di Rino Giuliani (*)
In queste  mesi che precedono  il rinnovo del Parlamento, non si è ancora concluso il braccio di ferro sul sistema elettorale. Vi sono infatti  diverse  contingenti convenienze di partito che prevalgono  non  permettendo di a portare a sintesi le disparità esistenti. Quale che sia la soluzione data –  maggioritaria o proporzionale -, se verrà data, il rischio di una alterazione del principio democratico: “una testa un voto” è molto forte.

E’ innegabile il fatto che, se il potere deve venire dal popolo e dal popolo deve essere esercitato, non c’è governabilità che tenga o stabilità di esecutivo che tenga. L’una e l’altra non vanno anteposte a modalità di voto e sistemi elettorali che garantiscano la massima estrinsecazione di un principio che alla  base di un vero modello repubblicano.

Una democrazia depotenziata anche in termini di costituzione materiale si definisce  ed è  sistema diverso da quello democratico.

Ci sono conseguenze  giuridico-istituzionali   anche nel permanere  a lungo di un parlamento che accetta che un persona nominata senatore a vita diventi  una settimana dopo la nomina. capo di un governo del presidente nella cui composizione  maggioritariamente  trovano espressione le indicazioni  delle gerarchie  della Chiesa cattolica e di quella  di un tipo imprenditoria e di sistemi bancari  i cui profitti dipendono dall’andamento speculativo   della  proprie  azioni in  borsa e non viceversa.

La comunità italiana non deve tornare al passato ma non deve neanche fare salti nel buio. Nei fatti la  transizione lunga in Italia,  dopo la caduta del muro di Berlino, ha tra le sue cause la vittoria del liberismo e la crisi del mondo che lo stesso liberismo, incapace di autoriforma,  ha determinato ovunque.

Il conservatorismo ed il moderatismo non ha favorito il confronto anche aspro  fra le piattaforme  dei riformatori  e  quelle dei liberisti del secondo millennio.

La sinistra palingenetica non ha voluto fare i conti con Bad Godesberg pensando che quello che non era riuscito con il compromesso storico potesse realizzarsi con l’intesa fra quello che rimaneva della DC ed un partito senza memoria storica presentabile e quindi senza una identità e senza un programma condiviso. I risultati ed i danni si vedono, come effetto, dal modo come nascono, si trasformano e  crescono diverse  aggregazioni populiste (dai girotondi ai seguaci di Grillo).

Una vigorosa nuova pianta  non è ancora nata dalla radice del mondo del lavoro.

Quei lavoratori  troppo spesso salgono da soli sulle torri, si rintanano nelle miniere, gridano e piangono, esprimendo rabbia e manifestando una solitudine che ha  cause chiarissime e che oggi soltanto  il sindacato può trasformare in una grande, cosciente forza collettiva per cambiare le cose. Per fare ciò va stabilito un più intenso rapporto d’identità  fra le rivendicazioni sindacali e le lotte per il pane e per il futuro che oggi  assumono forme necessariamente radicali.

La forza organizzata dei lavoratori è sempre stata il presidio delle istituzioni democratiche, l’astensionismo e la chiusura individuale sono l’anticamera di sconfitte. Non lasciamoli soli ma uniamoli per rinnovare l’Italia.

Colpisce chi, e noi fra questi,  ha sempre tenuto a mettere al riparo dal collateralismo il mondo delle associazioni degli italiani all’estero, l’attivismo di alcune associazioni  collocate nel campo del centrodestra.

Il tragitto avviato è da associazioni  a partito  di rappresentanza degli italiani all’estero. Nelle motivazioni ( e cioè nel giudizio critico sulla scarsa  incidenza degli eletti all’estero nella legislazione italiana ) ci sono molte ragioni.

I partiti in un sistema democratico si riconoscono per i principi che sono alla base dei loro programmi per il paese, per le priorità e le scelte fra diverse opzioni, per le persone che si intende rappresentare. In assenza di un suo riconoscibile profilo l’associazionismo che diventa movimento associativo e che poi può diventare partito si troverà al bivio pratico o di  svolgere una rappresentanza di interessi specifici  ma limitati rispetto alla assenza di mandato, prerogativa degli eletti,  oppure di essere in alleanza con altri partiti in una coalizione che, a prima vista non è escluso che sia quella moderata e conservatrice (dall’UDC a Forza Italia)  che già l’Italia a conosciuto negli ultimi venti anni. Non credo che tutti gli italiani all’estero siano conservatori e moderati e quindi chiederne genericamente il consenso per il solo fatto dirimente di essere una associazione di persone prevalentemente viventi  all’estero  corre il rischio di fuorviare le persone già così poco propense ad esercitare il diritto dovere del voto.

