di Francesco Berrettini
Senza alcun dubbio, in democrazie sempre più delegate, in cui il cittadino comune si sente sempre più estraniato ed ininfluente, le elezioni primarie per la scelta di candidati per le varie cariche istituzionali sono un elemento di democrazia diretta di grande importanza e significato. Analogamente ciò vale per le primarie che il PD (unico partito in Italia ad averle teorizzate e praticate) si accinge a indire; ma con alcune considerazioni e precisazioni.

 

Intanto: chi deve avere diritto di voto ? Se fossimo in un Paese normale, in cui la furbizia non sia lo sport nazionale più diffuso e praticato, non avrei dubbi che debba essere la totalità dei cittadini che dichiarassero di essere elettori/simpatizzanti. Ma volete mettere la soddisfazione che avrebbero gli elettori di destra ad influire, anzi , a determinare, con una massiccia partecipazione, il candidato premier  della sinistra? (nel caso specifico, a votare in massa per Renzi, magari solo per creare scompiglio nel campo avversario?).

Ora che il candidato del PD  possa essere determinato da elettori avversi al PD mi sembra una autentica follia. Né vale il potere deterrente della pubblicità degli elenchi dei votanti (peraltro non resi noti nelle precedenti primarie, con la scusa della privacy): anche se vi comparissero elettori notoriamente di destra, avrebbero mille possibilità di giustificare la loro partecipazione al voto, dalla conversione sulla via di Damasco alla orgogliosa conclamazione dello sberleffo furbo fatto agli avversari.

Quindi, in questa situazione, diritto di voto solo a chi sia (o anche sia stato) iscritto al PD e agli altri partiti della coalizione, o almeno che abbia come garante un iscritto.

Si può eccepire che ciò sarebbe contrario allo statuto del PD e che sarebbe solo una furbata per impedire la candidatura di Renzi e di altri; ma l’attuale statuto prevede anche che il segretario del partito è automaticamente il candidato premier; pertanto in ogni caso, per poter consentire ad altri militanti del PD di candidarsi, occorrerebbe modificare lo statuto; tanto vale allora procedere alla modifica di entrambi i punti. In ogni caso il pericolo maggiore è che gli elettori di centro destra possano intervenire in massa per designare il candidato premier del centro sinistra; per impedire questa assurdità bisogna assolutamente intervenire.

Poi: il valore vero delle primarie si dimostra in un contesto bipolare, dove si tratti di scegliere da una parte o dall’altra; altrimenti vengono fuori mille distinzioni e mille posizioni che rendono il quadro politico ancora più complicato e frammentato (con possibili strascichi di fratture permanenti e di vendette postume). Perciò la legge elettorale è determinante: se dovesse restare il “porcellum” o dovesse essere varata altra legge fortemente maggioritaria, le primarie avrebbero un senso; se si dovesse andare verso un sistema  largamente proporzionale (come pare si stia facendo) le primarie ne avrebbero uno molto diverso e minore: non verrebbe più scelto il candidato premier, ma l’interlocutore privilegiato a portare avanti la trattativa con gli altri partiti della coalizione che comporrà la maggioranza ed il governo.

La sensazione è che, nell’attuale stato, le primarie siano intempestive ed immotivate e che nascondano problemi irrisolti del PD, della sua natura, della sua approssimazione programmatica; mi pare cioè che in questo contesto le primarie diventino un surrogato del congresso, che sarebbe necessario invece indire e celebrare in tempi brevissimi; è lì che si stabiliscono il programma (fatto di pochi punti, chiari, espliciti,  non mediabili e con tempi di attuazione certi ) e le possibili alleanze, tutte cose che mi pare almeno pericoloso invece lasciare all’iniziativa ed all’inventiva dei singoli candidati. Si faccia rapidamente il congresso, quindi, e solo se la nuova legge elettorale e le altre condizioni politiche lo consentiranno, si tengano le primarie; di coalizione, se ci saranno altri partiti che aderiscono ai punti essenziali del programma; di partito con più candidati, se ciò non avvenisse.

