di ZG Karl

Negli ultimi giorni si sono moltiplicate le analisi relative alla tenuta economica della Turchia nell’immediato futuro. Peraltro, la Turchia è sempre più immersa nelle crisi che riguardano il Medio Oriente. Proviamo allora a delineare un quadro complessivo della situazione sotto i seguenti profili:

– adesione all’Unione Europea;

– crisi regionali;

– crisi interne;

– situazione economica.

Quanto al primo punto, vi è veramente poco da dire al momento. La prospettiva di integrazione europea è sostanzialmente ferma e l’opinione pubblica mantiene, nei riguardi dell’idea dell’adesione alla UE, un atteggiamento particolarmente disincantato.

In tema invece di crisi regionali, da mesi va avanti la tensione col Governo Assad sulla repressione in Siria. Ciò ha prodotto uno sbilanciamento della politica turca in favore dei sunniti a scapito della politica di equidistanza propugnata originariamente da Davutoglu, il che ha irritato gli sciiti, a partire dall’Iraq dove sono la maggioranza e godono del sostegno delle autorità iraniane. La tensione con l’Iraq negli ultimi giorni si è innalzata vertiginosamente. Nel corso del 2011, poi, si è assistito a un aumento dell’attività internazionale della Turchia che ha prodotto il risultato di una parziale rottura dei rapporti con Israele, in seguito all’incidente della Mavi Marmara al largo delle coste di Gaza nel 2010, e una minaccia di rottura dei rapporti conla Franciaper la legge attualmente in discussione al Parlamento francese sulla negazione del genocidio armeno. In più,la Turchiaha tentato di accreditarsi come interlocutore privilegiato del mondo arabo in preda alle convulsioni scaturenti dalla Primavera Araba. Un primo effetto di questa politica, soprattutto dopo la rottura con Israele, è stato l’assalto all’Ambasciata d’Israele al Cairo lo scorso settembre. Di certo, non si tratta di un atto gestito e pilotato direttamente da Ankara. Ma, a ben vedere, in una situazione perlomeno di confusione quale quella esistente in Egitto, la rottura con Israele è stata il segnale, spedito dalla Turchia al mondo arabo, che prima o poi i conti con gli israeliani potessero essere regolati. È immaginabile che la notte dell’assalto all’Ambasciata, il Presidente Obama, intervenendo direttamente sulla Giunta Militare egiziana del Feldmaresciallo Tantawi, abbia fermato un’azione militare di salvataggio del Governo israeliano che avrebbe, di certo, condotto a una nuova guerra in Medio Oriente. Il che la dice lunga sulle capacità, invero non straordinarie, di analisi strategica e orientamento dell’attuale dirigenza turca.

Circa le crisi interne, va osservato che le elezioni politiche dello scorso giugno hanno stabilizzato il potere del Governo Erdogan (intorno al quale, forse con qualche dietrologia, iniziano a circolare voci sul suo stato di salute, ma che appare, onestamente detto, vieppiù alterato sul piano psico-fisico), giunto ormai al terzo mandato. Tuttavia, il quadro politico-parlamentare non si è affatto tranquillizzato. In primo luogo, perché la magistratura, con le sue iniziative altamente politicizzate (da ultimo, nei confronti dei militari), attizza continuamente focolai di crisi politica. In secondo luogo, perché l’attuale legislatura si è aperta sì con un quadro parlamentare saldamente in mano al Partito di Erdogan, ma in una simile situazione è altrettanto evidente che i partiti di opposizione all’AKP, sia pure con tutti i loro limiti in termini specialmente di capacità gestionali che li rendono inadatti a rilevare le responsabilità di governo, possono giocare una partita di scontro frontale col Governo, non avendo più nulla da perdere, e che può trasformarsi alla lunga in uno scontro mortale. Per di più, per la prima volta la rappresentanza curda è entrata in Parlamento, con la delegazione del BDP che dispone all’incirca di 30 deputati. Guarda caso, a partire dallo scorso luglio, la situazione nel Kurdistan turco si è incendiata, fino a giungere al recente massacro di 35 contrabbandieri a Usundere, scambiati dall’aviazione per militanti del PKK infiltrati dal Kurdistan iracheno. In questo quadro, dunque, l’obiettivo di aprire una fase costituente, benché all’AKP manchino solo 4 voti in Parlamento per modificare autonomamentela Costituzione, sembra estremamente irrealistico. Oltretutto, al momento sono assenti progetti di riforma che riguardino, da un lato, una riforma del sistema giudiziario finalizzata ad assicurare una migliore protezione dei diritti fondamentali della persona e, dall’altro, progetti volti a definire, una volta per tutte, uno status di tutela delle popolazioni di lingua curda (si badi, però, che non è possibile seguire in questo campo l’approccio tradizionale in tema di protezione delle minoranze, poiché la minoranza curda non ha le dimensioni di una tipica minoranza europea, come in Alto Adige, trattandosi al contrario di una popolazione di venti milioni di persone su 70 milioni di persone)

