di Tonino D’Orazio
Uno più uno fa due, dice il ragioniere; uno più uno può fare tre, dice il politicante; più uno per più uno fa meno, dice l’algebrico; uno più uno potrebbe fare cinque, dice il poeta Rodari. Mille euro sottratti ad ogni famiglia all’anno fanno milioni per banchieri e ricchi, dice Monti e la sua gang incostituzionale. E’ vero che gli italiani, piccoli e medi, in Italia, hanno miliardi di euro di risparmio? Incominciamo da lì.
Creiamo loro la “crisi” più insopportabile, tanto tenteranno di continuare a vivere benino prosciugando i loro piccoli risparmi e aspettando che le previsioni di benessere e sviluppo futuro che inculcheremo ogni giorno, si avverino. Siccome forse dureremo una dozzina di mesi ci conviene picchiare forte e avviarli su un binario morto dal quale non potranno più tornare indietro. Abbiamo la forza del ricatto, anche se siamo ministri da colpo di mano presidenziale. “Se non ci capite, ce ne andiamo”.
Ad ogni mazzata sociale lo spread, cioè il ricatto bancario internazionale e delle destre europee, scende un po’. Ma poi risale per poter ricominciare a mettere paura e assestarne altre. Da trecento novanta all’inizio, dopo il disastro della “riforma” delle pensioni, della punizione dell’Iva e della tassa sul bene casa, era sceso a meno di trecento. Ora, con l’incognita della Legge Delega sulla “riforma del mercato” del lavoro, lo spread tornerà a risalire, forse oltre quattrocento, e con lui la minaccia e il ricatto per i passi successivi.
Per noi i conti non tornano, per loro invece, con la possibilità di continuare a disarticolare lo stato sociale europeo, i conti tornano.
Che l’economia non sia una scienza, malgrado tentino di accreditarla come tale, è convinzione di molti. Lo stesso premio Nobel all’economia, fortemente contestato dalla famiglia Nobel perché mai voluto dall’illustre avo, è un premio aggiunto, separatamente, dallo stato svedese. Cosa farebbe questo mondo senza gli economisti. Non ne hanno mai azzeccata una, eccetto quando spiegano i disastri delle loro teorie, a costatazione fatta. Danno sempre spiegazioni del poi. E i conti non tornano mai.
Altri numeri? Circa un milione di persone, dai 50 anni in su, non solo non avrà lavoro, ma nemmeno lo potrà trovare, se non in nero. Altri saranno riassunti a basso costo, il supermercato dei contratti precari non è stato nemmeno sfiorato; se licenziati facilmente per “motivi economici”, dopo, quando le condizioni “saranno migliorate”, li riassumeranno a costi ancora più bassi.
Sono più di 3 milioni quelli che non potranno andare in pensione dopo aver lavorato tra 37/40 anni. Sono più di 350 mila i lavoratori in mobilità (con le famiglie un milione), gli “esodati”, prima avviati alla pensione, oggi che rimangono sospesi nel limbo. Né lavoro, né pensione e non si sa se possono rientrare negli ammortizzatori sociali. Sono circa 1,5 milioni i lavoratori over 40 disoccupati nel 2010 (scoraggiati compresi) che non hanno più né lavoro né speranza. Sul quadernino magistrale, a quadretti, degli “inviati da Dio” a salvarci malgrado noi, i conti sulla vita e la morte delle persone non tornano.
Gli economisti sembrano proprio quelli che i conti non li sanno fare. Non serve lo show dei finanzieri sguinzagliati all’attacco, lampeggianti in resta, delle ricevute fiscali di un negozio su diecimila e in gran pompa di televisioni embedded. Il furto sta altrove e in grande evidenza. Non riesce a nasconderlo il Ministero delle Finanze, anzi sembra preferire la beffa.
I lavoratori dipendenti, oltre a essere quelli che singolarmente pagano più tasse, sono 21 milioni, cioè il 50,5% del totale dei contribuenti. L’82% di loro dichiara un’imposta netta per un valore complessivo di 90,7 miliardi di euro, che fa il 71% del totale dell’imposta netta dichiarata, per un valore medio pro capite di 5.300 euro.
Gli “imprenditori” guadagnano meno dei loro dipendenti, pardon, collaboratori. Un paese dove i lavoratori sono tassati sulla base della busta paga e gli imprenditori sulla base della loro dichiarazione dei redditi, cioè delle loro bugie, è la vera anomalia.
Sempre secondo le dichiarazioni dei redditi, rese note dal ministero dell’economia e delle finanze, si evidenzia un’incidenza di circa il 91% del reddito da lavoro dipendente sul totale dell’imposta pagata. Il restante 9% è composto da redditi di pensione (3,43%), fabbricati (2,28%), redditi di impresa e lavoro autonomo (1,05% !). Qui non solo non tornano i conti, ma nemmeno la tanto vantata “equità” professorale montiana. Oppure tornano bene per loro.
Sono 8,2 milioni gli italiani in condizioni di povertà, una cifra pari al 13,8% dell’intera popolazione e il 7% vive in condizione di grave deprivazione materiale. E’ quanto si legge nel rapporto Istat sulla povertà nel 2010. Tra questi sono 3,1 milioni le persone che risultano in condizioni di povertà assoluta, vale a dire il 5,2% dell’intera popolazione. La soglia di povertà relativa per una famiglia di due componenti, nel 2010, è risultata di 992,46 euro mensili (sic!). Le famiglie composte da due persone che hanno una spesa mensile pari o inferiore a tale valore vengono classificate come povere. Diciamo che ci avviciniamo a numeri straordinari di sofferenza, se pensiamo ai milioni di pensionati a 480€/mensili circa e dei giovani precari a 700/800€/mensili, circa.
Se pensiamo ai 450.000 bambini italiani che non hanno sufficientemente da mangiare e nessun giocattolo, in Italia meridionale: altro che fare il cristiano andando a messa ogni domenica con tutta la gang governativa. Ci fosse ancora un prete che cacciasse i mercanti dal tempio! Qualche conto tornerebbe.














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