di G. K. Zanetta
Proviamo a immaginare che una coalizione di centrosinistra, semmai riesca a formarsi, vinca le elezioni e vada al Governo nel 2013 e lo scenario di politica estera che si troverà ad affrontare. L’esperienza ci insegna che la politica estera è sempre stata, all’interno di quest’area politica, un notevole fattore di divisione. Ciò perché il Partito Democratico è favorevole all’uso della forza armata allorché questa sia autorizzata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (o, come talvolta è stato detto, da un’organizzazione internazionale, cioè principalmente la NATO) mentre le altre forze politiche della sinistra sono contrarie all’uso della forza armata, sostenendo che essa violi l’art. 11 della Costituzione.
In verità, la migliore interpretazione dell’art. 11 della Costituzione, dal punto di vista giuridico, è quella in base alla quale l’uso della forza armata è consentito in legittima difesa contro un attacco armato e allorquando l’uso della forza venga autorizzato dal Consiglio di Sicurezza, poiché l’art. 11 della Costituzione venne redatto in sintonia con quelle che erano e sono tuttora le norme vigenti dello Statuto delle Nazioni Unite in tema di uso della forza armata internazionale.
Va però premesso, a titolo di inquadramento, che il sistema previsto dallo Statuto delle Nazioni Unite, ossia la messa a disposizione del Consiglio di Sicurezza di truppe nazionali da porre sotto il comando di uno Stato Maggiore dell’ONU tramite accordi tra l’Organizzazione e gli Stati membri, non si è mai realizzato a causa della guerra fredda. Quegli accordi non sono mai stati conclusi.
Ora, stando così le cose, non è possibile ipotizzare che, quando il Consiglio di Sicurezza autorizzi l’uso della forza, gli Stati membri dell’ONU siano obbligati a mettere proprie truppe a disposizione, proprio perché non vigono gli accordi richiesti dallo Statuto delle Nazioni Unite per obbligare gli Stati membri a far ciò. La partecipazione a una missione autorizzata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, pertanto, non costituisce un obbligo per l’Italia, bensì soltanto una sua mera scelta discrezionale.
Né può sostenersi che una deliberazione di uso della forza adottata unicamente in sede NATO (come avvenuto nel caso del Kosovo, ad esempio, con il c.d. activation order) costituisca una base giuridica sufficiente per obbligare l’Italia a intervenire militarmente in qualche punto del pianeta, dal momento che il Trattato NATO non pone obblighi in questo senso e che le organizzazioni regionali, ai termini del Capitolo VIII dello Statuto delle Nazioni Unite, possono usare la forza a fini diversi dalla legittima difesa esclusivamente su mandato del Consiglio di Sicurezza.
Ciò posto, la prima considerazione da fare è che un Governo di centrosinistra in molti casi di crisi internazionale, fatta eccezione per gli obblighi di difesa collettiva risultanti dal trattato NATO (obblighi, comunque, che non impongono soltanto l’intervento militare diretto, bensì una più generale assistenza al paese colpito da un attacco armato, assistenza peraltro graduabile in funzione delle circostanze), ben potrebbe, anche allo scopo di salvaguardare la sua unità interna, sfilarsi da una missione internazionale militare non condivisa, giacché molto probabilmente non si troverà quasi mai a dover assolvere obblighi internazionali che lo costringano tout court ad agire militarmente. Il problema si porrebbe, piuttosto, solo dal punto di vista della convenienza politica, nel quadro di un sistema di alleanze politico-militari, a sfilarsi o meno da tali azioni di forza.
Affrontiamo innanzitutto il problema del disarmo e quello delle spese militari. Le due questioni formano un insieme ma sono al contempo anche distinte.
