La scadenza delle elezioni politiche si sta avvicinando. Il loro risultato può avere un ruolo importante per fare uscire il nostro paese dalla crisi, per contribuire ad una svolta in Europa. Le elezioni sono presentate come occasione per un attacco speculativo all’Italia. Eppure senza iniziative qualificate per la ripresa economica, come solo un esito elettorale può tentare di dare, l’Italia sarà sempre più debole e quindi esposta agli attacchi speculativi di una finanza senza regole, senza controlli.
Gli stessi effetti delle pesanti misure di risanamento finanziario fin qui adottate (tagli alla spesa pubblica e aumento delle imposte) rischiano di essere vanificati dall’aumento degli interessi sul debito pubblico e dai contraccolpi della crisi economica.
Lo stock del debito pubblico è quasi 2.000 miliardi di euro, il 124 % del Pil. Nel 2013 arriverà al 126 %. Il livello più alto mai raggiunto, proprio perché il Pil si è fortemente ridotto.
Per il risanamento sono state fatte scelte che impongono troppi sacrifici alla parte più debole del paese. Per di più senza ottenere il risultato dichiarato e indebolendo la capacità di ripresa del nostro paese. Non a caso è proprio l’assenza di prospettive di ripresa per l’Italia il punto di attacco oggi dei mercati finanziari.
Risanamento, equità e sviluppo sono gli obiettivi dichiarati da Monti all’insediamento del suo Governo. Di questi è evidente il risanamento dei conti pubblici, ma è insidiato proprio dall’assenza di equità e politiche di sviluppo.
Il paradosso è che le misure adottate hanno reso il nostro paese più debole, esposto alle incursioni della speculazione finanziaria. Accettare il terreno della destra europea si è rivelato un errore.
Parte delle classi dirigenti del nostro paese e dell’Europa vorrebbero continuità del Governo Monti con quanto avvenuto durante questa transizione. E’ una vera e propria Opa delle classi dominanti sul risultato delle prossime elezioni in Italia, che punta a condizionare l’esito del voto. E’ un pesante tentativo di condizionamento politico.
Per questo è apprezzabile che il segretario del Pd abbia dichiarato conclusa – con le elezioni – la fase del Governo Monti, mentre è un serio limite il tentativo di tenere insieme la fase di transizione, che ha forti caratterizzazioni conservatrici, con una nuova prospettiva politica ed economica. Non a caso non sono pochi i provvedimenti del Governo Monti accettati da chi lo sostiene contestualmente all’impegno a modificarli.
Chiudere questa fase di transizione è necessario e le iniziative che si muovono in questa direzione sono da incoraggiare.
La “foto” di Vasto a distanza di un solo anno sembra dissolta. La divaricazione tra le forze politiche ha assunto toni talmente aspri che sembra difficile ricomporla. Il nucleo di un Governo di alternativa sembra finora fondarsi su Pd e Sel. Sarebbe un errore trascurare il ruolo di altre forze, che potrebbero essere coinvolte nella costruzione della coalizione. A partire – ad esempio – dai socialisti, dai Verdi e dai vari settori della sinistra.
Il nucleo politico composto da Pd e Sel nei sondaggi è poco oltre il 30% dei voti. Troppo poco per governare una fase economica, politica, sociale e morale difficile e complicata, anche con l’aiuto di un premio di maggioranza. Questo schieramento rischia di non poter contare sulla maggioranza in parlamento e di non avere l’ampiezza necessaria per governare.
Nel paese la sfiducia ha raggiunto livelli sconosciuti. L’allontanamento dalla politica, il diffuso timore per il futuro prevalgono. L’antipolitica è diffusa e ha raggiunto livelli sconosciuti.
I principali problemi da affrontare sono: il dramma della disoccupazione che, nel caso dei giovani è appesantito proprio dalle misure del Governo; la crisi di settori fondamentali dell’economia nazionale abbandonati a sé stessi, comprese le energie rinnovabili; la prostrazione della scuola, della ricerca, dell’Università; il netto peggioramento dello stato sociale a vocazione universalistica proprio nella fase di maggiore bisogno delle persone e delle famiglie; la crescita della povertà; la diminuzione dei salari e dei diritti dei lavoratori; l’erosione delle pensioni; l’assenza di una politica pubblica di sviluppo.
