di Alfiero Grandi

La discussione aperta da Tronti merita attenzione. Sono convinto che la lettura delle 2 sinistre è il prodotto di un’ideologia. Marx ci ha insegnato che l’astrazione serve per interpretare la realtà, ma non può sostituirsi ad essa. In realtà l’idoeologia punta a plasmare la realtà e ha avuto 2 versioni che si sono alimentate reciprocamente e che Tronti definisce contestatori e liberisti.

Il risultato è sotto i nostri occhi ed è deludente per tutti. Concentrarsi sulle 2 sinistre trascura la miriade di posizioni di sinistra, vecchie e nuove, che non sono riconducibili a questo schema ideologico, a partire dall’amplissima area dell’astensione.

Chi ha scelto la via del Partito democratico ne capisce i limiti di fondo. Chi ha scelto altre strade avverte l’impotenza di fronte al dilagare di ricette neoliberiste, ora assurte a teoria di Stato con la modifica dell’articolo 81 della Costituzione. Oltre Marx anche Keynes si rivolta nella tomba.

Tronti coglie un punto vero della fase politica: il rischio dello snaturamento della sinistra o di fare la fine degli Orazi e dei Curiazi. La posizione di forza relativa del Pd oggi non è sufficiente, anche perché la forza del Pd è la crisi verticale del Pdl e della Lega.

Ha ragione Vendola quando propone di partire da un rilancio dell’Unione europea per farne uno Stato federale, dando un senso ambientale, sociale e politico all’Europa del futuro. Meno convincente la proposta di eleggere direttamente il Presidente del Consiglio Europeo. Ciò che non è buono per l’Italia non può esserlo per l’Europa. Semmai dovrebbe essere il parlamento ad eleggere il Governo europeo.

Tronti mette al centro la risposta da dare al neoliberismo del capitalismo-mondo. E’ il terreno su cui c’è stato il forte ripiegamento della sinistra. Eppure molte scelte, a partire dall’esigenza di mettere regole nette alla finanza e le briglie alla speculazione, debbono diventare prima possibile decisioni a livello non solo europeo ma mondiale. Per questo occorre uscire dall’angolo difensivo, con la destra che usa il ricatto dei mercati e la sinistra in un angolo, in difesa.

Sui temi di fondo della vita del pianeta stiamo vistosamente arretrando, o pensiamo che sono argomenti per i periodi delle vacche grasse ? E’ un tema posto con forza anche da Giddens.

La decrescita, schema che non condivido, ha il merito di contribuire a porre il tema del modello di sviluppo, della sua sostenibilità ambientale e sociale, del rapporto tra le generazioni, per non lasciare un mondo peggiore di come l’abbiamo ereditato.

Le soluzioni neoliberiste tentano di rimettere in moto il trabiccolo che ci ha portato a questa crisi. Per uscire dalla quale viene di nuovo detto che il mercato è tutto e si autoregola e lo Stato un impiccio. Pompare sempre più denaro è la vana speranza di tornare a prima della crisi. Il passato non tornerà. Semmai tutto verrà ridotto a mercato e i costi della crisi verranno pagati dal lavoro, dai pensionati, dalle classi più deboli, dai giovani, la cui disoccupazione crescerà ancora, anche per le misure del Governo Monti. Questa è una linea classista, i cui interpreti sono a livello mondiale Buffet e in Italia Marchionne.

Il vecchio internazionalismo non esiste più, eppure i grandi moderni/vecchi Schmidt e Delors hanno proposto uno sguardo lungo sul futuro dell’Europa. L’Italia non può diventare il franchising della Merkel.

Occorre ricostruire una coerenza tra proposte e pratica. Prendiamo la Tobin tax. Possibile che l’unica cosa da fare sia attendere le decisioni di altri ? C’era una proposta di legge del centrosinistra già arrivata in parlamento nel 2007, perché non rilanciarla ora per spingerne l’adozione in Europa?

Occorre una lettura della crisi diversa dai conservatori, altrimenti vincono loro. Se si pensa che questa è l’unica minestra possibile è meglio non scaldarsi più di tanto.

