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GUERRA IN UCRAINA E NUOVO ORDINE MONDIALE. Gli effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali (I° parte)

Atti del seminario “Guerra in Ucraina: effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali” tenuto da Raffaele Picarelli

Proponiamo gli atti della prima tranche del seminario  “Guerra in Ucraina: effetti nell’economia, nella finanza e nelle relazioni internazionali” tenuto dal dr Raffaele Picarelli al Circolo Arci di San Giuliano Terme sabato 4 giugno suiniziativa del Comitato Popolare Sangiulianese in collaborazione con le seguenti associazioni:Ita-nica di Livorno, il Laboratorio della solidarietà di Livorno, Codice Rosso e la Libera Università Popolare di Livorno.

Raffaele Picarelli, saggista ed esperto di questioni economico-finanziarie e di relazioni internazionali, ha offerto una approfondita e organica disamina a 360° dei processi in corso ormai da anni nell’economia occidentale e degli effetti provocati dalla guerra in Ucraina e, soprattutto, dalle sanzioni comminate alla Russia dai Paesi occidentali che consente di comprendere parte delle verità sottaciute dalla narrazione mediatica main stream, ma anche di avere una quadro organico delle dinamiche geopolitiche che sottostanno al conflitto.

Questo il breve abstract della prima parte della relazione che risulta estremamente utile oltre che per la comprensione degli scenari in essere, anche per fornire strumenti di analisi e di lotta politica per gli attivisti.

“La guerra in Ucraina ha amplificato e accelerato processi già in corso in Occidente, legati agli anni della pandemia ed agli effetti della crisi sistemica cominciata nel 2008.

Inflazione, primi segni di recessione, blocco o difficoltà nelle catene di approvvigionamento di materie prime, semilavorati e merci, aumento dei tassi di interesse, caduta di valore di tutti gli asset finanziari: queste tendenze risultavano già in atto a partire dal terzo trimestre del 2021.

Cosa è successo di veramente nuovo con la guerra? Il tentativo di riaffermare la supremazia del modello Usa di riproduzione capitalistica basato su industria delle armi, controllo dell’energia, forza del dollaro e macroscopica finanziarizzazione a fronte del grave indebolimento del progetto capitalistico europeo a base tedesca, fondato su approvvigionamento energetico a basso costo e modello industriale deflattivo.

Insieme al tentativo di liquidazione della possibilità di integrazione  tra manifattura, tecnologia e finanza europee ed energia, tecnologie e  grandi mercati russo e cinese.

Un disperato e feroce tentativo dell’imperialismo a base angloamericana di “perpetuatio ad infinitum”, a mezzo di una guerra per procura, del proprio dominio mondiale da tempo in crisi e in declino.

Un incontro partecipato da circa 50 persone che è risultato interessante non solo per lo spessore culturale e l’assoluto livello di competenze del relatore ma anche perché ha consentito di fornire un quadro abbastanza nitido delle cause e degli effetti della guerra in Ucraina sull’andamento preesistente dell’economia mondiale.

E’ possibile fruire della videoregistrazione dell’incontro dalla pagina Facebook del Comitato Popolare Sangiulianese tramite il link: https://fb.watch/dvlB6lmcnM/

Il presidente del Comitato Popolare Sangiulianese

Andrea Vento


GUERRA IN UCRAINA E NUOVO ORDINE MONDIALE.

Gli effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali

1. Quadro macroeconomico generale e contesto geopolitico

La guerra in Ucraina ha amplificato e accelerato processi già in corso in Occidente, legati al perdurare di numerosi effetti della crisi sistemica emersa nel 2007-2008 e alle ripercussioni della pandemia. Tuttavia, sussistono fatti nuovi e assai profondi che, in questa introduzione, mi limiterò solo ad enunciare.

In primo luogo l’approfondimento della rottura della mondializzazione capitalistica e del suo ineguale incedere per circa un trentennio. Dico approfondimento perché una prima frattura si era precedentemente verificata con la vasta apposizione di dazi commerciali e di altre misure restrittive alla Cina da parte degli USA, a partire dalla seconda metà del decennio passato. E con il covid.

Ora tale processo nel suo incedere delinea un futuro assetto mondiale policentrico, ripartito in macroaree più o meno integrate e conflittuali, policentrismo che si contrappone al trentennale unilateralismo statunitense.

Da parte di Washington è in atto il tentativo, attraverso la guerra per procura (proxy war) che si combatte sul suolo ucraino, di mantenere e riaffermare nel medio/lungo periodo la supremazia del modello USA di riproduzione capitalistica basato sulla guerra permanente, sull’egemonia del complesso militar-industriale, sul controllo dell’energia, sulla centralità internazionale del dollaro, su una macroscopica finanziarizzazione dell’economia e, naturalmente, sul controllo delle catene del valore e delle nuove tecnologie.

Da parte della Russia e di molta parte del “resto del mondo” c’è la volontà di opporsi a tale disegno contrastando il signoraggio del dollaro in nome di nuove centralità valutarie esistenti o progettate (rublo, yuan, sur latinoamericano del progetto del presidente “in pectore” brasiliano Ignacio Lula).

In questo senso la guerra in Ucraina è anche una guerra contro il dollaro. E di riappropriazione del pieno controllo delle proprie materie prime e delle proprie catene di approvvigionamento e valore.

Sussiste inoltre la volontà di opporsi al nuovo “piano Brzezinski” portato avanti dai suoi eredi “politico-intellettuali”, Victoria Nuland e Tony Blinken, che ha come obiettivo l’annichilimento della Russia usando l’Ucraina come ariete: una versione aggiornata della dottrina Brzezinski sull’impossibilità di un “impero euroasiatico senza l’Ucraina”.

Dicevamo che la guerra in Ucraina ha accelerato processi già in corso: inflazione, primi segni di recessione, blocco o difficoltà nelle catene di approvvigionamento di materie prime, semilavorati e merci, aumento dei tassi, caduta di valore degli asset finanziari, costituivano fenomeni già marcatamente presenti a partire dal terzo trimestre del 2021 e dei quali cercheremo di analizzarne lo sviluppo delle rispettive dinamiche nell’ambito del conflitto e tenteremo di delinearne gli scenari post-conflitto.

Ma è solo la Russia l’obiettivo della politica bellica statunitense? Ci pare oltremodo evidente che gli USA, all’interno del campo occidentale, tendano ad indebolire e, se possibile, addirittura a liquidare il progetto europeo a base “renana” che, in termini molto generali, possiamo considerare fondato su un approvvigionamento energetico a basso costo e un modello industriale deflattivo. Con il corollario di liquidare ogni duratura possibilità di integrazione tra manifattura e finanza europea ed energia, materie prime, tecnologia e grandi mercati russo e cinese. E di bloccare ogni espansione e radicamento della manifattura tedesca e italiana nei mercati russo, cinese e “degli altri”.

A tale evidente, e talora dichiarato, intendimento USA di deindustrializzazione europea, l’Europa (con l’eccellenza italiana) ha risposto con il proprio suicidio economico e geopolitico.

Nel contesto dell’analisi, cercherò inoltre di dare rilievo ad un aspetto quasi sempre sottaciuto nella narrazione corrente del conflitto, per interposta Ucraina, USA-Russia: il ruolo importante della finanza, e in particolare della finanza derivata, anche in questa guerra, e della propria capacità di accelerazione bellica di processi preesistenti, concernenti la determinazione e la crescita dei prezzi di energia, materie prime e “inflazione di fondo”.

Di contro, cercherò di analizzare i progetti, ancora “in nuce”, di una reindustrializzazione russa dopo la devastazione eltsiniano-statunitense della manifattura sovietica dei primi anni Novanta e l’instaurazione in Russia di una “monocoltura estrattivista” dell’energia e delle materie prime.

Infine, a fronte del dissolvimento, nelle intenzioni USA, di quella sorta di utopia nata dall’incontro dell’Ostpolitik tedesca (Willy Brandt 1970) e delle ultime leadership sovietiche di una “Europa dagli Urali all’Atlantico”, proporremo l’analisi dei nuovi scenari che sembrano nascere da questa asperrima vicenda bellica.

Con una scelta chiara: opporsi alla “perpetuatio ad infinitum”, a mezzo di una guerra per procura, del dominio dei vecchi “signori del mondo”, ormai in declino, e ampliare lo sguardo verso nuove ed emergenti potenze mondiali.

2. Banca Centrale Russa, rublo, falso default, finanza derivata.

Un nuovo Gold standard in Russia?

Lunedì 18 aprile la governatrice della Banca centrale russa Elvira Nabiullina, abile tessitrice della difesa finanziaria ed economica del rublo, ha affermato in una pubblica audizione che gli effetti delle sanzioni occidentali si sentiranno maggiormente a partire dai mesi estivi e che bisogna attrezzarsi fin da ora per gestirli. L’economia reale russa, ha proseguito, dovrà affrontare “cambiamenti strutturali”.

Era chiaro il riferimento alla ricostruzione di un’industria e di una manifattura nazionali russe, devastate negli anni Novanta del Novecento dagli USA e dai governi Elsin e in parte “appaltate”, negli anni successivi, sia pure in partnership, ad imprese soprattutto europee (automotive, industrie di trasformazione, semilavorati, etc). La primazia energetica e delle materie prime, nell’ultimo decennio dello scorso secolo una vera monocoltura, l’utilizzo dell’eccedenza negli ultimi vent’anni per la ricostruzione di un apparato difensivo caduto in rovina, la permanenza di forme decenti, anche se non eccelse, di welfare nel campo della sanità, dell’istruzione e della previdenza, l’esistenza di eccellenze nel campo della ricerca e della tecnologia, non sono più un modello sufficientemente sostenibile nell’età delle sanzioni e dello scontro generale con l’Occidente. La guerra e le sanzioni richiedono “cambiamenti strutturali”. Una situazione in forte cambiamento, in forte movimento è alle viste. Quale ne sarà l’esito? Non è facile prevederlo. Molto dipenderà dalle forze politiche e dal popolo russo, molto dalle relazioni internazionali. Vedremo.

Ritorniamo adesso all’oggetto di questo paragrafo.

Per la prima volta in assoluto dal 28 febbraio è stato deciso di applicare le sanzioni ad una banca centrale di un paese del G20: la Banca Centrale della Federazione Russa (CBR, Central Bank of Russian Federation, Bank Rossij). L’idea di congelare gli asset della Banca centrale è stata di Draghi, anche se era già stata applicata dagli USA, da ultimo nei confronti dell’Afghanistan, dopo la presa di Kabul da parte dei Talebani.

Le riserve russe alla fine di febbraio 2022 ammontavano a complessivi 630 miliardi di dollari in valute estere (euro, dollari, yen, sterline, yuan), titoli e oro (grafico 1).

Erano lievitate a tale valore dai 368 miliardi di dollari del post-Crimea. Nel 2018 la Banca Centrale russa aveva venduto una notevole quantità di T-bond americani. All’8 aprile le riserve ammontavano a circa 609 miliardi di dollari, di cui 478 in valute estere e 131 in oro. Il 28 febbraio i rappresentanti di Usa, Giappone e UE in una dichiarazione congiunta affermarono di essere determinati ad imporre sanzioni per isolare la Russia dal sistema finanziario internazionale. Oltre il 50% delle riserve della CBR presso altre Banche centrali (soprattutto presso Bundesbank) e anche banche commerciali (soprattutto J.P. Morgan) furono resi indisponibili, non confiscati (in gergo giornalistico “congelati”).

Rimanevano riserve non toccate dalle sanzioni: il 13% delle riserve costituite da yuan (renmimbi/RMB) e il 22% da oro. Restavano esclusi dalle sanzioni i pagamenti in favore delle società russe fornitrici di energia.