Infine, nubi si addensano sull’economia turca. Giova innanzitutto osservare che i flussi commerciali della Turchia sono al 90% con l’Unione Europea. Conseguentemente, i turchi hanno iniziato a temere fortemente gli effetti della recessione che è tornata ad affacciarsi in Europa. In aggiunta, va rimarcato come alcuni squilibri tipici dell’economia turca abbiano iniziato a ripresentarsi prepotentemente. L’inflazione, probabilmente sospinta da un’ampia bolla creditizia che però non ha prodotto un aumento degli investimenti (è facile sospettare allora che parte dei capitali presi a prestito sia stata trasferita all’estero) ha raggiunto la soglia del 10%, mentre l’inflazione attesa dalla Banca Centrale turca era del 5% nel 2011. Il tasso di cambio si è così deprezzato nel corso del 2011, ma ciò, quasi paradossalmente, non ha sortito l’effetto di migliorare la bilancia commerciale turca.

La Turchiaresta, difatti, un paese estremamente dipendente dalle importazioni, che tuttora sopravanzano di gran lunga le esportazioni. Peraltro, negli ultimi mesi, per tentare di mantenere basso il valore di cambio della lira turca,la BancaCentraleturca ha impiegato quasi tutte le proprie riserve di moneta straniera senza però ottenere grandi risultati, tanto che la lira turca si è leggermente riapprezzata, e riducendo in tal modo le proprie riserve in dollari a soli 96 milioni. Negli ultimi tempi, poi, hanno iniziato ad andare deserte le gare turche per i progetti infrastrutturali. A questo riguardo, si ricordi che i turchi non finanziano, di norma, i progetti infrastrutturali, ma assegnano la gestione e quindi i ricavi delle infrastrutture così realizzate alle società che le costruiscono con propri fondi. La carenza di liquidità in Europa si riflette anche per questa via sulla Turchia.

Come si vede,la Turchiapuò definirsi già oggi un focolaio di crisi, sia politica sia economica, nella regione. Nell’ultimo anno, è stato impressionante osservare il cambio di atteggiamento impresso alla politica turca dall’espansione economica degli ultimi anni e dalla vittoria elettorale dell’AKP dello scorso giugno. Galvanizzati, i politici dell’AKP hanno portato avanti una politica dai toni bellicosi, ma alla fine dei conti alquanto inconcludente, comunque irrealistica rispetto alle possibilità del paese e che sta esponendola Turchiaa un rischio di isolamento politico nei confronti dell’occidente e, di riflesso, a una chiusura dei rubinetti finanziari in suo favore. Lo spostamento di asse verso est della politica turca, ribaltando l’approccio pro-occidentale seguito in passato, sta immergendo sempre piùla Turchia, da protagonista, nelle crisi mediorientali che rischiano, presto o tardi, di combinarsi e di sfociare in una nuova guerra.

In conclusione,la Turchiapare aver smarrito il suo ruolo di stabilizzazione nella regione e la sua posizione di equi-distanza riguardo alle crisi mediorientali, il tutto in un quadro economico in peggioramento. Non pare, però, che il Governo Erdogan abbia intenzione di rivedere la politica seguita fin qui. (GZ Karl).


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