di Renaud Lambert
NEL 1951, l’Internazionale socialista (Is) rilancia le sue attività per «liberare i popoli dalla loro dipendenza nei confronti dei detentori dei mezzi di produzione». Sessant’anni dopo, i suoi dirigenti preferiscono parlare di «regolamentazione giudiziosa degli effetti nefasti della globalizzazione». Una lenta deriva che spiega l’atteggiamento di questi «socialisti» verso i loro omologhi latinoamericani.

IL 15 NOVEMBRE 2010, la prima segretaria del Partito socialista (Ps) francese Martine Aubry, al momento del suo discorso d’apertura del consiglio dell’Internazionale socialista (Is)- riunitosi nei locali dell’iperliberista Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse)- non nascondeva la sua gioia: «Voglio salutare in particolare il nostro presidente Georges Papandreu e felicitarmi con lui per i risultati delle elezioni locali in Grecia (con un’astensione record del 53 %!). In un contesto difficile, si tratta di un incoraggiamento e di un successo che ricompensano un coraggio politico che obbliga all’ammirazione.» Sappiamo cosa è avvenuto al dirigente del movimento socialista panellenico (Pasok) ed alla «austerità equa» che egli ha preteso di imporre al suo paese. Conosciamo anche la sorte riservata dai loro popoli a numerosi membri eminenti dell’organizzazione socialdemocratica. Laurent Gbagbo, Zine El-Abidine Ben Ali e Hosni Mubarak, solo per citarne alcuni.
Con un tale deficit di analisi e un simile metodo di funzionamento, è davvero sorprendente che a questo nobile «conclave» socialista passino totalmente inosservati i movimenti profondi che da oltre un decennio stanno scuotendo l’America latina?
Il 7 dicembre del 2010, a Bruxelles, un ritratto e un nome sormontano l’entrata Altiero-Spinelli del Parlamento europeo: quelli di Guillermo Farinas, terzo oppositore cubano che si è visto consegnare il premio Sakharov per la libertà di pensiero in nove anni. È invece senza pubblicità alcuna che, in un anfiteatro, una decina di eurodeputati e di assistenti parlamentari da udienza ad alcuni sindacalisti e difensori dei diritti umani provenienti dalla Colombia.

LA SVOLTA DEL COLPO DÌ STATO IN CILE.

ALCUNE testimonianze fanno venire i brividi: dopo l’ascesa al potere, quattro mesi prima, di Juan Manuel Santos (ex ministro della difesa del suo predecessore Alvaro Uribe), trentanove sindacalisti e dodici militanti del Polo democratico alternativo (Pda), tra gli altri, sono stati assassinati. Il socialdemocratico danese Ole Christensen aggiunge un’ulteriore informazione: nel luglio 2010, con il laburista britannico Richard Howitt, anch’egli presente, ha accompagnato l’organizzazione Justice for Colombia in un luogo tristemente celebre, il villaggio La Macarena. «Siamo stati fino alla fossa comune. Ci sono più di duemila persone (vittime dell’esercito e dei paramilitari) sepolte là. Dobbiamo dire «no» al trattato di libero commercio (Tic) che stanno negoziando l’Unione europea e la Colombia.» Una sola voce si è levata per difendere Bogotá, quella del rappresentante del Partito socialista operaio spagnolo (Psoe), Emilio Menéndez del Valle: «Credete che in tre mesi un governo possa risolvere tutti i problemi? Se un intero paese ha votato massicciamente (55, 59% di astensione) per Santos, deve essere rispettato!’»
Questi tre eurodeputati, membri di formazioni appartenenti all’Is, non hanno evidentemente accordato i loro violini. Il belga Paul-Emile Dupret, consigliere della Sinistra unitaria europea – Sinistra verde nordica (gue/ Ngl) (1), ricorda tale riunione, e molte altre, nella sua mente: «Nel loro gruppo parlamentare (il Partito socialista europeo, Pse), Christensen e Howitt sono piuttosto controcorrente. Non sono sicuro che la maggioranza si pronuncerebbe contro la firma di un Tic. Il presidente del gruppo, il tedesco Martin Schulz (Partito socialdemocratico, Spd) è favorevole ad esso. Il Psoe lo è ancora di più, incondizionatamente!»