Il 13% di yuan è detenuto in Cina. Come è noto, la Cina è l’unico paese emittente di una valuta di riserva a livello internazionale a non aver partecipato alle sanzioni, giudicate prive di “basi legali”.

Sebbene un Paese possa naturalmente detenere le proprie riserve presso le proprie banche, le banche centrali (e i governi) spesso scelgono di mantenere le proprie riserve all’estero per evitare costose transazioni transfrontaliere e ottenere l’accesso diretto ai mercati delle valute estere e del debito estero.

Come è noto le riserve in valute estere sono essenziali per gestire l’inflazione interna e i pagamenti dell’import. L’indisponibilità totale o parziale delle proprie riserve impedisce a una banca centrale di difendere la propria valuta, che tende a deprezzarsi e quindi, negli acquisti dall’estero, a “importare inflazione” all’interno del Paese. Crollo del rublo, inflazione elevata all’interno della Russia, sconvolgimenti complessivi del sistema economico: era ciò a cui miravano i Paesi che hanno dichiarato e applicato le sanzioni.

Grafico 1: Valore in miliardi di Dollari e luogo di deposito delle riserve valutarie della Banca Centrale Russa

Sul rublo e sul debito estero russo torneremo fra poco.

Ora alcuni cenni a questioni di contorno, comunque rilevanti.

E’ noto che in campo commerciale, a metà marzo, l’Occidente e il Giappone hanno revocato alla Russia lo status di “nazione più favorita”, ossia hanno revocato l’uguale trattamento riservato ad ogni Paese membro del WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio), con la conseguenza che ora le merci russe possono essere soggette a dazi aggiuntivi.

UE, Regno Unito e Stati Uniti hanno vietato l’export in Russia di una vasta quantità di beni strumentali, di uso comune e di lusso e l’import di molti prodotti fra cui, importanti, i prodotti in ferro e in acciaio. Sono chiusi alle navi russe i porti di UE, UK, USA, Canada e Nuova Zelanda. E’ stato posto il divieto di noleggiare navi di altri Paesi e di assicurare le merci in viaggio.

I dati del commercio estero russo relativi al primo trimestre 2022 (che risentono solo in parte delle sanzioni) evidenziano conseguentemente un calo dell’8% del valore dell’export e del 17% dell’import rispetto agli ultimi tre mesi del 2021.

La previsione del FMI, coincidente con quella della Banca centrale russa, è di un calo del PIL russo di quest’anno tra il 7,5 e l’8,5%.

In campo energetico discuteremo più avanti della sesta tornata di sanzioni aventi ad oggetto il petrolio e i prodotti petroliferi. Diciamo ora che gli USA, forti della scarsa dipendenza dalla Russia, hanno imposto un divieto totale dell’acquisto di petrolio, prodotti petroliferi, gas, carbone russi. Il Regno Unito ha annunciato lo stop al petrolio entro la fine dell’anno (periodo, vedremo, che più o meno coincide temporalmente con quello UE).

Prima della sesta tornata di sanzioni, l’UE, importatrice nel 2021 del 25% del grezzo, per un valore superiore ai 70 miliardi, il 40% del gas (55% per la Germania) pari a 16,3 miliardi e il 49% del carbone dalla Russia, aveva trovato l’accordo solo sul divieto di importazione del carbone, a partire da agosto.

E’ il caso di fare appena un cenno all’esclusione delle principali banche russe dal sistema di pagamento internazionale SWIFT (alle prime sette si è aggiunta all’inizio di giugno la Sberbank), per lo scambio di informazioni e pagamenti tra istituzioni finanziarie (conti accentrati, conti reciproci tra banche, conti su terze banche, etc.). Diventa molto difficile effettuare o ricevere pagamenti da banche occidentali, tranne le eccezioni come Gazprombank, perché legata alle fonti energetiche essenziali per l’Occidente. Come è appena il caso di dire che sono state prese una serie di misure mirate a escludere la Russia dal mercato dei capitali (collocamenti nei paesi occidentali, prestiti, etc.).

Ma torniamo al rublo.

A partire dal 24 febbraio il rublo ha cominciato a deprezzarsi fino a giungere al suo punto più basso il 7 marzo: per un dollaro occorrevano 139 rubli. Era questo il primo effetto di quella congerie di provvedimenti dei primi giorni di guerra (downgrade del debito russo, sanzioni ed altro). Era diventato, diceva Biden, una valuta “rubble”, cioè spazzatura, e valeva meno di un “cent”.

Ai primi di giugno il rublo è la migliore valuta del 2022, quella con il maggior rialzo nei confronti del dollaro: oltre il 14% (seguono il real brasiliano e il peso messicano). Sono negative rispetto al dollaro tutte le altre valute. Perché?

Per prima cosa l’avanzo di parte corrente della bilancia dei pagamenti russa.

A fine 2022, secondo la rivista tedesca “Die Welt”, potrebbe superare i 250 miliardi di dollari. Grazie al rialzo dei prezzi di gas e petrolio, leggiamo sull’“Economist”, nel primo trimestre del 2022 le entrate da idrocarburi sono aumentate dell’80% anno su anno. Tra gennaio e aprile il surplus commerciale è stato di 96 miliardi di dollari, quasi quadruplicato rispetto ai 27 miliardi di un anno fa. E’ il surplus più alto dal 1994. Rammentiamo che l’“Economist” è controllato al 43% da Exor, la finanziaria della famiglia Agnelli, la stessa che possiede l’89% di Gedi che edita “La Repubblica”, “La Stampa” ed il “Secolo XIX”.

Sempre l’“Economist” afferma che se è vero che i prezzi al consumo in Russia sono aumentati (17,5% a maggio) per il calo dell’offerta dovuto al ritiro di molte aziende occidentali, è anche vero che i consumi elettrici sono diminuiti di poco e che regge la domanda per beni di consumo.

Al momento le condizioni dell’economia reale fanno apparire eccessive le previsioni degli enti occidentali di una caduta del PIL russo (dal 10 al 15%) e le stesse previsioni del Ministero russo dello Sviluppo Economico del 7,8% nel 2022.

Ma ci sono altri fattori alla base dell’apprezzamento del rublo:

A) Il controllo sul movimento dei capitali. E’ stato introdotto il limite di 10 mila dollari, poi portato a 50 mila per persona al mese, al trasferimento di valuta estera verso Paesi terzi. Che il limite sia stato elevato testimonia che cominciano ad affiorare preoccupazioni per la forza del rublo, soprattutto in relazione alle società orientate all’export che spendono in rubli sul mercato interno.

Le aziende russe che incassano valuta estera devono convertirne l’80% in rubli entro tre giorni.

Il meccanismo del doppio conto delle imprese straniere importatrici di energia russa presso Gazprombank porta alla conversione del 100% della valuta pervenuta dagli acquirenti esteri, essenzialmente per l’acquisto di gas e petrolio.

B) L’ancora alto tasso di interesse passato dal 20 agli inizi della guerra, gradualmente al 17, al 14 e infine all’11%. La Banca Centrale russa in data 9 giugno ha ulteriormente ridotto il tasso di riferimento al 9,5%.

La CBR ha dichiarato che il tasso d’inflazione è calato e il rallentamento della crescita ad aprile è stato inferiore al previsto. Anche se l’economia russa ha ancora davanti diversi venti contrari. L’alto tasso iniziale ha frenato la fuoriuscita dei capitali. Dopo il taglio di tre punti del 26 maggio il valore del rublo è sceso di quasi il 10% per poi risalire. Il taglio del 9 giugno ha comportato una perdita di oltre il 3% della valuta russa. L’inflazione tendenziale, pur scesa al 17,5% in maggio (e ridotta al 17% i primi di giugno), è coperta al 60% dell’aumento medio del 10% di salari e pensioni medio-bassi (misura strutturale, non “una tantum”).

C) Rapporto ottimale debito/PIL sotto il 20%.

La forza prospettica della valuta russa risiede in altri fattori.

La Banca centrale russa all’inizio del conflitto disponeva di 130 miliardi di dollari di riserve auree. Negli ultimi mesi l’Istituto ha avviato nuovi acquisti di oro dalle banche locali: prima al prezzo fisso di 5000 rubli al grammo e successivamente a un valore negoziato. E’ questo il primo passo importante, come più volte il governo ha dichiarato, verso una convertibilità, quantomeno parziale, del rublo in oro.

La Russia sta accumulando riserve auree che potrebbero costituire in tutto o in parte una garanzia per la sua moneta. Il rublo in tal modo potrebbe avere grandi possibilità di essere accettato come valuta di pagamento nelle transazioni internazionali.

Non dimentichiamo che la Russia è il terzo produttore e il quinto detentore mondiale di oro. Il regolamento in valute locali (e non in dollari) degli scambi si è accentuato in questi mesi (l’India paga in rupie il petrolio che acquista a prezzi scontati dalla Russia). La Russia, per tale ragione, vuole una valuta forte che appaia più stabile anche all’esterno.

È lecito pensare che non sia così lontana dall’orientamento della leadership russo-cinese una nuova Bretton Woods con baricentro spostato nelle economie provviste di materie prime minerarie, energetiche e agricole? Certo che possiamo pensarlo perché tali sono in misura diversa la Russia e la Cina, dotate tra l’altro di tecnologie avanzate.

E’ fantasia e pura illusione oppure è il senso di individuare i processi qualitativi per come si delineano a una osservazione attenta e interessata?

Potrebbe essere questo, “in nuce”, un elemento del Nuovo Ordine Mondiale con baricentro in Russia, Cina e nei Paesi che non hanno aderito alle sanzioni e non le hanno sostenute.

Il debito estero russo verso i paesi “ostili” ammonta a 49 miliardi dollari. A questo va aggiunto il debito privato che è di molto superiore (non ne conosco l’ammontare. Ho letto di 150 – 200 miliardi di dollari), con ampio flusso cedolare che coinvolge principalmente Gazprom e Rosneft. Per il servizio del debito estero teoricamente basterebbe alla Russia il 13% delle riserve denominate in yuan, ma ovviamente ora più che mai esse sono strategiche per mantenere aperto un legame tra la Russia e il resto del mondo. Un utilizzo delle riserve significherebbe dirottare le entrate energetiche (un miliardo di euro al giorno) per il servizio del debito anziché per l’acquisto di risorse necessarie all’economia russa. E questo sarebbe un controsenso. Da qui la battaglia quasi completamente vinta dalla Russia per il pagamento del gas in rubli (fanno eccezione Olanda, Danimarca, Polonia, Finlandia e Bulgaria, alle quali le forniture sono state sospese).

Le sanzioni imposte alla Russia dagli USA, in un primo momento erano accompagnate da una serie di “licenze generali” che hanno consentito lo svolgimento di transazioni altrimenti vietate. La licenza “9c” ha permesso ai russi, a marzo, di utilizzare i fondi in dollari del Ministero delle Finanze presso la banca J.P. Morgan di New York e trasferirli ai creditori. Si trattava di titoli a scadenza e cedole su obbligazioni. A inizio aprile il provvedimento di “licenza” veniva modificato dagli USA e i conti venivano definitivamente bloccati. Giungevano a scadenza a fine aprile un eurobond denominato in dollari e un coupon su obbligazione con scadenza aprile 2042, per un totale di 649,2 milioni di dollari. Il rischio di default era evidente con tutte le sue conseguenze (assai prolungato e definitivo non accesso ai mercati, difficoltà estrema di rifinanziamento, suoi costi esorbitanti, diventare un “paria” della comunità finanziaria oltre l’inaccettabilità politica per la Russia dell’insolvenza “coattiva”).

In questa circostanza la Russia ha utilizzato, per pagare, i conti della società finanziaria “Dom. R F” non sottoposta a sanzioni.