Poi: si dice che dopo la pausa del governo “tecnico”, ora la palla deve passare ai politici, altrimenti ci sarebbe una riduzione o una abolizione della democrazia. Credo che tale fenomeno sia già avvenuto da tempo, non solo per le tante malefatte dei governi Berlusconi o per le non buone prove che tanta parte della politica ha dato di sé (al punto di aver disgustato una gran parte degli elettori che non andranno a votare), ma soprattutto per il mutamento profondo degli scenari, a livello nazionale, europeo ed internazionale. Cosa significa “democrazia” quando la maggior parte delle decisioni degli Stati viene imposta dal “mercato”, o da tecnostrutture esterne e non elette (FMI, BCE, ecc).?

Cosa significa “democrazia”di fronte all’enorme capitale finanziario speculativo (stimato in un valore di 10 volte il PIL mondiale), capace di muoversi su scala globale in frazioni di secondo, di mettere alla fame interi Paesi, di sconvolgere interi comparti produttivi, di rendere le tradizionali istituzioni democratiche rappresentative inani ed obsolete?

Il livello dello scontro tra Stati (intesi come comunità sociali ordinate) e questo gigantesco ed anonimo capitale speculativo irresponsabile si è alzato e per affrontarlo adeguatamente ci vogliono le persone adatte, sia a livello nazionale che della UE, e purtroppo non se ne vedono molte in circolazione. Monti è sicuramente uno di questi. Finora non ha fatto certo una politica di sinistra (del trinomio con cui ha esordito la parte più deficitaria è stata proprio l’equità) probabilmente per sua convinzione o per stato di necessità ma certamente per i condizionamenti della maggioranza parlamentare di centro-destra.

Le condizioni di emergenza che hanno determinato l’avvento di Monti non sono affatto finite; c’è ancora molto da fare ed ho il forte timore che la scarsa qualità del personale politico attuale, la rissosità dei partiti e delle coalizioni a cui purtroppo in Italia siamo abituati, non riescano a sbrogliare la matassa. E’ cioè abbastanza probabile che dopo le elezioni una nuova coalizione rissosa e divisa ripercorra le vecchie e ben note strade.

Su uno come Monti, con tutte le cautele del caso, si può fare un pensierino per verificare fino in fondo la disponibilità a presiedere un governo che abbia una maggioranza politica abbastanza omogenea e coesa orientata sul versante del centro sinistra, che cioè abbia al centro l’equità e l’eguaglianza delle opportunità, che sappia coniugare eguaglianza e libertà, che sappia dare nuovo impulso alla costruzione di un’Europa federale e più democratica?

Si può fare una verifica se sia un rappresentante del grande capitale finanziario (come sostiene una parte della sinistra) o invece sia uomo delle comunità (Stati ed UE)? Se sia un fottuto monetarista che fonda la sua azione sulla disuguaglianza come stimolo per la crescita e l’efficienza, oppure  un “liberale di sinistra” che abbia cuore l’eguaglianza delle condizioni di partenza e che veda nel mercato una molla propulsiva e nello Stato un regolatore sovraordinato? Non vale la pena di fare questa verifica? O pensiamo che si  debba lasciarlo da parte, magari come asso nella manica di un centro destra meno indecente  e più presentabile di quello incarnato da Berlusconi e dai suoi seguaci? Sicuramente uno come Monti, dovunque stia, è in grado di ridare credibilità alla politica e di farla percepire come servizio, come autentico interesse costante per il bene comune, e di ciò, soprattutto con i governi Berlusconi, si è persa da tempo ogni traccia.

I balbettii, le improvvisazioni, le incertezze, l’opportunismo sfrontato, la smania di visibilità, l’affarismo, il protagonismo, il cinismo stanno uccidendo la politica; anche il PD in cui la diversità delle sue anime e culture, invece che essere forza vivificante, rischia di farlo esplodere; ed intanto, nel conclamato (e scarsamente praticato) presupposto che la politica sia “servizio”, cresce il numero degli aspiranti “servi”. Chissà perché questa smania di mettersi al servizio di un popolo sempre più deluso e disincantato dalle sceneggiate di una cattiva politica?


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