di Francesco Berrettini (*)
Trovare una chiave di lettura nelle travagliate vicende economiche e sociali del mondo della globalizzazione è assai arduo per la molteplicità dei fattori in gioco e per la straordinaria varietà degli aspetti in cui le varie “crisi” si manifestano; le semplificazioni, soprattutto se eccessive, non hanno una grande utilità euristica; ma in questo senso non funzionano neppure le analisi minute e particolareggiate, che di solito permettono di comprendere singoli fenomeni ma non la direzione di marcia ed il senso delle cose.
E qual è il senso delle cose che stanno accadendo?
Mi sento di poter dire che siamo di fronte ad uno scontro di proporzioni gigantesche tra due diverse concezioni del mondo e della vita, come già ai tempi della guerra fredda, in cui due blocchi si contrapponevano senza risparmio di energie e traevano motivo di scontro e di confronto in tutte le possibili manifestazioni, in tutti i modi possibili.
Anche oggi, come allora, il mondo è diviso in due blocchi contrapposti.
Da una parte gli Stati (tutti gli Stati e le loro aggregazioni più o meno compiute, comela UnioneEuropea) con le loro istituzioni, i loro bilanci, la loro organizzazione amministrativa, i loro organi di rappresentanza e di governo, il loro sistema di welfare (più o meno compiuto), i loro sistemi fiscali e di ridistribuzione del reddito, i loro sistemi legislativi, finanziari e bancari, e così via.
Dall’altra un enorme capitale finanziario (valutato in almeno 10 volte il PIL mondiale) gestito dalle banche d’affari americane (e non solo), dalle multinazionali, dai fondi speculativi, dalle agenzie di rating, dal cosiddetto secondo mercato dei fondi ed investimenti “derivati”, da consorzi e sindacati di banche e di intermediari specializzati. Somme enormi vanno a spasso per il mondo, fuori dal controllo delle autorità monetarie, in un intreccio sempre più fitto ed intricato, tanto che i disturbi si trasmettono con grande velocità attraverso il sistema. In questo mercato internazionale dei capitali manca un prestatore di ultima istanza (come quello che nei Paesi avanzati protegge le banche ed i loro clienti); manca ogni regolamentazione che impedisca le operazioni finanziarie troppo rischiose, talché il sistema risulta essere estremamente volatile, sensibile in modo frenetico alle aspettative ed alle voci; in tal modo le operazioni si affollano sui mercati in crescita ed abbandonano quelli in caduta, aggravando l’impatto di un cambiamento effettivo o anche solo atteso. Gran parte di questa attività finanziaria ha poco a che fare con l’economia reale, con la vita economica ed industriale dei Paesi coinvolti, ma assai spesso ne influenza duramente la prosperità; essa inoltre contribuisce ad indebolire il potere dei singoli Paesi nel contrastare i trend negativi, impedendo loro di perseguire le proprie priorità.
Cosa c’è dentro questa enorme massa di capitale finanziario? Di tutto: dai fondi allocati nei paradisi fiscali o nelle banche off –shore e provenienti da risparmi, evasione fiscale o da traffici illeciti, dai capitali delle multinazionali , dai fondi pensione, dai derivati (trattati spesso al di fuori dei centri borsistici ufficiali ed utilizzati prevalentemente per arbitraggi, speculazioni e strategie di copertura di rischi) che per loro natura originaria (diversamente da azioni ed obbligazioni) non sono legati ad investimenti in beni reali, e così via.
I contendenti in campo sono dunque da una parte gli Stati-Comunità, dall’altra il capitale finanziario anonimo come sommariamente descritto. La posta in gioco è la salvaguardia degli Stati sovrani (pur con tutte le loro debolezze ed inefficienze) contro l’arricchimento speculativo di un capitalismo selvaggio e senza regole. L’attacco, come in ogni guerra, si rivolge ai punti più deboli, come fanno gli sciacalli con gli animali malati o deboli (Paesi in difficoltà, debiti sovrani più esposti, banche più fragili, sistemi socioeconomici meno efficienti); l’obbiettivo è la disgregazione di Stati e dell’eurozona, l’isolamento della Germania (che peraltro ce ne mette di suo per isolarsi), l’abolizione di ogni restrizione che serva ad indirizzare la globalizzazione verso un capitalismo democratico e di mercato sociale ; per questo, ad esempio, l’applicazione della Tobin tax in Europa sarebbe un primo forte segnale di resistenza a questo capitalismo selvaggio, che vuole stringere in una morsa i debiti sovrani e far fallire gli Stati.; anche le proposte di Monti di un fondo europeo salva spread sarebbe utile; ma più utile soprattutto sarebbe la socializzazione dei debiti attraverso gli eurobond, una più accentuata solidarietà europea; politiche comuni in settori strategici come quello bancario e fiscale: più utile sarebbe la costituzione di una vera banca centrale europea con i pieni poteri di una banca centrale vera; più utile sarebbe l’abbandono del rigorismo ottuso della cancelliera tedesca che aumenta gli effetti della crisi e fa avvitare i Paesi più deboli in una spirale in discesa e senza ritorno, per una visione solidaristica autenticamente europea (quella dei padri fondatori) in cui ci sia la consapevolezza che nessuno può salvarsi da solo e che il compromesso onorevole diventa condizione necessaria per evitare il conflitto e la divisione.
Che se ne abbia consapevolezza o no, la nuova guerra fredda è cominciata; sarà dura e lunga. Ci saranno vicende alterne di prevalenza di una prospettiva contro un’ altra; di vittorie parziali ed episodiche, di avanzate e di ritirate, di conflitti (economici) locali, come avveniva al tempo della guerra fredda; ma dall’esito di questo scontro dipenderà se avremo ancora un futuro in cui gli Stati comunque intesi e con tutti i loro limiti continueranno ad esistere con il loro patrimonio di organizzazione sociale , economica ed istituzionale oppure prevarranno le forze anarchiche del capitalismo selvaggio che porteranno miseria, accresceranno enormemente le differenze e renderanno tutto il mondo una plaga sempre più invivibile, dove regnerà sovrana la legge della giungla.
(*) Vicepresidente FILEF














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