di Maria Teresa Polico
Le donne tunisine ed egiziane hanno partecipato attivamente al movimento laico di giovani che, in nome della democrazia e di una più giusta redistribuzione della ricchezza, ha condotto alla caduta prima del regime dittatoriale e corrotto di Zine el-Abidine Ben Ali il 14 gennaio del 2011 e successivamente di quello di Hosni Mubarak, l’11 febbraio del 2011. Dopo la fase iniziale in cui hanno svolto un ruolo attivo nel far crollare i regimi corrotti, le donne si sono sentite molto deluse.
Nella seconda fase della rivoluzione, cioè la fase transitoria verso la democrazia in cui è stato avviato il processo elettorale e le costituzioni stanno per essere riscritte, molte donne in Tunisia e in Egitto, dove le rivoluzioni sono più avanzate rispetto ad altre situazioni in corso di evoluzione, sperano di difendere le conquiste ottenute nei vari decenni o di spingere avanti le loro richieste di liberazione.
Con le prime elezioni libere nei due paesi, si è affermata la vittoria dei partiti religiosi che durante le dittature sono stati maggiormente penalizzati. In Tunisia, il partito religioso An Nahda (Risorgimento) è stato estromesso dalla decisione politica e costretto alla clandestinità per lunghi anni. In Egitto, i Fratelli Musulmani sono stati messi ai margini della società durante la dittatura di Mubarak. In Tunisia, il partito religioso An-Nahda (Risorgimento) ottiene, nelle elezioni dell’assemblea costituente del 23 ottobre 2011, il 41,47%, seguito dal Congresso della Repubblica (sinistra nazionalista) con il 13,82%. In Egitto, le elezioni della camera bassa (o assemblea del popolo), avviate il 29 novembre del 2011 e concluse il 19 gennaio scorso, hanno conferito la vittoria al partito Liberta’ e Giustizia, derivato dai Fratelli musulmani, con il 47%, mentre il partito fondamentalista salafita An Nour (La luce), ha ottenuto il 24%. Insieme, i due partiti egiziani, controllano i due terzi della camera bassa del parlamento, mentre il restante terzo è condiviso dai liberali e dalla sinistra.
Sono stati i laici ad aver svolto un ruolo significativo nelle manifestazioni di piazza in cui si sono materializzate le rivoluzioni, ma chi ha raccolto i frutti sono state le forze politiche religiose che tradizionalmente sono più radicate tra gli strati poveri della popolazione e della borghesia e svolgono, anche grazie ai mezzi a disposizione, attività di assistenza sociale non garantite dallo stato, togliendo,così, spazio politico alle forze democratiche prive di mezzi, divise e indebolite dalle dittature.
La vittoria dei partiti islamici non è un punto di arrivo perché molto deve essere costruito durante i lavori della costituente e molto probabilmente non sarà un punto di netta rottura con il passato in campo economico. Se sarà seguito il modello turco che sposa i valori islamici e quelli della democrazia, quanto della tradizione laica dei due paesi sarà messa da parte e se i diritti universali saranno garantiti, sono domande le cui risposte capiremo nel corso del prossimo anno. Anche se questo quadro sembra voler avvicinare la Tunisia all’Egitto per la scelta che l’elettorato ha fatto, i due paesi si allontanano per la loro storia, per l’influenza che la legge islamica, la sharia, ha esercitato nella vita politica dei rispettivi paesi. Nel caso della Tunisia, l’influenza della sharia è debole, mentre in Egitto è la fonte principale del diritto. Questa tradizione potrebbe influenzare le libertà acquisite dalle donne in Tunisia e in Egitto.
In Tunisia, le donne si sono trovate avvantaggiate nella fase successiva alla rivoluzione per la situazione particolare del paese, dove esiste una tradizione femminista radicata nel codice istituito da Bourghiba dopo l’indipendenza del paese nel 1956 ed è rimasta intatta durante il regime dittatoriale laico di Ben Ali. Il codice dello statuto personale che raggruppa leggi progressiste, ha dato alla donna tunisina un ruolo significativo che non ha eguali nel mondo arabo, in quanto dà alle donne il diritto all’istruzione, di voto e di contrarre liberamente matrimonio. Ha vietato la poligamia, istituito il divorzio e dà alla madre il diritto di tutela dei suoi figli minori. Garantisce, inoltre, il principio di eguaglianza tra uomo e donna e di non discriminazione nel lavoro, nonché il controllo delle nascite. Secondo il rapporto per lo sviluppo umano del 2011, le donne che hanno un’istruzione secondaria raggiungono il 33.5%, mentre il 25.6% dei lavoratori sono donne. La presenza delle donne nei posti di direzione è stata, però, quasi nulla, nel governo come nei partiti (ad eccezione del Partito Democratico Progressista) e nel sindacato della Unione Generale dei Lavoratori Tunisini dove ancora non esistono donne nel comitato esecutivo eletto nelle recenti elezioni di questo gennaio. Il punto dolente della legislazione tunisina riguarda, come in Egitto, l’eredità che è ancora la metà del maschio sulla quale l’Associazione tunisina delle donne democratiche (ATFD) si è battuta per affermare l’eguaglianza anche nell’eredità e dopo la rivoluzione per la parità nel mandato elettorale. I partiti, per partecipare alle elezioni del 23 ottobre per eleggere una nuova assemblea costituente, hanno dovuto includere le donne nelle loro liste elettorali, anche se con il sistema proporzionale puro a base circoscrizionale e a liste bloccate si rischiava di far eleggere solo i primi candidati maschi della lista se non fosse stato introdotto un sistema di alternanza, metà donne e metà uomini. Il partito che ha rispettato questa regola è stato il Partito Democratico e Modernista, che non avendo ricevuto molti voti dall’elettorato ha mandato in parlamento solo due donne su cinque rappresentanti. Il partito An Nahda, invece, avendo vinto le elezioni ovunque nel paese, ha ottenuto 90 seggi dei quali la metà rappresentati da donne. Come risultato, le donne elette nell’Assemblea costituente sono il 23% circa, una buona percentuale se paragonata a quella dell’Italia.