Se la discussione dovesse concentrarsi sulle forze (?) esistenti rischiamo di non uscirne e anche la carta delle primarie va rimotivata. Affidare alle primarie la scelta della piattaforma alternativa è un errore. Occorre un quadro di valori e obiettivi di fondo condivisi. Bersani ha ragione, ma non può deciderli da solo. Per di più i protagonisti non sono solo i partiti ma anche le forze sociali e soprattutto gli elettori. Occorre fare impallidire la partecipazione alla fabbrica del programma di Prodi. Altrimenti non ne usciamo. Tutti dobbiamo avere coraggio e cambiare, ma il problema è in quale direzione ? Obama allarga l’assitenza sanitaria, noi pensiamo di restringerla ? Veramente qualcuno pensa che possa esserci ripresa senza una valorizzazione dei lavoratori  tale da beneficiare del loro contributo ? Veramente qualcuno pensa che oggi il problema dello Stato sia di farsi piccolo piccolo e non di delineare con la necessaria chiarezza e durezza i parametri di legalità, di efficienza, di solidarietà, di regolazione dell’economia e della società ?

Non so se quanto resta della vita del Governo Monti sarà un riparo per discutere con calma del futuro. Chi paga sulla sua pelle la crisi non ha questa tranquillità e anche lo spread non è affatto sotto controllo. I mercati sanno che l’Italia per ora sta aumentando il debito pubblico in rapporto al Pil perché non c’è ripresa economica e occupazionale.

I problemi su cui dovrà tornare la prossima legislatura cominciano ad essere molti e costosi. Prima si forma la nuova coalizione meglio è per rendere credibile e fare pesare prima possibile un’alternativa. Dobbiamo sapere se torneremo alla figuraccia dei Dico o ci sarà una capacità riformatrice dei diritti. Il problema del rapporto con i centristi sta qui. Occorre decidere prima, non subire lo stillicidio dello svuotamento del programma in corso d’opera, come è capitato a Prodi. Da destra.

Una forza di sinistra unitaria e plurale può affrontare meglio questo percorso. Certo se la cura fosse il continuismo con Monti la sintesi diventerebbe complicata.

C’è poi la questione dell’Idv. Errori ci sono stati, ma abbiamo tutti riconosciuto – qualcuno esagerando – che i referendum sono stati importanti per la crisi del berlusconismo. E’ immaginabile questo risultato senza Di Pietro ?

Ci sono altri soggetti a sinistra politici e sociali e ancora di più uomini e donne che vorrebbero capire e partecipare, ma non sono disponibili alla delega in bianco, che ne facciamo ? come parteciperanno ? Avviare un percorso unitario per la sinistra e per una coalizione alternativa potrebbe motivare energie e ridare slancio ad un percorso di uscita dalla crisi.

*) – Presidente Associazione Rinnovamento della Sinistra

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Immagine: Dipinto di Renee Fabiocchi – Teoria di stellina
per gentile concessione dell’autrice – Artista italiana in Monaco di Baviera

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L’articolo di Alfiero Grandi è la risposta al dibattito avviato da Mario Tronti sul quale era intervenuto Niki Vendola. RIportiamo di seguito i due interventi:

«Dopo le due sinistre, una forza fondata su lavoro e uguaglianza»

NIKI VENDOLA (6 luglio 2012)

Sulla prima pagina del quotidiano L’Unita’ appare oggi la risposta di Nichi Vendola a Mario Tronti che ieri aveva parlato della necessità di superare in Italia la presenza di due sinistre:
Ho letto con grande interesse e profonda condivisione la riflessione di Mario Tronti pubblicata ieri su L’Unità. Tronti squaderna la domanda che in tanti si stanno facendo, ovvero se esista la possibilità di costruire una soggettività politica di sinistra autonoma, che non sia più incastrata tra riformisti succubi dell’egemonia neoliberista e i radicali avvolti nelle scarlatte bandiere della testimonianza. Siamo partiti dalla nostra parzialità. Non volevamo un ennesimo “nuovo partito” ma provare a “riaprire la partita”. La nascita di Sinistra ecologia libertà è tutt’uno con la domanda”si può uscire dalla crisi da sinistra?” Abbiamo iniziato dalle parole, dal vocabolario di un nuovo progetto di liberazione: beni comuni, diritti civili, diritti dei lavoratori, energie rinnovabili, sviluppo sostenibile e soprattutto eguaglianza, una parola densa di storia e ancora piena di promesse. È proprio la diseguaglianza prodotta dal finanz-capitalismo ad essere la radice della crisi di convivenza, ripartire da qui è indispensabile. Abbiamo poi immaginato una nuova grammatica, fatta di relazioni tra persone vive e non di mediazione tra apparati e blocchi di potere morti. Per noi, che amiamo la Costituzione repubblicana, nulla è più straordinario della pratica della democrazia, meglio se diretta e partecipata: in primo luogo nei luoghi di lavoro e poi nelle istituzioni rappresentative, mai tanto mortificate. Una grammatica nuova che scoprisse anche la forza delle primarie, con il primo obiettivo di aprire le scatole cinesi che hanno imprigionato i partiti.