Senza risalire alla notte dei tempi, ci si ricorderà che il Partito socialista cileno, fondato nel 1933 da Salvador Allende, rifiutò di affiliarsi all’Is, criticando le sue «posizioni conformiste in seno al sistema democratico borghese capitalista (2)». Durante la guerra fredda, la questione non si poneva veramente: considerando la regione come una zona d’influenza degli Stati uniti, l’Is non vi si avventurava. Antoine Bianca, all’epoca segretario delle relazioni estere della Sezione francese dell’Internazionale operaia (Sfio), conclude che «non ho memoria di documenti di condanna del rovesciamento di Jacobo Arbenz in Guatemala nel 1954. Dieci anni più tardi, quando chiesi parola per denunciare l’intervento dei marines a Santo Do-mingo (Repubblica dominicana), Guy Mollet ha sgranato gli occhi!»
Nel frattempo, la rivoluzione cubana aveva tuttavia posto l’antimperialismo al centro dei dibattiti. Senza grandi conseguenze: «L’Is ha gettato uno sguardo interessato, ma molto distante.» Fino all’ll settembre 1973. Bianca – che, inviato dal PIs, salterà su un aereo pochi giorni dopo il colpo di stato — ricorda che il rovesciamento e la morte di Salvador Allende. un trauma forte quanto quello della guerra civile spagnola, scatenano presso i socialisti europei «una solidarietà emotiva e la scoperta di un mondo che non conoscevano.» A Vina del Mar, si raccoglie sulla tomba del comporterò presidente, prima di essere espulso. «Fu la prima sfida a Washington degna di questo nome da parte di un’Internazionale che, fino a quel momento, aveva fatto di tutto per apparire subalterna alla strategia americana e alla Nato (Organizzazione del trattato dell’Atlantico del Nord).
L’appoggio degli Stati uniti alle dittature costituirà da quel momento il punto di dissenso più grande di una generazione socialdemocratica – Willy Brandi (Germania), Olof
Palme (Svezia), Francois Mitterrand (Francia), Bruno Kreisky (Austria), ma anche Mario Soares (Portogallo) e Felipe Gonzàlez (Spagna) – con l’alleato americano. Dal canto loro, i partiti riformisti vittime di questi regimi autoritari cercano alleati nei paesi sviluppati. I contatti si moltiplicano. Una prima riunione formale ha luogo nell’aprile 1976 a Caracas, su invito del presidente venezuelano Carlos Andrés Pérez e del suo partito Azione democratica (Ad). La I conferenza regionale dell’Is per l’America latina e i Caraibi. a Santo Domingo. nel marzo 1980. segna il dispiegamento di questa corrente politica nella regione

FUNZIONAMENTO “CLIENTELARE”

TRA LE VENTINOVE organizzazioni locali figura, per il Nicaragua, il Fronte sandinista di liberazione nazionale (Fsln), ammesso nel 1978, mentre lottava ancora armi alla mano per cacciare Anastasio Somoza. Fidel Castro è invitato in quanto presidente in carica del movimento dei paesi non-allineati. E gli europei si «espongono»: la presenza di partiti «fratelli» nel Fronte democratico rivoluzionario (Fdr) del Salvador, nel Fronte democratico contro la repressione (Fdcr) del Guatemala e del Fronte patriottico (Fp) dell’Honduras – che, nei primi due casi, comportano una componente politica e una insurrezionale – li porta a sostenere, di fatto, la lotta armata.
In Francia, nel 1981, Mitterrand arriva all’Eliseo, con la rosa in pugno. Sotto l’influenza di Lionel Jospin, Régis Debray (capomissione alla presidenza della repubblica) e di Bianca (che sarà nominato nel 1982 ambasciatore itinerante in America latina), Parigi sfida gli Stati uniti in una regione molto sensibile per questi ultimi. Il 28 agosto 1981, la dichiarazione franco-messicana sulla rappresentatività dell’opposizione salvadoregna – inclusa la sua componente armata (3) – ha un impatto considerevole. Mitterrand non nasconde le sue simpatie per i sandinisti; le relazioni con Cuba sono eccellenti. Bianca esulta: «A nome dell’Is e alle spalle di Washington ho messo a segno dei “colpi”, come quello di impedire l’abbraccio tra il Costa Rica e il Nicaragua!» Malgrado l’irritazione di Ronald Reagan, le tesi dell’Internazionale, ovvero la risoluzione politica dei conflitti armati, prevalsero. Il presidente del Costa Rica, Oscar Arias, propose il piano di pace per l’America centrale che gli varrà nel 1987 il premio Nobel. Il vecchio guerrigliero Miguel Angel Sandoval – per l’intero periodo membro della commissione politico-diplomatica dell’Unione rivoluzionaria nazionale guatemalteca (Urng) – ricorda che «il nostro movimento ha sempre visto nell ‘Is uno spazio capace di essere utile ai suoi obiettivi: i negoziati e la ricerca della pace. Così, il nostro primo incontro con il governo e l’esercito ebbe luogo a Madrid, grazie alla mediazione del Psoe. Ma siamo sempre stati consapevoli delle profonde differenze che esistevano allora tra partiti come quello svedese, francese e spagnolo e altri, più riformisti o chiaramente di destra.»
