di Tonino D’Orazio
Poiché il rischio di uscita a destra di un capitalismo allo stremo e che diventerà sempre più brutale – nel rispetto della legalità – sembra quasi evidente a tutti. O no? C’è ancora qualche speranza di un capitalismo regolamentato e qualche sfaccettatura di buono da esplorare prima del regime?
Ma non è il solito problema e il solito ricatto tra capitale e lavoro esteso a livello continentale? E se i lavoratori si ribellano e non stanno più al gioco… democraticamente, s’intende.
Eppure il cardine della questione sta proprio in questa parola. Se si può abolire il diritto di sciopero per legge, o magari per “pilatesca” direttiva europea, ai lavoratori e alle loro organizzazioni non rimane proprio nulla da fare… democraticamente s’intende.
“Democraticamente” l’Europa e il neoliberismo stanno demolendo la nostra Costituzione fondata sul lavoro, che ritenevamo fondamentale bene pubblico, sia introducendo la loro “regola d’oro” mercantile come principio prevalente sulla Costituzione stessa, sia subordinando il lavoro alla libera concorrenza e al profitto nel mercato unico.
La “libertà economica” viene prima dei diritti sindacali e le legislazioni dei diversi stati non possono interferire su di essa; devono essere annullate. Proibito danneggiare il sacro profitto sancito dal mercato unico e santificato dai trattati. Votati da tutti, PSE e altri aderenti compresi.
Siamo nella terza fase del Trattato di Lisbona, la seconda – non era sfuggita a tutti – era quella dell’autonomia delle banche, sganciate da regole e politica e che oggi hanno priorità sulla vita di tutti e la possono anzi sfruttare legalmente, democraticamente, s’intende.
Gli stessi moderni partiti italiani di questi due ultimi decenni, che evidentemente non si richiamano più né alla Resistenza o alla lotta al fascismo (corollario dell’autorità padronale sempre vivo, anche sotto altro nome), né alla libertà di cittadinanza, e quindi di diritto, non vedono l’ora di modificare, dopo averla sgretolata, la Carta Costituzionale.
I loro responsabili continuano ad appiccicarsi nuove medaglie sul petto davanti ai monumenti dei caduti che hanno dato la vita per quella Carta e a prendere in giro milioni di sottoscrittori di referendum, l’ultimo volutamente pilotato e fasullo.
Ma l’ANPI, che fa? Serve ancora, quando tanti dei suoi nuovi iscritti militano in partiti sostenitori delle “assolute e necessarie modifiche” alla Costituzione? Non dovrebbe espellerli per “grave danno arrecato all’associazione” e agli ideali fondanti? Il garante Napolitano in testa? Dai padri costituzionali si passa ai patrigni senza dire nulla? Ormai sono centinaia le sue sezioni in tutta Italia.
Le Organizzazioni Sindacali, avendo aperto la porta per legge alla regolamentazione dello sciopero, invece di riservarsene l’autonomo e cosciente utilizzo che nessuno avrebbe contestato al loro storico e moderato riformismo, oggi si vedono spuntate tutte le possibilità.
Hai voglia a concertare con chi non vuole e si è già ripreso il manganello del ricatto, della fame e della miseria. A proposito avete sentito riecheggiare il moderno “me ne frego” – confindustriale e istituzionale – verso sindacati e lavoratori? Tecnici di così alto profilo intellettuale, tutti sobri e in golfino blu.
Con la “riforma” pensionistica lampo hanno già profondamente modificato e asservito il mercato del lavoro e la vita delle persone, e tre ore di sciopero hanno qualcosa di inequivocabilmente ironico e sanno di resa senza condizioni. Quale altra “riforma del mercato del lavoro” ci si aspetta?
Cosa rimane quando i cosiddetti “garantiti” non lo sono più? L’art.18 sembra più che altro una carta da scambiare: ce lo lasciano a condizione di digerire tutto il resto. Nel frattempo sicuramente una direttiva europea, già denominata Monti2, interverrà prossimamente (un passettino alla volta) per abolire in modo edulcorato il diritto di sciopero, malgrado la protesta della Confederazione Sindacale Europea, (80 milioni di lavoratori iscritti), che non ha titolo nemmeno a farla perché essa non esiste “legalmente” in nessun trattato.