Per ora una informazione incalzante  da conto della nomina di referenti locali  che, prima facie, appaiono dotati di storie personali, profili culturali e politici  fra loro molto  diversi, si annunciano liste in nome di generici interessi degli italiani all’estero. Si punta sul noto “effetto annuncio” ma latita una analisi della realtà italiana, diagnosi e cure valutabili da parte degli elettori e ci si sottrae alla responsabilità di dire anche agli italiani all’estero con quali i ricette e, in un sistema di coalizioni, d’intesa con chi si vuole porre mano ai gravi problemi di uno sviluppo necessario, annunciato e non ancora fatto partire dal governo Monti.

Non credo che ci si voglia  ridisegnare il ruolo  politicamente non proprio edificante scelto dal Senador Pallaro che a giorni alterni prometteva il suo impegno ora  a Prodi ora a Berlusconi. A fronte del nulla che è  stato  fatto per gli italiani all’estero  anche da parte del governo Monti , la campagna elettorale di queste associazioni avrà come punto centrale la  stessa parola d’ordine dell’on Casini del il governo Monti bis.

Ma allora a che serve un parlamento eletto se gli si toglie la responsabilità di decidere il governo ed il presidente del Consiglio ?

Difficile dire quale bilancio consuntivo oltre alle generiche promesse possa essere avanzata da ognuna delle forze politiche presenti in parlamento, UDC compresa,  la cui proposta politica seguita ad  essere : dopo Monti ancora Monti, aldilà di  come vadano le elezioni.

Ogni cittadino italiano, a nostro giudizio, oltre ed al di là delle prossime elezioni,  dovrebbe invece  porsi  oggi la domanda.: cosa posso fare io per il mio paese?.

Ad una crisi  non ciclica ma di sistema non può essere d’aiuto la solita campagna elettorale poco trasparente che già abbiamo conosciuto all’estero  né  può risolversi con la non partecipazione al voto.

Non ci sono, come nel passato, ideologie, spesso errate,  che facciano da collante ed è difficoltoso distinguere, dopo i lunghi anni di una semiomologazione  liberistica e non liberale, distinte intenzioni che, auspicabilmente, diventino  piattaforme elettorali  contrapposte.

Sembra essenziale che si riponga al centro il lavoro delle persone e la giustizia sociale, che si rendano protagonisti tutti i cittadini che vivono del loro lavoro, che si  uniscano per far cambiare il paese liberandolo da una gestione vincolata  alla concentrazione di interessi del sistema finanziario.

L’impresa e la rappresentanza politica del mondo del lavoro devono fare un patto  che riguarda la  produzione e la redistribuzione della ricchezza ma anche la salvaguardia di un sistema di  leggi  che garantiscono le libertà di ognuno. La liberta’ comincia con l’educazione dell’uomo e si conchiude con l’affermazione  di uno Stato di liberi, in parità di diritti e di doveri, in uno Stato in cui la liberta’ di ciascuno e’ condizione e limite della liberta’ di tutti”.

Il problema che un sistema bloccato quale quello italiano si trova di fronte è quello della  assenza di una convinta, piena  rappresentanza  del mondo del lavoro. Questa assenza che si  coglie nei  programmi elettorali che puntano alla conciliazione anche dell’inconciliabile e che si riconosce anche nella definizione del nome dato ai  partiti a sua volta è anche mancanza di una necessaria sponda ( non collateralismo)  per i sindacati disponibili e, auspicabilmente,  per l’insieme del  movimento sindacale . Il sindacato non può troppo a lungo svolgere ruoli di supplenza , ha problemi  di adeguamento alle modifiche avvenute nel corpo della sua rappresentanza  come anche di revisione delle forma in cui  si determina la volontà collettiva e si svolge il ruolo di direzione  che deve essere collettivo e generare dal basso, dai posti di lavoro.

Quello che occorre  è un appello alle qualità migliori di coloro che vogliono essere liberi cittadini di una nazione e di uno stato in grado di decidere il proprio rinnovamento che è prima di tutto morale dopo gli ultimi anni  in cui la libertà propalata  era quella dell’astensione dai fatti degli altri ed in economia  quella della libertà del “”lasciar fare”.

