Ship to Gaza–Svezia ha comprato un veliero finlandese “Estelle” che ha già toccato alcuni porti svedesi, ora è a Stoccolma e poi andrà a Malmö, Helsingborg, Göteborg, in Norvegia e toccherà poi  diversi porti europei, anche italiani. A Gaza si calcola che arrivi in ottobre. Sulla situazione  attuale ha scritto un articolo interessante Mikael Löfgren, che è uno dei portavoce ufficiali di Ship to Gaza Svezia. (Servizio e traduzione di Antonella Dolci, Stoccolma)

di Mikael Löfgren *

“Il blocco – o meglio con un termine più corretto che i reclusi stessi preferiscono: l’assedio – nega ai palestinesi della striscia di Gaza i loro diritti umani e nazionali. Li priva del diritto di vivere come esseri umani.

Il blocco d’altra parte non è riuscito a raggiungere nessuno degli scopi dichiarati da coloro che ne hanno preso l’iniziativa. Non ha fermato i lanci sporadici di missili contro l’Israele meridionale. Non ha rovesciato il governo di Hamas né ha impedito ai gruppi armati all’opposizione di reclutare nuovi miliziani. Tutto al contrario. La cosiddetta economia dei tunnel, che è una delle conseguenze del blocco,  arricchisce i criminali e gli uomini al potere al prezzo della distruzione del commercio e della rovina degli uomini di affari.

L’unico risultato che il blocco ha sicuramente raggiunto è di approfondire l’amarezza e la diffidenza dai due lati del muro che recinta, insieme al mare proibito per i palestinesi, la piccola striscia di spiaggia.

La questione non è dunque per quale motivo si debba abolire il blocco bensí per quale motivo questo non sia ancora stato fatto. Perché il governo israeliano rimane afferrato a questa politica inumana, illegale e perniciosa per tutte le parti?  E perché la comunità internazionale, che celebra il diritto internazionale e i diritti umani, permette la continazione del blocco?

Permettetemi di indicare tre fattori che possono chiarire il mistero.

La geopolitica.  Molti rimasero sorpresi ed indignati per la decisione presa dal governo greco l’estate scorsa di proibire all’improvviso a tutte le navi con destinazione Gaza, indipendentemente dalla loro bandiera, di salpare dai porti greci. Nessuno ha creduto alla motivazione addetta che tale decisione era stata presa per garantire la sicurezza dei passeggeri. Venne invece espresso il pensiero che il governo greco, sottoposto a dure pressioni ,aveva dovuto cedere e che Israele aveva allargato la politica di blocco e considerava tutto il Mar Mediterraneo orientale come le sue acque territoriali, il suo Mare nostrum”.

Non era un pensiero cosí avventato come può apparire. La mattina del 10 maggio 2010 era stata assalita la prima edizione di Ship to Gaza/ Freedom Flotilla molto al largo sulle acque internazionali da forze militari israeliane, un assalto che ebbe per risultato nove morti e una cinquantina di feriti.

Pochi giorni dopo l’aggressione venne annunciata la scoperta di un grande giacimento di gas nel Mediterraneo orientale, a cui venne dato il nome di Leviatano, come il mostro marino del Vecchio Testamento. Secondo calcoli ottimisti tale giacimento trasformerà Israele da importatore ad esportatore di energia nei prossimi decenni.  Ammettendo che i giacimenti corrispondano alle aspettative essi trasformeranno la situazione geopolitica nella regione ed implicheranno redditi per tutti i paesi sulle sponde del Mediterraneo orientale. Anche per la Palestina, a condizione che il paese esista ed abbia una sponda sul Mediterraneo orientale.

I giacimenti di gas lasciano supporre che possano esistere altri motivi di quelli prettamente militari all’estensione arbitraria operata da Israele della sua zona di sicurezza nel Mediterraneo che è avvenuta allo stesso tempo che la libertà di movimento dei pescatpri palestinesi a Gaza è stata ridotta a tre miglia marine.

La politica di separazione. La politica di Israele nei confronti dei territori palestinesi occupati non è la stessa dappertutto. In Cisgiordania è caratterizzata da una colonizzazione che frantuma il territorio in un arcipelago di cui è difficile avere una visione d’insieme. Insediamenti, checkpoints e autostrade riservate ai coloni lacerano in brandelli la vita e il lavoro dei palestinesi allo stesso tempo che eliminano  la possibilità di una Palestina unita e indipendente.

