di Elisa Ferrero (Il Cairo)
Tre diverse vie continuano a confrontarsi. Il 20 Aprile in piazza Tahrir, è di nuovo stata milioniya, con centinaia di migliaia di persone appartenenti un po’ a tutti i gruppi politici, religiosi e rivoluzionari. Siamo dunque tornati alla situazione di circa un anno fa, con la piazza unita, che questa volta lotta contro il governo militare? In effetti, la richiesta comune a tutti questi gruppi, seppur con sfumature diverse, è stata appunto la fine del governo dei generali entro il 30 giugno 2012, come promesso. Nessuno vuole che tale governo si prolunghi oltre, pena lo scoppio di nuovi violenti tumulti. Tuttavia, non si può parlare di una piazza davvero unita. I tentativi di riconciliazione tra laici e islamisti ci sono stati, ma la diffidenza dei primi verso i secondi resta molto alta, perché sono in tanti a credere che i Fratelli Musulmani e i salafiti seguano solo il proprio interesse politico.
Dunque, fermo restando questo rifiuto comune di uno stato guidato dai militari, in piazza Tahrir ognuno ha gridato i propri slogan, da circa una decina di palchi diversi: chi ha chiesto l’abolizione dell’articolo 28 della Dichiarazione Costituzionale (che sancisce l’inappellabilità delle decisioni della Commissione Elettorale), chi il bando dalla politica degli elementi del vecchio regime, chi l’abolizione delle leggi di emergenza (l’eterna domanda), chi la formazione di una nuova Assemblea Costituente (richiesta dei laici ovviamente). E naturalmente non potevano mancare i sostenitori del salafita Hazem Abu Ismail, delusi per l’esclusione del loro candidato dalle elezioni presidenziali, i quali hanno spostato il loro sit-in in piazza Tahrir, dove continua tuttora. Hanno riempito la piazza di cartelloni con la faccia del loro pupillo, ormai trattato quasi come un santo, provocando scaramucce con altri manifestanti. A un certo punto, uno dei “palchi laici” si è trovato a gareggiare con il palco salafita: mentre il primo suonava musica rivoluzionaria, il secondo recitava il Corano. I Fratelli Musulmani, però, sono stati i più colpiti dai motteggi e dagli insulti. I loro supporters, trasportati come sempre in bus dalle province vicine, nel lasciare la piazza sono stati tempestati di fischi e “buuuhhh”, finché nonsono spariti all’orizzonte (alle 16, puntuali come sempre).
Non si è vista molta unità, dunque. Almeno non per adesso. I Fratelli Musulmani, che sembrano attraversare un momento di crisi di credibilità, devono recuperare molto terreno. E non hanno nemmeno provato a governare, perché in realtà non hanno ancora ottenuto nessun reale potere. Sarebbe il momento di muoversi per i liberali, se fossero furbi.
Pertanto, sembra che la rivoluzione egiziana prosegua seguendo tre vie diverse: quella dei militari, che tende a cambiare il meno possibile, preferita anche dai nostalgici del vecchio regime o da chi vuole sicurezza subito; quella degli islamisti, che pare mirare alla conquista del potere, con l’intento di attuare solo moderati cambiamenti alla struttura del paese, senza provocare strappi nella società (una via riformista, si potrebbe dire, con l’aggiunta di una islamizzazione più o meno graduale, a seconda degli islamisti che si considerano); e quella dei laici rivoluzionari (liberali e sinistra, soprattutto giovani), che non si accontenta di niente di meno che della piena implementazione di un sistema democratico, con tutti i diritti e le libertà individuali che questo comporta.
Per ora, però, queste tre vie sembrano correre parallele, ma quella laica e quella islamista potrebbero ancora, se si ricostruisse la fiducia tra loro, trovare una base comune per meglio agire insieme. Tuttavia, il peso del recente passato è un ostacolo molto ingombrante.
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23 Aprile: chiusi i rubinetti del gas
Sembra del tutto confermata, ormai, la notizia che l’Egitto ha unilateralmente annullato il contratto di vendita del gas naturale a Israele, notizia che ha anche avuto risonanza sui mass media internazionali naturalmente. Diciamo subito che la decisione non rappresenta una violazione del trattato di pace, come la retorica di molti esponenti politici e giornali israeliani si è subito affrettata a proclamare ai quattro venti, invocando addirittura l’intervento americano o affermando che il caso dell’Egitto era più pericoloso di quello dell’Iran. C’è molta confusione (da entrambe le parti a quanto sembra) sul reale contenuto di questo benedetto trattato, ma l’obbligo della vendita del gas a Israele proprio non c’è.
Come ha ben sottolineato, tra gli altri, l’analista politico Issandr el-Amrani, il trattato prevede l’instaurazione di normali rapporti commerciali tra i due paesi (punto che molti, tuttavia, vorrebbero rivedere), il che include anche normali dispute commerciali. E a sentire il presidente della compagnia egiziana esportatrice di gas, il contratto è stato annullato perché Israele non avrebbe pagato la fornitura dal 2010. Naturalmente Israele nega l’accusa, ma la disputa, se nessuno soffierà sul fuoco, condurrà al massimo al ricorso di un tribunale, con un arbitrato internazionale che deciderà se ci saranno gli estremi per sanzionare l’Egitto.