Ognuno si deve preoccupare dell’altro e lo dobbiamo fare come comunità intendendo la nostra identità nazionale  come condivisione dei principi della nostra Costituzione  e non come condivisione localistica  di un territorio. Dopo il topolino partorito a Mastricht  bisogna avere il coraggio di far venire alla luce  la  federazione degli stati europei.

L’impotenza di fronte allo strapotere delle istituzioni finanziarie internazionali deve cedere il passo  ad una presa di coscienza che, su diversi livelli, va ricostruito una sovranità nazionale  ed una cittadinanza europea convintamente vissuta dalle istituzioni nazionali e da ogni singolo italiano.

C’è uno scontro reale con un moderno  totalitarismo capitalista e  con i cosiddetti mercati  che  l’Italia, non questo o quel partito politico, deve affrontare con una mobilitazione delle coscienze. Va cercata una via nuova che salvaguardi nella sostanza e nelle sue forme parlamentari l’istituto repubblicano continuamente picconato e distrattamente presidiato negli ultimi venti anni.

I tentativi di costituzionalizzare un semipresidenzialismo a preminenza del primo ministro attraverso una pseudo elezione diretta per ora non sono passati, hanno portato alle dimissioni del precedente primo ministro ed al governo Monti anzichè alle elezioni.

Giorni or sono il presidente della Repubblica  in un messaggio al convegno di Cernobbio, peraltro sede non istituzionale, ha tracciato un indirizzo politico per il futuro governo. Non è in discussione  l’intenzione a far bene quanto il fatto che, così , con atti concreti si modifica  per prassi la stessa Costituzione.

Il tutto interagisce con  una cornice di revisionismo interessato, e perciò non credibile, portato avanti ad iniziativa di quanti pensano che il nostro modello costituzionale repubblicano possa cedere il passo ad una forma moderna di costituzione nella quale i principi del vecchio liberalismo conservatore acquistino il massimo della forza mentre  le tutele dei diritti soggettivi delle persone, di quelli sociali in genere vengano ridotti in un sistema in cui il bilanciamento dei poteri sia rivisto a vantaggio degli esecutivi e del potere personale.

In ogni sistema democratico l’organo che traccia l’indirizzo politico deve essere responsabile nei confronti del Parlamento( forma di governo parlamentare) o del popolo( forma di governo presidenziale). Nel nostro caso il presidente è costituzionalmente irresponsabile e non ha, a giudizio di chi scrive, il compito di tracciare l’indirizzo politico dei governi.

Anche l’attuale assetto delle autonomie locali – nella fase particolarmente sfavorevole del ciclo economico, che sembra destinata a perdurare, per il prolungarsi della distanza temporale tra stagnazione/recessione e ripresa – è tendenzialmente considerato soprattutto come una diseconomia da eliminare con le decisioni radicali necessarie a fronteggiare l’emergenza. Riordinare e non cancellare, esaltare le autonomie locali che sono autonomie costituzionali è essenziale. Al riguardo la strada  della attuazione evolutiva della Costituzione  indicata da Massimo Severo Giannini, da Cassese , da Bassanini considera da superare le province e le prefetture. Si vorrà compiutamente porre mano ad una revisione che non può certo fondare le sue ragioni solo nella spending rewiew del governo dei professori e manager del mondo dell’Università cattolica di Milano e dintorni?

L’appello alle coscienze avanzato da italiani con “virtù” civili quali Calamandrei, Parri, Pertini, Guido Calogero ha portato al secondo risorgimento ed alla riconquista della democrazia nella giustizia e nella libertà.

Quei valori risorgimentali  attendono oggi di essere ripresi e pienamente fatti propri da coloro che  affermano di voler rinnovare il paese.

 

[* Vicepresidente dell’Istituto Fernando Santi]

(da santi news)


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One response to “Il Risorgimento da riconquistare”

  1. Avatar valeria manini
    valeria manini

    Sappiamo che Giovanni Giolitti non temeva le forze organizzate, ma quelle non controllabili, dannose per uno stato liberale. Turati sarebbe entrato al governo con Giolitti, se avesse potuto Forse si sarebbe evitato il massacro della Prima Guerra mondiale o Grande Guerra

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