Da Santo Domingo, si erano determinate delle divergenze. Alcuni membri «latinos» dell’Is – il Partito di libera-ziona nazionale (Pln, Costa Rica), Ad (Venezuela), il Partito rivoluzionario dominicano (Prd), ecc. – si smarcavano da quelli europei. A differenza di questi ultimi, essi non affondavano le loro lontane radici nel marxismo, non mettevano in discussione il capitalismo e in numerosi casi ostentavano vigorosamente il loro anticomunismo. Rodrigo Borja, dirigente della Sinistra democratica (Id) ecuadoregna, oserà persine dichiarare che «il concetto stesso di classe sociale è discutibile in America latina (4)».
Essi, vagamente riformisti, utilizzano l’Is per vincere sulla democrazia cristiana al momento della caduta delle dittature e perché, prendendo nota della potenza economica dei paesi che governano o governeranno presto i loro amici d’oltre Atlantico, calcolano i vantaggi che potrebbero trame. Nel 1999, Porfirio Munoz Ledo (Partito della rivoluzione democratica Prd), insorse: «L’Internazionale socialista funziona in modo clientelare. Alcuni partiti vengono a incontrare gli europei come se frequentassero la classe superiore (5)».
Nel comitati dell’Is per l’America  latina e i Caraibi (Siclac) creato nel 1980 coabitato sia il Fsln che la centrista Unione civica radicale (Ucr) argentina il Ps cileno (che vi ha aderito nel 1996!), che governa insieme alia democrazia cristiana, ed il Partito rivoluzionario istituzionale (Pri) messicano, poco democraticamente al potere da settant’anni. Vi si trova anche il Partito liberale (PI) colombiano, che ha introdotto il modello neoliberista (1990-1994), durante il cui governo è stata sterminata la formazione di sinistra Unione patriottica (1986-1990) e di cui ha fatto parte, fino al 2002, Uribe (6).
Poco importa. Moltiplicando le adesioni all’Internazionale, i socialisti del Vecchio continente estendono la loro influenza. E attraverso ciò, da buoni gestori immersi nel quadro liberista e cercando di migliorarlo a margine, essi promuovono gli interessi degli ambienti affaristici e del capitale europei.
Durante la riunione del consiglio dell’Is del 25-26 giugno 1999, a Buenos Aires, Gonzales freme: «In passato, il socialismo è stato più duro e statalista, ma il socialismo democratico ha sempre accettato il mercato che, dì fatto, va di pari passo con la democrazia (7)». Il documento finale, se condanna «le tragiche disuguaglianze che colpiscono il mondo», esorta «a trarre vantaggio dalla globalizzazione» per eliminare la disoccupazione, la fame e l’indigenza (8). In breve, commenta il brasiliano Leonel Brizola (Partito democratico laburista, Pdt). il testo «è così generale che può servire tanto alla gamba destra che a quella sinistra (9)». Un breve paragrafo, passato inosservato, menziona la preoccupazione dell’Is di fronte alla «evoluzione del processo politico in Venezuela (e alla) politica di conflitto permanente del governo verso le autorità stabilite». Il presidente Hugo Chávez detiene il potere soltanto da… sei mesi.
