di Massimo Demontis (Berlino)
Aumenta la disoccupazione in tutto il mondo. Botta e risposta sulla crescita tra Merkel e Hollande. La cancelliera tedesca annuncia una „agenda per la crescita dell’area EU“. L’ultima voce levatasi contro le misure di “austerità fiscali” è quella dell’ILO, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro delle Nazioni Unite. Nel suo rapporto 2012 pubblicato lunedì a Ginevra, l’ILO denuncia che le misure di stretto rigore volte al risparmio per raggiungere il pareggio di bilancio e per salvare l’euro in realtà sono misure di killeraggio di posti di lavoro. E, nonostante i tagli, gli obiettivi di risparmio non sono stati raggiunti. L’ILO cita l’esempio della Spagna dove nonostante i drastici tagli tra il 2010 e il 2011 il deficit di bilancio è sceso soltanto dal 9 al 8,5 per cento.
Al contrario, le misure di rigore hanno avuto “ricadute distruttive” sull’occupazione.
È un quadro a dir poco drammatico quello descritto dall’ILO nel suo rapporto. Dall’inizio della crisi finanziaria nel 2008 sono andati persi 50 milioni di posti di lavoro in tutto il mondo. Alla fine del 2011 nel mondo c’erano 196 milioni di disoccupati che, dicono gli esperti dell’ILO, diventeranno probabilmente 202 milioni a fine 2012. Tendenza in aumento. Gli esperti dell’ILO ritengono infatti che nel 2013, se i governi non cambieranno registro di politica economica, industriale e fiscale, se ne aggiungeranno altri 5 milioni.
Cifre da capogiro e da notti insonni per governi, parlamenti, partiti, BCE, FMI e Unione Europea.
Si tratta dell‘ennesimo redde rationem contro la strategia del risparmio e del patto di stabilità fortemente volute dalla Germania e dalla cancelliera Merkel in coppia con l’attuale presidente francese Nicolas Sarkozy. Il rapporto ILO e la sua dura presa di posizione è l’ultimo in ordine di tempo, e va ad aggiungersi agli appelli di politici, in verità, per ora, ancora pochi quelli che prendono il coraggio a quattro mani e dicono apertamente che in questa fase recessiva tagli e risparmi drastici sono una follia, alle analisi di economisti, anche di scuola liberista, l’ultimo è stato Paul Krugman, ai richiami di associazioni e organizzazioni, ai suggerimenti di giornalisti, analisti e politologi.
L’ILO mette ammonisce i governi dicendo che “se i programmi di riduzione dei deficit di bilancio non saranno associati a misure per creare occupazione potrebbero verificarsi dei disordini. Nonostante un lieve miglioramento dei parametri economici a livello mondiale, la situazione occupazionale non ha subito alcun miglioramento e anzi tende a peggiorare.
L’autore dello studio, Raymond Torres, mette in guardia dicendo che il problema più grosso è “la disoccupazione giovanile di lunga durata e questo potrebbe portare a disordini sociali.La crisi occupazionale ha raggiunto una nuova fase strutturale, afferma Torres, va aggravandosi in Europa e non migliora in molti altri paesi”.
In un primo momento l’ILO aveva previsto che la situazione occupazionale mondiale sarebbe migliorata nel 2014, ma la previsione è stata modificata per cui si pensa che nei paesi industrializzati si tornerà ai livelli occupazionali del 2008 soltanto a partire dal 2016.
Il messaggio è chiaro: senza investimenti, senza interventi di spesa, senza misure statali e di investitori privati non si va da nessuna parte. Il crescente aumento dell’imposizione fiscale, si pensi – da ultimo – al paventato aumento dell’iva, non produrrebbe altro che un ulteriore avvitamento dell’economia, una diminuzione della domanda interna e ancora recessione. E ulteriore perdita di posti di lavoro. In Italia, come in Spagna e in Grecia.