Detto ciò, è innegabile che gli egiziani abbiano esultato per la decisione. Oltre al fatto che la maggioranza della popolazione non vede di buon occhio relazioni commerciali di qualunque tipo con Israele, il contratto di vendita del gas era stato siglato nella più totale assenza di trasparenza, con prezzi ben al di sotto di quelli di mercato (Israele però sostiene di no) e su di esso pesa il più che concreto sospetto che sia stato uno dei più grossi affari di corruzione della cricca mubarakiana. In tale affare è coinvolto quel disgraziato di Hussein Salem, attualmente ancora in Spagna, dove è stato catturato dall’interpol circa un anno fa e condannato per corruzione anche lì. In Egitto, Salem dovrebbe scontare una pena di 15 anni di carcere, se avverrà l’estradizione.
E’ da notare che anche la Giordania importa gas naturale dall’Egitto, ma recentemente questo paese ha accettato di rivedere i termini del contratto, accettando un aumento del prezzo (da rivedere ulteriormente tra qualche anno). Del resto, caduto Mubarak, pare evidente che i contratti stipulati durante il suo governo debbano essere soggetti a revisione, specie quelli chiaramente poco puliti.
E recentemente si è aggiunto un altro fatto importante, che ha ulteriormente esacerbato gli animi egiziani nei confronti del contratto di vendita del gas a Israele, cioè la continua penuria di gas e carburante nel paese (no, non è mai stata risolta). In questa situazione, come è possibile spiegare alla gente che una risorsa così preziosa, invece di essere utilizzata per i propri cittadini, è venduta (anzi, svenduta) a un paese che per giunta non è nella top-ten delle simpatie egiziane? Infatti, il ministro del petrolio ha appena dichiarato che il gas, d’ora in poi, sarà indirizzato all’uso interno.
Dunque, indipendentemente da chi abbia o non abbia rispettato i termini del contratto, quest’ultimo aveva in ogni caso vita breve, per lo meno alle condizioni esistenti fino a ieri. L’unica speranza che persistesse così com’era, era la sopravvivenza della dittatura militare come o peggio di prima (e non è ancora detta l’ultima, purtroppo). E questo discorso vale per tante altre cose. Ma è questo che bisogna sperare per gli egiziani? Voglio vivamente credere che nessuno sia così cinico da sperarlo.
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24 Aprile: fuori un’altro dalla corsa alla Presidenza
Oggi è stata decisa l’esclusione dalla corsa alla Presidenza di un altro candidato illustre: si tratta di Ahmed Shafiq, che è stato l’ex primo ministro di Mubarak durante i giorni della rivolta del 2011 ed anche suo ex ministro dell’aviazione civile. L’esclusione è avvenuta in seguito all’approvazione, ieri sera, da parte del Consiglio Militare, della legge che esclude dalla politica gli esponenti principali dell’ex regime, votata dal Parlamento pochi giorni fa. La Commissione Elettorale, rapidissima, ha subito applicato la nuova legge a Shafiq, il quale inoltre era appena stato messo sotto inchiesta per corruzione.
Fuori un altro, dunque, e le elezioni non sono nemmeno cominciate. Gli amanti del gioco “indovina qual è il candidato dei militari” adesso puntano tutti il dito su Amr Moussa, il quale in effetti è uno dei favoriti. E’ probabile che anche molti cristiani voteranno per lui, anche se una parte forse sceglierà Abul Fotouh, più vicino alla rivoluzione. Sarà però interessante sapere cosa voteranno i salafiti, adesso che Abu Ismail è stato escluso. Appoggeranno Mohammed Mursy, il candidato dei Fratelli Musulmani? O scglieranno Abul Fotouh? Oppure si divideranno?
Intanto, tuttavia, le acque salafite sono in tempesta. C’è una forte divisione interna sul caso Abu Ismail, tanto che diversi leader del partito al-Nour hanno dato le dimissioni in massa per il mancato appoggio della Dawa Salafita al candidato ormai squalificato. E a proposito dei sostenitori di Abu Ismail: sono ancora in piazza Tahrir a protestare. Ci sono anche le velatissime donne salafite, accompagnate ovviamente da uomini delle loro famiglie, ma intanto, per loro, scendere in piazza a manifestare è già un progresso inaudito. La cosa divertente, però, è vedere i salafiti dall’altra parte della barricata: ora tocca a loro litigare con automobilisti e residenti perché bloccano il traffico e dunque “la ruota della produzione”, come vuole il ritornello anti-rivoluzionario. A quando l’accusa di essere al soldo di potenze straniere? I liberali continuano a ridersela. Farebbe meno ridere, tuttavia, se le forze di sicurezza o l’esercito decidessero di sgomberare il sit-in con la consuetà brutalità. Qualche minaccia è già arrivata. La buona notizia, comunque, è che finora non ci sono state violenze da parte dei salafiti arrabbiati, al contrario di quello che si temeva.
C’è però un’altra notizia incoraggiante che non ha avuto il risalto dovuto. I Fratelli Musulmani, forse in seguito al loro calo di popolarità, hanno perso i posti di comando nelle elezioni studentesche dei due più importanti atenei del Cairo: l’Università di Ayn Shams e l’Università del Cairo. A vincere sono stati degli indipendenti, vicini alla rivoluzione. Forse qualcosa si muove, allora, tra le nuove generazioni e sicuramente gli islamisti stanno attraversando un nuovo momento di crisi.













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