Un identico cerimoniale presiede tanto i consigli (a cui partecipa l’insieme dei partiti) quanto le riunioni locali del Siclac. L’ex presidente dell’Is Margarita Zapata (Fsln) si lascia sfuggire con una smorfia che «bisogna passare due giorni di totale abbruttimento ascoltando gli interventi di qualche capo di stato o di partito, discorsi generalmente preparati dai loro consiglieri e che spesso, venendone a conoscenza solo nel momento in cui salgono in tribuna, leggono faticosamente». Bianca completa il quadro: «Una sfilza di parole vuote, pieni di buone intenzioni, da dove non esce assolutamente nulla, senza orientamenti vincolanti per nessuno; tutti ritornano a casa senza avere un’idea più precisa della situazione».
Il solo interesse di questi forum: «Vi sono incontri privati tète-à-tète e si scambiano grandi abbracci tra vecchi compagni» (Bianca); «Si stabiliscono contatti e, soprattutto, si ritrovano gli amici» (Zapata). Tutti sanno che «i nemici dei miei amici sono miei nemici». Dopo che, l’I gennaio 1989, Carlos Andrés Pérez—soprannominato Cap—è ridiventato presidente del Venezuela (10), lo spagnolo Gonzàlez si entusiasmò:
«Prendendo le decisioni che, io credo, vanno prese, il paese è particolarmente vitale». Ben visto «compagno»! Gap, convertitosi al liberismo e dopo avere negoziato un aggiustamento strutturale con il Fondo monetario internazionale (Fmi), ha affamato il suo popolo dalla sera alla mattina. Quest’ultimo si è ribellato il 27 febbraio, data di quello che resterà nella storia come il caracazo (rivolta di Caracas).
La risposta del potere, di insolita brutalità, ha provocato circa tremila morti. Più fortunato del Raggruppamento costituzionale democratico (Red), il partito del presidente tunisino Ben Ali (che verrà escluso dall’Is al momento della repressione del movimento popolare del gennaio 2011), Ad, il partito di Pérez, ne è uscito senza un graffio. Nel 1993, dopo la sua destituzione per corruzione, l’ufficio dell’Internazionale inviò a Pérez un comunicato che gli testimoniava la sua stima e la sua amicizia. E’ vero che durante il suo primo mandato “era stato generoso con i suoi amici europei: è di pubblico dominio il fatto che, sotto la direzione di Gonzales, il Psoe  ha  beneficiato largamente  della sua solidarietà”  (11)». Niente che potesse quindi rendergli simpatico il tenente colonnello Chàvez che, il 4 febbraio 1992, si era sollevato contro questa «democrazia ingiusta e corrotta».
Come in Venezuela, i partiti «latinos» membri dell’Is che arrivano al potere negli anni ’80-’90 – Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Equador, Messico, Panama, ecc. – hanno un’autentica politica sociale: provvedere ai bisogni di coloro che sono ben vestiti e ben nutriti. Deregolando e privatizzando selvaggiamente, in combutta con Washington, la Banca mondiale e l’FMI, essi sono stati screditati, quando non rovesciati. Apparivano nuovi leader, provenienti dalle lotte e sostenuti dai movimenti popolari: Chàvez (Venezuela), Luiz Inàcio Lula da Silva (Brasile), Evo Morales (Bolivia), Rafael Correa (Ecuador).
È a Caracas che il Sicla si riunisce il 19-20 luglio 2002, avendo come anfitrioni i venezuelani Rafael Angel Marìn, dirigente di Ad, Antonio Ledezma (Alleanza del popolo coraggioso, Abp) e Miguel Henrique Otero, direttore del quotidiano El Nacional. Il precedente 11 aprile, tutti avevano partecipato, con gradi diversi, al tentativo di colpo di stato contro Chàvez.  Maximilien Arvelaìz, all’epoca consigliere del presidente venezuelano, racconta che «.avvertito da amici del  Fsln e del Pri, ho preso contatto con il segretario generale dell ‘Is, il cileno Luis Ayala, che ha accettato un incontro con il presidente Chàvez, ma ad una condizione: i partecipanti che lo desideravano vi si sarebbero recati “a titolo personale”. L’indomani, effettivamente, alcuni sono venuti ma, all’ultimo minuto, Ayala ha desistito.»
Al termine della sua riunione, il Siciac emette un comunicato che annuncia la sua decisione di «appoggiare Azione democratica e il Coordinamento democratico nella mobilitazione e nella difesa del sistema democratico e delle sue istituzioni» — in altre parole: i golpisti! Presente in qualità di osservatore del Ps francese, Jean-Jacques Kourliandsky ritorna su questo evento: «ho rischiato di essere aggredito dal segretario generale dell’Ad  perché ho protestato; tali conclusioni erano state redatte e pubblicate sui giornali di opposizione venezuelani prima dell’inizio dei lavori!» Poi alza la spalle: «Non hanno alcun valore, in realtà». Errore o cecità?