Ad un certo punto della nostra storia siamo stati chiusi nel vicolo cieco delle due sinistre. Oggi, come giustamente ammonisce Tronti, la crisi non permette più dispute nominalistiche, ma richiama l’ambiziosissimo obiettivo di essere lievito per la nascita di una sinistra nuova e unitaria, moderna e legata alle sue radici vitali. Per questo Sel ha subito dichiarato di volersi mettere a disposizione di un processo più vasto, un comune campo che potesse costruire una comune soggettività politica.

Oggi questa meta, che appena pochi anni fa pareva una chimera, è a portata di mano. Il berlusconismo è rovinato nella polvere, ma è l’intera “fase neoliberista del capitalismo-mondo”, per usare la definizione adoperata da Tronti, che svela tutta la sua potenza distruttrice, proprio nel momento in cui più è in crisi. A fronte di questa realtà, molti degli ostacoli ideologici che impedivano di ricostruire una sinistra moderna avrebbero dovuto dissolversi.

Penso che sia il nostro comune interesse guardare a questo livello i problemi, non ritornando alla pigra riedizione del terreno dell’alternanza. Il rapporto con i moderati rischia di essere solo tra ceti politici e, ancora peggio, tra i ceti politici interni ai nostri partiti. Del resto è opinione comune che il Pd non abbia affrontato tanti punti controversi che invece sarebbero facilmente risolti rivolgendo il proprio sguardo agli elettori del Pd stesso e di tutto il centrosinistra, dai diritti civili a quelli del lavoro.

Il punto oggi è come affrontare la prossima scadenza elettorale e, soprattutto, con quale progetto. Monti fa parte dell’orizzonte dopo il 2013? Il suo essere stato un governo “eccezionale per uno stato d’eccezione”, tesi che per altro non ho mai condiviso, si è trasformato in norma, rigore e regola? Lo pensa sicuramente chi ha nostalgie del quindicennio blairiano, anche dentro il Pd. All’epoca si vinceva, alcuni dicono, eppure è da allora, come ci ricorda spesso Jacques Delors, che si sono aperte le via al trionfo della destra liberista, che oggi detta l’insostenibile linea della austerità. La nuova sinistra non può accontentarsi di temperare gli appetiti del neoliberismo e fare da sentinella alla casta dei superfinanzieri che hanno prodotto la crisi. La nuova sinistra deve essere invasa dall’irruzione del suo popolo, che oggi accumula distanza e rancori, piuttosto che speranze e fiducia.

A questo servono le primarie, e sono, esse stesse, soltanto un primo passo. Noi per primi non sapremmo che farcene se dovessero ridursi a un berlusconiano concorso di bellezza, a una gara di telegenicità. Esse devono essere il terreno privilegiato per confrontare le diverse idee dell’Italia.

Una nuova e unitaria sinistra ha quindi bisogno di idee e di gambe per sostenerle. Ci sono tre aspetti irrinunciabili, che ritengo costituenti in Italia ed in Europa.

Il primo e fondante è una nuova valorizzazione del lavoro, invertire il metodico processo di sgretolamento della dignità del lavoro che ha costituito l’essenza dell’egemonia neoliberista. Mettere al centro il lavoro significa anche garantire reddito a chi il lavoro non ce l’ha o lo ha solo in via saltuaria e precaria. Per questo abbiamo proposto un reddito minimo garantito per tutti, per liberare il lavoro e per disegnare un moderno welfare universale. Vale la pena sottolineare che il lavoro incrocia la base materiale di una societa’ diseguale, anche nel rapporto maschile-femminile, e che il lavoro non puo’ piu’ estrarre ricchezza dalla dissipazione dell’ambiente. L’uguaglianza modernamente oggi vive nella parita’ di genere, nella critica della svalorizzazione delle diversita’, in una nuova profezia laica fondata sul custodire i beni comuni, la bellezza del creato, la dignita’ di ogni singolo individuo.

