di Karl G Zanetta
L’abbattimento di un jet militare turco da parte siriana lo scorso 22 giugno solleva alcuni interrogativi su cui vale la pena soffermarsi. Nell’impossibilità di comprendere l’accaduto nella sua dinamica esatta senza un accesso pieno ai documenti e alle informazioni, l’unica via da intraprendere per cercare di rendere meglio comprensibile l’avvenimento è quella di fare alcune ipotesi in ordine alle reali intenzioni delle due parti in causa.
Occorre, però, partire da una premessa, cioè che si conosce soltanto la versione turca, e non si sa quanto sia precisa, dell’accaduto. Sostanzialmente, il velivolo militare turco abbattuto era in volo di addestramento, era disarmato e il suo sorvolo non era segreto in quanto comunicato in precedenza alle autorità siriane.
Ora, tra il fatto che il velivolo fosse disarmato e che fosse in addestramento non c’è necessariamente contraddizione, giacché l’addestramento potrebbe essere quello dei piloti e non un’esercitazione militare condotta dal velivolo poi abbattuto. Ma qualche perplessità suscita il fatto che la presenza dell’aereo fosse stata comunicata ai siriani. Ciò vuol dire che i turchi hanno fatto sapere ai siriani che un loro aereo sarebbe entrato nello spazio aereo siriano o che vi sarebbe passato molto vicino? Quest’aspetto non è stato chiarito. Né è stato chiarito come i siriani abbiano reagito a una tale comunicazione.
Va aggiunto che i turchi non hanno fatto appello ad alcun trattato, magari di cooperazione militare, per giustificare la presenza del proprio jet all’interno dello spazio aereo siriano. Nell’assenza di un trattato di cooperazione militare che consenta “l’intrusione” di un velivolo militare nello spazio aereo di un altro Stato, la previa comunicazione della presenza dell’aereo e l’assenza di risposta da parte delle Autorità locali non significa necessariamente che i siriani abbiano autorizzato la presenza del velivolo, poiché nel diritto internazionale non è previsto il principio del silenzio assenso, venendo piuttosto tutelato il principio di sovranità territoriale, che può essere derogato in presenza di un titolo giuridico valido come il consenso (che tuttavia pare difficile desumere dal silenzio) o appunto un trattato.
Dunque, quale prima ipotesi è possibile ritenere che i turchi abbiano inviato un velivolo in una zona di guerra, presumendo che i siriani, previamente informati, non avrebbero reagito, sottovalutando con ciò – per eccesso di superficialità – la possibilità di una reazione siriana. Quest’ipotesi non è del tutto da scartare conoscendo il tasso di pressappochismo dei turchi, i quali hanno la tendenza peraltro a sovrastimare, essendo impregnati di nazionalismo, le proprie capacità e perciò a pensare che la propria analisi sia sempre quella corretta.
A questa superficialità potrebbe essersene aggiunta un’altra, ossia il fatto che nel corso di un conflitto bellico, come quello in Siria, è sempre possibile che saltino le linee di comunicazione. Quindi, non è detto che l’aver comunicato a un’Autorità statale qualcosa voglia dire, di conseguenza e naturalmente, che quell’informazione sia stata in pratica passata, successivamente, o sia riuscita a giungere a tutte le Autorità potenzialmente interessate di quel medesimo Stato.
Un’altra ipotesi interpretativa potrebbe essere che i turchi abbiano voluto mascherare, con la scusa della previa informazione ai siriani, come missione inoffensiva e di addestramento un’attività di ricognizione del suolo siriano, per testare magari le capacità di difesa aerea siriana. In questo caso, bisognerebbe sospettare che i siriani stessero aspettando l’arrivo dell’aereo e ne abbiano approfittato per impartire, con un “first strike”, una sorta di lezione-avvertimento a carattere preventivo ai turchi, oltreché a tutti coloro i quali fossero intenzionati a ingerirsi nelle vicende siriane. Non va dimenticato, d’altronde, che il territorio siriano è costantemente infiltrato dal territorio turco, sia da parte degli insorti sia da parte di agenti turchi. I siriani potrebbero aver voluto approfittare della situazione per lanciare un monito ai turchi, nel senso di non continuare con simili attività che, col tempo, potrebbero diventare per loro sempre più pericolose.
Varie sono le combinazioni interpretative possibili. Fatto sta che dall’accaduto possono trarsi già alcune conclusioni:
1) la politica di Davutoglu, la c.d. “zero problems with neighbours”, cioè nessun problema coi vicini, è di fatto fallita, perlomeno nel caso siriano, ma non pare che il Ministro degli Esteri turco ne abbia tratto le conseguenze dimettendosi; tutt’altro, egli oggi si fa portavoce sempre più forte della volontà di spodestare Assad dal governo della Siria, cambiando con una certa disinvoltura la parte in commedia;
2) le capacità militari turche non sembrano all’altezza della situazione, ovverosia non sembrano in grado di garantire da sole il successo di un intervento militare straniero in Siria, tant’è vero che i partiti non hanno tenuto finora manifestazioni antisiriane, proprio per non spingere verso una situazione di conflitto bellico ingestibile;
3) anche se ancora non si è capito, almeno a livello ufficiale, con quali strumenti i siriani abbiano abbattuto l’F4 turco, pare evidente che le capacità di difesa aerea siriane, evidentemente sostenute dai russi, siano di ottimo livello e capaci di reagire prontamente in caso di bisogno;
4) ne segue che un intervento militare limitato all’aviazione, diversamente da quanto accaduto in Libia, verrebbe pagato a caro prezzo da chi intendesse effettuarlo e, molto probabilmente, dovrebbe essere comunque sostenuto da un’azione di terra, a prescindere da ogni altra considerazione collegata agli effetti di ripercussione che potrebbero aversi nella regione a partire dal Libano.
La vicenda in questione dimostra, più in generale, che un intervento militare esterno in Siria non potrebbe essere realisticamente condotto unicamente da una qualche potenza regionale dell’aerea, ma dovrebbe essere effettuato da una superpotenza o dalla NATO e che, comunque sia, sarebbe tanto estremamente impegnativo e costoso sul piano umano, tenuto conto dell’appoggio di cui godono i siriani a livello internazionale, ad esempio dei russi che a Tartus in Siria dispongono di una base navale, quanto destabilizzante per l’intera regione mediorientale.
Infine, gli Stati Uniti dovrebbero forse domandarsi se la strategia fin qui seguita dall’Amministrazione Obama di disimpegno dall’Europa e dal Medio Oriente, considerando la sempre più pressante carenza di risorse che attanaglia ormai anche gli USA, delegando alle potenze dell’area (ad esempio, Turchia e Arabia Saudita) la soluzione delle crisi, in particolare della “primavera araba”, per concentrarsi sullo scacchiere del Pacifico, ritenuto oggi di importanza strategica fondamentale, non rischi di condurre presto o tardi il Medio Oriente, alla luce delle caratteristiche degli attori in gioco, a un conflitto internazionale di proporzioni catastrofiche.














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