Tali conclusioni appaiono ancora sul sito ufficiale dell’Is (12), come tutte quelle successive, emanazione diretta dei tre partiti venezuelani membri -Ad, Movimento al socialismo (Mas), Podemos – tutti violentemente ostili alla rivoluzione bolivariana.
Alfonso Dorado, ex consigliere dell’ambasciata boliviana a Parigi, sogghigna ostentatamele: «L’Internazionale socialista? Jaime Paz Za-mora è stato vicepresidente. Ciò conta molto nella memoria collettiva…,» Egli, dirigente del Movimento della sinistra rivoluzionaria (Mir), ha fatto un accordo nel 1989 con l’ex dittatore Hugo Banzer per accedere alla presidenza. Nel 2002, per contrastare la possente ascesa di Morales e del suo Movimento al socialismo (Mas) – da non confondere con il partito venezuelano – si è alleato con Fultramilionario Gonzalo Sànchez de Lozada, il quale, eletto, nell’ottobre 2003, sarà cacciato da un’esplosione di malcontento sociale. Il Mas boliviano non appartiene dunque all’Is, così come il Partito socialista unito del Venezuela (Psuv), l’Alleanza paese di Correa, l’Emiri salvadoregno, FUrng guatemalteca; d’altronde, nessuno glielo ha chiesto.
L’Internazionale ha un solo sogno: fare aderire il Partito dei lavoratori (Pt) del potente Brasile e di Lula da Silva, icona della sinistra latinoamericana. Ma il Pt ha messo le sue uova in un altro paniere. Nel 1990, con Castro, ha fondato il Forum di San Paolo, che accoglie sia partiti moderati (anche membri dell’Is) che formazioni forgiatesi nella lotta armata, partiti comunisti (come quello cubano) e le loro varie scissioni. Valter Pomar, membro della direzione nazionale del Pt, spiega che «affrontare il neoliberismo in America Ialina esigeva un atteggiamento aperto e plurale, che tenesse in considerazione tanto la crisi del comunismo quanto quella che colpiva la socialdemocrazia. Detto ciò, intratteniamo buone relazioni con 175». Ma da lontano.
Ancorati nelle loro antiche alleanze, i socialdemocratici europei, con la notevole eccezione dei portoghesi, non capiscono nulla di questa nuova America latina che osa evocare il «.socialismo del XXI secolo», che cerca la strada per una democrazia partecipativa, che a volte sbaglia, avanza, retrocede, ma che, in materia sociale, consegue grandi avanzate.
Attraverso la Fondazione Friedrich-Elbert, la Spd tedesca dispone di grandi risorse, ma non si interessa alla regione. Annientati da Anthony Blair, i laburisti britannici «puri» sembrano una tribù in via di estinzione. Silenzio stampa in Italia, dove, tuttavia… «Massimo D’Alema (Partito democratico) è venuto a Caracas – racconta Arvelaìz – Era molto teso. Gli abbiamo fatto incontrare Chàvez. “Questo mi ricorda la mia giovinezza”, ha esclamato uscendo, incantato…»

“IGNORANZA GRASSA”  A PARIGI.

IL PARLAMENTO europeo, e, dichiara Dupret, «da diversi anni, gli accordi di libero scambio sono il principale tema affrontato, il gruppo socialista, nella sua maggioranza, non è molto progressista. Per esempio, non abbiamo mai avuto il loro appoggio per iscrivere l’Honduras (dove ha avuto luogo nel 2009 un colpo di stato) all’ordine del giorno.» In compenso, nel 2004, il presidente del Pse, lo spagnolo Enrique Barón Crespo, propose di invitare Uribe, il capo di stato colombiano. Al momento del discorso di quest’ultimo, il 10 febbraio, «il Gue/Ngl, i verdi, alcuni liberali e numerosi socialisti, sconfessando Barón Crespo, hanno abbandonato la sala. Ma non gli spagnoli!»
