di M.Teresa Polico
Il partito islamico in Tunisia ha scelto, finalmente, di rispettare l’impegno elettorale della campagna elettorale per le elezioni dell’Assemblea costituente dove, dopo le elezioni di ottobre 2011, rappresenta la maggioranza. Ma questa decisione non era scontata e non è stata facile all’interno del partito stesso.
Le ultime settimane hanno visto nel paese una crescente contrapposizione tra i salafiti, i cosiddetti “barbuti”, che chiedevano di instaurare la sharia come unica fonte del diritto e le organizzazioni laiche che vedevano nelle loro richieste una minaccia alle basi democratiche del paese a tal punto da rischiare di provocare uno scontro sociale.
I salafiti, che si differenziano dal ramo jihadista che non vota e, quindi, non riconosce l’Assemblea costituente, ha dato prova nelle ultime settimane di marzo di sapersi organizzare, continuando ad essere presente nelle università e, questa volta, anche nelle piazze. Nell’università di Manuba i salafiti hanno ostentato la loro bandiera nera dell’Islam sulla quale sono riportate frasi che inneggiano Dio, sono saliti sul tetto dell’università, tolto la bandiera tunisina e issato la loro, per poco, perché una studentessa tunisina anche se strattonata è riuscita a toglierla. Davanti al palazzo dell’Assemblea costituente, nel quartiere Bardo di Tunisi, si sono radunati il 16 marzo oltre 5.000 manifestanti sostenitori dei salafiti, accompagnati da donne che indossavano il niqab, il velo integrale, rimaste comunque ai margini della manifestazione, per chiedere una Tunisia islamica che abbandoni il laicismo.
Nello stesso periodo gli studenti laici e le organizzazioni laiche si sono mobilitate per dare una risposta all’avanzata salafita nel paese, muovendo accuse al partito En Nahda di fare il doppio gioco e di non condannare apertamente le intimidazioni. La parte laica della società ha potuto esultare per le elezioni studentesche vinte dal sindacato di sinistra dell’Unione Generale degli Studenti Tunisini che, tra l’altro, esprime grandi preoccupazioni per gli interessi studenteschi che vanno dall’alloggio, trasporto, borsa di studio alla riforma dell’insegnamento alla luce della crescente disoccupazione tra i diplomati e, con questa vittoria, hanno lanciato un messaggio chiaro ai salafiti che hanno preso di mira per mesi l’università di letteratura nella quale hanno cercato di far avanzare le loro richieste di far indossare il niqab alle studentesse durante i corsi. Il 25 marzo scorso, la celebrazione della Giornata mondiale del teatro in Avenue Burghiba presa di mira dalle intimidazioni dei salafiti che hanno provocato incidenti, ha suscitato reazioni dei partiti politici e della società civile che hanno sollevato la questione dell’impunità dei salafiti.
Le esitazioni, le affermazioni dei dirigenti di En Nahda, che fino a pochi giorni fa si erano prestate a fraintendimenti per essersi richiamati alla legge islamica e alla conformità delle altri leggi a condizione che la parola sharia non comparisse nella nuova formulazione della Costituzione in modo da non far scoppiare polemiche, hanno trovato fine nella dichiarazione ufficiale del presidente di En Nahda, Rachid El Ghannushi, con la quale rinuncia l’introduzione e ogni riferimento della sharia nella legge fondamentale, preserva l’articolo 1 della Costituzione del 1959 che stipula che “la Tunisia è uno Stato libero, indipendente e sovrano”, e che “l’Islam è la sua religione, l’arabo la sua lingua e la Repubblica la sua forma di governo”. Con questa decisione ha voluto preservare l’unità nazionale, ma non era scontata. E’ giunta dopo un lungo dibattito all’interno del partito che l’ha approvata con la maggioranza dei due terzi, confermando in tal modo quanto aveva promesso in campagna elettorale: una Tunisia moderna e rispettosa dell’identità islamica. La strada per la separazione tra la religione e la politica è lunga, ma non sembra esserci stata, perlomeno per ora, una deriva dei valori democratici che sono alla base della rivoluzione.













Lascia un commento