di Roberto Musacchio
Come tutte le volte che c’e un evento che indica che le cose stanno cambiando, per orientarsi e’ bene provare a mettere in fila i dati e vedere quanto sia da modificare il paradigma con cui si guarda alla realta’. Guardiamo dunque a ciò che e’ successo nel voto siciliano. Il dato sicuramente più enorme e’ che più di un siciliano su due non ha votato. Una astensione quantitativamente e qualitativamente senza pari nella storia repubblicana. Quantitativamente per ragioni evidenti ma qualitativamente perché esprime un rifiuto complessivo dell’offerta politica esistente che certifica una rottura generale cui contribuiscono con ogni probabilità aspetti molteplici, dalle politiche europee, alla marcescenza della seconda repubblica italiana, alla rinnovata questione isolana.
Tanto enorme il dato astensionistico che relega al secondo posto della analisi la rilevanza del voto al movimento cinque stelle, che pure diviene il primo partito e dunque rappresenta la novità saliente della rappresentanza.
Anche la lista dei Forconi che richiamava una lotta locale assurta agli onori della cronaca nazionale raggiunge un risultato ma minore a dimostrazione che comunque c’è nel voto una valenza più generale cui il voto stesso aspira a riferirsi.
Meglio dunque il voto a Grillo perché dotato appunto di un portato più sistemico su scala nazionale e anche europea laddove denuncia la tecnocrazia e la finanziarizzazione.
Di conseguenza a questi due fattori, il cosiddetto perimetro della governabilità, quello riferibile ai due poli del maggioritario della seconda repubblica, arriva a non più del 35%, diviso in tre aree. Il 35% e’ una dimensione ridottissima in cui sono confinate le rappresentanze che, pur con prospettive diverse, si situano dentro la gestione delle politiche europee.
Se pensiamo alla durezza della austerità e al carattere così spregiudicatamente costituente della fase gestita dalle tecnocrazie europee, questo 35% parla di una crisi di consenso gigantesca che non a caso cerca di avvalersi sistematicamente di forme coercitive più o meno dirette.
Più che un perimetro della stabilita’ sembra dunque un recinto, una sorta di fortezza armata, come d’altronde lo e’ l’Europa attuale. E le proporzioni rovesciano quelle di cui si discusse ai tempi della cosiddetta societa’ dei due terzi.
Vince Rosario Crocetta, personalità con una propria storia politica, e vince l’accordo Pd – Udc. Ma il Pd perde diversi punti percentuali e la coalizione non ha la maggioranza in Assemblea. Si può dire che Crocetta ha utilizzato uno spazio politico apertosi con la crisi delle egemonie politiche cosi’ come lo fece Orlando per le comunali di Palermo, ma in modo inverso.
La destra si divide, come nazionalmente e con in più le dinamiche locali che comunque sono sempre connesse a una crisi di leadership e di politica. La sinistra ha un risultato mediocre ma che va visto in modo più riflettuto. Innanzitutto la candidata presidente supera lo sbarramento nonostante gli incidenti di percorso che hanno azzoppato Fava.
Se ci fosse stata una sola lista e non due sarebbe entrata in Parlamento Regionale. Naturalmente non ce la si cava con inutili polemiche sul perché si sia arrivati alla doppia lista; ma serve rifletterci perché aiuta a discutere sul futuro e sulle possibilità di una nuova fase per una sinistra, e una proposta politica, fuori dal recinto della governance europea.
Il dato numerico della sinistra infatti non e’ poi così diverso da quello delle serie storiche delle formazioni che occupano quello spazio politico. Anzi si può dire che astensione e grillismo mordono, e mangiano, assai più sulle forze della governabilità. E che dunque e’ assai meno fondata di quello che sembrerebbe la posizione di chi dice che tra centrosinistra e Grillo non ci sarebbe più spazio politico.
Proprio la vittoria di Orlando di qualche mese fa dice esattamente il contrario. E il voto regionale di domenica aggiunge che i vecchi assetti della seconda repubblica sono ridotti, dal punto di vista del consenso, appunto a dimensioni minime e attraversati da grandi contrasti. Lo stesso centrosinistra appare ormai sempre più una mera coalizione del Pd che si estende a forze che ne accettano la egemonia.
Egemonia che appare assai più basata su posizionamenti politici piuttosto che su costruzione di consenso convinto e motivato. Cosi’ dice anche il voto siciliano. Che per quanto detto appare assai piu’ nazionale, ed anzi europeo, di quello che si potrebbe pensare. Come nazionale ed europeo e’ il voto di Grillo. Con tutta probabilità lo stesso Pd sarà portato in questa fase a riassestare la propria collocazione in vista delle elezioni nazionali.
Con tutta evidenza le forze che gestiscono la fase costituente europea vedono nel Pd un elemento assai più stabile ed affidabile nel consentire di realizzare le politiche europee. Ma il Pd da solo non basta. Dal voto siciliano la spinta a un accordo con le forze di centro torna ad essere evidente ma questo non fa che confermare una tendenza strutturata a livello europeo.
Può riproporsi anche il tentativo di provare a contrastare Grillo inventando forme di cooptazione della cosiddetta società civile. Ma questo e’ reso arduo e difficile dalle compatibilità imposte che sono ampiamente richiamate dalla carta di intenti. Se si ragiona in modo attento si può vedere che uno spazio per una politica autonoma dai diktat non viene sconfessato dal voto siciliano. Anzi.
La possibilità di una politica corsara, e non ascara, c’è e come. Come in tutta Europa. Ma con la particolarità italiana che richiede una effettiva capacita’ di innovazione profonda nelle forme della politica e della rappresentanza e non puri assemblaggi. Perché non provarci?
FONTE: Altramente.org














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