Trattandosi dell’America latina, Madrid esercita un’influenza considerevole all’interno dell’Unione europea. Seguendo Cuba – la sua ultima colonia – da molto vicino quasi si trattasse dell’Andalusia o della Galizia, la spagna è stata quasi la sola a difendere
la normalizzazione delle relazione dell’isola con l’Unione. Il Psoe, fino alla sua sconfitta, nel novembre 2011, ha svolto un ruolo importante attraverso la cooperazione. «Ma – sottolinea il boliviano Dorado – non si tratta assolutamente di vicinanza politica.»
Il 22 ottobre 2010, a Parigi, in rue Solferino, c’era grande turbamento: Benoìt Hamon, portavoce del Ps, annunciava che «si apprestava» a recarsi ili Venezuela e a incontrare – perché no? – il presidente Chàvez. Si attirò le ire dell’ala destra del partito.
Per Romero come per numerosi nostri interlocutori, «/ Is, questo guscio vuoto, è indubbiamente la migliore agenzia viaggi del mondo. E abbastanza confortevole… Ma non ne esce nulla!». È cosi certo? I comunicati che l’Is diffonde provengono dalle riunioni del Siclac e dai suoi partiti screditati. In America latina, la stampa di opposizione ne fa grandi titoli: la sinistra di tutto il mondo ci appoggia! I media europei riprendono. Addosso al «populismo»! I «socialisti» leggono. Ed il cerchio si chiude. (di Maurice  Lemoine(1 *)

SCHEDE
1 – L’UOMO CHE MINACCAVA LA FRANCIA. Il ministero dell’interno,  dell’oltremare , delle collettività territoriali e dell’immigrazione ha recentemente rifiutato la nazionalità francese al nostro collaboratore colombiano Hernando Calvo Ospina, residente in Francia da venticinque anni e padre di due figli francesi. La decisione è stata motivata in una lettera dello scorso 22 settembre.
Il vicedirettore dell’ufficio interessato, Laurent Audinet, spiega che non si è ritenuto «opportuno» acconsentire alla richiesta di una persona che figura dal 2009 in «una lista americana di persone a cui è proibito sorvolare lo spazio aereo degli Stati uniti». Condanna inoltre le «relazioni» di Calvo Ospina «con la rappresentanza diplomatica cubana a Parigi», l’analisi critica del giornalista di quelle che egli considera «misure di ritorsione prese dall’Unione europea contro il regime castrista» o ancora i suoi incontri con «diversi membri delle Forze armate rivoluzionarie di Colombia (Fare) nel corso delle [sue] attività». In altri termini, ciò che si rimprovera al nostro collaboratore è di avere fatto il suo lavoro, espresso la propria opinione e contrariato Washington.
Le Monde diplomatique ha sollecitato chiarimenti sul come sia possibile che:
– un divieto americano di sorvolo del suo territorio influisca sull’attribuzione della nazionalità francese;
– essere in contatto con una delegazione diplomatica riconosciuta dal Quai d’Orsay disturbi il ministero dell’interno;
– una critica non alla Francia, ma alle sue scelte diplomatiche, denoti una mancanza di «lealtà» verso un paese democratico;
– un contatto di Calvo Ospina con membri delle Fare «in occasione delle [sue] attività di giornalista» crei dei problemi laddove non ne hanno mai creati incontri dello stesso tipo con membri del Cartello di Medellin, ad esempio. Nonostante le nostre pressioni, il ministero dell’Interno non ha risposto. (R. L. traduzione di GP)

2 – UN CAVALIERE CON QUALCHE MACCHIA. MILLE PAGINE, un lancio pubblicitario in pompa magna ed una requisitoria senza concessioni: non ci voleva altro per «sa/vare» il Messico, questa «democrazia indebolita», la cui «integrità e sovranità sono state ma/menate» dopo «// «decennio perduto» del neoliberismo». Certo, la presentazione non è assolutamente nuova, ma poco importa: l’interesse di questo libro (1), pubblicato all’inizio dell’anno scorso, risiede più nell’identità del suo autore che nell’originalità di ciò che afferma. Perché il Messico che indigna Carlos Salinas De Gortari tanto da ispirargli una seconda opera in meno di tre anni (2) affonda le sue radici nelle politiche condotte nel corso di un solo mandato presidenziale, tra il 1988 ed il 1994: il suo.
