di Elena Marisol Brandolini (Barcellona)
Il popolare Mariano Rajoy, presidente del governo spagnolo, continua a negare che il piano di sostegno finanziario di 100 miliardi di euro accordato alle banche spagnole, sabato 9 giugno nella riunione straordinaria degli Stati dell’Eurogruppo, costituisca un vero e proprio salvataggio/riscatto europeo, anche se limitato ad un solo settore economico. E, contro ogni ragionevole evidenza, assume l’evento come risultato della propria iniziativa, come un fatto che arriva solo in ritardo rispetto a quanto già avvenuto in altri paesi, che non avrà alcun effetto sul debito sovrano.

I media spagnoli cominciano a osservare che questa insistenza nel negare ciò che tutto il mondo, e lo stesso Eurostat, definiscono come “salvataggio”, comincia a essere controproducente per l’Esecutivo spagnolo, perché è proprio l’ostinata sottovalutazione dei fatti e l’assenza di trasparenza nella loro gestione ad intaccare la credibilità del Paese e dei suoi governanti. La cui memoria è evidentemente corta, se dimenticano che fu proprio il disconoscimento dell’incipiente crisi economica, di cui già cominciavano a vedersi gli effetti in Spagna nel corso del 2008, da parte dell’allora presidente Zapatero, a determinare, presso l’elettorato, quel senso di sfiducia e disaffezione che si tradusse poi, nel novembre del 2011, in una sonora sconfitta elettorale per i socialisti.

Ad ogni modo, ciò che è evidente è che quella del salvataggio delle banche non è la strategia adeguata, se l’aggressione dei mercati al debito sovrano spagnolo è ripreso immediatamente dopo, con lo spread salito a livelli superiori a 500 punti.

Né, d’altra parte, visto che alla fine al riscatto si è comunque arrivati, sembrano aver sortito miglior effetto le politiche del governo degli ultimi mesi, fatte di tagli allo Stato Sociale (meno 10 miliardi di euro solo da scuola e sanità) e di riforme come quella del mercato del lavoro, che hanno prodotto una drastica riduzione dei diritti ed un incentivo ai licenziamenti.

Anzi, è largamente probabile che, per quanto le condizioni del prestito europeo, con tassi d’intersse tra il 3% e il 4%, siano formalmente solo legate alla riforma del sistema finanziario, gli effetti sul debito e sul deficit pubblico spagnolo ci saranno eccome, e che solo manchi di calcolarne l’ammontare. E che, comunque, alla Spagna verrà chiesto di rispettare le condizioni del Patto di Stabilità.

La pressione ad accedere al piano di salvataggio sarebbe arrivata alla Spagna un po’ da parte di tutti i soggetti dell’Eurozona. Sembra che Rajoy abbia provato fino all’ultimo a strappare un intervento diretto alla Banca Centrale Europea a sostegno delle banche spagnole, senza successo.

D’altronde, la situazione del sistema finanziario spagnolo, la cui salute aveva già mosso il precedente governo socialista ad istituire il FROB, Fondo Reestructuraciàon Ordenada Bancaria, per gestire i processi di ristrutturazione  delle banche e le risorse proprie delle stesse, è precipitata con l’ultima vicenda che ha riguardato Bankia.  Il gruppo finanziario Bankia, risultato della fusione di sette casse di risparmio spagnole, tra cui Caja Madrid e Bancaja, registrava infatti un volume di perdite per il 2011 inusitato nella storia del settore, determinato dall’ammontare di titoli tossici (crediti morosi, a rischio di essere onorati, appartamneti rimasti alla banca, etc.) posseduti in eccesso in portafoglio. Ciò aveva determinato il governo spagnolo ad intervenire procedendo con la nazionalizzazione dell’entità finanziaria. Ma questo non era bastato per ridare certezza ai mercati e ai risparmiatori sulla solvibilità della banca, con una perdita considerevole del valore delle sue azioni.

Con Bankia, si è resa esplicita la perversa relazione esistente tra sistema bancario spagnolo e debito sovrano: il fatto, dunque, che il sistema creditizio spagnolo, gonfiato da titoli tossici, abbia bisogno di capitale pubblico per non fallire, comportando però il suo salvataggio un ulteriore indebitamento pubblico.

Proprio quello che l’opposizione parlamentare in Spagna, il partito socialista in particolare, vorrebbero evitare in occasione del salvataggio europeo: che a pagare siano quelli che non sono responsabili dei misfatti delle banche e che il danaro pubblico impiegato non rientri più nelle casse dello Stato.


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