Nei confronti di Gaza invece Israele applica una politica che la loro stessa organizzazione per i diritti umani Gisha definisce una politica di separazione. Tale politica ha radici antiche, molto più antiche che l’abbandono degli insediamenti nel 2005 o l’inasprimento del blocco nel 2007. Mentre persone che vengono dalla Cisgiordania possono ottenere il permesso di andare a Gaza, il contrario è impossibile. Mentre è consentito il commercio tra la Cisgiordania (e non solo dagli insediamenti) e Israele, il commercio tra Gaza e Israele, come quello tra Gaza e la Cisgiordania, è praticamente eliminato.

La politica di separazione ha ottenuto successi, che sono visibili nel linguaggio. Sempre più numerosi sono coloro che parlano di “abitanti di Gaza” (“Gazans” in inglese) e di “Gaza” invece che dei “palestinesi sulla striscia di Gaza”, come un’ovvia parte dei territori palestinesi. Tale tendenza viene rafforzata dalla scissione tra Hamas e Fatah.

E´importante che ’opinione pubblica stia molto attenta, anche per quanto riguarda iniziative come quella di “Ship to Gaza”. Reclamare solamente che la striscia di Gaza abbia aperte relazioni con il resto del mondo ma non con il resto della Palestina può de facto contribuire alla politica di separazione.

In complesso la colonizzazione della Cisgiordania e la separazione di Gaza danno una chiara immagine degli scopi dell’occupazione, di affondare cioè definitivamente ogni sogno di una Palestina libera e indipendente costituita da Gaza, dalla Cisgiordania e dalla zona orientale di Gerusalemme. La politica di occupazione, blocco compreso, ha per scopo di rendere impossibile, “sul terreno” la soluzione dei due stati che la comunità internazionale sostiene in forma unanime e che conduce a giganteschi aiuti celebrati, con il nome di “processo di pace” in solenni discorsi e dichiarazioni.

La politica degli aiuti. Le organizzazioni senza fini di lucro, religiose, private, semistatali e multinazionali che realizzano la parte principale del lavoro di aiuto sono esposte a forti pressioni da parte dei loro propri paesi e soprattutto da parte del cosiddetto Quartetto che dà il tono e la linea da seguire  per l’impegno della comunità internazionale nella regione. La minaccia di ridurre le sovvenzioni o addirittura la criminalizzazione dell’attività può ridurre al silenzio e all’obbedienza.

Malgrado i rischi le organizzazioni di aiuto osano ad intervalli regolari parlar chiaro, mostrando le conseguenze insostenibili che comporta il blocco ed esigono che coloro che hanno la responsabilità politica si decidano ad agire. Poco tempo fa le 50 maggiori organizzazioni umanitarie, prima fra tutte l’Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno reclamato la cessazione immediata del blocco.

L’organizzazione palestinese per i diritti umani  Palestinian Center for Human Rights, che gode di molto rispetto ed è attiva a Gaza, ha di recente messo in luce il dilemma che implica il lavoro di aiuto internazionale. Liberando Isaraele dalla sua responsabilità, secondo il diritto inernazionale, nei confronti del benessere e della sicurezza della popolazione civile, la politica degli aiuti in pratica fa da lubrificante e fonte di finanziamento dell’occupazione. Senza aiuti la situazione a Gaza apparirebbe in breve tempo catastrofica come è di fatto.

Si tratta di una situazione veramente assurda. La soluzione di due stati in Israele/Palestina  è  la causa di uno dei maggiori investimenti in aiuti della storia. La politica di occupazione israeliana spara e blocca, colonizza e spiana a terra con i bulldozer la soluzione dei due stati. Questa distruzione sistematica dell’infrastruttura palestinese che ha luogo da decenni con intensità variabile e a tutta forza dal 2000, viene rammendata e riparata grazie agli aiuti internazionali, vale a dire grazie ai contribuenti del resto del mondo.

E`questa distruttività creativa che i leaders del mondo chiamano “processo di pace” e “road map per la pace”.

Ship to Gaza propone una rotta diversa.  Ai palestinesi della striscia di Gaza mandiamo con la goletta Estelle un saluto: Non siete soli né dimenticati. La situazione è dura ma non è disperata. Ai leaders del mondo mandiamo tramite Estelle un  messaggio molto chiato: convertite in azione i i discorsi sui diritti umani, date fine al blocco come un primo passo sulla strada della vera pace e della giustizia.”

*)  Mikael Löfgren è uno dei portavoce ufficiale di “Ship to Gaza – Svezia”

 

 

 


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