In primo luogo, deve osservarsi che la questione del disarmo dovrebbe, a rigor di logica, essere conseguente alla risoluzione delle controversie internazionali, ovverosia dovrebbe aver luogo dopo che le controversie internazionali sono state risolte e non prima della loro risoluzione. Così non è perché il movimento pacifista storicamente ha visto nel disarmo una via per arrivare alla pace. Disarmare gli Stati significherebbe, difatti, impedirgli di usare le armi per la risoluzione dei loro conflitti. Si tratta, con ogni evidenza, di un approccio estremamente nobile, ma improntato all’idealismo.
Il primo punto fermo dovrebbe essere, quindi, quello di inquadrare il problema del disarmo in un contesto multilaterale, il più ampio possibile. Altrimenti, il rischio è che, se disarmano solo alcuni, lo squilibrio nei rapporti di forza militare invogli i più forti ad aggredire i più deboli. Ancorché ciò possa risultare spiacevole agli occhi del movimento pacifista, va sempre rammentato che l’equilibrio militare è uno strumento di deterrenza dei conflitti, come ci ricorda Hans Kelsen nei suoi scritti sulla pace.
In secondo luogo viene il problema delle nostre spese militari. Qui occorre porsi degli interrogativi:
1) il prossimo ministro della difesa sarà del PD? Se così fosse, è lecito presumere che la politica portata avanti da Di Paola, per esempio in ordine all’acquisto degli F35, e che ha una sua continuità all’interno dell’amministrazione della difesa, proseguirà più in silenzio;
2) il prossimo governo di centrosinistra avrà la volontà di rivedere la disciplina italiana in tema di uso della forza per parlamentarizzare, nei limiti del possibile, la materia nel suo insieme?;
3) il prossimo governo di centrosinistra avrà finalmente il coraggio di portare in Parlamento la dottrina strategica della NATO del 1999, da cui peraltro deriva l’esigenza di aggiornamento del nostro strumento militare spesso contestata a sinistra?
Affrontare questi punti e risolverli, tanto per dire, influenzerebbe di gran lunga il livello delle spese militari. Pare, tuttavia, dubitabile che il centrosinistra, alla luce delle trascorse esperienze governative, sia in grado di affrontare simili problemi e di risolverli.
La spesa militare sarà, in ogni caso, significativamente influenzata dal costo delle missioni militari a cui l’Italia prende parte.
Qui bisogna partire dalla consapevolezza che alcune missioni militari sono fondamentali. Il primo riferimento è ovviamente alle missioni nei Balcani. Il centrosinistra, se davvero vuole assumersi delle responsabilità, deve aiutare quegli sventurati popoli nel mantenimento della pace. Soprattutto ora che l’arrivo di Nikolic in Serbia ha sollevato alcune tensioni coi paesi vicini e alcune potrebbe generarne, in prospettiva, in particolare nei rapporti con l’Albania in relazione allo status del Kosovo. In questo caso, oltre a mantenere la presenza sul terreno, serve accelerare la prospettiva di adesione serba alla UE, a cui comunque Nikolic non si è detto contrario. Bisognerà sistemare il contenzioso sul Kosovo e non sarà facile. L’idea su cui lavorare dovrebbe essere quella di mantenere un Kosovo indipendente in modo da evitare non solo che torni alla Serbia, ma anche e soprattutto che venga assorbito dall’Albania (il che rischierebbe di provocare un conflitto molto pericoloso tra Albania e Serbia) garantendo in pari tempo i diritti fondamentali della minoranza serba stanziata a Kosovska Mitrovica, se del caso con un trattato internazionale a cui partecipino i principali Stati europei, in termini di autonomia politica e rispetto dei diritti fondamentali, anche linguistici e culturali.
La seconda missione da salvaguardare è quella in Libano. Anche lì occorre rimanere finché è possibile, a garanzia di quello sventurato popolo, a garanzia indiretta della sicurezza di Israele e per impedire colpi di testa (anche da parte di Israele stessa). Chiaramente, tale missione ha uno scopo deterrente nei confronti delle forze politico-militari in campo. Per il momento, il Libano è stato risparmiato dal sanguinoso conflitto siriano, ma è evidente che, qualora vi fosse coinvolto, le nostre forze armate andrebbero, a quel punto, immediatamente ritirate dal terreno.