Tuttavia, la “licenza” è scaduta il 24 maggio scorso e non è stata rinnovata dagli USA. La Russia ha offerto il pagamento in anticipo sulla scadenza (27 maggio). Nulla da fare. Era stata tolta alla Russia la possibilità di pagare. Sta ora decorrendo il periodo di “comporto” di 30 giorni, decorso inutilmente il quale si sarà verificato l’“evento” default.

Intanto, nella concitazione delle prime settimane di guerra, era stato permesso a fondi ed hedge, statunitensi e non solo, di portare a casa i soldi degli interessi e delle cedole su bond emessi dalla Banca Centrale russa, dal Fondo sovrano per gli investimenti e dal Ministero delle Finanze. L’“evento” default “artificiale”, provocato dagli USA, consentirebbe ai creditori, soprattutto statunitensi, di attivare i CDS.

“Abbiamo sia i soldi che il desiderio di effettuare i pagamenti”, ha dichiarato a fine maggio il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov. E questo vuole esserci impedito. “Poiché la mancata estensione della licenza ci rende impossibile rispettare il servizio del debito in dollari, i pagamenti saranno effettuati nella valuta russa”, con la possibilità di convertirla in un secondo momento nella valuta di partenza dell’emissione utilizzando un Istituto finanziario russo come agente di pagamento.

Tuttavia, con l’ultimo pacchetto di sanzioni adottate formalmente il 3 giugno scorso (quelle della sesta tornata), l’UE si è perfettamente allineata agli USA. “[Si tratta] di una decisione che avvicina ulteriormente la Russia al default, malgrado la determinazione del governo [russo] di rispettare gli impegni presi […]. Bruxelles ha infatti aggiunto alla lista di individui e organizzazioni sanzionate il National Settlement Depository, organismo a cui il Ministero delle Finanze russo contava di affidare i pagamenti sugli eurobond in scadenza, comprese due emissioni che Mosca ha cercato di rimborsare entro il 27 maggio scorso. Pagamenti bloccati, tuttavia: al termine del periodo di grazia, a fine giugno, scatterà il default” (“Il Sole 24 Ore” del 4 giugno scorso).

Grande soddisfazione della finanza statunitense ed europea aver impedito il pagamento a un debitore che ha fatto tutto il possibile per pagare.

Ma questo perché? Torniamo ai CDS.

Si può dire che le due deroghe avevano fatto lievitare i CDS sulle obbligazioni e permesso ai possessori statunitensi ed europei di incassare cedole e capitale e poi garantirsi e attivare la protezione.

Cosa sono i CDS? Il “credit default swap” (CDS) è uno swap, cioè uno strumento derivato, che ha la funzione di trasferire il rischio di credito, cioè il rischio di insolvenza. È il più comune dei derivati creditizi, quello che il megafinanziere Warren Buffet, proprietario di una pluralità di fondi, hedge e quant’altro, chiamò “l’arma di distruzione di massa” della finanza.

Lo schema di base di un CDS è il seguente: un investitore A vanta un credito nei confronti di una controparte debitrice B e vuole proteggersi dal rischio che B non paghi e il credito diventi inesigibile. A tal fine si rivolge a una terza parte C, disposta ad accollarsi tale rischio. C agisce come se fosse una assicurazione, e nel gergo tecnico è definito “protection seller” ovvero “venditore di protezione”.

La parte A (protection buyer) si impegna a versare a C un importo periodico il cui ammontare è il prezzo della copertura. In cambio di tale flusso di cassa, il venditore di protezione C (di solito una banca, una società finanziaria, un buyer) si impegna a rimborsare ad A il valore nominale del titolo di credito nel caso in cui il debitore B diventi insolvente (evento definito “credit default”).

Lo stesso discorso vale per il mancato pagamento di cedole e/o interessi. I CDS, nati per scambiare protezione come avviene per le valute o le materie prime, sono utilizzabili, come ogni derivato, soprattutto per scopi speculativi, e tale era fin dall’inizio lo scopo della banca d’affari J. P. Morgan, che li creò nei primi anni Novanta.

Nel mercato dei CDS è pratica comune che si possa speculare comprando protezione dal rischio pur non avendo nulla da proteggere, ma aspettandosi che il rischio aumenti, magari esagerandolo o addirittura costruendolo artificialmente e dunque la protezione acquistata valga man mano di più. I CDS si comprano nei mercati “over the counter” (OTC), mercati paralleli fuori borsa che rappresentano una fetta importante degli scambi finanziari alternativi alle borse ufficiali. Tali mercati sono gestiti da un’associazione privata chiamata ISDA (International Swaps and Derivatives Association), con più di 800 aderenti (banche, assicurazioni, società finanziarie, governi, enti sovranazionali). Tale associazione è fuori da ogni controllo politico.

I CDS sulla Russia, sull’onda delle reiterate dichiarazioni dei media e sulle cattive notizie propalate riguardanti il pagamento, sono cresciuti di valore. La parte A, a questo punto, potrà rivendere i CDS sul mercato OTC prima della loro naturale scadenza, lucrando la differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita. Oppure può acquistare il “sottostante”, cioè i titoli garantiti, per esempio BTP, pagandoli però meno, perché le voci o le dichiarazioni di imminente default dell’ente debitore ne hanno svilito il prezzo (per esempio 40 su 100 di nominale rimborsabile). Ma poi appunto, essendo garantito il nominale, una volta avvenuto il default, A riceverà dal “protection seller” l’intero, nel nostro caso 100. Anche se non è il caso della Russia, il cui default, se ci sarà, sarà causato da un atto arbitrario e illegale, le speculazioni per esempio sul debito sovrano di un Paese, possono accelerare, come è accaduto molte volte in passato, la crisi del paese stesso e il suo tracollo, alla maniera di una profezia autoavverantesi.

Ciò, su scala assai larga, è avvenuto con il default del debito sovrano greco.

Ai possessori dei CDS, soprattutto le grandi istituzioni finanziarie, è stata destinata una parte significativa dei prestiti della famigerata “troika” (BCE, FMI, UE), finalizzata al rimborso dei titoli garantiti.

Regista di tale operazione fu, come è noto, l’allora governatore della BCE Mario Draghi, mentre vittima della stessa fu la gran parte della popolazione greca, portata alla fame.

Firenze, 13 giugno 2022 Raffaele Picarelli

L’imminente frattura globale causata dallo scontro tra diversi ordini economici

Intervista a Michael Hudson

Il post che segue è la traduzione di un’intervista al prof. Michael Hudson pubblicata su The Unz Review. Un’altra analisi essenziale per comprendere gli avvenimenti epocali che stiamo vivendo e orientarci in un mondo che si fa sempre più complesso, oltre che “grande e terribile”. L’originale lo puoi trovare qui.

Prof. Hudson, è uscito il suo nuovo libro “Il destino della civiltà”. Questo ciclo di conferenze sul capitalismo finanziario e la nuova guerra fredda presenta una panoramica della sua particolare prospettiva geopolitica.

Lei parla di un conflitto ideologico e materiale in corso tra Paesi finanziarizzati e deindustrializzati come gli Stati Uniti contro le economie miste di Cina e Russia. In che cosa consiste questo conflitto e perché il mondo si trova in questo momento in un “punto di frattura” particolare, come afferma il suo libro?

L’attuale frattura globale sta dividendo il mondo tra due diverse filosofie economiche: Nell’Occidente USA/NATO, il capitalismo finanziario sta deindustrializzando le economie e ha spostato l’industria manifatturiera verso la leadership eurasiatica, soprattutto Cina, India e altri Paesi asiatici, insieme alla Russia che fornisce materie prime di base e armi.

Questi Paesi sono un’estensione di base del capitalismo industriale che si sta evolvendo verso il socialismo, cioè verso un’economia mista con forti investimenti governativi nelle infrastrutture per fornire istruzione, assistenza sanitaria, trasporti e altre necessità di base, trattandole come servizi di pubblica utilità con servizi sovvenzionati o gratuiti per queste necessità.

Nell’Occidente neoliberale degli Stati Uniti e della NATO, invece, questa infrastruttura di base viene privatizzata come un monopolio naturale che estrae rendite.

Il risultato è che l’Occidente USA/NATO è rimasto un’economia ad alto costo, con le spese per la casa, l’istruzione e la sanità sempre più finanziate dal debito, lasciando sempre meno reddito personale e aziendale da investire in nuovi mezzi di produzione (formazione del capitale).

Ciò pone un problema esistenziale al capitalismo finanziario occidentale: come può mantenere il tenore di vita di fronte alla deindustrializzazione, alla deflazione del debito e alla ricerca di rendite finanziarizzate che impoveriscono il 99% per arricchire l’1%?

Il primo obiettivo degli Stati Uniti è dissuadere l’Europa e il Giappone dal cercare un futuro più prospero in legami commerciali e di investimento più stretti con l’Eurasia e l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO). Per mantenere l’Europa e il Giappone come economie satelliti, i diplomatici statunitensi insistono su un nuovo muro di Berlino economico fatto di sanzioni per bloccare il commercio tra Est e Ovest.

Per molti decenni la diplomazia statunitense si è intromessa nella politica interna europea e giapponese, sponsorizzando funzionari filo-neoliberali alla guida dei governi. Questi funzionari sentono che il loro destino (e anche la loro fortuna politica personale) è strettamente legato alla leadership statunitense. Nel frattempo, la politica europea è diventata fondamentalmente una politica della NATO gestita dagli Stati Uniti.

Il problema è come tenere il Sud globale – America Latina, Africa e molti Paesi asiatici – nell’orbita USA/NATO. Le sanzioni contro la Russia hanno l’effetto di danneggiare la bilancia commerciale di questi Paesi, aumentando drasticamente i prezzi del petrolio, del gas e dei prodotti alimentari (nonché di molti metalli) che devono importare. Nel frattempo, l’aumento dei tassi di interesse statunitensi sta attirando i risparmi finanziari e il credito bancario verso i titoli denominati in dollari. Questo ha fatto aumentare il tasso di cambio del dollaro, rendendo molto più difficile per i Paesi della SCO e del Sud globale pagare il servizio del debito in dollari in scadenza quest’anno.

Ciò impone a questi paesi una scelta: o rimanere senza energia e cibo per pagare i creditori stranieri – anteponendo così gli interessi finanziari internazionali alla loro sopravvivenza economica interna – o andare in default sul debito, come è successo negli anni ’80 dopo che il Messico ha annunciato nel 1982 di non essere in grado di pagare gli obbligazionisti stranieri.

Come vede l’attuale guerra/operazione militare speciale in Ucraina? Quali conseguenze economiche prevede?

La Russia ha messo in sicurezza l’Ucraina orientale russofona e la costa meridionale del Mar Nero. La NATO continuerà a “punzecchiare l’orso” con sabotaggi e nuovi attacchi in corso, soprattutto da parte di combattenti polacchi.

I Paesi della NATO hanno scaricato in Ucraina le loro armi vecchie e obsolete e ora devono spendere somme immense per modernizzare il loro hardware militare. Il deflusso dei pagamenti al complesso militare-industriale statunitense eserciterà una pressione al ribasso sull’euro e sulla sterlina britannica – il tutto in aggiunta ai loro deficit energetici e alimentari in aumento. Pertanto, l’euro e la sterlina si dirigono verso la parità con il dollaro statunitense. L’euro ci è quasi arrivato (circa 1,07 dollari). Ciò significa un forte aumento dell’inflazione dei prezzi in Europa.

Ho letto e sentito informazioni contrastanti sulle nuove sanzioni. Alcuni esperti, sia a Est che a Ovest, ritengono che questo danneggerà enormemente l’economia nazionale della Federazione Russa. Altri esperti tendono a credere che si ritorceranno contro o avranno un enorme effetto boomerang sui Paesi occidentali.

