di G.K. Zanetta
Per comprendere meglio la situazione odierna della Turchia, conviene ricordare cosa accadde lo scorso anno e, più particolarmente, la campagna elettorale e i risultati delle elezioni politiche generali del 2011. In quella circostanza, il Partito di Erdogan (AKP) ha quasi sfiorato la maggioranza assoluta dei consensi, arrivando a raccogliere all’incirca il 49% dei voti, tanto che in Parlamento gli mancano soltanto 4 voti per modificare unilateralmente la Costituzione turca. Ricordiamo, in più, che Erdogan veniva da un periodo di flessione nei sondaggi, da cui si è ripreso con la vittoria al referendum costituzionale del settembre 2010. Come è avvenuta, tuttavia, quella ripresa?
Bisogna rammentare – e si tratta di un elemento non trascurabile – che Erdogan, resosi conto dell’impossibilità di sfondare elettoralmente verso il centrosinistra (ma occorrerebbe chiedersi se davvero in Turchia esista una simile area politica, tenuto conto delle contraddizioni in cui si dibatte il CHP, il partito kemalista, impregnato di un nazionalismo in stile ottocentesco e che, pur richiamandosi ufficialmente alla socialdemocrazia europea, non ha ancora sviluppato, al suo interno, un dibattito fecondo di conclusioni positive in tema di tutela dei diritti umani, soprattutto delle minoranze), si è pericolosamente, ma nell’indifferenza generale sia interna sia esterna, buttato verso destra, scavalcando nei toni persino il partito nazionalista dei vecchi lupi grigi (MHP).
Se andiamo oggi a guardare i sondaggi elettorali, osserviamo le conseguenze di questo spostamento a destra. Difatti, l’AKP decolla nei sondaggi arrivando praticamente a toccare quasi il 52% dei voti, mentre l’MHP cade verso il 7% dei voti, segno, questo, di un’erosione di consensi della vecchia destra nazionalista in favore dell’AKP, dal momento che quest’ultimo partito viene percepito come migliore garante del nazionalismo turco.
All’interno dell’AKP, quindi, finiscono per convivere diverse anime, non sempre in pace fra loro: un’anima imprenditoriale, un’anima tradizionalista in senso religioso e un’anima nazionalista, con però uno spostamento evidente, anche dai toni usati da Erdogan, verso quest’ultima.
Cosa è successo nel frattempo? Ciò che è accaduto nel corso di tutto questo anno conferma lo spostamento a destra dell’AKP. Infatti, mentre l’ipotesi di una soluzione politica al problema curdo magari grazie a una riforma costituzionale è andata completamente in stallo, è riesploso in maniera violentissima il conflitto col PKK nel Kurdistan turco. Il conflitto avviene su più livelli: un livello militare diretto con continui scontri tra esercito turco e guerriglieri, specialmente nella regione di Hakkari direttamente confinante col nord Iraq, dove il PKK ha la sua base, più precisamente a Qandil, e da dove compie azioni militari con effetti oltremodo sanguinosi contro l’esercito turco; un livello più militare-popolare con la repressione delle attività di guerriglia urbana del PKK nelle altre regioni del sud est; la lotta contro il BDP, partito espressione dell’etnia curda, che per la prima volta ha fatto nel 2011 il suo ingresso in Parlamento, ma che è stato avversato da Erdogan con discorsi dai toni molto duri.
La lotta contro il BDP non è avvenuta esclusivamente sul piano parlamentare ma anche attraverso mezzi giudiziari. Feroce è la repressione operata dai giudici, troppo spesso proni verso l’AKP, coi processi KCK. In sostanza, i giudici colpiscono, con le loro azioni, molti membri del BDP con l’accusa di essere, ovviamente in modo non ufficiale, membri anche del Partito Comunista Curdo, sostenendo di conseguenza implicitamente che il BDP costituisca l’espressione legale del PKK. Molti sono i processi di questo tipo in corso in Turchia in cui sono imputate centinaia di persone.
I processi hanno luogo dinanzi a corti speciali, dove vengono menomati i diritti degli imputati, a partire dal diritto di esprimersi nella propria lingua, sulla base della legislazione antiterrorismo.
Parallelamente, va osservata in aggiunta la compressione in atto delle libertà fondamentali, a iniziare dalla libertà di stampa, tant’è vero che i giornali, se riportano le notizie sui processi KCK, lo fanno senza entrare nei dettagli, soltanto in piccoli trafiletti, se non addirittura censurano il tutto e, così, per avere informazioni in proposito occorre addirittura consultare la stampa estera per capire ciò che accade in Turchia.
Affianco a quest’autocensura effettuata direttamente dai giornalisti, procede l’opera di intimidazione poliziesca e giudiziaria nei confronti di quei giornalisti che, per contro, hanno tutta l’intenzione di riportare liberamente le notizie, oltreché di criticare esplicitamente il Governo. Decine sono i giornalisti spediti nelle carceri turche.