La vice presidente del partito An Nahda, Suad Abdrahim, indossa i jeans e non il velo per sottolineare che il partito è moderato, ma è stata la persona che ha detto che le madri single sono una vergogna e non devono essere aiutate.
Per questo e per le affermazioni fatte dai salafiti durante e dopo le elezioni nell’università di Manouba, dove hanno cercato di imporre senza successo il niqab alle studentesse, il velo integrale che copre l’intera persona, le donne laiche tunisine rimangono molto vigili perché temono un arretramento dei loro diritti dietro un islam apparentemente moderato di An Nahda che potrebbe introdurre progressivamente un regime discriminatorio nei confronti delle donne.
Come in Tunisia, le donne in Egitto hanno il diritto ad ereditare soltanto la metà di quanto spetta all’uomo, e, in caso di divorzio, devono affrontare procedure più lunghe in tribunale rispetto all’uomo. Secondo il rapporto per lo sviluppo umano del 2011, le donne che hanno un’istruzione secondaria raggiungono il 43.4%, mentre solo il 22.4% dei lavoratori sono donne.
Il ruolo importante che le donne egiziane hanno svolto nella rivoluzione si è manifestato con la loro presenza in piazza Tahrir, dove assieme agli uomini chiedevano Libertà, Uguaglianza Giustizia e Dignità, giorno e notte per 18 giorni. Ma dopo il successo della rivoluzione, le donne sono state escluse dalla commissione per la riscrittura della costituzione, dal governo provvisorio e da altre attività dell’Alto Consiglio Militare e dalle nuove autorità. Sono tornate in Piazza Tahrir con i manifestanti per denunciare le mancate riforme e ribadire la richiesta di Libertà, Giustizia ed Uguaglianza, indirizzando la loro lotta contro l’istituzione militare che intendeva ostacolare la rivoluzione ed intimidire gli uomini e le donne che la difendevano.
Hanno svolto un importante ruolo anche in altri modi: attraverso la pubblicazione nel blog delle fotografie di Alia Mahdi nuda come gesto di sfida ai tabù vigenti; il video di una giovane donna il cui velo e vestiti sono stati strappati e poi trascinata e calpestata dall’esercito; le decine di migliaia di donne scese nelle strade per protestare contro la brutalità dell’esercito; infine, la causa intentata da Samira Ibrahim contro l’esercito per essere stata, insieme ad altre sei donne, sottoposta al testo di verginità il 9 marzo del 2011 per aver trascorso giorni e notti a Piazza Tahrir insieme ai manifestanti.
Alla fine di dicembre il tribunale civile ha ordinato la fine del test di verginità sulle manifestanti. E’ stato un atto simbolico, perché non si può porre fine a una pratica che in teoria non dovrebbe esistere. Il verdetto rappresenta, comunque il riconoscimento ufficiale che questi test, per tanto tempo negati dai militari e rimossi dalla coscienza dell’opinione pubblica, sono effettivamente stati praticati.
La legge egiziana, come quella tunisina, ha subito modifiche nel periodo post rivoluzionario. Il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha abolito, nella prima modifica della legge elettorale del maggio 2011, la quota di 64 seggi da assegnare alle donne, introdotta nella legge del 2009 da Mubarak. L’eliminazione di questa quota è stata vista con preoccupazione da alcune perché diretta ad escludere le donne e da altre con soddisfazione perché poneva fine all’uso strumentale che Mubarak aveva fatto delle donne nelle precedenti elezioni politiche. Con gli emendamenti di luglio e dell’autunno del 2011, il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha introdotto il principio di almeno una donna per lista, ma i timori, nutriti anche per le elezioni in Tunisia, che i partiti decidano di collocare le donne in fondo alle liste per poi non essere elette, sono stati grandi. Secondo le prime cifre ancora non ufficiali, nella camera bassa riunita per la prima volta il 23 gennaio erano presenti dieci donne elette su un totale di 503 deputati, cioè molto meno dell’Assemblea costituente eletta in Tunisia.
Le speranze di equità delle organizzazioni femminili e femministe, la Nuova Fondazione delle Donne in Egitto e l’Unione delle Donne Egiziane di Nawal El Saadawi, che avevano chiesto che le donne fossero rappresentate nella commissione per la costituzione per una giusta ed equa rappresentanza delle donne e dei giovani in tutti gli organismi rappresentativi, sono state disattese dalla decisione assunta dal Consiglio Supremo delle Forze Armate.














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