di gZ Karl
Ha destato scalpore, negli ultimi giorni, il caso del Console Vattani per la sua dichiarata professione di fede fascista nel corso di una esibizione musicale (si fa per dire) a Casa Pound. Non è, tuttavia, la prima volta che di un diplomatico si viene a conoscere la fede politica. Le simpatie politiche di Umberto Vattani, padre del Katanga, erano note, tanto che ci sarebbe ancora da stupirsi del fatto che egli abbia ricoperto l’incarico di Segretario Generale del Ministero degli Esteri durante gli anni dei governi di centrosinistra (1997-2001), sebbene all’epoca Ministro degli Esteri fosse Lamberto Dini (attualmente, guarda caso, nel PDL). Si tratta, però, della prima volta in cui un diplomatico si esprime pubblicamente in questo modo.
Una simile esibizione porta a interrogarci su alcune questioni, sia relative alla vicenda in sé sia relative all’attività diplomatica in senso generale.
Per quanto riguarda la vicenda in sé, ci si trova di fronte al classico conflitto tra libertà di pensiero, comprendente anche la libertà della sua manifestazione, tutelata dall’art. 21 della Costituzione, e i doveri di un funzionario dello Stato, peraltro con compiti di rappresentanza istituzionale all’estero, di avere un atteggiamento improntato al criterio di neutralità (o imparzialità) rispetto alle opzioni politiche esistenti all’interno del proprio paese. Conflitto aggravato, per di più, dall’opzione politica particolarmente estrema fatta propria da Vattani.
Comunque sia, il Console Vattani, va detto subito, non ha violato i doveri inerenti alla sua missione all’estero, per il semplice fatto che l’illecito disciplinare, se mai sia configurabile, si è consumato in Italia ben prima che egli si trasferisse in Giappone. La domanda allora è la seguente: è possibile configurare a suo carico un illecito disciplinare? Occorre ricordare che, a rigore, in Italia è unicamente proibita la ricostituzione del Partito Fascista oltreché l’apologia del fascismo ma quando questa sia diretta alla riorganizzazione del Partito Fascista. Certamente non è proibito, né può esserlo, essere fascisti. Inoltre, Vattani non ha manifestato le sue convinzioni nel corso della sua attività lavorativa in Italia, bensì al di fuori della sua professione. Per altro verso, la Costituzione impone ai funzionari statali di esercitare le proprie funzioni con disciplina e onore e Vattani, al pari degli altri funzionari diplomatici, ha prestato giuramento sulla Costituzione. Purtroppo, il giuramento non scongiura da solo la possibilità che persone con quelle idee possano entrare a far parte del funzionariato statale. Non esiste, difatti, alcuna norma che impedisce l’ingresso di persone con queste convinzioni all’interno dell’impiego pubblico, né norme che ne consentano l’esclusione una volta sorto il problema. Né esistono norme che, più specificamente ed esplicitamente, proibiscano simili contegni in pubblico da parte di funzionari dello stato di quel livello.
In conseguenza, è molto probabile che Vattani non venga colpito affatto da una sanzione disciplinare ovvero che venga colpito, tutt’al più, da una sanzione molto blanda per aver violato i propri doveri generali di funzionario dello Stato. Dopotutto, lo spostamento a un’altra sede, di cui si è parlato, non costituisce formalmente una sanzione disciplinare, né d’altronde Vattani verrà, a quanto pare, richiamato a Roma (il che lo avrebbe comunque danneggiato, perlomeno sul piano economico) per essere, invece, spostato ad altra sede. Ciò induce piuttosto a ritenere che sia stato il Governo giapponese, una volta conosciuto l’orientamento politico di Vattani, ad aver richiesto informalmente il suo allontanamento, per non essere costretto a dichiararlo persona non grata.
Lasciando Vattani al suo destino, viene ora da domandarsi se tutta la diplomazia italiana possa essere rappresentata ed esemplificata dal comportamento di Vattani. La risposta è certamente no, ma con alcune avvertenze. Non tutti i diplomatici sono come Vattani e più in particolare esistono anche diplomatici aperti ad opzioni politiche diverse dalla sua, alcuni peraltro sono collocabili (sia pure non così esplicitamente come nel caso di Vattani) sul versante del centrosinistra dello schieramento politico. Ad ogni modo, va rilevato come la struttura della Farnesina sia estremamente piramidale e gerarchica. È, dunque, di tutta evidenza come il metodo di gestione interno non sia propriamente democratico-orizzontale, ma piuttosto verticistico-autoritario. In questo quadro, pertanto, ben s’inseriscono e nuotano diplomatici alla Vattani.