Si assiste, perciò, al calare sul paese di un’atmosfera sempre più autoritaria e repressiva, favorita tra l’altro dalla personalità dello stesso Erdogan, certamente non modesta e umile, quanto piuttosto aggressiva, non accomodante, poco umile e scarsamente incline al confronto democratico. Il tutto, peraltro, in un quadro politico-sociale abituato, dapprima coi sultani e poi con Ataturk, all’idea del capo carismatico, indiscutibile e infallibile, e guida della Nazione.
Senonché, l’idea di uno spostamento a destra non nasce per caso o solo per ragioni elettorali. A parte il quadro politico-sociale ora delineato, non va tralasciato l’aspetto economico della situazione turca. La necessità di mostrare maggiore aggressività sia verso l’interno sia verso l’esterno può esser derivata dal fatto che il Governo turco fosse ben cosciente che, prima o poi, sarebbe arrivato un rallentamento economico, rallentamento che adesso è in atto (la crescita del PIL turco si attesterà nel 2012 al 2,9%, ma se teniamo conto del fatto che l’inflazione turca si attesta mediamente ogni anno tra l’8 e il 10%, le conseguenze reali sull’economia non tarderanno a farsi sentire, comprimendo redditi medi che non superano i 10.000 dollari per anno).
La Turchia, fino al 2011, è cresciuta con ritmi da tigre asiatica, sebbene non si vedano in Turchia quelle realizzazioni che contraddistinguono, tanto per dire, la crescita economica cinese. La crescita turca è dipesa, detto in estrema sintesi e con un po’ di semplificazione, da una serie di fattori riassumibili negli investimenti diretti dall’estero, che i turchi sono stati bravi ad attirare, e da una formidabile espansione del credito al consumo che le banche e la Banca Centrale turca hanno irresponsabilmente favorito, tra l’altro in un paese a tendenza fortemente inflattiva.
Il Governo, cosciente del rischio dell’esplosione della bolla monetaria e creditizia, ha messo in atto una politica di bilancio restrittiva al fine di arrivare al “soft-landing” dell’economia turca di cui parlava lo scorso anno il Ministro dell’Economia, Ali Babacan.
Il soft-landing è in corso, ma naturalmente la responsabilità della decelerazione economica non è stata imputata dal Governo turco agli squilibri dell’economia locale in termini di inflazione, bolla monetaria e scarsa capacità produttiva autoctona (i turchi, difatti, manifestano sempre la tendenza ad autoassolversi dalle proprie colpe e ogni malanno che li colpisce non è mai colpa loro, ma sempre di qualche forza maligna esterna), bensì alla crisi economica in corso in Europa e, ad esempio, alla crisi in Siria che colpisce le regioni anatoliche confinanti con l’area del conflitto.
Naturalmente, poi, per il cittadino medio turco è facile finire vittima di una simile propaganda governativa, dato che il tasso di acculturazione del turco medio è purtroppo alquanto basso. È chiara, allora, la volontà del governo di indirizzare l’attenzione dell’opinione pubblica, semmai si possa usare una simile espressione, contro il nemico interno ed esterno, quest’ultimo individuato ovviamente nel regime sanguinario di Assad.
La politica estera del governo turco, partita con indirizzi abbastanza pacifisti (ricordiamo la politica dei “problemi zero” coi vicini, teorizzata da Davutoglu, l’attuale Ministro degli Esteri), ha compiuto pertanto una virata verso indirizzi maggiormente bellicisti, senza che Davutoglu ne abbia minimamente tratto le conseguenze dimettendosi. Al contrario, egli sembra averla voluta e guidata, contemporaneamente alla svolta a destra dell’AKP.
Dietro il suo sguardo bonario da sacerdote ottomano, probabilmente si cela un’anima guerrafondaia e imperialista, capace di giocare la doppia parte in commedia del pacifista e del guerrafondaio secondo la situazione e le convenienze del momento.
I rapporti della Turchia coi vicini si sono progressivamente deteriorati. Con la Siria di Assad si sono rotti i rapporti. Altrettanto con Israele dopo l’incidente della Freedom Flottilla. Con l’Iran i rapporti vanno avanti a corrente alternata, nel senso che a comuni interessi economici (per esempio, gli squilibri nella bilancia dei pagamenti turca sono stati, in parte, alleviati da una vendita all’Iran di una partita d’oro di cui non è stata dichiarata la provenienza) si sovrappongono tensioni politiche alimentate principalmente dalla divergenza di vedute e interessi nel conflitto siriano.
Spettacolare è stata poi la degradazione dei rapporti con l’Iraq, provocata in particolare dalla continua ingerenza turca nel nord dell’Iraq, ufficialmente per contrastare il PKK con azioni terrestri e bombardamenti aerei, ma che preoccupa il Governo iracheno di Al-Maliki giacché potrebbe essere finalizzata al controllo delle risorse petrolifere del nord Iraq da parte dei turchi.