E’ stato tenuta fuori anche quando negli anni novanta i socialisti europei governavano in tutta Europa. “A che servono i sindacati se ci siamo noi ?”. La Ces ha solo un tavolo di colloquio o di ascolto gentilmente concesso, un palazzo istituzionale gratis a Bruxelles e un po’ di fondi per “funzionare”.
Gli è quindi proibito “legalmente” di dichiarare uno sciopero europeo o di occuparsene. Che lo faccia nel suo paese, autonomamente, ogni sindacato, se ne ha diritto. Magari l’Ungheria neofascista potrebbe fare da apri-pista. Ma che importa l’Ungheria! una piccola lavatina politica di capo, e niente di più, purché il mercato, cioè i padroni, siano liberi da ogni vincolo.
In quanto al diritto di sciopero sembra che possiamo dare lezione agli altri. Sbagliano certamente i sindacati greci a promuovere 48 ore di sciopero generale contro il dissanguamento del loro paese già inghiottito nel baratro, così come stanno facendo quelli spagnoli e portoghesi. Tanto i manifestanti davanti al parlamento greco (un’altra vera piazza di primavera mediterranea contro le dittature?) vedete che sono tutti black block, anarchici e comunisti. Gentaglia che non capisce.
Sbaglia dunque la confederazione nazionale dei poliziotti Poasy (sic!) – i quali non hanno avuto tagli agli stipendi – a denunciare, mentre picchiano i fratelli-lavoratori manifestanti, le illegalità del nuovo Memorandum “europeo” Merkel-Monti-Sarkozy, e a ricorrere legalmente, (già, la legge!), mandati di cattura per i tre rappresentanti della «troika» (BCE-FMI-UE) in Grecia con le seguenti motivazioni: «ricatto», «estorsione», «tentativo occulto di eliminazione o contrazione del nostro sistema politico democratico». Legalità, di chi, contro illegalità, di chi, o alla fine convergenze parallele? E democratiche, s’intende.
In Europa, dove i partiti e i sistemi politici di rappresentanza sono forti, i sindacati sono deboli e contano poco e dove questi sembrano essere forti non hanno più rappresentanza e sponde a livello politico, e quindi contano poco ugualmente.
Ma da noi c’è già di peggio. E’ la suscettibilità generale e culturale pompata ad hoc contro lo sciopero.
Scioperi, sì, anche se non servono a niente (Monti: “Tanto me lo aspetto!”), blocchi stradali di protesta no: intralciano il libero conseguimento del profitto, la libera impresa.
Tutti parlano in nome del popolo italiano, in modo speciale quelli che non sono stati eletti da nessuno. Questo popolo italiano, sotto sale in macelleria sociale, sembra reagire solo contro chiunque non accetti di “adeguarsi”. Che importa essere massacrati, bisogna stare anche zitti e “comprendere” il perché tutto è necessario e indispensabile, così come dettato dalle televisioni, dal pensiero unico e dal terroristico “baratro” nazionale in agguato.
Abbiamo l’esempio ultimo degli autotrasportatori: è facile, sono come i tassisti, fascisti e corporativi, (tutti a ricordare il Cile di Allende e la Francia dello scorso anno, con la zampata autoritaria di Sarkozy sulle pensioni, ma che pagherà, speriamo, alle elezioni di quest’anno; i francesi non dimenticano, non sono come noi); contro i trasportatori sono d’accordo quasi tutti, dalle istituzioni, ai partiti, alle associazioni commerciali (Confcommercio, Confesercenti …), ai padroni di Conftrasporto (“La polizia intervenga subito”) e ai sindacati, (la insidiosa Cgil veneta: “Un camion su dieci è in mano ai criminali”; chissà che quell’uno non sia di Verona!), probabilmente ai “garantiti” con buon stipendio.
Temono tutti che qualcosa “sfugga di mano” alla politica (la nobile di coesione sociale) che non c’è più. Basta con le “agitazioni selvagge”, tutti in fila per benino e ben educati, senza dare fastidio agli altri, indipendentemente dal cetriolo già condiviso da molti alla giusta latitudine. Sembra però che siano stati gli unici, da molti anni a questa parte, ad aver ottenuto qualcosa con una contrattazione di forza. Poi la neve è arrivata a fermarli, prima della miseria e del lavorare a nero o quasi gratuito.














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