La politica degli Stati Uniti è quella di lottare contro la Cina, sperando di separare le regioni occidentali degli Uiguri e di dividere la Cina in Stati più piccoli. A tal fine, è necessario eliminare il sostegno militare e di materie prime della Russia alla Cina – e, a tempo debito, suddividerla in una serie di Stati più piccoli (le grandi città occidentali, la Siberia settentrionale, un fianco meridionale, ecc.)

Le sanzioni sono state imposte nella speranza di rendere le condizioni di vita dei russi così sgradevoli da spingerli a cambiare regime. L’attacco della NATO in Ucraina è stato progettato per prosciugare militarmente la Russia – facendo sì che i corpi degli ucraini esaurissero le scorte di proiettili e bombe della Russia, dando le loro vite semplicemente per assorbire le armi russe.

L’effetto è stato quello di aumentare il sostegno russo a Putin, proprio il contrario di ciò che si voleva ottenere. C’è una crescente disillusione nei confronti dell’Occidente, dopo aver visto ciò che gli Harvard Boys hanno fatto alla Russia quando gli Stati Uniti hanno appoggiato Eltsin per creare una classe cleptocratica interna che ha cercato di “incassare” le sue privatizzazioni vendendo all’Occidente azioni del petrolio, del nichel e dei servizi pubblici, per poi stimolare gli attacchi militari dalla Georgia e dalla Cecenia. È opinione comune che la Russia stia compiendo una svolta a lungo termine verso est anziché verso ovest.

L’effetto delle sanzioni e dell’opposizione militare degli Stati Uniti alla Russia è stato quindi quello di imporre una cortina di ferro politica ed economica che ha costretto l’Europa a dipendere dagli Stati Uniti, mentre ha spinto la Russia a unirsi alla Cina invece di separarle. Nel frattempo, il costo delle sanzioni europee contro il petrolio e i prodotti alimentari russi – a tutto vantaggio dei fornitori di gas LNG e degli esportatori agricoli statunitensi – minaccia di creare un’opposizione europea a lungo termine alla strategia globale unipolare degli Stati Uniti. È probabile che si sviluppi un nuovo movimento “Ami go home”.

Per l’Europa, però, il danno è già stato fatto e né la Russia né la Cina probabilmente confidano che i funzionari governativi europei possano resistere alla corruzione e alle pressioni personali esercitate dall’interferenza statunitense.

Qui in Germania sto ascoltando il nuovo ministro dell’Economia, Robert Habeck del partito dei Verdi, che parla di attivare l’”emergenza gas” federale e chiede risorse agli Emirati (questo “accordo” sembra già fallito, dicono le notizie). Vediamo la fine del North Stream II e l’enorme dipendenza di Berlino e Bruxelles dalle risorse russe. Come si concluderà tutto questo?

In effetti, i funzionari statunitensi hanno chiesto alla Germania di commettere un suicidio economico e di provocare una depressione, un aumento dei prezzi al consumo e un abbassamento del tenore di vita. Le aziende chimiche tedesche hanno già iniziato a chiudere la produzione di fertilizzanti, dato che la Germania ha accettato le sanzioni commerciali e finanziarie che le impediscono di acquistare il gas russo (la materia prima per la maggior parte dei fertilizzanti). E le aziende automobilistiche tedesche stanno soffrendo per i tagli alle forniture.

Queste carenze economiche europee sono un enorme vantaggio per gli Stati Uniti, che stanno realizzando enormi profitti grazie al petrolio più costoso (che è controllato in gran parte da compagnie statunitensi, seguite da compagnie petrolifere britanniche e francesi). Il rifornimento di armi che l’Europa ha donato all’Ucraina è anche una manna per il complesso militare-industriale statunitense, i cui profitti sono in aumento.

Ma gli Stati Uniti non stanno riciclando questi guadagni economici verso l’Europa, che sembra la grande perdente.

I produttori di petrolio arabi hanno già respinto le richieste degli Stati Uniti di far pagare meno il loro petrolio. Si prevede che saranno i primi a guadagnare dall’attacco della NATO sul campo di battaglia per procura dell’Ucraina.

Sembra improbabile che la Germania possa semplicemente restituire alla Russia il Nord Stream 2 e le affiliate di Gazprom che hanno condotto scambi commerciali con la Germania. La fiducia è venuta meno. E la Russia ha paura di accettare pagamenti dalle banche europee dopo il furto di 300 miliardi di dollari delle sue riserve estere. L’Europa non è più economicamente sicura per la Russia.

La domanda è quanto presto la Russia smetterà di rifornire l’Europa.

Sembra che l’Europa stia diventando un’appendice dell’economia statunitense, sopportando di fatto il peso fiscale della Guerra Fredda 2.0 americana, senza alcuna rappresentanza politica negli Stati Uniti. La soluzione logica è che l’Europa si unisca agli Stati Uniti dal punto di vista politico, rinunciando ai propri governi ma ottenendo almeno qualche europeo nel Senato e nella Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti.

Quale ruolo giocano a) la nuova guerra fredda e b) il capitalismo finanziario neoliberale nell’attuale guerra tra Russia e Ucraina? Secondo la vostra recente ricerca.

La guerra USA/NATO in Ucraina è la prima battaglia di quello che sembra un tentativo ventennale di isolare l’Occidente dell’area del dollaro dall’Eurasia e dal Sud globale. I politici statunitensi promettono di mantenere la guerra in Ucraina a tempo indeterminato, sperando che questa possa diventare il “nuovo Afghanistan” della Russia. Ma questa tattica sembra ora minacciare di diventare l’Afghanistan dell’America. È una guerra per procura, il cui effetto è quello di bloccare la dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti come oligarchia cliente, con l’euro come valuta satellite del dollaro.

La diplomazia statunitense ha cercato di mettere fuori gioco la Russia in tre modi principali. In primo luogo, isolandola finanziariamente escludendola dal sistema di compensazione bancaria SWIFT. La Russia ha risposto passando senza problemi al sistema di compensazione bancaria della Cina.

La seconda tattica è consistita nel sequestrare i depositi russi nelle banche statunitensi e i titoli finanziari americani. La Russia ha risposto raccogliendo gli investimenti statunitensi ed europei in Russia a basso costo, mentre l’Occidente li scaricava.

La terza tattica è stata quella di impedire ai membri della NATO di commerciare con la Russia. L’effetto è stato che le importazioni russe dall’Occidente sono diminuite, mentre le esportazioni di petrolio, gas e cibo sono aumentate. Questo ha fatto aumentare il tasso di cambio del rublo, invece di danneggiarlo. Mentre le sanzioni bloccano le importazioni russe dall’Occidente, il Presidente Putin ha annunciato che il suo governo investirà pesantemente nella sostituzione delle importazioni. L’effetto sarà una perdita permanente dei mercati russi per i fornitori e gli esportatori europei.

Nel frattempo, i dazi di Trump contro le esportazioni europee negli Stati Uniti rimangono in vigore, lasciando all’industria europea opportunità commerciali sempre più ridotte. La Banca Centrale Europea potrebbe continuare a comprare azioni e obbligazioni europee per proteggere la ricchezza dell’1%, ma soprattutto taglierà la spesa sociale interna per rispettare il limite del 3% di deficit di bilancio che l’eurozona si è imposta.

Nel medio e lungo periodo, le sanzioni USA/NATO sono quindi rivolte principalmente contro l’Europa. E gli europei non sembrano nemmeno rendersi conto di essere le prime vittime di questa nuova guerra economica degli Stati Uniti per il dominio energetico, alimentare e finanziario.

In Germania lo stop al progetto energetico Nord Stream II è ancora una grande questione politica. Nel suo recente articolo online “Il dollaro divora l’euro” lei ha scritto: “È ormai chiaro che l’odierna escalation della nuova guerra fredda è stata pianificata più di un anno fa. Il piano dell’America di bloccare il Nord Stream 2 era in realtà parte della sua strategia per impedire all’Europa occidentale (“NATO”) di cercare la prosperità attraverso il commercio e gli investimenti reciproci con la Cina e la Russia”. Può spiegare questo ai nostri lettori?

Quello che lei definisce “blocco del Nord Stream 2” è in realtà una politica tesa a favorire i prodotti americani. Gli Stati Uniti hanno convinto l’Europa a non acquistare sul mercato al prezzo più basso, ma a pagare fino a sette volte di più per il gas proveniente dai fornitori statunitensi di LGN e a spendere 5 miliardi di dollari per l’espansione della capacità portuale, che non sarà disponibile prima di un anno.

Questo minaccia un interregno molto scomodo per la Germania e gli altri Paesi europei che seguono i dettami degli Stati Uniti. In sostanza, i parlamenti nazionali sono ora asserviti alla NATO, le cui politiche sono gestite da Washington.

Un prezzo che l’Europa pagherà, come già detto, è il calo del tasso di cambio rispetto al dollaro americano. È probabile che gli investitori europei spostino i loro risparmi e investimenti dall’Europa agli Stati Uniti per massimizzare i guadagni in conto capitale ed evitare semplicemente il calo dei prezzi delle loro azioni e obbligazioni misurati in dollari.

Prof. Hudson, diamo un’occhiata agli ulteriori sviluppi in Germania. A maggio il Parlamento tedesco – Bundestag – ha approvato una nuova legge: I legislatori tedeschi hanno approvato la possibilità di espropriare le aziende energetiche. Ciò potrebbe consentire al governo di Berlino di mettere le aziende energetiche sotto amministrazione fiduciaria se non sono più in grado di svolgere i loro compiti e se la sicurezza dell’approvvigionamento è a rischio. Secondo REUTERS, la legge rinnovata – che deve ancora passare la Camera alta del Parlamento – potrebbe essere applicata per la prima volta se non si trova una soluzione sulla proprietà della raffineria di petrolio PCK Refinery a Schwedt/Oder (Germania dell’Est), che è di proprietà della società statale russa Rosneft.

Sembra che l’Europa e l’America confischeranno gli investimenti russi nei loro Paesi e venderanno (o faranno confiscare dalla Russia) gli investimenti dei Paesi NATO in Russia. Ciò significa un distacco dell’economia russa dall’Occidente e un legame più stretto con la Cina, che sembra essere la prossima economia a essere sanzionata dalla NATO, in quanto quest’ultima diventerà un’Organizzazione del Trattato del Pacifico Orientale che coinvolgerà l’Europa nel confronto nel Mar Cinese.

Sarei sorpreso se la Russia riprendesse a vendere petrolio e gas all’Europa senza essere rimborsata per ciò che l’Europa (e anche gli Stati Uniti) hanno sequestrato. Questa richiesta aiuterebbe l’Europa a fare pressione sugli Stati Uniti affinché restituiscano i 300 miliardi di dollari di riserve estere di cui si sono impossessati.

Ma anche dopo tale accordo di restituzione e risarcimento, è improbabile che il commercio riprenda. Si è verificato un cambiamento di fase, un cambiamento di coscienza su come il mondo si stia dividendo sotto gli attacchi diplomatici degli Stati Uniti sia agli alleati che agli avversari.

La mia domanda sarebbe: Il socialismo è un tema importante nel suo nuovo libro. Qual è la sua opinione sulle misure “socialiste” adottate ora da un Paese capitalista come la Germania?

Un secolo fa si pensava che lo “stadio finale” del capitalismo industriale fosse il socialismo. Esistevano diversi tipi di socialismo: Socialismo di Stato, socialismo marxiano, socialismo cristiano, socialismo anarchico, socialismo libertario. Ma ciò che si verificò dopo la Prima Guerra Mondiale fu l’antitesi del socialismo. Era il capitalismo finanziario e un capitalismo finanziario militarizzato.

