di Roberto Musacchio
Dispiace sempre quando viene inibita una possibilità democratica. Non faccio dunque eccezione per la sentenza che ha bocciato i quesiti referendari sul sistema elettorale. Non sarei sincero però se non dicessi che in questo caso ci sono responsabilità  serie e gravi da parte di chi ha imbastito tutta la campagna per il ritorno al Mattarellum. Che ci fossero molti e preoccupanti dubbi sulla praticabilità della cosiddetta teoria della rinascita della vecchia legge in caso di abrogazione del Porcellum era cosa nota a tutti. Ha prevalso però una impostazione tutta ideologica e politicista per cui il centro dell’operazione era far rinascere un sistema maggioritario e bipolare piuttosto che abrogare le norme porcata e ridare effettivamente ai cittadini quel potere di decisione sui propri eletti che, per altro, il Mattarellum non dava essendo, come è noto, gli eletti scelti dai partiti che li collocano nei colleggi o nella quota proporzionale.

Ricordo a tutti che fra l’altro il primo a partire era stato un referendum che aveva proprio le caratteristiche di intervenire a colpire gli elementi più significativamente iniqui del Porcellum, e cioè il premio di maggioranza, che aveva già ricevuto le osservazioni della Corte, e l’inibizione alla espressione di preferenze. A quel punto si è mossa la tradizionale alleanza dei maggioritaristi della seconda repubblica con in più nuovi innesti, anche tra storici proporzionalisti, dovuti assai verosimilmente alle convenienze di fase, una sorta di sostegno al nuovo ulivo nascente.

Credo che sia stato un errore da parte di chi si era mosso per primo, e su un terreno che appariva assai più solido e motivato, cedere il passo. Sta di fatto che è rimasto in campo solo il fronte del Mattarellum che ha raccolto le 500 mila firme necessarie. Per la precisione 534 mila sul primo e 531 sul secondo, raggiungendo solo con la somma delle due firme il milione di cui si è parlato. Dal momento della raccolta delle firme ad oggi poi tutto è cambiato. Non c’è più Berlusconi, c’è Monti.

Dal nuovo ulivo si è passati ad una nuova transizione di cui è difficile capire gli esiti ma che probabilmente ci porterà a una terza repubblica. Non sono tra quelli che crede che il mutato clima politica abbia influito sulle decisioni della Corte. Sono però molto preoccupato dei tanti problemi di democrazia che si stanno aprendo, dall’Europa al lavoro.

Per questo sono molto dispiaciuto che non ci si possa pronunciare sulla ridemocratizzazione delle regole elettorali come, con tutta probabilità, sarebbe stato possibile con l’altro referendum che appunto guardava alla democrazia e non al bipolarismo.

Proprio di questo voglio infine parlare. Per tutta la troppo lunga fase della seconda repubblica si è fatto intendere che la panacea ai problemi democratici era il bipolarismo maggioritario. Intanto, invece, la democrazia, formale e sostanziale, si è andata affievolendo. Guardiamo solo a questi giorni, quando si calpesta il risultato del referendum sull’acqua, si modificano le Costituzioni in nome dell’Europa tecnocratica che ormai decide fuori da ogni parlamento, si tolgono diritti fondamentali del lavoro.

E il cosiddetto bipolarismo ha prodotto soggetti politici che codecidono tutto, come le riforme europee, o subiscono passivamente. Tanto passivamente che ormai si può parlare di una terza repubblica quasi senza partiti perché questi sono ormai ridotti a meri competitori per governi sempre più esautorati da altri poteri.

Ecco, è la questione democratica che è aperta, su tutto. E se si deve, come si deve, cambiare la legge elettorale occorre che essa sia pensata per ridare il potere democratico ai cittadini a partire dalla possibilità di decidere chi si elegge ma anche di votare per idee  veramente diverse.


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