di Francesco Berrettini
Ma cosa sta facendo la cancelliera tedesca Angela Merkel? E’ mai possibile che la Germania, la locomotiva d’Europa,  non voglia dare una mano per risolvere la crisi italiana (dopo aver fatto precipitare quella greca)? E’ mai possibile che per mere ragioni elettorali interne non  voglia apparire ai suoi elettori indulgente verso quei Paesi dell’Unione che hanno fatto fino a ieri le cicale, mentre le formiche tedesche facevano sacrifici e riforme? Perché applicare ottusamente il principio (peraltro sacrosanto) che i debiti se li devono pagare quelli che li hanno fatti, anche se ciò dovesse comportare il rischio del fallimento dell’euro e l’affondamento della barca europea in cui tutti stiamo? Perché farsi forza della propria forza e guardare tutti dall’alto in basso senza volersi spendere per alleviare una situazione che minaccia tutti? Perché non socializzare a livello europeo attraverso gli eurobond i debiti dei singoli stati europei e non consentire alla BCE il ruolo di garante prestatore di ultima istanza, tipico di ogni banca centrale? Perché non alzare in questo modo un firewall di tale potenza da scoraggiare le scorrerie speculative internazionali? Perché insistere con il rigore fermo ed assoluto (i compiti a casa) anche quando esso può significare stagnazione, recessione e peggioramento della situazione fino alla possibile agonia del malato?

Domande siffatte vengono poste da molti in questo periodo ed esse tendono a creare l’immagine di una cancelliera di ferro  spietata ed incurante delle sofferenze dei più deboli.
Ma a ben guardare non è proprio così, nel senso che la Angela Merkel non fa altro che quello che da sempre si fa nell’Europa comunitaria; cioè il suo atteggiamento è perfettamente in linea con la filosofia e la prassi dell’Europa, sia quella che si chiamava MEC  o  CEE, sia quella che si chiama UE; ciò a prescindere dal fatto che la Merkel sia presumibilmente una seguace della teoria monetarista della scuola di Chicago di Milton Friedman, cioè di quella teoria economica elaborata in antitesi a quella keynesiana e secondo la quale  la  crescita dipende da un livello di prezzi stabile e pertanto la politica economica dovrebbe essere circoscritta al controllo dell’offerta di moneta, comunque intesa. Ciò peraltro può essere comprensibile per la rappresentante di un Paese che più volte nel corso della sua storia recente ha conosciuto tassi di inflazione spaventosi. Resta il fatto che la Merkel, in economia, è una liberale e avverte come suoi i principi su cui è stata fondata la Comunità Europea.

A questo punto occorre fare un passo indietro per capire la filosofia che ha guidato la costruzione europea.
Come è noto, due fattori, subito dopo la seconda guerra mondiale, contribuirono a mettere sul piano concreto la questione dell’integrazione europea: da una parte, la necessità di superare o tenere sotto controllo i vecchi antagonismi degli Stati europei (soprattutto quello storico tra Francia e Germania) che avevano scatenato innumerevoli guerre nel corso dei secoli (comprese le due guerre mondiali); dall’altra parte agì la volontà degli USA di fare dell’Europa occidentale una base di forza economica e militare.
Il fallimento della CED (Comunità Europea di Difesa) all’inizio degli anni ’50 (e con esso il venir meno del progetto USA di creare un’Europa occidentale politicamente unita e militarmente forte in funzione antisovietica) determinò le condizioni per approdare ad un Mercato Comune, con il sopravvento degli elementi economici su quelli politici. In effetti i trattati di Roma del ’57 (CEE e EURATOM) e quello di Parigi del ’51 (CECA) ( ma anche quelli successivi, compreso Maastricht e Lisbona) risentono molto di questo vizio economicistico; sono improntati ad una marcata filosofia neoliberista e libero-scambista, partono dal presupposto (tipico della teoria economica neoclassica prekeinesiana allora dominante e rinverdita negli anni ’80 dal tatcherismo e dal reaganismo) secondo il quale le forze di mercato sarebbero state di per sé sufficienti ad assicurare un rapido sviluppo generale e, insieme, avrebbero dato una forte spinta per una progressiva integrazione politica.

Quanto allo sviluppo è innegabile che esso ci sia stato (anche se le differenze tra i primi e gli ultimi si sono ampliate); quanto all’integrazione politica, invece, il quadro è tutt’altro che esaltante. L’Europa continua ad essere un aggregato di Stati nazionali, saldamente attaccati ai propri interessi nazionali, senza politiche autenticamente comuni in settori strategici (politica fiscale, monetaria,  industriale, energetica, sociale, ambientale,ecc), con poteri sovranazionali ancora troppo scarsi e timidi, ancora legata  al metodo noto come l’acquis communautaire, (cioè: si tratta fino a dove è possibile e il compromesso raggiunto diventa poi norma per tutti coloro che si aggregano successivamente). La stessa creazione della moneta unica rischia di essere ben poca cosa e di abortire se non si va più rapidamente e decisamente verso un vero Stato europeo federale, fondato su solide basi democratiche e che non sia la semplice giustapposizione di istituzioni elitarie create a tavolino e frutto di defatiganti mediazioni intergovernative.

La crisi internazionale,  l’assalto del capitale finanziario speculativo, la crescita tumultuosa dell’area BRIC rendono armai questo passaggio obbligatorio per tutti, anche per la Germania, che non può sperare di salvarsi da sola e non può dimenticare che, magari per suo merito, è riuscita a lucrare grandemente dalla costruzione europea. Non è questione di riconoscenza (categoria che non fa parte del lessico tedesco ed europeo e che non avrebbe alcun senso invocare); è invece questione di sopravvivenza: quando la barca affonda, affondano anche tutti i passeggeri, quelli buoni e quelli cattivi. Altro ragionamento andrebbe fatto se lo scopo di tanto rigore fosse quello di un robusto e stringente richiamo ad essere seri, a contenere il debito pubblico, a non vivere al di sopra dei propri mezzi, a non sprecare risorse. Resta il dubbio che questo sia lo scopo: la cura da cavallo imposta alla Grecia servirà a guarirla o ad ammazzarla?

 


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