Il denominatore comune di tutti i movimenti socialisti, da destra a sinistra dello spettro politico, era il rafforzamento della spesa pubblica per le infrastrutture. La transizione verso il socialismo era guidata (negli Stati Uniti e in Germania) dallo stesso capitalismo industriale, che cercava di ridurre al minimo il costo della vita (e quindi il salario di base) e il costo dell’attività economica attraverso investimenti statali nelle infrastrutture di base, i cui servizi dovevano essere forniti gratuitamente, o almeno a prezzi sovvenzionati.

Questo obiettivo avrebbe impedito ai servizi di base di diventare opportunità di rendita monopolistica. L’antitesi era la dottrina Thatcher-neoliberista della privatizzazione. I governi cedettero i servizi pubblici agli investitori privati. Le aziende sono state acquistate a credito, aggiungendo interessi e altri oneri finanziari ai profitti e ai pagamenti al management. Il risultato è stato quello di trasformare l’Europa e l’America neoliberiste in economie ad alto costo, incapaci di competere nei prezzi di produzione con i Paesi che perseguono politiche socialiste invece del neoliberismo finanziarizzato.

Questa contrapposizione tra sistemi economici è la chiave per comprendere l’attuale frattura mondiale.

Soprattutto il petrolio e il gas russi sono al centro dell’attenzione in questo momento. Mosca richiede pagamenti solo in rubli e sta ampliando il suo campo di acquirenti con Cina, India o Arabia Saudita. Ma sembra che gli acquirenti occidentali possano ancora pagare in euro o in dollari. Qual è la sua opinione su questa guerra delle risorse in corso? Il rublo sembra essere il vincitore.

Il rublo sta certamente salendo. Ma questo non fa della Russia un “vincitore” se la sua economia viene sconvolta dalle sanzioni che bloccano le importazioni necessarie al buon funzionamento delle sue catene di approvvigionamento.

La Russia risulterà vincente se sarà in grado di organizzare un programma di sostituzione delle importazioni industriali e di ricreare infrastrutture pubbliche per sostituire quelle che sono state privatizzate sotto la direzione degli Stati Uniti dagli Harvard Boys negli anni Novanta.

Vediamo la fine del petrodollaro e l’ascesa di una nuova architettura finanziaria a est, accompagnata dal rafforzamento dei BRICS e della Shanghai Cooperation Organization (SCO)?

Ci saranno ancora i petrodollari, ma anche una serie di blocchi di aree valutarie, man mano che il mondo de-dollarizza i suoi accordi di commercio e investimento internazionale. A fine maggio, il ministro degli Esteri Lavrov ha dichiarato che l’Arabia Saudita e l’Argentina vogliono unirsi ai BRICS. Come ha recentemente osservato Pepe Escobar, il BRICS+ potrebbe espandersi fino a includere il MERCOSUR e la Comunità di sviluppo del Sudafrica (SADC).

Questi accordi probabilmente richiederanno un’alternativa non statunitense al FMI per creare credito e fornire un veicolo per le riserve ufficiali di valuta estera per i Paesi non appartenenti alla NATO. Il FMI sopravviverà ancora per imporre l’austerità ai Paesi satellite degli Stati Uniti, sovvenzionando al contempo la fuga di capitali dai Paesi del Sud globale e creando DSP per finanziare le spese militari statunitensi all’estero.

L’estate del 2022 sarà un banco di prova, poiché i Paesi del Sud globale subiranno una crisi della bilancia dei pagamenti a causa dell’aumento dei deficit petroliferi e alimentari e dei maggiori costi in valuta nazionale per il mantenimento del debito in dollari. Il FMI potrebbe offrire loro nuovi DSP per pagare gli obbligazionisti in dollari per mantenere l’illusione della solvibilità. Ma i Paesi della SCO possono offrire petrolio e cibo – SE i Paesi garantiscono di ripagare il credito ripudiando i loro debiti in dollari con l’Occidente.

Questa diplomazia finanziaria promette di introdurre “tempi interessanti”.

Nella sua recente intervista con Michael Welch (“Accidental Crisis?“) lei ha un’analisi specifica sugli attuali eventi in Ucraina/Russia: “La guerra non è contro la Russia. La guerra non è contro l’Ucraina. La guerra è contro l’Europa e la Germania”. Potrebbe approfondire questo punto?

Come ho spiegato in precedenza, le sanzioni commerciali e finanziarie degli Stati Uniti stanno costringendo la Germania a dipendere dalle esportazioni statunitensi di GNL e dall’acquisto di armi militari statunitensi per trasformare la NATO in un’autorità di governo europea de facto.

L’effetto è quello di distruggere ogni speranza europea di guadagni reciproci in termini di commercio e investimenti con la Russia. L’Europa si sta trasformando in un junior partner (molto junior) nelle sue nuove relazioni commerciali e di investimento con gli Stati Uniti, sempre più protezionisti e nazionalisti.

Il vero problema degli Stati Uniti sembra essere questo: “L’unico modo per mantenere la prosperità se non si riesce a crearla in patria è ottenerla dall’estero”. Qual è la strategia di Washington?

Il mio libro Super Imperialismo ha spiegato come, negli ultimi 50 anni, da quando gli Stati Uniti hanno abbandonato l’oro nell’agosto del 1971, lo standard dei Buoni del Tesoro americano abbia dato agli Stati Uniti un giro gratuito a spese dell’estero. Le banche centrali straniere hanno riciclato l’afflusso di dollari derivante dal deficit della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti in prestiti al Tesoro americano, cioè nell’acquisto di titoli del Tesoro americano per custodire i propri risparmi. Questo accordo ha permesso agli Stati Uniti di intraprendere spese militari all’estero per le loro quasi 800 basi militari in Eurasia senza dover deprezzare il dollaro o tassare i propri cittadini. Il costo è stato sostenuto dai Paesi le cui banche centrali hanno accumulato prestiti in dollari al Tesoro americano.

Ma ora che è diventato pericoloso per i Paesi detenere depositi bancari o titoli di Stato o investimenti statunitensi denominati in dollari se “minacciano” di difendere i propri interessi economici o se le loro politiche divergono da quelle dettate dai diplomatici statunitensi, come può l’America continuare ad avere un giro gratis?

Infatti, come può importare materiali di base dalla Russia per riempire parti della sua catena di approvvigionamento industriale ed economico che è stata interrotta dalle sanzioni?

Questa è la sfida per la politica estera degli Stati Uniti. In un modo o nell’altro, essa mira a tassare l’Europa e a trasformare altri Paesi in satelliti economici. Lo sfruttamento potrebbe non essere così palese come l’accaparramento da parte degli Stati Uniti delle riserve ufficiali venezuelane, afghane e russe. È probabile che si tratti di ridurre l’autosufficienza estera per costringere altri Paesi a dipendere economicamente dagli Stati Uniti, in modo che questi ultimi possano minacciare sanzioni dirompenti se cercano di anteporre i propri interessi nazionali a ciò che i diplomatici statunitensi vogliono che facciano.

Come influirà tutto questo sulla bilancia dei pagamenti dell’Europa occidentale (Germania / Francia / Italia) e quindi sul tasso di cambio dell’euro rispetto al dollaro? E perché pensa che l’Unione Europea si stia avviando a diventare una nuova “Panama, Porto Rico e Liberia”?

L’euro è già una moneta satellite degli Stati Uniti. I suoi paesi membri non sono in grado di gestire i deficit di bilancio interni per far fronte all’imminente depressione inflazionistica derivante dalle sanzioni sponsorizzate dagli Stati Uniti e dalla conseguente frattura globale.

La chiave si sta rivelando la dipendenza militare. Si tratta di una “condivisione dei costi” per la Guerra Fredda 2.0 sponsorizzata dagli Stati Uniti. Questa condivisione dei costi è ciò che ha portato i diplomatici statunitensi a rendersi conto di dover controllare la politica interna europea per impedire alle popolazioni e alle imprese di agire nel proprio interesse. La loro compressione economica è un “danno collaterale” dell’attuale Nuova Guerra Fredda.

Una filosofa svizzera ha scritto a metà marzo un saggio critico per il giornale socialista tedesco “Neues Deutschland”, ex organo di informazione del governo della DDR. Tove Soiland ha criticato la sinistra internazionale per l’attuale comportamento in merito alla crisi ucraina e alla gestione del Covid. La sinistra, a suo dire, è troppo favorevole a governi/stati autoritari, copiando così i metodi dei tradizionali partiti di destra. Condividete questo punto di vista? O è troppo severa?

Come risponderebbe a questa domanda, soprattutto per quanto riguarda la tesi del suo nuovo libro: “… il percorso alternativo è un capitalismo industriale a economia mista che porta al socialismo…”.

Il Dipartimento di Stato e il “potente altoparlante” della CIA si sono concentrati sull’acquisizione del controllo dei partiti socialdemocratici e laburisti europei, prevedendo che la grande minaccia al capitalismo finanziario incentrato sugli Stati Uniti sarebbe stato il socialismo. Questo ha incluso i partiti “verdi”, al punto che la loro pretesa di opporsi al riscaldamento globale si è dimostrata ipocrita alla luce della vasta impronta di carbonio e dell’inquinamento della guerra militare della NATO in Ucraina e delle relative esercitazioni aeree e navali. Non si può essere a favore dell’ambiente e della guerra allo stesso tempo!

Questo ha lasciato i partiti nazionalisti di destra meno influenzati dall’ingerenza politica degli Stati Uniti. È da qui che proviene l’opposizione alla NATO, come in Francia e in Ungheria.

E negli stessi Stati Uniti, gli unici voti contrari al nuovo contributo di 30 miliardi di dollari alle spese militari contro la Russia sono arrivati dai repubblicani. L’intera “squadra di sinistra” del Partito Democratico ha votato a favore della spesa bellica.

I partiti socialdemocratici sono fondamentalmente partiti borghesi i cui sostenitori sperano di entrare nella classe dei rentier, o almeno di diventare investitori in azioni e obbligazioni in miniatura. Il risultato è che il neoliberismo è stato guidato da Tony Blair in Gran Bretagna e dai suoi omologhi in altri Paesi. Discuto di questo allineamento politico in Il destino della civiltà.

I propagandisti statunitensi definiscono “autocratici” i governi che mantengono i monopoli naturali come servizi pubblici. Essere “democratici” significa lasciare che le imprese statunitensi controllino queste altezze di comando, essendo “libere” dalla regolamentazione governativa e dalla tassazione del capitale finanziario. Così “sinistra” e “destra”, “democrazia” e “autocrazia” sono diventati un vocabolario orwelliano in doppia lingua sponsorizzato dall’oligarchia americana (che eufemizza come “democrazia”).

La guerra in Ucraina potrebbe essere un punto di riferimento per mostrare una nuova mappa geopolitica del mondo? Oppure il Nuovo Ordine Mondiale neoliberista è in ascesa? Come lo vede?

Come ho spiegato nella domanda n. 1, il mondo si sta dividendo in due parti. Il conflitto non è solo nazionale, Occidente contro Oriente, ma è un conflitto di sistemi economici: il capitalismo finanziario predatorio contro il socialismo industriale che mira all’autosufficienza dell’Eurasia e della SCO.

I Paesi non allineati non erano in grado di “andare avanti da soli” negli anni ’70 perché non avevano una massa critica per produrre autonomamente cibo, energia e materie prime. Ma ora che gli Stati Uniti hanno deindustrializzato la propria economia ed esternalizzato la produzione in Asia, questi Paesi hanno la possibilità di non rimanere dipendenti dalla diplomazia del dollaro statunitense.

