È all’Europa che guarda il mondo per capire cosa accadrà nel prossimo futuro. Nel corso dei cinque giorni di lavori della 42esima edizione del World Economic Forum, che si è chiuso domenica 29 gennaio a Davos, la crisi del Vecchio Continente è stata sempre sotto i riflettori: ne hanno parlato capi di Stato e di governo, banchieri centrali, organizzazioni internazionali, che hanno usato il megafono del Forum per lanciare messaggi di fiducia ma anche di grande preoccupazione.
Il Forum ha mostrato tutta la gravità della crisi che stiamo vivendo. Al centro dell’agenda dei lavori la crisi greca, il contagio sempre più profondo al resto dei paesi dell’area euro, il futuro della moneta europea. E’ ritornato il dilemma tra le misure di austerità e ristrutturazione economico-finanziaria, spesso recessive, e quelle anti-cicliche per la crescita economica. A Davos, si ammette che la crisi attuale del capitalismo è strutturale e durerà ancora a lungo. E’ emerso chiaramente che i paesi emergenti hanno messo in campo strategie per mantenere la loro crescita e il loro sviluppo interno, riducendo così il contagio della crisi europea. Gli Usa, dal canto loro, ancora forti dell’egemonia del dollaro nel sistema monetario internazionale, riescono a gestire la transizione con politiche pubbliche interventiste in economia. Per questo, le elite finanziarie mondiali chiedono che la crisi dell’euro trovi una soluzione al più presto, temendo che il collasso dell’euro possa rimettere in discussione tutta l’economia mondiale. La cancelliera tedesca Merkel, arrivata in apertura, ha mostrato la consueta rigidità nel chiedere a tutti i partner europei austerità e profonde riforme sociali come unica strada per aumentare la produttività. Ma la Merkel ha subito una specie di assedio, anche da insospettabili: dal finanziare Soros, agli editorialisti del Financial Times, dalla direttrice del FMI Lagarde, al segretario alle finanze americano Geithner, che hanno chiesto di aumentare le risorse a disposizione del meccanismo europeo di salvataggio degli stati in crisi e di permettere alla BCE di intervenire direttamente in aiuto gli stati, sul modello della Fed americana. Qualcuno è arrivato a chiedere al governo tedesco di permettere un aumento dell’inflazione, in modo da rendere più competitiva la periferia e ribilanciare gli squilibri economici europei.
Non sono mancati gli apprezzamenti per il premier italiano Monti e per il presidente della BCE Draghi. Molti hanno lasciato intendere che non si tratta più soltanto di aiuti finanziari, ma di cambiare strutturalmente l’equilibrio dell’economia europea, altrimenti la recessione diventerà presto depressione per gran parte dell’Unione, con conseguenze imprevedibili a livello globale. Altra novità del Forum è stata la consapevolezza che la crisi greca sarà uno spartiacque. Tanti banchieri presenti al forum sono stati in contatto costante con i negoziatori del debito di Atene. Alla fine la «piccola» Grecia potrebbe anche uscire dall’euro, senza fare grande danno; ma nulla sarebbe più come prima se passasse l’idea che il debito può non essere ripagato.
Ma a Davos quest’anno c’erano anche Desmond Tutu, il vescovo della Rainbow Nation sudafricana; Muhammad Yunus, il Nobel che ha inventato il microcredito contadino in Bangladesh; il premio Nobel per l’economia Joe Stiglitz. Non potendo arrivare di persona, Aung San Suu Kyi ha parlato via video “per conto di 55 milioni di birmani lasciati indietro”. E’ arrivata anche la Primavera araba con panel dedicati ai Paesi del Nord Africa, con la presenza di esponenti politici dalla Tunisia, dal Marocco e dall’Egitto.
La cinque giorni svizzera ha dato voce anche ai negoziati israelo-palestinesi (con il riconoscimento dell’Autorità palestinese attraverso la presenza del primo ministro Salam Fayyad, insieme al premier israeliano Shimon Peres) e alla ricostruzione di Haiti; ha visto i leader africani chiedere una maggiore integrazione dei mercati, e l’appello a rafforzare il ruolo delle donne come leader con l’esperienza della ceo di Facebook Sheryl Sandberg.
Al Forum c’erano anche teste coronate, numerosi sceicchi, magnati indiani e russi, e anche un rappresentante della Città del Vaticano: nel complesso una lista di oltre 2.600 partecipanti tra leader di governo, economici, docenti universitari, e rappresentanti della società civile.
Intervenendo durante il Forum, il Direttore Generale dell’ILO, Somavia ha dichiarato che la crisi dell’occupazione giovanile ha raggiunto dimensioni intollerabili e senza precedenti, con quattro giovani disoccupati su dieci nel mondo. Somavia ha ricordato che una delle principali cause che ha portato alla crisi è stato il rallentamento della domanda aggregata a livello globale. Ha poi aggiunto che è il momento di concentrarsi sulle strategie a favore dell’occupazione per i giovani che col tempo andranno a sostenere il consumo, rilanciare la domanda, promuovere la crescita creando maggiori posti di lavoro. Secondo Somavia, questa non è solo un agenda per i governi ma anche per le aziende e il settore privato, aggiungendo che il principale limite per le piccole e medie imprese che vogliono assumere persone giovani è la mancanza di accesso al credito.
Il Direttore Generale dell’ILO ha fatto riferimento anche al ruolo critico dell’istruzione e della formazione, specialmente in tempi di crisi, affermando che i governi dovrebbero lavorare in stretto contatto con il settore privato per ridurre il divario di competenze. Somavia ha citato Germania, Austria, Danimarca, Svizzera e Norvegia, che offrono sistemi duali di apprendistato combinando l’istruzione scolastica e la formazione in azienda, come modelli efficaci per allineare le competenze.
Egli ha inoltre insistito sulla necessità di garantire un’ampia serie di incentivi per promuovere l’occupazione giovanile, come i sussidi per l’assunzione di giovani, borse per la formazione e per l’aggiornamento, servizi per facilitare la transizione scuola-lavoro.
Recentemente, innovativi programmi pubblici per l’impiego hanno dimostrato la loro efficacia nel fornire occupazione e protezione sociale ai giovani che vivono in povertà, attraverso la creazione di infrastrutture su piccola scala per incrementare la produttività nelle economie svantaggiate (NREGA in India e programmi estesi di opere pubbliche in Sud Africa, Etiopia, Kenya e Mali).
Secondo Somavia, i giovani lavoratori hanno perso fiducia nel modello corrente. L’economia mondiale, semplicemente, non sta lavorando per loro. Il disincanto si riflette in diversi modi, in particolare, attraverso la protesta giovanile dei mesi passati che ha avuto luogo in circa 1.000 città e 82 paesi. Le rivendicazioni di un lavoro dignitoso, di giustizia sociale e di dignità da una parte, e la rabbia contro la disuguaglianza e l’avidità dall’altra, sono sempre state in prima linea durante queste proteste .
Danilo Barbi – Mauro Beschi – Leopoldo Tartaglia
(Dip Politiche Globali CGIL)














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