Dall’Afghanistan, invece, è necessario ritirarsi quanto prima, possibilmente anche prima del 2014, quale che sia il risultato delle elezioni americane, trattandosi di una missione di guerra che, a prescindere da ogni considerazione giuridica, non ha più senso politico per l’Italia, né ormai per gli stessi Stati Uniti.
Un eventuale governo di centrosinistra dovrebbe, inoltre, concentrarsi su alcune iniziative diplomatiche. Il problema più rilevante per l’Italia è la Turchia, essendo Italia e Turchia legate dal trattato NATO. Il governo turco è sempre più invischiato in Medio Oriente, anche se per il momento non sembra che voglia intervenire con la forza in Siria (il caso dell’abbattimento del jet militare turco ad opera dei siriani lo scorso giugno lascia tuttavia sospettare che la carta militare sia sul tavolo del governo turco). Casomai vi fosse un intervento militare turco, il rischio sarebbe quello di un intervento militare iraniano in Turchia e allora potrebbe ipotizzarsi che la Turchia richieda alla NATO l’applicazione della clausola relativa all’assistenza militare (art. 5 del Trattato NATO). Da questo punto di vista, occorre accelerare anche qui il processo di adesione o para-adesione turca alla UE per distogliere i turchi dai problemi mediorientali. In questo senso l’unico a muoversi e’ stato Fabius, il ministro degli esteri francese. Il governo di centrosinistra dovrebbe incoraggiarlo e sostenerlo, assecondando così la tradizionale politica di sostegno dell’Italia alla Turchia nell’ottica dell’adesione di quest’ultima alla UE.
Quanto alla crisi siriana, rebus sic stantibus non sembra che essa sia tale da scatenare un conflitto internazionale su più ampia scala o all’interno del quadro mediorientale, segnatamente perché il regime di Assad è ancora sostenuto dalla potenza russa. Quindi, il conflitto in corso sarà, con ogni probabilità, risolto sul terreno dai rapporti di forzi esistenti tra i belligeranti. Certo, se le forze dell’Esercito di Liberazione siriano avessero garantito gli interessi russi in Siria (rammentiamo, infatti, che i russi dispongono di una base navale in Siria, precisamente a Tartus), il conflitto sarebbe già cessato. Ma così non è per l’evidente ragione che gli insorti non hanno interesse ad avere i russi tra i piedi una volta caduto il regime di Assad. Ad ogni modo, la situazione è ormai arrivata a un punto che, quand’anche risultasse vittorioso il governo di Assad, molto probabilmente i russi ne favoriranno l’uscita di scena considerando che si troverebbero alleati a un governo quasi del tutto isolato sul piano internazionale.
L’incognita maggiore in Medio Oriente è senza dubbio Israele, giacché il governo israeliano giudica con sempre maggior diffidenza il movimento in atto nelle masse arabe, apparso agli occhi occidentali come un movimento di liberazione e democratizzazione e agli israeliani, viceversa, come un movimento sempre più diretto in futuro a minacciare l’esistenza stessa di Israele, tenuto conto del fatto che siamo di fronte a una sempre maggiore influenza saudita sui governi scaturiti dalla c.d. primavera araba. In questo frangente, può sembrare un paradosso ma la permanenza al potere di Assad può scoraggiare Israele dall’intraprendere un’azione militare contro l’Iran tesa a far “saltare il banco” della primavera araba, specialmente in Siria. La sensazione di una rovinosa caduta di Assad, per contro, potrebbe spingere Israele ad accelerare i suoi preparativi militari contro l’Iran.