FONTE: https://pensieriprovinciali.wordpress.com/

Non temere di essere dichiarato un “traditore della patria”

“Dove siete stati per otto anni?” è la domanda che la propaganda russa ripete ossessivamente. Andrij Movčan, giornalista ed attivista di sinistra ucraino, racconta la sua lotta contro l’estrema destra e l’emigrazione, ed invita la sinistra russa a prendere posizione contro la guerra

8 giugno 2022

Andrij Movčan

La domanda “Dove siete stati negli ultimi 8 anni” è ancora, dopo mesi di guerra devastante, una delle più importanti tematiche utilizzate dalla propaganda russa. Questa domanda retorica sottintende che coloro che oggi si oppongono alla guerra hanno preferito non notare la violenta repressione del dissenso e l’ascesa dell’estrema destra in corso nella stessa Ucraina. Sappiamo bene che il movente degli “ultimi 8 anni” è basato sulla menzogna e sulla sostituzione di concetti: una violenza subita non può essere il pretesto per un’altra inflitta (oltretutto su scala molto più ampia), e migliaia di vittime non possono essere ripagate da decine di migliaia. Eppure, questo articolo dell’antifascista e socialista ucraino Andrij Movčan è di grande importanza, poiché è rivolto principalmente a quella parte del pubblico russo (compresa parte della sinistra), che cerca di giustificare il proprio conformismo usando pretesti come “gli 8 anni” oppure “entrambe le parti sono da biasimare”.

Ho ricevuto la notizia dell’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina verso le cinque del mattino del 24 febbraio, svegliandomi da un sonno inquieto. Non sono stati suoni di sirene o esplosioni a svegliarmi, ma il rumore del primo treno della metropolitana, che a quell’ora inizia a correre tra le stazioni di Barcellona. Da più di sette anni vivo lontano dalla mia nativa Kiev, sei dei quali in Catalogna. Sono un emigrato politico. Alla fine del 2014 ho dovuto lasciare il mio paese a causa della mia posizione contro la guerra. Perché non ero d’accordo con la soluzione militare del conflitto nel Donbass. Per molti miei compatrioti, ex amici, colleghi, conoscenti, io sono un traditore della patria.

Quindici anni fa, dopo aver aderito al movimento della sinistra, non potevo nemmeno immaginare dove questa strada avrebbe condotto me e i miei pochi compagni. Anche in quei lontani giorni di pace per un giovane diventare comunista o socialista in Ucraina era una scelta decisamente anticonformista, una sfida al mainstream anticomunista, che già allora occupava una posizione dominante. Una tale scelta non prometteva altro che problemi. Tuttavia, ancora non avevamo intuito quali.

La loro vera portata ha cominciato a emergere nei primi anni successivi al 2010: una crescita spasmodica dell’estrema destra stava letteralmente avvenendo davanti ai nostri occhi. E noi, una manciata di attivisti di sinistra, siamo stati i primi ad essere esposti alla violenza di queste formazioni. Quando le bande di estrema destra non si erano neanche sentite nominare in Donbass o in Crimea, noi conoscevamo queste persone di vista ed eravamo quasi gli unici che cercavano di attirare l’attenzione su questo problema e in qualche modo resistervi.

Negli ultimi quattro anni della mia vita in Ucraina, io (da solo o in gruppo con i compagni) ho subito una decina di attacchi di strada da parte di estremisti di destra. Alcuni di loro sono finiti in rianimazione. I fotografi mi chiedono ancora dove mi sono rotto il naso; i dentisti sono interessati a come mi sono frantumato i denti; i parrucchieri si sorprendono di trovarmi cicatrici da oggetti metallici sul cranio. Era il terrore. Siamo stati fisicamente allontanati dalla strada.

Per ovvie ragioni, non ho accettato il Maidan. Perché conoscevo di persona i suoi promotori e che tipo di valori condividevano queste persone. Inoltre, non mi facevo illusioni su cosa avrebbe riservato il futuro nella nuova Ucraina a coloro che condividevano idee comuniste. Andava molto male. Da quando la Russia ha annesso la Crimea, è andata anche peggio.

Mi sono reso conto con orrore di quale vaso di Pandora era stato aperto. Naturalmente, sapevo che i russi di Crimea si erano avvicinati alla Russia per 25 anni non avendo mai percepito lo stato ucraino come casa loro. Quello che è successo non è stata una sorpresa. Mi spaventava capire in che modo le perdite territoriali avrebbero esacerbato il problema del nazionalismo in Ucraina. Quanto questo avrebbe complicato la già deplorevole situazione di tutte le opposizioni, soprattutto di sinistra. Da quel momento chiunque criticasse il nazionalismo, chiunque criticasse il nuovo governo, e ancor di più chiunque osasse balbettare qualcosa sul diritto all’autodeterminazione degli abitanti della Crimea, avrebbe potuto essere dichiarato un “traditore della patria”. Non solo avrebbe potuto… è stato dichiarato tale.

L’annessione della Crimea ha complicato radicalmente la vita di quegli ucraini che non volevano accettare il nuovo ordine. Ognuno di noi ha dovuto affrontare una scelta: come bisognava reagire a quello che era successo? Inchinarsi davanti ai nazionalisti per la Crimea, o rimanere fedeli ai propri ideali e subire il marchio dei traditori della patria e dei perseguitati? Per me ho scelto la seconda via.

Alla Crimea è seguito il Donbass. E questo ha ulteriormente aggravato la nostra situazione. Ogni ucraino di sinistra doveva darsi una risposta alla domanda: come descrivere questa guerra? Era difficile per me rendermi conto che la logica dei processi era quella di un conflitto territoriale. Se il Donbass fosse rimasto parte dell’Ucraina, sarebbe inevitabilmente diventato il cuore dell’opposizione e del movimento di protesta dei lavoratori industriali. Il Donbass sarebbe diventato la base sociale delle forze di sinistra, avrebbe fatto pressione sul governo di Kiev e con i suoi voti avrebbe minato l’egemonia dei partiti filoccidentali di destra. Invece, la regione stava volando a tutta velocità verso il suo stato attuale: distrutto, deindustrializzato, un simbolo dell’irredentismo russo in balia della guerra e dell’odio nazionale.

I nostri desideri e le nostre speranze raramente coincidono con quanto poi accade realmente. Questo è successo anche con il Donbass. Avevo la sensazione che il Donbass, lasciando l’Ucraina, stesse lasciando altri lavoratori ucraini faccia a faccia con il governo neoliberista, dipendente dall’Occidente e i suoi fedeli cani da guardia delle bande di estrema destra. Ma avrei mai potuto accogliere con favore lo strangolamento militare del Donbass dissidente? No.

Ero profondamente disgustato dai leader della rivolta nel Donbass. Ero disgustato dal loro nazionalismo russo, dalla loro manifesta ucrainofobia, dal loro disprezzo per la lingua ucraina, che è la mia lingua madre. Ero disgustato dalla diffusa e volgare concezione del passato sovietico come proiezione della grande potenza russa. Era disgustoso non solo dal punto di vista politico, ma anche dal punto di vista estetico. Tuttavia, non ho ritenuto possibile per me schierarmi dalla parte del governo ucraino e dei nazionalisti. Perché lo stato ucraino, a mio avviso, aveva assunto un ruolo repressivo del dissenso nei confronti dei suoi propri cittadini.

Come comunista e come ucraino, ho deciso che il mio dovere in quella situazione era quello di criticare il mio governo, l’esercito e il nazionalismo. Qualcuno deve rendere noti alla società anche i fatti più spiacevoli. Che dall’altra parte del fronte ci sono più nostri concittadini ucraini che soldati e mercenari russi. Che l’artiglieria sta bombardando le zone residenziali. Che l’esercito ucraino nel Donbass non viene accolto con mazzi di fiori. Che i battaglioni di volontari commettono atrocità sui civili. Che i membri del governo si arricchiscono in guerra. Che il nemico principale è nel nostro stesso paese.

Potete immaginare cosa possa significare una tale posizione in una società che sta soffrendo un dolore all’arto fantasma a causa delle perdite territoriali. La mia carriera giornalistica era finita. Gli ex amici si sono affrettati a rinnegarmi. Ho perso tutto il capitale sociale accumulato negli anni precedenti. L’80% delle persone del mio ambiente ha deciso che era meglio non avere nulla a che fare con me. Altri hanno anche preso parte attiva alla campagna di molestie pubbliche.

Per i nazionalisti, sono diventato ancora più odioso di prima. Vivevo in un rifugio urbano, limitavo sensibilmente i miei contatti ed ogni viaggio nel centro della mia città natale diventava una prova per i miei nervi: troppe persone mi conoscevano di vista e spesso non era la gente migliore di Kiev. Il fatto che nel 2014 ci sia stato un solo attacco contro di me è stata una felice coincidenza. Allora la maggior parte degli elementi di spicco dell’ultra-destra era nel Donbass, non avevano tempo per me. Ma hanno minacciato di tornare presto e di occuparsi della “quinta colonna”.

Verso la fine del 2014, i miei cari mi hanno convinto a lasciare il paese. Così sono finito a Madrid. Poi ci sono state le lunghe peregrinazioni della vita da clandestino: senza documenti, senza soldi, senza parlare la lingua, senza amici, senza lavoro, senza la possibilità di tornare in patria. Sono stati gli anni più difficili della mia vita.

Ma non ho rimpianti per la posizione che ho sostenuto e difeso in tutti questi anni.

Dopo il 24 febbraio, cari compagni russi, state affrontando le stesse sfide che abbiamo affrontato noi otto anni fa. Adesso voi siete come noi.

E la vostra scelta è molto più facile e più ovvia. Il vostro paese, a differenza dell’Ucraina nel 2014, non ha subìto perdite territoriali, non deve risolvere problemi di integrità territoriale, non deve resistere ad interventi sotto copertura. La Russia sta conducendo un’aggressiva guerra di conquista sul territorio di uno stato sovrano, mettendo in discussione lo stesso diritto di esistere di quest’ultimo. Bombarda città pacifiche, uccide la popolazione civile (principalmente di lingua russa), commette atrocità nei territori occupati. E voi stessi sapete che questo è vero.

È dovere di ogni comunista e internazionalista russo opporsi a questa invasione criminale. E richiedere il ritiro immediato e incondizionato delle truppe della Federazione Russa almeno entro i confini del 24 febbraio.

Potreste chiedere: “Dove sei stato in tutti questi otto anni?”. Se avete letto fino a qui, lo sapete dove sono stato e cosa ho fatto. Mi sono opposto a quella guerra, guadagnandomi il marchio di traditore della patria.

Parte della sinistra russa esprime diverse motivazioni sul perché sia ​​necessario sostenere l’“operazione speciale” o non interferire con essa. Non sono per niente convincenti. No, non si tratta di argomentazioni politiche razionali, si tratta di qualcos’altro. Per me è diventato ovvio che la paura più profonda di molti esponenti della sinistra in Russia è quella di venire marchiati come traditori della patria. Conosco questa sensazione. Questa paura del “tradimento” deve essere superata, come l’abbiamo superata noi.

Sì, se condannerete la guerra, sarete sicuramente accusati di tradire la vostra patria. Perderete amici e conoscenti, prospettive di carriera e meriti passati. Sarete odiati e disprezzati dai “patrioti”. Sarete perseguitati. Ma i comunisti sono stati perseguitati in ogni momento, in tutti gli angoli del mondo sono stati accusati di non amare la loro patria borghese e di lavorare per il nemico. Ora è il turno della sinistra russa di partecipare all’Internazionale attraverso una rottura simbolica con la “patria-stato”.

E sono sinceramente felice che in Russia molte persone che rispetto non abbiano avuto paura di questo marchio. Perché il vero patriottismo ora consiste nel contrastare una catastrofe nazionale fermando questa guerra vergognosa.

Traduzione dal russo di Marco Ferrentino

FONTE:

Le contromisure russe e l’Occidente.

di Tonino D’Orazio

La Russia stila l’elenco dei paesi ostili. C’è anche l’Italia. Oltre che l’Ucraina, gli Usa, i paesi Ue, la Gran Bretagna, il Giappone, l’Australia, la Corea del Sud, l’Australia, Taiwan, e Singapore. Anche la Svizzera che ha interrotto la sua proverbiale neutralità. Nella lista figurano anche piccoli paesi, Andorra, Islanda, Liechtenstein, Monaco, San Marino e Micronesia. (Sono tutti paradisi fiscali).

