di Roberto Musacchio
Ormai la discussione è aperta sui giornali, anche da parte di autorevoli opinionisti, e sui mass media. Ma è aperta anche nella società. Cosa ne sarà dei partiti dopo questa esperienza del governo Monti che, ogni giorno di più, si conferma come tutt’altro che una parentesi breve che lascerà poi le cose ripartire dal punto in cui erano prima del suo insediarsi? Questo governo si sta pensando come costituente una nuova fase del Paese, forse una vera e propria “ Terza Repubblica “. Lo è dal punto di vista degli assetti sociali, e basta pensare a quello che è già avvenuto sulle pensioni e che sta avvenendo sul diritto del lavoro. Lo è dal punto di vista della prassi costituzionale, per come è nato innanzitutto e cioè, anche aldilà delle notizie smentite, con un diretto input europeo che è poi la realtà di una nuova dimensione, anche costituzionale, che si sta realizzando intorno alla governance tecnocratica e mercatoria che si sta concretizzando intorno alle politiche di austerity. E lo è per come opera, senza ricerca di consenso preventivo ma con una enfatizzazione del primato del governismo. I partiti sono,in questo quadro, sempre più percepiti come un mero epifenomeno del passato, quando non direttamente un impedimento alla efficacia delle virtù del governo; e sono per altro sempre sul banco degli accusati, qui anche nella loro dimensione parlamentare, per i privilegi della casta. Se le cose andranno così non è difficile immaginare che questo governo metterà in essere anche una ristrutturazione del sistema politico con l’obiettivo di costruire un campo di forze in grado di consentire la continuità di queste politiche, sia dal punto di vista sociale che istituzionale. Lo sostiene la convinzione che quella che attraversiamo non è, appunto, una parentesi, ma una lunga fase di transizione obbligata per ridisegnare l’Italia e l’Europa in forme che non siano più segnate dal compromesso sociale progressivo del’900, ma che rispondano appieno alla nuova dimensione della globalizzazione. Basta vedere cosa sta accadendo per capire che questo disegno ha buone probabilità di andare in porto. E’ sostenuto da forze trasversali ai vecchi schieramenti che riescono a trovare una convergenza e a imporre l’agenda, sentendosi già parte del “ nuovo “. Trova respiro in una situazione europea che “ spinge “ verso larghe coalizioni per l’austerity. Non ha di fronte alcuna reale proposta alternativa da parte di altri soggetti. I partiti, con qualche eccezione prevista e, forse, auspicata, danno carta bianca. Si limitano a qualche distinguo di nuance o di efficacia, ma non hanno la capacità di proporre un’alternativa alle politiche di austerity che si incarnano poi con il cambio costituzionale e l’inserimento della regola d’oro del pareggio di bilancio avvenuta con voto bulgaro. Di alcuni, anche a sinistra, è difficile anche capire la collocazione, se siano o no all’opposizione, quasi che la politica possa fare a meno di una posizione chiara su un punto cardine come la natura e l’agire di un governo. Appunto, la politica. Ma questi partiti, che si sono costruiti nella cosiddetta “ Seconda Repubblica “, fanno politica? Viene alla mente l’altra transizione, quella dalla prima alla seconda repubblica, iniziata non a caso anch’essa con un banchiere, Ciampi, che ci ha consegnato lo schema della centralità della governabilità affidata ai sistemi elettorali maggioritari e che ha trasformato i partiti politici italiani, nati su elementi costituzionali e di identità ideale e programmatica, in grandi contenitori elettoralistici e governisti. Come meravigliarsi se questi partiti dietro lo scontro quotidiano tra berlusconismo ed antiberlusconismo siano stati in realtà incapaci di riprogettare una propria idea di riforma dell’Italia e dell’Europa, di essere parte di una costituente democratica di nuovi soggetti europeisti, di autoriformarsi? Le vicende finali del “ vecchio-nuovo “ ulivo e dell’ennesimo referendum pro maggioritario, messe del tutto in angolo dall’aprirsi di una vera nuova transizione, sono l’ultima conferma. Per questo è lecita la domanda su che cosa sarà dei partiti dopo Monti. Se andrà avanti questa nuova transizione, saranno ancora più appendici della governabilità dell’austerity che non ammette alternative. Una diversa sorte è possibile, naturalmente. Ma a patto di fare i conti sul serio sulla lunga transizione italiana. E di ricostruire tre cose. Una propria visione della fase che dia campo a progetti di società non omologati. Di darsi una dimensione pienamente europea. Di ricostruire un rapporto con la società che riconosca un ruolo del tutto nuovo ai movimenti sociali. Queste tre cose ne presuppongono una quarta che le contiene: che si apra una grande questione democratica come alternativa alle logiche riduzioniste che si vanno imponendo. Non è facile, ma bisognerebbe provarci.














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