L’Italia non verrebbe coinvolta direttamente nel conflitto anche se ne pagherebbe le conseguenze soprattutto sul piano economico. Da questo punto di vista, l’Italia potrebbe soltanto impegnarsi, onde prevenire un conflitto di simili dimensioni, a favorire una caduta pilotata e pianificata del Governo Assad, in modo che vengano garantiti tanto gli interessi russi nell’area quanto l’interesse di Israele alla sua sicurezza. Successivamente, potrebbe essere promossa, particolarmente dall’Unione Europea, una conferenza di pace in Medio Oriente tesa alla sistemazione delle questioni irrisolte, a partire dalla nascita di uno Stato palestinese, e alla messa in sicurezza delle frontiere israeliane.
Infine, su uno scacchiere completamente diverso, serve un’azione diplomatica verso i paesi asiatici che si affacciano sul Pacifico. Lì si vanno intrecciando conflitti interstatali, dispute territoriali irrisolte, nazionalismi, necessità economiche di controllo delle risorse naturali esistenti nei mari del Pacifico ingenerate dalla crescita economica dell’area e dalla voglia di arricchirsi di quei paesi. Il rischio è, di conseguenza, che scoppi da quelle parti, magari non in futuro prossimo ma prima o poi, un conflitto tra grandi potenze.
In tale quadro, bisogna sminare preventivamente il terreno, il che vuol dire deferire le controversie territoriali (comprendenti anche la definizione delle piattaforme continentali) a commissioni di “arbitrato/demarcazione dei confini” o alla Corte Internazionale di Giustizia. Per far ciò occorre un’iniziativa diplomatica dell’Europa che non è direttamente coinvolta nei contenziosi, al contrario degli Stati Uniti che sono vincolati da trattati di difesa militare conclusi con alcuni paesi dell’area, tipo le Filippine, e perciò non verrebbero avvertiti come parte “neutrale”. Tale iniziativa potrebbe presentarsi come una conferenza multilaterale tendente a risolvere, in una cornice complessiva, i singoli contenziosi nei modi anzidetti o perlomeno come tentativo di mediazione nei singoli casi controversi.
L’Italia potrebbe, pertanto, sollecitare anche in questo caso un’azione europea nei confronti dei paesi asiatici, dando in tal modo all’Europa dei compiti da svolgere e spostando con ciò il termine della discussione oggi in atto in Europa circa il futuro e l’esistenza stessa dell’Unione Europea. Si proverebbe a costruire l’Europa concretamente, sganciandola dalla discussione in corso troppo concentrata sulle incapacità dell’Europa e dalla vecchia ottica funzionalistico-economica che ha fatto il suo tempo, come si vede dalla crisi in corso, incardinando peraltro la costruzione europea sul fondamento della costruzione della pace internazionale in coerenza col principio fondamentale di ripudio della guerra previsto dalla nostra Costituzione. Di più, una simile azione avrebbe come effetto benefico, forse, quello di una ripresa di credibilità dell’Europa agli occhi dei cinesi, credibilità minata dall’attuale crisi dell’euro, rendendola un attore in grado di muoversi e interloquire con una delle più forti potenze mondiali.
Seppur preoccupante, il quadro internazionale ad oggi non lascia ritenere che un prossimo, futuro governo di centrosinistra debba necessariamente rimanere invischiato in qualche operazione bellica. I rischi, pur tuttavia, esistono. Dunque, per scongiurarli occorre che il centrosinistra possieda strumenti di analisi, visione dei problemi e delle possibili soluzioni e disponga di senso della prospettiva, in aggiunta a una forte capacità d’iniziativa finalizzata a favorire una politica di risoluzione preventiva dei conflitti internazionali fondata sulla mediazione, sul dialogo e sul ruolo dell’Unione Europea.
Va tuttavia onestamente ammesso che, al momento, il centrosinistra, alla luce dei travagli che lo caratterizzano persino sotto il profilo della politica interna, appare purtroppo privo di simili doti e caratteristiche.














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