Decreto: la Stato, le imprese e i cittadini russi che abbiano debiti verso creditori stranieri appartenenti a questa lista potranno pagare in rubli. Il principio è il seguente: per pagare i prestiti ottenuti da un paese sanzionatorio che superano i 10 milioni di rubli al mese, le società russe non hanno bisogno di effettuare un trasferimento. Chiedono a una banca russa di aprire un conto di corrispondenza in rubli a nome del creditore. Quindi la società trasferisce rubli su questo conto al tasso di cambio corrente e tutto ciò è perfettamente legale. L’equivalente in rubli sarà depositato da qualche parte, nelle banche russe, ma le banche occidentali, allo stato attuale, non possono accedervi. I bond emessi dallo stato russo potrebbero perdere valore, anche se il rublo è stato agganciato al valore dell’oro, superando “il Bretton Woods” americano del 1971 che indicava il dollaro come unica moneta internazionale non convertibile.

Tuttavia, non si possono escludere altre contromisure. Oltre alla completa de-dollarizzazione la Russia potrebbe vietare l’esportazione di titanio, terre rare, combustibili nucleari e, già in vigore, motori a razzo. Alcune delle misure altamente tossiche includono il sequestro di tutti i beni esteri di nazioni ostili, il congelamento di tutti i rimborsi dei prestiti alle banche occidentali e il deposito di fondi in un conto congelato presso una banca russa, il divieto totale di tutti i media stranieri ostili, la loro proprietà, ONG di facciata, oltre a fornire alle nazioni amiche armi avanzate, condivisione di informazioni e addestramento ed esercitazioni congiunte.

Blocco del sistema Swift? Quel che è certo è che una nuova architettura dei sistemi di pagamento che già unisce SPFS russo e CHIPS cinese, potrebbe presto essere offerta a decine di nazioni eurasiatiche e del Sud, molte delle quali già sanzionate, come Iran, Venezuela, Cuba, Nicaragua, Bolivia, Siria, Iraq, Libano e RPDC. Lentamente ma inesorabilmente, siamo già sulla strada per l’emergere di un grande blocco nel Sud del mondo che è immune alla guerra finanziaria degli Stati Uniti. I BRICS, RIC – Russia, India e Cina – stanno già aumentando il commercio nelle proprie valute. Se guardiamo all’elenco delle nazioni che all’ONU non hanno votato contro la Russia o si sono astenute dal condannare l’Operazione Z in Ucraina, più quelle che non hanno sanzionato la Russia, abbiamo almeno il 70% dell’intero Sud del mondo. Quindi, ancora una volta, è l’Occidente – più le satrapie coloniali come il Giappone e Singapore in Asia – contro il resto: Eurasia, Sud-est asiatico, Africa, America Latina. L’altro lato della nuova cortina di ferro.

L’agenzia di rating Fitch ha declassato i titoli di Stato russi con rating C, catalogandoli come  “spazzatura”. Il declassamento è ovviamente dovuto alla guerra e al conseguente tentativo di isolamento economico del Paese. Il rating C indica una “insolvenza sovrana”(default) che si va ad aggiungere all’embargo contro il gas e il petrolio russo dichiarato da USA e UK. Veramente forse ce lo taglia Putin il gas e il petrolio, imbarcandoci in una nuova era di energia nucleare. In quanto al default politico, perché la Russia ha debito sovrano minimo e nessun bisogno del mercato dei capitali globali, chi deve temere sono i creditori e i risparmiatori privati. (Credit Ansa). l’Italia e l’Europa subiranno delle ripercussioni economiche per quanto riguarda l’approvvigionamento energetico, alimentare, di materie prime e il pagamento dei crediti in rubli. Un grande problema per i creditori internazionali perché non saprebbero, poi, cambiare quanto ricevuto in altra valuta. Il problema non tocca tanto l’emissione dei bond statali, quanto quelli societari, molto più diffusi, anche tra gli investimenti dei piccoli risparmiatori italiani.

i fatti sul campo alla fine porteranno intere economie occidentali al macello, con il caos delle merci che porterà a costi energetici e alimentari alle stelle. A rischio fino al 60% delle industrie manifatturiere tedesche e il 70% delle industrie manifatturiere italiane; potrebbero essere costrette a chiudere definitivamente, con conseguenze sociali catastrofiche. Il che fa dire che è una guerra degli Usa contro una potenza economica concorrente, la Ue. Non possiamo più comprare a Russia e Cina, ma solo agli Usa e rilanciare la loro economia per competere, fuori noi, con la potenza commerciale cinese.

Oppure gli Stati Uniti e l’Europa occidentale si aspettavano un Froelicher Krieg (“guerra felice”) ? La Germania e altri paesi non hanno ancora iniziato a sentire il dolore della privazione di gas, minerali e cibo. Questo sarebbe il vero obiettivo: strappare l’Europa dal controllo degli Stati Uniti attraverso la NATO. Ciò necessita un movimento e un partito politico per un Nuovo Ordine Mondiale, come il movimento comunista di un secolo fa. Potremmo chiamarlo un nuovo Grande Risveglio o una rivolta contro il capitalismo becero. Purtroppo all’orizzonte momentaneamente ci sono solo destre nazionalistiche, sempre molto legate al – o prodotto del – capitalismo.

L’amministrazione americana del presidente Joe Biden è ora assolutamente disperata: oggi (10 marzo), ha vietato tutte le importazioni di petrolio e gas dalla Russia, che risulta essere il secondo esportatore di petrolio negli Stati Uniti, dietro al Canada e davanti al Messico. La grande “strategia di sostituzione” degli Stati Uniti per l’energia russa consiste nel chiedere petrolio all’Iran e al Venezuela. All’Iran al tavolo delle trattative a Vienna, sull’eventuale ripristino dell’accordo strappato da Trump, sulle centrali atomiche. Forse, senza ironia, un po’ gliene daranno. In Venezuela, sono arrivati con addirittura una delegazione governativa di livello. L’offerta Usa è quella di “alleviare” le sanzioni imposte a Caracas in cambio di petrolio. Il governo degli Stati Uniti ha passato anni, anche decenni, a bruciare tutti i ponti con il Venezuela e l’Iran. Gli Stati Uniti hanno distrutto l’Iraq e la Libia e hanno isolato il Venezuela e l’Iran nel tentativo di prendere il controllo dei mercati petroliferi mondiali, solo al fine di tentare miseramente di rilevare entrambi i paesi e poi fuggire schiacciati dalle forze economiche che avevano scatenato. Ciò dimostra, ancora una volta, che i “decisori” imperiali sono totalmente disperati. Caracas ha chiesto la rimozione di tutte le sanzioni contro il Venezuela e la restituzione di tutto l’oro confiscato. Aspettano risposta.

L’Europa importa circa 400 miliardi di metri cubi di gas all’anno, di cui 200 miliardi provengono dalla Russia. È impossibile per l’Europa trovare 200 miliardi di metri cubi altrove per sostituire la Russia, che sia in Algeria, Qatar o Turkmenistan. Per non parlare della mancanza dei necessari terminali GNL. L’Europa si ritroverà con una produzione ridotta di gas per la sua industria in declino, la perdita di posti di lavoro, la riduzione della qualità della vita, l’aumento della pressione sul sistema di sicurezza sociale e, ultimo ma non meno importante, la necessità di richiedere ulteriori prestiti, con carta straccia, agli Stati Uniti. (Nuovo Piano Marshall, Nuovo debito di guerra). Alcuni paesi tornano al carbone per il riscaldamento e l’energia, e quella atomica sicura (altro specchietto per merli) che si realizzerà fra minimo 10 anni. I Verdi e Cop26 diventano semplicemente lividi. Mi dispiace moltissimo, anche perché mi toccherà conviverci in questo mondo senza speranza.

Sostengo Putin? No, dico solo che la guerra è perdente per chi la fa, chi la subisce e peggio ancora per chi la sostiene con attacca brighe per conto terzi.

11 marzo 2022.

“Volete fare la guerra alla Russia”. La trascrizione completa dell’intero messaggio di Putin all’Europa

di Marinella Mondaini

“Volete fare la guerra con la Russia”? Questa domanda Vladimir Putin la rivolge non tanto a Emmanuel Macron o alla stampa francese, ma all’Occidente intero! Putin non getta mai le parole al vento. E’ un avvertimento all’Occidente. La Russia non scherza. Putin avvisa, forse per l’ultima volta, e usa la parola guerra molto consapevolmente. Dipende dall’Occidente adesso.

Macron è venuto in Russia nel momento in cui la campagna propagandistica occidentale dell’“imminente invasione russa in Ucraina” ha raggiunto il suo massimo picco di follia. Secondo me, lo stesso presidente francese non ci crede. I suoi movimenti verso Putin stati interpretati dalla stampa occidentale come “un estremo tentativo di fermare la guerra di Putin in Ucraina”, in realtà Macron ha bisogno di vantaggio e affermazione personale in vista delle elezioni presidenziali fra due mesi. Non a caso ci ha messo particolare cura, all’incontro personale sono precedute tre telefonate a Putin.

Macron aspira ad alzare lo status non tanto della Francia, quanto dell’Europa unita, nella quale intende avere uno dei ruoli chiave, per questo alla Eu serve una certa autonomia strategica che non c’è, essendo ancora la Ue prigioniera dell’atlantismo. E’ venuto a Mosca per portare le sue “idee per abbassare la tensione”, ha dichiarato che coordina le sue azioni con il cancelliere tedesco Schulz e che “il dialogo con la Russia è indispensabile per conservare la stabilità nel mondo e per risolvere molti problemi internazionali. Il dialogo con la Russia è condizione indispensabile per costruire la pace in Europa”, ha detto il presidente francese, e ha aggiunto che “non è possibile costruire un sistema di sicurezza europea senza la Russia e tanto più contro la Russia”; poi ha definito la Russia “paese europeo con il quale bisognerà lavorare per costruire il futuro in Europa”.

All’apertura della conferenza stampa, dove i due capi di Stato hanno risposto alle domande dei giornalisti, Putin ha dichiarato che “la situazione che si è venuta a creare in Europa nella sfera della sicurezza è motivo di comune preoccupazione per Mosca e Parigi”, poi ha ringraziato Macron per il fatto che “la Francia continua come prima a prendere una parte molto attiva nell’elaborazione di decisioni di principio su questa direzione ed è simbolico che ci incontriamo proprio oggi, 7 febbraio, perché esattamente trent’anni fa fu firmato l’ “Accordo sui rapporti particolari tra Russia e Francia” – un documento fondamentale che ha gettato per i decenni a venire le basi per un partenariato di reciproco rispetto e collaborazione”.

Dunque, il tema centrale dell’incontro non è stato, – come dicono i giornali italiani, “fermare l’invasione di Putin dell’Ucraina” (che doveva succedere prima a dicembre, poi a gennaio, adesso hanno spostato la data a febbraio!), bensì quello delle garanzie della sicurezza alla Federazione Russa e della sicurezza europea, perché essa passa proprio attraverso la sicurezza della Russia. Questo ha voluto far capire Putin. Il suo portavoce, Peskov ha detto che la situazione è talmente complicata che è davvero difficile aspettarsi dei cambiamenti decisivi da un incontro.

