di Massimo Demontis (Berlino)
Evitare una Caporetto sulla Grecia. Lo spettacolo offerto dall’Eurogruppo nella notte tra domenica e lunedì è di quelli che fanno felici tutti i membri della famiglia e soprattutto il capo famiglia, nello specifico Angela Merkel. La Cancelliera tedesca era molto preoccupata per come si erano messe le cose prima del vertice dei ministri delle Finanze dell’Eurogruppo. Lo spettacolo di conseguenza doveva necessariamente prevedere un lieto fine, il mago doveva tirare fuori dal cappello un bel coniglio (o un pinocchio dal naso lungo?) ed evitare alla Merkel una Caporetto prima del 2013.

 

Un passo indietro

Cos’è che aveva reso insonne la notte della Merkel prima del vertice e procurato un forte mal di pancia al ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble?

Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale, aveva chiesto un taglio dei debiti di Atene dichiarando: “Si tratta di approvare finalmente un pacchetto-Grecia che sia oggi credibile e domani solido e non sia un libro dei desideri”.

Il messaggio della Lagarde era diretto a Berlino, alla politica dei “piccoli passi e del rigore” della Merkel. La richiesta del direttore del Fmi, un taglio dei debiti a carico del settore pubblico dopo quello di 107 miliardi a spese del settore privato, come ci si attendeva era destinata a infrangersi sul niet dei tedeschi.

Il coniglio tirato fuori dal cappello dai maghi dell’Eurogruppo è pura cosmesi nonostante le dichiarazioni ottimistiche della Lagarde secondo la quale la Grecia “avvia ora un percorso di sostenibilità del debito e potrà tornare sui mercati finanziari” e l’uscita trionfalistica –“siamo stati molto efficienti” – di Wolfgang Schäuble.

I 44 miliardi concessi alla Grecia dai 17 ministri delle Finanze dell’Eurogruppo, che saranno versati in quattro rate dalla metà di dicembre sino a fine marzo 2013, basteranno giusto a pagare stipendi e pensioni e forse stabilizzare momentaneamente le banche, ma non salveranno Atene dal disastro.

Per la Merkel l’accantonamento delle malsane idee di taglio del debito era una conditio sine qua non. Come potrebbe lei, la Giovanna d’Arco dei contribuenti tedeschi, la vestale dell’austerità nordica incassare una Caporetto proprio sul suo cavallo di battaglia a un anno dalle elezioni politiche tedesche e giocarsi i sondaggi che la danno vincente, almeno dal punto di vista personale?

È questo il tema centrale che eterodirige la politica tedesca: la paura della Cancelliera di deludere gli elettori tedeschi e perdere le elezioni perché un nuovo taglio dei debiti della Grecia, con il coinvolgimento dei creditori pubblici, significherebbe dover sborsare soldi dei contribuenti (si calcola siano 23 miliardi).

Tuttavia la politica del rigore e dei piccoli passi di Berlino, anche se il governo tedesco non è solo su questa linea, ha definitivamente messo in ginocchio la Grecia. Le cure da cavallo dell’austerità imposta ad Atene hanno avuto sinora come risultato: disoccupazione di massa, disperazione, impoverimento, recessione e l’aumento dell’indebitamento dello stato passato dal 112 per cento del 2008 al 176,7 per cento del 2012 al (stimato) 188 per cento del Pil nel 2013.

 

Il vaglio dei Parlamenti

Il pacchetto Grecia passa ora al vaglio dei Parlamenti nazionali nella consapevolezza che la trovata di Bruxelles pensata dai maghi delle finanze non basterà a salvare Atene dalla bancarotta, ma soltanto a prendere tempo.

Gli economisti su questo punto sono d’accordo: le casse della Grecia possono essere risanate solo con un secondo taglio dei debiti. Sarà poi vero?

“Il taglio dei debiti dovrebbe essere fatto adesso e lo si dovrebbe anche chiamare con il suo nome” dice Clemens Fuest ecomonista dell’università di Oxford, sostenuto dal collega euro scettico Hans Werner Sinn presidente dell’Ifo che afferma: “La politica vuole rinviare gli oneri nel tempo anche se questi diventano sempre più grandi. Quanto prima i creditori si liberano della propria illusione che la Grecia pagherà i debiti, tanto meglio sarà”.

Pensieri che sembrano materializzarsi anche nella testa di Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, se si spinge a non escludere in toto un taglio dei debiti per la Grecia quando le “riforme siano state completate”.

Il capogruppo SPD in Parlamento Frank-Walter Steinmeier, lasciando intendere che i socialdemocratici non si opporranno al pacchetto, ha però voluto rimarcare che “il taglio dei debiti non è evitato, ma soltanto rimandato al dopo elezioni (politiche, ndr) ”.

 

Tagliare il debito per evitare l’incendio?

Basterà il taglio dei debiti che verrà a salvare la Grecia dal fallimento? E non è forse meglio per la Grecia uscire dall’euro per provare a rimettere in moto la propria economia tornando alla dracma?

Quanto peserà sulla stabilità e sul futuro di Italia, Spagna e Portogallo e financo della Francia l’ammissione che Atene non è salvabile e che la sua uscita dall’euro non è più procrastinabile? Come reagiranno i mercati? Quali possono essere le conseguenze del fallimento della Grecia?

L’imperativo categorico nelle cancellerie dei governi europei e in primis a Berlino è evitare il propagarsi dell’incendio greco che è incendio della moneta unica e del costrutto Unione europea.

Non nascondiamoci però dietro a un dito perché non serve a nessuno.

La Grecia è già fallita, crocefissa sull’altare dell’austerità, corrosa da una recessione che sembra non avere fine, piegata anche dalla sua permanenza nell’euro. E violentata dalla miopia, dall’incapacità politica, dalla corruzione e dal malgoverno di una classe dirigente che ha creato tutte le condizioni e le premesse per contribuire a metterla in ginocchio già prima, durante e dopo l’introduzione dell’euro.

Arriva sempre il momento in cui bisogna chiamare le cose per nome.

Il problema – qui e ora, nella situazione e nelle condizioni attuali – per la Grecia è l’euro e con esso tutto il costrutto attuale dell’Unione europea.

Questo mix raffazzonato in cui abbiamo creduto e crediamo ancora, ma con sempre minor entusiasmo. Questo leviatano con i suoi lontani apparatici burocratici e i suoi zoppicanti processi decisionali. Questa “cosa” in cui gli Stati membri sono tenuti assieme dalla moneta unica e dalla libera circolazione di persone e merci, ma che è reso estraneo e dispari da sistemi fiscali e bancari diversi, da sistemi industriali di peso profondamente differente, da una bilancia commerciale sbilanciata a favore degli uni e a sfavore degli altri, con un diverso mercato del lavoro. Un oggetto del desiderio senza una lingua comune, senza un senso di appartenenza vero, forte, senza un senso di solidarietà condiviso. Senza spina dorsale.

Come sembra lontano in questi tempi lo spirito di Ventotene.


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