Dalla piccola regione del Saarland al confine con la Francia, arrivano ulteriori forti segnali in direzione della Große Koalition. A inizio gennaio la presidente democristiana Kramp-Karrrenbauer ha decretato la fine del primo governo Cdu-Liberali (Fdp) e Verdi per inaffidabilità dei liberali. È apparso da subito abbastanza evidente che si è cercato un pretesto per provocare la crisi di governo, così come da subito si è fatto intendere di volere un’alleanza con la Spd. In questa regione, di cui è originario Oskar Lafontaine e che ha a lungo amministrato per la Spd prima da sindaco e poi da presidente tra gli anni ‘80 e i ‘90, la Spd ha risentito del generale crollo del 2009 (dal 44 al 24, elezioni 2009), in seguito all’esperienza di governo con Merkel, e la Linke, grazie alla candidatura locale di Lafontaine ottenne qui il 21 percento di voti. Ciononostante i Verdi non intesero entrare in coalizione con Spd e Linke e optarono invece per un governo con Cdu e Liberali. Spd e Linke non avevano da soli i numeri sufficienti a formare un governo.
Adesso il quadro è notevolmente cambiato: sembra non ci siano alternative a un governo Cdu-Spd perché, come afferma Heiko Maas, presidente della Spd locale, pupillo di Lafontaine nonché viceministro del suo governo fino al ‘98, la Linke “non riconosce la norma della parità di bilancio” e quindi mancano le basi per una collaborazione tra Spd e Linke, escludendola perciò in partenza, al contrario del 2009. Maas e Kramp-Karrenbauer hanno concluso giovedì sera le loro consultazioni, manifestando la volontà di non allearsi subito, ma di farlo dopo nuove elezioni, che sarebbero quindi anticipate rispetto alla scadenza naturale del 2014. La dichiarazione comune dei due politici di fronte ai media lascia intendere che in nome di “un governo più stabile”, da conseguire però sulla base del consenso elettorale, formeranno comunque una große Koalition: tra l’altro l’Spd Maas riconosce le molte “affinità” con la Cdu, mentre la collega della Cdu definisce l’alleanza “l’unica combinazione possibile”.
Certo, la premessa è il grave indebitamento della regione, per il cui superamento è necessaria la massima stabilità, parola che ricorre ormai come un mantra non solo in Germania, ma si è diffusa in tutta Europa, dove si è imposto il trend tedesco. Hai voglia a dire coma fa Lafontaine che pareggio di bilancio altro non è che “ tagli alla scuola, al sociale e agli investimenti”, ormai quello è il dogma che apre la stura a quello che in Germania è in effetti una novità: a livello nazionale, negli unici due precedenti storici, la Große Koalition, l’alleanza tra Cdu e Spd, era una soluzione di emergenza, quando i risultati elettorali non permettevano né ai conservatori da una parte né alla Spd e Verdi dall’altra di formare un governo, come accadde nel 2005 – oppure quando i Liberali (in passato non ancora liberisti) rifiutavano sia il governo con la Cdu che con la Spd (come nel 1966). Vero è che a livello regionale, dei Länder, c’è sempre stata più flessibilità. Anzi, ormai, gli ultimi anni lo dimostrano, anche laddove, (quattro Länder, tra cui in ultimo Berlino), ci sono i numeri per formare governi con la Linke, la Spd ha sempre preferito ricorrere al governo con la Cdu. Però mai si è dichiarata in maniera così esplicita prima delle elezioni – sciogliendo un parlamento per indirle addirittura all’uopo – la volontà di formare un governo con l’altra parte politica, quasi per “necessità”.
È evidente che tutte le critiche della Spd nei confronti di Merkel si smascherano e si fermano sempre di fronte all’ortodossia della disciplina finanziaria. Del resto è stato proprio il partito socialdemocratico al governo con la Cdu a iscrivere la Schuldenbremse, alla lettera “il freno ai debiti”, ossia il pareggio di bilancio nella costituzione tedesca a fine maggio del 2009, uno degli ultimi atti della seconda e recente groβe Koalition della Repubblica federale tedesca . Non è un caso, poi, che il riavvicinamento si sia palesato di recente anche nella vicenda in cui era sotto accusa il presidente della repubblica: in caso di sue dimissioni il presidente della Spd Sigmar Gabriel, e poi la numero due del partito Andrea Nahles, hanno generosamente offerto a Merkel la loro collaborazione nella ricerca di un candidato comune per la presidenza (a cui si sarebbero aggregati anche i Verdi), togliendo, a loro dire, dall’impiccio la cancelliera.
Ma Merkel in questo momento va fortissimo e, anche se gli alleati tradizionali liberali tendono al dissolvimento, può sempre aspettare al varco la Spd, senza “concedersi” fino alla scadenza naturale del Bundestag, nel settembre del 2013, con buone probabilità di rimanere cancelliera. Del resto Merkel stessa ha sempre mal celato le simpatie per la collaborazione con la Spd, e non è mai apparsa davvero convinta che gli alleati ideali fossero i liberali, quasi rimpiangendo gli anni del suo governo con la socialdemocrazia (2005-2009). Per il momento la Spd è, nei sondaggi, al di sotto del 30 percento, mentre la Cdu va per il 35-36.
Infine la vicenda dello “scandalo” sul presidente Wulff, che dimostra tutta l’ipocrisia dei mass media, a partire dalla populistica Bild-Zeitung e da Der Spiegel, con pretese intellettualistiche, ma dalle mire altrettanto basse: a carico del presidente non vi sono reati, ma “solo” vacanze presso le ville degli amici imprenditori, un credito agevolato per l’acquisto della sua casa, risalenti al suo mandato di primo ministro in Bassa Sassonia. Insomma, non risultano scambi di favori, anche se tutta la vicenda è tutt’altro che esemplare ed è stata gestita dal presidente in modo goffo e dilettantesco, non certo all’altezza della prima carica istituzionale tedesca. Gli attacchi continuano ma perdono d’intensità, da un lato perché l’opinione pubblica, dopo sei settimane di martellamento mediatico, dimostra nei sondaggi di non poterne proprio più, e, dall’altro, il presidente non si dimette.
Eppure non si allontana il sospetto che con le dimissioni di Wulff si volessero prendere due piccioni con una fava: inaugurare ufficialmente la nuova stagione di Große Koalition e sbarazzarsi di un presidente che ha avuto il coraggio di affermare, sin dall’inizio, in un momento di forte rigurgito xenofobo, che “Islam è Germania”, dichiarandosi così presidente di tutte e tutti. Non è un caso che per il prossimo febbraio ha annunciato di voler ricordare in una commemorazione ufficiale le vittime della furia razzista di una cellula di neonazisti, che hanno goduto della copertura, se non dell’appoggio, dei servizi segreti tedeschi. E questo ci pare il vero scandalo.
Wulff è inoltre il primo presidente tedesco ad avere incontrato su suo esplicito invito mercoledi scorso un presidente palestinese. E anche questo rappresenta in Germania una grande novità.















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