Si tratta dell’accordo di libero scambio nordamericano (Nafta), che i ricercatori James M. Cypher e Raùl Delgado Wise descrivono come «un dispositivo perdente per i lavoratori del Messico e degli Stati uniti e vincente per il capitale americano ed una parte dei conglomerati messicani (3)»? È lui. La privatizzazione della maggior parte delle aziende statali – la società di telecomunicazioni Telmex, la compagnia aerea Mexicana de Aviación, la siderurgia, le autostrade, gli aeroporti, le miniere e circa un istituto di credito ogni venti giorni, tra il giugno 1991 e il luglio 1992? È lui.. L’edificazione, attraverso una tale svendita, di una «nuova classe imprenditoriale» immensamente ricca? Ancora lui. Con un successo innegabile: nella lista dei miliardari del magazine Forbes, la famiglia Garza Sada, ancora isolata nel 1988, si vedeva raggiungere nel 1994 da ventitré new entry messicane.
Una volta terminato il suo mandato, Salinas De Gortari ha raggiunto il consiglio di amministrazione della società Dow Jones. Concentrazione dei media, dominio dell’economia da parte di un pugno di grandi padroni, corruzione endemica: egli lasciava dietro di lui un seme ben più che germogliato. E ora chi ne troverebbe i frutti troppo amari?
Uomo forte del Partito rivoluzionario istituzionale (Pri), privato del potere dal Partito di azione nazionale (Pan) nel 2000 (per la prima volta dopo più di settant’anni), Salinas De Gortari intende partecipare al ritorno della sua formazione alla presidenza, nel 2012, Pronto, per questo, a rasentare l’incongruo: la critica, simultanea, al neoliberismo «devastatore» dell’attuale governo – che glielo ha preso in prestito – e il rifiuto del «populismo» della sinistra messicana, di cui il Pri copia oggi le aspre denunce contro un’oligarchia onnipotente.
Nella sua ultima opera, Salinas De Gortari fa a pezzi una società «intellettualmente impoverita» dai media privati – controllati dai suoi amici. E fustiga un dibattito delle idee minato dall’amnesia. Ma ciò è veramente utile ai suoi disegni? (di Renaud Lambert)
(1) Democrada republicana. Ni Estado ni mercado: una alternativa ciudadana, Debate, Mexico, 2011.
(2) 11 primo si intitolava: La «decada perfida ». 7995-2006, neoliberalismo y populismo en Mexico, Debate, Mexico, 2008.
(3) James M. Cypher e Raùl Delgado Wise, Mexico’s Economie Dilemma. The Developmental Failure of Neoliberalism, Rowman & Littlefield, Plymouth (Regno unito), 2010.
(Traduzione di Al. Ma.)
(1*) Giornalista. Autore di Cinq Cubains a Mia-mi, Don Quichotte, Parigi, 2010.
(1) Riunisce i partiti di sinistra, da quelli antiliberisti a quelli anticapitalisti, passando per gli eco-socialisti e i comunisti.
(2)  Dichiarazione di principio approvata al secondo congresso del partito, nel 1935.
(3)  11 Fdr-Fmln raccoglie una forza politica, il Fdr, diretto dal socialdemocratico Guillermo Ungo, e la guerriglia del fronte Farabundo Marti per la liberazione nazionale (Fmln).
(4)  Nueva Sociedad, n° 48, Caracas, maggio-giugno 1980.
(5) Pagina 12, Buenos Aires, 27 giugno 1999.
(6)  Tra membri «di diritto», «consultativi» e «osservatori», il Siclac conta attualmente 39 partiti.
(7) Pagina 12, 26 giugno 1999.
(8) «Conseil de Buenos Aires: fafonner le chan-gement», sito dell’Internazionale socialista, 25- 26 giugno 1999, www.internationaleso-cialiste.org
(9)LaNación, Buenos Aires, 28 giugno 1999.
(10) ElPois, Madrid, 2 febbraio 1989.
(11) Bernard Cassen, «Unione sacra a Strasbur-go», Le Monde diplomatique/il manifesto, aprile 2004.
(12)  «Réunion du Comile de l’Internationale socialiste pour PAmérique latine et la Ca-raibe, Siclac», 19-20 luglio 2002, www.in-ternationalesocialiste.org
(13) Antigua-e-Barbuda, Bolivia, Cuba, Ecuador, Honduras (prima del colpo di stato del 2009), Saint Vincent-e-Grenadine, Venezuela.
(Traduzione di Al. Ma.)


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