di Tonino D’Orazio
Quindi nulla di nuovo, come previsto; lo spread è ad oltre 400 punti. Tutti quelli che ragionano un po’ lo sapevano da tempo. Finché si picchia su lavoratori e pensionati scende, comunque di poco, appena si affaccia all’orizzonte l’ipotesi che il giochetto forse non si potrà più fare facilmente, il ricatto risale. Il differenziale italiano tra il Btp decennale e il Bund tedesco ha toccato di nuovo 410 punti. Il differenziale della Spagna ritorna a 430 punti e va in tensione anche la Francia con un differenziale che sfiora i 150 punti. Sui listini europei sembrano pesare le elezioni francesi, dove lo sfidante Hollande appare in vantaggio sul presidente uscente Sarkozy, oltre alla situazione olandese, dopo il fallito negoziato sul piano di austerity nel centro destra al governo.
Ma allora questo spread è puramente politico! Si alza solo perché, forse, potrebbe cambiare qualcosa? Eppure, Hollande non è la Aubry, è un riformista veramente moderato. Non dovrebbe e non potrà fare paura, dicono le banche svizzere. Hollande non è un audace, ma piuttosto un temporeggiatore. Come rifiutare la linea imposta dalla Germania? Da questa scelta potrebbe essere rimesso in questione l’orientamento economico e sociale della Francia, ma anche quella della costruzione dell’Europa, nel bene e nel male.
Già in merito alle politiche di austerità imposte dalla UE per la riconduzione debito/pil, (deficit a 3 % nel 2013 e a 0 % nel 2015 (nella proposta di Bayrou, il centrista), nel 2016 (per Sarkozy. Perché non l’ha fatto quando poteva?) oppure nel 2017 (per Hollande), suppongono tutti quanti soltanto una nuova drastica cura.
L’applicazione del Trattato di stabilità, in fase di ratifica, impedisce, a causa di sanzioni poderose, di uscire dai vincoli imposti dalle banche. Hollande potrebbe allentarli solo minacciando il ricorso, rischioso, a un referendum popolare, anche se poco credibile. Il vero referendum sul Trattato di Lisbona fu già perso dai due candidati nel 2005. E’ stato impedito alla Grecia. Difficilmente lo potrà essere per la Francia.
Nessuno ignora che i programmi di austerità messi in opera non hanno portato, e non porteranno, nessun miglioramento al problema del debito che si pretende di risolvere senza crescita. Sullo sviluppo, araba fenice miracolosa, nessuno ha idee e tantomeno “ideone” in Europa. Già nel 1930, nelle sequele mondiali della crisi del 1929, la politica della destra francese fu stigmatizzata dai socialisti: “La deflazione aggrava la crisi, diminuisce la produzione e il potere d’acquisto e diminuisce le entrate dello stato”. Non erano né premi Nobel, né bocconiani.
Lo sbocco vero, purtroppo, fu la seconda guerra mondiale.
Se un dato preciso viene fuori da questo primo turno elettorale è che un francese su tre ha votato contro l’Europa attuale, la Le Pen e i fascisti francesi(18%), il Front de la Gauche di Mélenchon (11%), Verdi (2.5%) e altri più piccoli. Ed è per questo che molti fascisti francesi non appoggeranno Sarkozy, compagno di merenda della tedesca. Sembra che a votare i fascisti francesi siano in gran parte i lavoratori. Non c’è da stupirsi, abbiamo lo stesso effetto sia con la Lega che con altre destre xenofobe in ormai tutti i paesi europei, chi più chi meno. Il problema di non essere radicalmente alternativi su economia e democrazia è infatti un problema tutto interno alla sinistra. Infatti Mélenchon e le altre forze di sinistra chiamano alla “disobbedienza europea”.
Appello complicato per Hollande che, al di là del tema della giustizia fiscale, ha sostenuto, insieme a Sarkozy gli stessi trattati europei, sia di Maastricht che di Lisbona, dove si riduceva l’Europa ad un libero mercato, senza regole, senza politiche democratiche, e sottomessa poi alle banche private. Stessa politica del nostro PD.
Sostengono tutti e due obiettivi drastici di riduzione del deficit pubblico e rifiutano il protezionismo. Aspettano messianicamente tutti e due la crescita e lo sviluppo. Difendono in modo simile le politiche estere e di difesa. Sono stati fautori del reintegro della Francia nel Patto Atlantico della Nato. I socialisti francesi, anche se non tutti, hanno approvato il bombardamento gratuito (?) della Libia. La sete di petrolio facile guida tutti in guerre umanitarie.
Sul piano sociale non si sono offesi molto quando Draghi, in un lapsus illuminante, ha ironizzato sulla fine della socialdemocrazia e dello stato sociale in Europa. Gli stessi socialisti tedeschi, pur essendo a favore ufficialmente, pensano che Hollande non possa, da solo, riuscire a sovvertire tutti gli accordi ormai in atto e che forse farà come fece Lionel Jospin: promise tutto, ma poi non se ne fece niente.
L’elezione di Hollande rappresenterebbe comunque per l’Europa uno schiaffo formale al sistema bancario ormai integrato dalla BCE, basti vedere la reazione molto “sensibile” delle borse, e una speranza contro l’assunto che “non c’è alternativa”. Questa speranza permetterebbe anche ad alcuni altri capi di stato europei, anche di destra, di difendere il proprio paese alleandosi e sostenendo Hollande, almeno sull’obiettivo minimo del dilazionamento del debito, allentando così il cappio anti popolo e anti lavoratori e pensionati.
A parte l’ufficiale giudiziario Monti, e malgrado lui, la Grecia, la Spagna, il Portogallo, l’Olanda e altri paesi est europei sono sicuramente interessati. Hollande potrebbe, se avesse più coraggio, rimettere su un binario più retto una Europa più politica e più indipendente, sia dalla Germania che dagli anglo-americani.














Lascia un commento