In secondo luogo bisogna costruire gli Stati uniti d’Europa. Dall’alto, integrando i processi istituzionali e politici, a partire dall’elezione diretta del presidente del Consiglio europeo, garantendo una governance federale della finanza pubblica continentale ed un controllo forte sugli eccessi della finanza. Dal basso, mettendo insieme soggetti politici e sindacati che non si richiudano negli egoismi nazionalisti. Per me non è più tollerabile che un operaio greco sia contro uno tedesco, ed entrambi contro quello italiano, mentre i loro affamatori speculano allegramente insieme sulle loro disgrazie.

Infine, credo che sia fondamentale mettere all’ordine del giorno la crisi morale e di valori che l’ingordigia neoliberista, e a maggior ragione da noi il berlusconismo, ci lascia come pesantissima eredità. La miseria della politica, sta proprio nell’essersi ridotta a riflesso e incarnazione di questo degrado etico, senza alcuna capacità di affrontarlo offrendo un orizzonte, un progetto complessivo e una speranza fondata. Una narrazione e il rinnovamento dei narratori, questo è il nostro obiettivo.

Su questa strada non c’è distinzione tra gli elettori dell’una o dell’altra forza della sinistra, o tra molti di quelli che, stomacati e disillusi, non votano più. E’ il nostro terreno comune, la somma di domande uguali per tutti alle quali dobbiamo rispondere cogliendo, perché anche in questo Mario Tronti ha ragione, la preziosa occasione che la crisi ci offre.

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E’ ora di superare le due sinistre

M. Tronti (5 luglio 2012)

E’ vero questa volta quello che dicono un po’ tutti. Il recente vertice di Bruxelles marca indubbiamente un passaggio di fase. Se ne sono sottolineati fin qui gli effetti macroeconomici, sia a livello nazionale, sia a quello sovranazionale. L’attenzione andrebbe portata sugli effetti di quadro politico, interno. La situazione in certo modo si stabilizza. Si squadernano, davanti a noi, questi dieci mesi, di qui alle elezioni politiche. La proposta per un’alternativa a sinistra da offrire al Paese, ha questo tempo per organizzarsi. Pensare strategicamente e operare nella congiuntura misurano qui le loro necessarie compatibilità. Più d’uno i livelli: distinti,maintrecciati. L’attività parlamentare vive l’urgente bisogno di recuperare una sorta di legittimità perduta: credibilità, fiducia, efficacia, decisione. La parte a sinistra dell’emiciclo ha il compito certo di contribuire responsabilmente all’uscita dalla fase acuta della crisi economico-finanziaria,maha un compito supplementare: contenere, quanto più possibile, i danni, i disagi, a volte le ferite, che le misure da prendere infliggono al suo popolo. Qui, il dialogo quotidiano con il fondo del Paese reale e forme periodiche di vera e propria concertazione con le forze sindacali, diventano indispensabili.

Poi, c’è il terreno politico-istituzionale. La volontà di un’autoriforma di sistema va messa in campo con più coraggio. Primo, nuova legge elettorale, subito. Secondo, quel minimo di modifiche costituzionali, possibili, in questo tempo, che per esse è molto breve, senza quei macroscopici stravolgimenti, agitati più per propaganda che per reale effettualità.

La vera legislatura costituente sarà la prossima. Ed è indubbio che bisognerebbe inventarsi una sede inedita in grado di approntare una proposta finalmente complessiva. Ragionevole, mi sembra, l’idea, di grande valore simbolico, che sta circolando: una Commissione dei Settantacinque, chiamata a istruire la materia. Da precisare forse in questo modo: personalità autorevoli, non elette direttamente, ma indicate dai partiti, prese dal loro bacino di competenze, proporzionalmente alla rappresentanza conquistata nelle prossimeelezioni politiche. Al nuovo Parlamento quindi l’assunzione, la possibilità di modifica, l’approvazione della proposta. Vedo conseguenze virtuose: i partiti riprendono la loro funzione dirigente, in sintonia con la capacità di utilizzare una tecnicalità, questa volta politica, di alto livello. C’è anche qui il bisogno di fermarsi davanti a un baratro: un default istituzionale, per eccesso di domanda antipolitica.

