di Silvana Cappuccio
Nel G20 di Pittsburgh nel 2009 i governi, tra l’altro, richiesero un rapporto su come gli Stati utilizzassero le politiche del lavoro per limitare l’impatto economico e sociale della crisi, per stimolare l’occupazione, i redditi delle famiglie e la crescita economica, e per ridurre la povertà. Per dare seguito a questo impegno, l’Organizzazione internazionale del lavoro e la Banca Mondiale hanno recentemente pubblicato un nuovo rapporto congiunto (ne abbiamo già parlato qui) intitolato “Inventory of Policy responses to the Financial and Economic Crisis” (Inventario delle misure dei governi contro la crisi economica e finanziaria), supportato da una nuova banca dati online. Qui vengono presentate tutte le misure che i governi hanno attuato durante quella che definiscono “la fase più acuta” della crisi finanziaria (2008-2010) e le implicazioni per l’elaborazione di politiche in risposta a future recessioni economiche.
La banca dati mette insieme le informazioni fornite da 55 paesi a basso e medio reddito e 22 paesi ad elevato reddito, tra cui l’Italia, sulla base di sette categorie: politiche macroeconomiche; misure per aumentare la domanda di lavoro; politiche attive di mercato del lavoro; sussidi di disoccupazione; misure di protezione sociale; dialogo sociale e norme sul lavoro.
Il rapporto raccomanda ai governi di migliorare il coordinamento tra politiche macro e settoriali; estendere la copertura dell’assicurazione sociale a tutti i lavoratori; integrare e rafforzare le reti di sicurezza; ripensare i piani relativi alle politiche attive del mercato del lavoro, includendo quelli utilizzati per stimolare la domanda di lavoro; investire nei sistemi di informazione sul mercato del lavoro; promuovere il dialogo sociale; aumentare i controlli per evitare violazioni dei diritti del lavoro.
Un dossier che riserva sorprese, a partire dall’asserzione che, nella maggior parte dei paesi esaminati, contrariamente alle precedenti crisi, gli interventi dei governi per mitigare le conseguenze della recessione sono stati considerevoli. Non solo la maggioranza dei paesi avrebbe utilizzato politiche fiscali e monetarie espansive per stimolare l’economia, ma sarebbe anche intervenuta direttamente per proteggere o creare posti di lavoro, per salvaguardare le competenze, facilitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, e per proteggere i redditi dei disoccupati e dei gruppi vulnerabili. Si constata che in molti casi il dialogo sociale è servito a orientare le risposte politiche. Politiche, queste, probabilmente seguite nei paesi emergenti e in via di sviluppo, ma non particolarmente nelle economie avanzate, in Europa soprattutto.
“Per la prima volta, i rappresentanti dei governi hanno ora accesso a dati e a informazioni sulle misure avviate da altri paesi. Questo consentirà di conoscere le migliori pratiche per creare posti di lavoro e per ridurre la povertà in caso di crisi”, ha dichiarato Tamar Manuelyan Atinc, vicepresidente per lo sviluppo umano della Banca mondiale, presentando la banca dati. “Questi risultati confermano la nuova strategia dell’organizzazione sulla protezione sociale e il lavoro il cui obiettivo è promuovere la capacità di ripresa, l’equità e nuove opportunità per le persone più povere e più vulnerabili”. José Manuel Salazar-Xirinachs, direttore esecutivo dell’Ilo, ha aggiunto: “I rappresentanti dei governi e i ricercatori di tutto il mondo potranno utilizzare questa banca dati per analizzare le politiche e trarre ulteriori lezioni che, dal momento che la crisi persiste, continuano tuttora ad avere la loro rilevanza”.
Ma sinceramente noi speriamo che queste che vengono dall’Ilo e dalla Banca mondiale additate come lezioni non vengano ancora troppo seguite. La parte riguardante l’Italia considera, infatti, buone pratiche quelle misure adottate dal governo Berlusconi che sappiamo aver rafforzato la precarietà, aggravato la difficilissima situazione occupazionale della popolazione e indebolito la tutela delle famiglie italiane. Anche sulle politiche attive del lavoro (per le quali secondo la banca dati sarebbero stati resi disponibili dei fondi), le misure adottate contro la discriminazione e l’inclusione delle donne al lavoro (finanziate con un milione di euro), gli interventi di espansione del ruolo delle agenzie private di collocamento ed altri riferimenti i giudizi espressi dal rapporto risentono evidentemente della documentazione, di parte, fornita dal governo.
FONTE: http://www.rassegna.it














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