“Occorre cambiare rotta”, manda a dire Raymond Torres ai governi. “La strategia del risparmio e delle rigide regole di controllo avrebbe dovuto portare più crescita, ma questo non si è avverato. Al contrario, si è rivelata controproduttiva”.
Ma se in Europa si comincia a parlare di crescita, lo ha fatto il candidato alle elezioni presidenziali francesi, il socialista Hollande, lo ha fatto Monti e infine anche il president della BCE Mario Draghi, e se le pressioni sulla cancelliera Merkel si fanno sempre più forti, i paesi sembrano avere idee piuttosto diverse su quali misure adottare per agevolare la crescita.
Se da un lato Hollande dichiara di voler ottenere un programma congiunturale per l’Europa, c’è chi parla addirittura di New Deal o di Piano Marshall, e ammonisce che “la Germania non decide da sola per l’Europa”, dall’altro Angela Merkel, con un mezzo passo in avanti, assicura che se ne può parlare, ma che il fiscal compact non si tocca. E per rendere ancora più chiaro il suo pensiero, in una intervista rilasciata al quotidiano di Lipsia “Leipziger Volkszeitung” ha detto che “sul patto di bilancio non ci saranno nuove trattative”. In un botta e risposta a distanza con Hollande, la Merkel ha anche detto che “non abbiamo bisogno di nuovi programmi statali di congiuntura che non aiuterebbero l’Europa. Abbiamo bisogno di una solida politica finanziaria, senza la quale non si uscirebbe dalla crisi. Ma questa da sola non basta. Occorre anche una politica che promuova crescita e occupazione, che renda gli stati nuovamente competitivi, ma che non sia basata sull’indebitamento”. È questa quindi la filosofia Merkel. La cancelliera ammette di poter immaginare un potenziamento delle possibilita di investimento della BEI, la Banca europea per gli investimenti, e annuncia che per la prossima riunione del Consiglio europeo di giugno sta preparando una “agenda per la crescita dell’area EU”.
Intanto si fa sentire anche il Commissario europeo per il mercato interno e i servizi, il francese Michel Barnier, chiedendo che accanto ai trattati per il pareggio di bilancio sia preparata una iniziativa europea per la crescita.
Hollande sì Hollande no è ancora la Merkel a dettare la linea, ancora forte in Germania di un buon consenso elettorale, nonostante con la sua politica di risparmio sia “fragorosamente fallita” come dice il presidente della SPD Sigmar Gabriel. L’SPD fa sapere che non è possibile mantenere la tabella di marcia per approvare a fine maggio in parlamento il fiscal compact e che la cancelliera, se vuole raggiungere la maggioranza dei due terzi, deve fare concessioni all’opposizione che da tempo chiede una politica di risparmio meno rigorosa e più crescita.
In aiuto della Merkel si muove il presidente uscente dell’Eurogruppo Jean-Claude Junker. Junker, in una dichiarazione rilasciata al giornale Welt am Sonntag, si è detto pronto a „voler parlare“ con Hollande in caso di sua elezione a presidente nel ballottaggio del 6 maggio perché „l’idea di rinegoziare il patto di sana pianta e di rimuovere sostanziali elementi dal testo è velleitaria“.
Velleitarie o meno le posizioni di Hollande non sono isolate in Europa. Se dovesse vincere le presidenziali francesi si tratterà solo di vedere se veramente avrà la forza di mantenere le sue promesse e, se del caso, di andare allo scontro con la Germania.
Non sarà certo Junker a fargli cambiare idea. A proposito del presidente dimissionario dell’Eurogruppo, Junker si dimette sbattendo la porta, denunciando che l’organismo da lui presieduto sarebbe una sorta di teatrino dei pupi mossi dal duo Merkel e Sarkozy. E cosa fa allora Junker per riabilitare l’onore leso dell’Eurogruppo? Propone come suo sucessore il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble (CDU) altro paladino del rigorismo di bilancio. Strano, o forse no? Sicuramente siamo dinanzi a una investitura, poco democratica, della serie allineati e coperti. Alla faccia delle denunce di non indipendenza.














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