Ma quanto detto fin qui è solo la premessa del vero discorso che voglio fare, spostando l’asse di ragionamento, che si è riaperto su alleanze, coalizioni, in Italia, per l’Europa. I gruppi parlamentari dell’attuale centro-sinistra sono perfettamente in grado di gestire al meglio quelle urgenze sociali e istituzionali, senza bisogno di consigli da mosche cocchiere. C’è invece un secondo fronte piuttosto da aprire. Lo dico in una frase, che poi va spiegata: per un centro-sinistra diverso è indispensabile una sinistra diversa. I dieci mesi vanno anche impiegati per definire una mappa di percorso che miri a delineare la forma organizzata con cui il progetto di governo della sinistra si presenta di fronte al paese. Il dopo ’89 ha consegnato alla cosiddetta seconda Repubblica – e questa ne ha fatto un motivo quasi costituente – la teoria e la pratica delle “due sinistre”. Se è vero che queste due cose – seconda Repubblica e due sinistre – stavano insieme, allora insieme cadono. Il terremoto che ha devastato l’Italietta berlusconiana ha messo a nudo anche queste rovine. Ma direi di più. È tutta la fase neoliberista del capitalismo-mondo che ha prodotto e tenuto in piedi quella teoria e quella pratica. Da un lato la radicalizzazione movimentista no-global e new-global, dall’altra le Terze Vie e il neue Mittel. Nemmenoantagonisti e riformisti, piuttosto contestatori e liberisti. Fallimentari sia lo scontro nelle piazze, sia la coalizione al governo. Due entità, infatti, imprecise, e provvisorie, non autonome, incapaci di vera autonomia, culturale e politica, sia l’una che l’altra, vittime o delle proprie parole d’ordine o dei propri atti gestionali. Chiediamoci, realisticamente, se questa separatezza, con queste conseguenze, abbia ancora senso. E chiediamoci se il popolo della sinistra è ancora disposto a sopportarla.

Due no, rispondono a queste due domande. Dunque: bisogna fare qualcosa. Il processo va aperto, senza ansie di prestazione, con rigore, con metodo, tenendo fermo l’obiettivo, nei tempi necessari. L’atto conclusivo va messo a dopo le elezioni, ma il processo le deve attraversare, perché è un momento di chiarezza, e di mobilitazione. Le vere primarie sono queste: non la scheda con questo o quel nome, ma una grande partecipazione, dal basso, al dibattito sul destino strategico della sinistra: che cos’è, che cosa è stata, che cosa deve essere, quale forma deve prendere, quali risposte, quali proposte. La fase è favorevole. La crisi paradossalmente aiuta, perché fa vedere le contraddizioni di sistema, la debolezza delle attuali classi dirigenti, la necessità, l’urgenza, di sostituirle. E spinge il vento d’Europa, che cambia direzione, dalla Francia verso di noi, ma non solo per mettere meglio a posto i conti, piuttosto per cominciare a fare i conti con i veri responsabili dello sfascio attuale delle economie, delle società, delle istituzioni, della politica.

Insomma, veniamo tutti dallo stesso spettacolo e le metafore vengono spontanee. Forse è il momento di cambiare schema di gioco. Non si può rifare la stessa partita. È cambiata, tra l’altro, la squadra avversaria. Non c’è più da metter via Berlusconi. La cosa è un po’ più seria. Dobbiamo proprio riadattarci al programma minimo? Monti al posto che fu di Prodi? Grazie, abbiamo già dato. Il nostro popolo si merita finalmente qualche cosa d’altro. È sempre solo a quello che bisogna guardare, fisso negli occhi, per capire, e per fare.

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Immagine: Dipinto di RENEE FABBIOCCHI – Teoria di Stellina
per gentile concessione dell’autrice – Artista italiana in Monaco di Baviera

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Una replica a “La crisi va letta da sinistra altrimenti vince la destra”

  1. Avatar Renee Fabbiocchi

    LASCIATEMI PARLARE
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