Varie sono, poi, le opzioni e gli interessi dei singoli diplomatici sul piano personale. Esistono diplomatici che scelgono questo mestiere perché semplicemente interessati a una vita all’estero o perché si tratta di una professione ben remunerata specie all’estero o perché consente benefit (anche di tipo sessuale in certi continenti, sia detto molto esplicitamente) altrimenti non conseguibili in Italia (all’estero il diplomatico ha pur sempre di norma una posizione pubblica, di potere e di rilievo) o perché si è competitivi e si vogliono scalare i gradi della carriera (fino a diventare, perché no?, ambasciatore o Segretario Generale del Ministero). Esistono, infine, diplomatici che scelgono questa professione perché interessati sinceramente alle relazioni internazionali e cercano di perseguire gli interessi dello Stato, cercando di svolgere la propria professione con rigore, onestà e con la volontà di interpretarla come mestiere di tipo intellettuale. A questo proposito, si può fare l’esempio dell’ormai scomparso Ambasciatore Fagiolo.
Sarebbe, perciò, sbagliato assimilare a Vattani tutta la diplomazia italiana. Sarebbe, però, altrettanto sbagliato attendersi da un servizio diplomatico così composito e variegato sul piano umano e intellettuale (in pratica, alquanto disomogeneo) particolari miracoli. Il giudizio, peraltro, non deve neanche essere troppo severo per il semplice motivo che un simile servizio diplomatico altro non è se non lo specchio del paese che è chiamato a rappresentare all’estero.
Oltretutto, bisogna rimarcare come si tratti, tanto in Italia quanto all’estero, di una carriera che allo stesso tempo spersonalizza e iper-personalizza e in cui possono verificarsi alcuni fenomeni: 1) il diplomatico di turno può arrivare a pensare di essere lui lo Stato e che i suoi interessi personali siano quelli dello Stato; 2) può pensare di appartenere a un corpo dello Stato i cui interessi primeggiano su quelli della restante società (per dire: si può pensare che avere ambasciate e consolati sia più importante che avere un sistema di solidarietà sociale o di istruzione efficace); 3) può pensare di appartenere a un corpo dello Stato a cui dedicare unicamente la propria vita e i propri interessi. Vi possono essere, inoltre, combinazioni tra questi tre fenomeni, così come vi può essere la possibilità di spersonalizzare il proprio lavoro al punto da non saper più quali valori lo Stato italiano intende, magari proprio con la sua Costituzione, costruire e perseguire persino nel mondo. In più, occorre dire che un lavoro di questo tipo, stimolando il perseguimento di un interesse nazionale quale che esso sia (soprattutto quando questo si trova culturalmente sganciato nel singolo funzionario da un quadro valoriale di riferimento, quale può essere appunto la Costituzione), facilita un approccio definibile, per così dire, di destra al lavoro e dunque fin dal principio agevola l’inserimento, all’interno del servizio, di persone con queste tendenze politico-culturali.
Quali rimedi possono esservi rispetto a tali problemi? La soluzione sembra, molto semplicemente, quella di non lasciare più la Farnesina all’autogoverno dei funzionari e far sì che non siano i funzionari a dirigere gli organi politici, bensì siano questi ultimi a dirigere i primi. Ciò vuol dire che la politica dovrebbe cessare, finalmente, di occuparsi soltanto di sé stessa e dovrebbe passare al compito affidatole, cioè organizzare e gestire la cosa pubblica. Dovrebbe essere la politica a stabilire con quali criteri organizzare la Farnesina in direzioni e uffici, a stabilire i parametri organizzativi nei rapporti interni (nella selezione del personale, ad esempio), i criteri (il più possibile oggettivi e non fondati sull’appartenenza a cordate di vario tipo) in base ai quali si può ambire alle promozioni di carriera e così via.
In questo senso, una maggiore, costante, assidua attenzione a livello parlamentare sulla vicenda del Console Vattani potrà essere un segnale di avvertimento sparato dalla politica verso il Palazzo della Farnesina, originariamente destinato a essere la sede del Partito Nazionale Fascista, contenente due messaggi: uno a chi volesse fare pressioni per salvare il Console Vattani che è meglio desistere; l’altro che è ora di cambiare, sul piano generale, almeno alcune cose. (Karl-g.z.)














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