Occorre rimettere al centro il ruolo del lavoro e i lavoratori, i meno abbienti, operare per avviare un cambiamento dei rapporti di forza sociali, invertendo la tendenza alla divaricazione.
La vocazione maggioritaria deve essere quella che punta a rappresentare le forze sociali fondamentali del nostro paese, a partire dai lavoratori, dalle risorse intellettuali, dalla scuola, dall’Università, dalla ricerca.
Un paese più moderno, più equo deve essere al centro del prossimo confronto elettorale, per realizzare una convergenza ampia, senza pregiudiziali e senza lasciare nulla di intentato. Realizzando convergenze parziali quando convergenze generali, pur ricercate, non sono possibili.
Il rapporto con i settori fondamentali dei lavoratori, delle imprese che accettano un sistema di relazioni avanzate, della società che si batte per innovazioni nel campo ambientale e delle relazioni sociali, va visto come la chiave fondamentale del futuro. E’ una scelta di fondo.
Occorre stabilire un nuovo rapporto con la società, con le sue rappresentanze, anche con l’obiettivo di farsi aiutare nell’affrontare le difficoltà di questa fase, in larga misura da addebitare alla destra.
L’esperienza positiva dei referendum del giugno 2011 non è stata messa a tema dalle forze poltiche della sinistra. Ha prevalso la tentazione di annettersi il risultato, senza peraltro riuscirci, senza riflettere sulle ragioni di un risultato positivo che ha portato ad abrogare leggi con la maggioranza assoluta degli aventi diritto al voto, rompendo anche la tradizionale divisione tra destra e sinistra.
Nei referendum ha prevalso il merito dei problemi. La coerenza tra dichiarazioni e fatti e la nettezza dei risultati in gioco ha mobilitato formidabili energie, malgrado il clima dilagante di antipolitica.
Per stabilire un rapporto coerente e forte con le forze sociali non basta dichiarare che la concertazione è un metodo da seguire, ma occorre definire un quadro di proposte forti, tali da coinvolgere e mettere in moto le forze fondamentali del nostro paese, a partire dai lavoratori.
Le nuove iniziative referendarie su articolo 8 e articolo 18 pongono l’esigenza di reagire all’attacco portato ai diritti dei lavoratori e per questo vanno sostenute. Nella consapevolezza che il programma politico alternativo deve contenere gli impegni per risolvere per via legislativa questi problemi, come del resto per riformare rappresentanza e rappresentatività sindacale, garantendo democrazia nei luoghi di lavoro.
Il programma è l’occasione fondamentale per questo coinvolgimento. Pochi punti, chiari e innovativi debbono caratterizzare il ruolo dell’Italia nel quadro europeo, che resta il riferimento fondamentale, da riformare in profondità insieme alle altre forze progressiste europee.
Nella costruzione di un quadro di svolta la convergenza sul merito può essere più larga della coalizione che si candida a governare, sia sotto il profilo politico che sociale.
Le attuali divaricazioni nel campo del centrosinistra sono aspre e nascono da errori e differenze reali e rischiano di portare ad un quadro di alleanze riduttivo. Le difficoltà del compito di governare il paese in questa fase avrebbero bisogno di un’alleanza politica più ampia, forte, radicata di quella finora identificata.
Per questo occorre riaprire un confronto a tutto campo con l’obiettivo di comporre le divaricazioni. Va ricordato che l’Idv ha svolto un ruolo importante nei referendum vittoriosi del giugno 2011 e fu l’unico partito ad essere alleato del Pd nel 2008.
Le difficoltà sono evidenti, le polemiche aspre. Tuttavia è necessario praticare la loro composizione.
L’esigenza di un’alternativa politica è tanto importante da imporre un lavoro per il superamento delle divisioni. Rinviare le decisioni vuol dire rassegnarsi alle difficoltà oggi e condannarsi a difficoltà ancora maggiori dopo le elezioni.