È stato, peraltro, ai limiti del ridicolo il confronto verbale tra Erdogan e Al-Maliki in cui, in perfetto stile ottomano, non si è compreso se la degradazione dei rapporti personali abbia causato la degradazione dei rapporti tra Stati o, viceversa, la degradazione dei rapporti statali abbia provocato la degradazione dei rapporti personali.
Inoltre, mentre non si registrano segnali di scongelamento della situazione conflittuale con l’Armenia, i turchi a causa del conflitto in Siria si vanno sempre più ponendo in contrasto con la Russia.
A titolo di inquadramento, non va dimenticato che i turchi, pur non essendo arabi, sono maggiormente vicini, in termini religiosi, agli arabi sunniti. Di qui anche l’ostilità crescente verso il Governo siriano diretto dagli alawiti, il peggioramento dei rapporti col Governo Al-Maliki, di origine sciita, i rapporti a corrente alternata con l’Iran, mentre felici proseguono i rapporti col mondo arabo saudita, che finanzia generosamente il Governo turco e l’economia turca senza che questi flussi di finanziamento appaiano in alcuna statistica ufficiale governativa turca.
Per il momento, non pare possibile fare previsioni, affermando con certezza che la Turchia voglia intervenire direttamente in Siria a sostegno dell’Esercito di Liberazione Siriano, ancorché la reazione sproporzionata dei turchi ai colpi di mortaio provenienti dalla Siria faccia temere che l’opzione militare sia sul tavolo del Governo turco.
A questo riguardo, Erdogan sa bene di non avere ancora l’appoggio della maggioranza della popolazione, che teme che il conflitto possa nuocere all’economia nazionale. Egli cercherà di conquistarselo facendo leva, come è già successo, sull’analogia, del tutto insostenibile a chi voglia ancora mantenere un minimo di buon senso, tra la situazione in Siria e la situazione dei musulmani di Bosnia nelle ultime guerre balcaniche, situazione suscettibile di legittimare, a suo dire, un intervento umanitario armato turco.
Erdogan, però, si trova in mezzo a pressioni contrastanti, ecco perché non ha ancora giocato esplicitamente la carta dell’intervento militare. Da un lato, egli si trova spinto ad agire militarmente dalla presenza di un gran numero di rifugiati siriani nelle regioni di confine turche con la Siria, rifugiati malvisti dalla popolazione locale che, in buona parte, vota per Erdogan.
Di qui la necessità, per il Primo Ministro turco, di prevenire una potenziale perdita di consenso, per lui nociva, nelle regioni anatoliche, tradizionalmente suoi bastioni elettorali.
Dall’altro lato, però, l’anima del partito collegata alla base imprenditoriale, nel timore di perdite economiche, potrebbe entrare in crisi con un ingresso in guerra, di qui il pericolo di una spaccatura all’interno dell’AKP e, perciò, il fatto che Erdogan stia agendo in Siria con cautela, pur desiderando egli molto probabilmente di entrare nel conflitto al fine di sanzionare il suo ruolo di nuovo Padre della Patria turca al posto di Ataturk e il suo potere e prestigio personali.
Tale cautela è, per di più, dettata dall’appoggio che Assad fornisce, tramite il PYD (il partito dei curdi in Siria), ai curdi del PKK. Infine, potrebbe essere rischioso l’ingresso in guerra, per l’AKP, perché ciò vorrebbe dire che l’apparato militare turco riguadagnerebbe molto del peso politico perso negli ultimi anni.
L’opzione militare potrebbe diventare realistica, dunque, nel momento in cui si realizzasse, grazie al lavoro del Governo, un consenso maggioritario nel paese fondato sulla percezione di una minaccia militare siriana (e il Governo turco sta già operando, come si osserva da alcuni giorni, in questo senso) accompagnata dalla minaccia di un deterioramento della situazione economica turca causato dalla Siria.
Erdogan, cioè, interverrebbe militarmente in Siria, salvo che la diplomazia internazionale riesca a scongiurare una simile avventura, una volta assicuratasi, in questo modo, l’unità del suo partito e perlomeno del grosso della sua base elettorale.
In prospettiva, a prescindere da previsioni su singole ipotesi, pare legittimo sostenere, ancora una volta, che il Governo turco rappresenti un fattore di grave instabilità alle porte dell’Europa per via del rallentamento economico in atto, della politica sempre più autoritaria condotta da Erdogan, anche per motivi psicologici connessi alla sua personalità, all’interno del Paese e che mina il processo di avanzamento democratico della Turchia dopo il colpo di Stato dell’inizio degli anni ’80 del secolo scorso, e della politica estera viepiù conflittuale della Turchia nei confronti dei suoi vicini.












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