responsabilità dell’inquinatore”, ossia il principio secondo cui “chi inquina paga”. Chiaramente, la concessione di tale protezione non va disgiunta da tutta una serie di misure per sradicare alla base le cause di questi sfollamenti: si dovrebbe investire in piani di prevenzione, adattamento e mitigazione dei disastri naturali. Parallelamente si dovrebbe tentare di ridurre gli effetti del riscaldamento globale attraverso una graduale riduzione delle emissioni dei gas a effetto serra così come stabilito dal Protocollo di Kyoto, essendo questi ultimi i maggiori responsabili del mutamento climatico.













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