Per questo è necessario rimettere al centro il problema delle proposte che dovrebbero caratterizzare la coalizione alternativa che si candida a governare. Sia il Pd che Sel hanno introdotto novità nella discussione e occorre tenerne conto nello sviluppare le iniziative, ma il programma per la prossima legislatura non è questione da delegare ai gruppi dirigenti.
La piattaforma politica va sottoposta ad una discussione di massa, non solo per cercare i necessari consensi ma per aprirsi a modifiche, per suscitare un movimento di partecipazione e di sostegno, anche critico, perfino più forte e intenso di quanto avvenne con la fabbrica del programma di Prodi. Perché più difficile è la situazione.
La crisi italiana: morale, culturale, sociale, economica, politica, ha bisogno di una lettura non subalterna al pensiero dominante da parte della sinistra e di un respiro europeo. Occorre una lettura alternativa della crisi, delle soluzioni possibili. Il realismo è necessario, ma lo è ancora di più aprire una prospettiva nuova e diversa. Occorre delineare un futuro migliore per i lavoratori, per le classi meno abbienti come fulcro di un nuovo slancio politico rivolto ad un diverso futuro in Europa e in Italia.
L’alternativa è necessaria.
Sarebbe un errore trascurare l’esigenza della costruzione di un rapporto e di un coinvolgimento di tutta la sinistra, anche di quella parte che tuttora si chiama fuori dalla prova di governo del paese, sia verso i soggetti storicamente presenti che verso nuove aggregazioni come Alba. Occorre tentare di superare le divaricazioni, riconoscere comunque il diritto di presenza in parlamento. Se le differenze dovessero rivelarsi insuperabili con alcuni settori, sarebbe comunque utile coinvolgere tutti nella preparazione del programma e accogliere proposte ogni volta che questo è ragionevole.
Se si guarda a quanto in realtà divide le forze politiche che sostengono il Governo Monti, non dovrebbe essere impossibile mettere in campo una strategia dell’attenzione verso altre forze della sinistra, che è interesse di un’alternativa politica puntare a coinvolgere il più possibile.
Nella debolezza politica e istituzionale attuale la tentazione di dare corpo al bisogno di novità spesso coincide con la scelta di dare vita ad un nuovo soggetto politico. Il Movimento 5 stelle rappresenta una reazione alla crisi di credibilità della rappresentanza politica attuale. Crisi di fiducia e di credibilità con le quali occorre fare i conti.
Le classi dominanti cercano con ogni mezzo di dimostrare che un’alternativa credibile in Italia non esiste.
La vittoria di Hollande in Francia, le possibili novità in Olanda e in Italia sono tappe importanti per costruire un’alternativa in Europa all’egemonia conservatrice. In questo quadro l’Italia deve battersi per una politica di sviluppo ambientalmente sostenibile in Europa, nel cui ambito collocare politiche di sviluppo e di occupazione, prevedendo con nettezza una diversa ripartizione degli oneri della crisi che debbono gravare sulle classi più abbienti, sulla finanza e sulla rendita.
L’Ars vive pienamente l’ansia di contribuire a costruire soluzioni positive e convergenze che facciano uscire il lavoro, l’economia del nostro paese dalle difficoltà attuali per responsabilità della destra e da cui non li ha fatti uscire il Governo Monti.
L’Ars vive pienamente l’esigenza che sul piano sociale la questione della differenza di genere sia pienamente accolta, tanto più dopo le soluzioni arretrate in materia di pensioni, lavoro e welfare. Laicità, famiglia non solo tradizionale, garanzia di sostegno a chi non ha altre possibilità da parte della collettività: sono solo alcuni dei punti di impegno che vanno affrontati con determinazione.
Per questo l’Ars incoraggia la convergenza programmatica, a cui ha l’ambizione di contribuire nelle forme possibili, in un orizzonte più ampio e solido di quanto fin qui è possibile apprezzare.
Roma 1/10/2012
* Associazione per il rinnovamento della sinistra














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