Macron ha usato la parola guerra: “l’incontro di oggi può tracciare il cammino, per il quale noi dobbiamo andare e che è la de-escalation. Conosciamo la situazione militare-politica, la questione ucraina e le questioni importanti della sicurezza collettiva, perciò possiamo collettivamente elaborare una risposta pratica per la Russia e per tutta l’Europa, una risposta utile e pratica è una risposta che permette di evitare la guerra e costruire la stabilità, la trasparenza e la fiducia per tutti”. Macron sa benissimo che c’è nessuna minaccia di guerra, infatti alla vigilia del suo viaggio a Mosca aveva dichiarato che “grazie al dialogo intensivo con la Russia e a questo incontro con Putin, riusciremo senz’altro a prevenire l’invasione russa e poi discuteremo le condizioni della distensione perché al momento attuale, lo scopo geopolitico della Russia non è certamente l’Ucraina, ma è il voler chiarire le regole della coesistenza con la Nato e l’Unione Europea”.

Tuttavia Macron ha dichiarato che sostiene la politica delle “porte aperte” della Nato, mentre Putin è tornato a spiegare la posizione ferma della Russia: esige che vengano attuati i 3 punti fondamentali per la sua sicurezza, ma che la Nato e USA continuano a ignorare sostenendo che ogni Stato è libero di affidare la sua sicurezza a chi vuole. E qui Putin non è d’accordo, la sicurezza non è un principio “divisibile” e gli Stati hanno fissato gli obblighi sulla carta, secondo cui non si può rafforzare la propria sicurezza senza tener conto e rispettare la sicurezza degli altri Stati, Putin ha poi aggiunto che la politica delle “porte aperte” è interpretata molto “liberamente” e costituisce motivo di dubbio; ha ricordato l’articolo 10 dell’Accordo Nordatlantico del 1949, secondo il quale gli Stati membri, con il benestare degli altri membri, possono invitare altri Stati europei nella Nato, ma che siano Stati in grado di apportare un contributo alla sicurezza europea; tuttavia questo non significa che la Nato sia obbligata per forza a prendere tutti coloro che chiedono di essere inclusi – ha sottolineato Putin. E poi Putin ha incalzato: “ci vogliono tranquillizzare dicendo che la Nato è un’alleanza “pacifica e prettamente difensiva”, un’ “Alleanza di difesa” – quanto questo corrisponda alla verità lo hanno accertato con la propria esperienza i cittadini di molti Stati: Iraq, Libia, Afghanistan … e poi prendiamo le grandi operazioni militari della Nato condotte contro Belgrado e senza il permesso del Consiglio di Sicurezza dell’ONU .. Un’attività molto lontana da quella che dovrebbe fare un’alleanza pacifica! Inoltre, vorrei fare presente che non possiamo ignorare la strategia militare della Nato del 2019, dove la Russia è chiamata “nemico e principale minaccia per la sicurezza”. E poi, dopo aver portato le proprie infrastrutture militari a ridosso della nostra frontiera, la Nato e i suoi Stati membri si credono in diritto di “metterci al nostro posto”, insegnandoci come e dove spostare le nostre forze armate e si credono perfino in diritto di esigere da noi di non svolgere le esercitazioni e manovre militari pianificate.

Il movimento dei nostri soldati dentro – sottolineo – il nostro proprio territorio – viene rappresentato come una minaccia militare di invasione dell’Ucraina. Da ciò si sentono minacciati anche altri Stati vicini, tra cui quelli baltici e su quale base si sentano minacciati non è chiaro, ad ogni modo viene usata come tesi per costruire la politica di inimicizia verso la Russia. Sotto questo accompagnamento gli Stati membri della Nato continuano a rimpinzare l’Ucraina di armi moderne, vengono elargiti considerevoli finanziamenti per ammodernare l’esercito ucraino, mandano specialisti militari e istruttori, di questo ne abbiamo parlato a lungo oggi con il presidente francese Macron, al quale ho fatto anche presente che le autorità di Kiev non vogliono adempiere agli obblighi del complesso delle misure di Minsk e degli accordi del Formato Normanno, compreso quelli raggiunti ai summit di Parigi e Berlino. E’ evidente a tutti che Kiev ha iniziato lo smantellamento degli Accordi di Minsk, non c’è stato alcun movimento su punti basilari, quali la riforma costituzionale, l’amnistia, le elezioni locali, lo status speciale per il Donbass. Kiev ignora come prima la possibilità di ristabilire in modo pacifico l’integrità territoriale dell’Ucraina tramite il dialogo diretto con il Donezk e Lugansk (Donbass).

Putin ha fatto presente a Macron la sistematica violazione dei diritti umani in Ucraina, che vengono chiusi i mass media che non vanno a genio al potere, che gli oppositori vengono perseguitati e qui Putin ha detto: “a Poroshenko, quando era presidente dell’Ucraina avevo detto che in caso dovessero sorgere delle difficoltà in futuro la Russia è pronta a dargli rifugio politico, lui ironizzò molto su questo, oggi riconfermo questa proposta, nonostante le forti divergenze sulla regolazione della questione Donbass, dove ritengo lui abbia fatto molti errori, oggi viene perseguitato in Ucraina come criminale di Stato, noi siamo pronti a dare rifugio politico a lui e quelli come Poroshenko. Ma ciò che mi preoccupa di più è che in Ucraina viene discriminata la popolazione russofona con misure legislative. Ritornando alla questione dell’allargamento della Nato ad est per conto di nuovi Stati, Putin ha dichiarato la Russia è categoricamente contro perché ciò rappresenta una minaccia per la Russia per due motivi.

Per primo “non siamo noi che andiamo verso la Nato, è la Nato che si avvicina a noi! E dire poi che la Russia “si comporta in modo aggressivo” – come minimo non corrisponde alla logica, a un modo di ragionare sano! Per secondo, perché è così pericoloso prendere l’Ucraina nella Nato?

L’Unione Europea, la Francia ritengono che la Crimea è parte dell’Ucraina, noi riteniamo che fa parte della Federazione Russa, potranno essere fatti tentativi di cambiare questa situazione con metodi bellici, poiché nei documenti dottrinali dell’Ucraina c’è scritto che la Russia è il nemico e che sono disposti a riprendersi la Crimea anche tramite la guerra.

Ora figuratevi che l’Ucraina sia parte della Nato, l’articolo 5 non è stato abrogato, il presidente Biden ha detto che è un imperativo assoluto e sarà messo in pratica, questo significa che ci sarà un confronto militare fra Nato e Russia.

Ora vi voglio chiedere: voi volete fare la guerra con la Russia? Chiedete ai vostri lettori, ascoltatori, a chi usa i social, chiedete se la Francia vuole fare la guerra con la Russia perché questo accadrà! Ma voi capite o no che se l’Ucraina verrà assorbita nella Nato e tenterà di prendere la Crimea, gli Stati europei automaticamente saranno coinvolti nella guerra con la Russia? Non ci saranno vincitori! E sarete coinvolti nella guerra anche se non lo volete, non farete nemmeno in tempo a battere ciglio mentre vi preparate ad adempiere al punto 5 del Trattato di Roma! Siete preoccupati della sicurezza europea ma il Donbass? cosa deve dire? Kiev dice che non adempirà agli accordi di Minsk e questo distrugge lo Stato ucraino. Ci dicono che siamo noi – Russia – che dobbiamo dare le garanzie di sicurezza e a noi chi le dà le garanzie di sicurezza? Già due volte Kiev ha tentato di risolvere la questione del Donbass con violente operazioni di guerra e dopo l’ennesima sconfitta sono nati gli Accordi di Minsk, ora gli ucraini li eseguiranno o no? Chi ci garantisce che non tentino per la terza volta?? Qui è in gioco la sicurezza non solo della Russia, ma anche dell’Europa e di tutto il mondo. Voglio ricordare infine che noi siamo anche contro l’installazione dei sistemi missilistici offensivi vicino le nostre frontiere, se tutti sono per la pace, cosa c’è di male a non installare queste armi di attacco vicino alle nostre frontiere? Qualcuno può rispondere a questa domanda? Se la Nato è un’alleanza pacifica, cosa c’è di male per la Nato ritornare alle posizioni che occupava al momento in cui ha firmato l’Accordo con la Russia nel 1997?

Poi un giornalista ha rivolto la domanda a Putin sulla questione del Mali e qui il presidente russo ha risposto che sì ne hanno parlato con Macron, ha ribadito che lo Stato, il governo russo non ha nulla a che fare con le compagnie che operano nel Mali, è totalmente estraneo, e se il governo del Malì non ha alcuna obiezione sull’attività commerciale di tali compagnie, allora secondo la logica che applica la Nato, se il Malì preferisce lavorare con quelle compagnie significa che ne ha diritto.

Erano appena iniziati i colloqui tra Putin e Macron quando sulle agenzie d’informazione è apparsa la notizia che l’Ucraina chiede agli Stati Uniti di mandare nei pressi della città di Kharkov il “THAAD” – sistema antimissile dell’esercito statunitense, destinato anche a colpire i missili balistici a medio e corto raggio. “Ciò diventerebbe un altro passo verso la destabilizzazione della situazione – ha dichiarato il portavoce di Putin.

I colloqui tra Putin e Macron sono durati quasi 6 ore e solo dopo la conferenza stampa, oramai mezzanotte sono riusciti a cenare, poi Macron ha voluto tornare a piedi in hotel attraversando la Piazza Rossa, forse aveva bisogno di aria fresca. Dopo i colloqui al Cremlino, Macron è appena atterrato a Kiev, dopo di che telefonerà di nuovo a Putin per riferire sui risultati e mettere a punto la situazione e come procedere oltre. Intanto Macron si è già preso il merito di aver “fermato la guerra”, appena atterrato a chi ha dichiarato che è riuscito a convincere Putin a non proseguire sul cammino della “escalation”. I giornali francesi scoppiano di frasi che sottolineano il grande successo e che Macron è riuscito ad ottenere la de-escalation. Davvero un successo incredibile, alla luce del fatto che alla Russia non è nemmeno mai passato per la mente di “andare per la via dell’escalation”.

FONTE: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-volete_fare_la_guerra_alla_russia_la_trascrizione_completa_dellintero_messaggio_di_putin_alleuropa/40832_45092/

APPELLO: Impedire il ritorno della guerra in Europa

L’appello. «È assolutamente urgente mobilitarsi per impedire il ritorno della guerra in Europa. Un conflitto potrebbe avere conseguenze inimmaginabili»

Nel secolo scorso l’Europa è stata dilaniata per ben due volte, nel corso di una generazione, dal flagello della guerra che ha causato sofferenze indicibili ai suoi popoli e una degradazione inconcepibile dell’umanità fino al male assoluto della Shoah.

La profonda aspirazione alla pace, a rendere impossibile di nuovo la guerra fra le nazioni europee è stata a fondamento della nascita della Comunità europea e del percorso che l’ha portata a trasformarsi in Unione Europea.

La caduta del muro di Berlino e lo scioglimento del Patto di Varsavia hanno fatto venire meno le ultime conseguenze della guerra fredda in Europa e creato la possibilità della convivenza pacifica di tutti i suoi popoli, dall’Atlantico agli Urali.

Purtroppo la distensione resa possibile dalla fine della guerra fredda non è stata coltivata; non è bastata la dissoluzione dell’Unione Sovietica per far venir meno lo spirito di contrapposizione dei due blocchi militari, come poteva fare prevedere l’allargamento del G7 alla Russia, capitolo che è stato frettolosamente chiuso.

L’allargamento ad est della NATO, che ha inglobato paesi che facevano parte della ex Unione Sovietica, ha comportato il dispiegamento di un dispositivo militare ostile ai confini della Russia; ciò costituisce obiettivamente una minaccia e come tale è stata percepita.

Questa situazione ha generato una nuova corsa agli armamenti, compreso il riarmo nucleare.

Si sono create, così, le condizioni per un nuovo tipo di guerra fredda molto più pericolosa della precedente, perché non più fondata su una contrapposizione ideologica ma su pulsioni nazionalistiche ancora meno controllabili.

L’esercizio del diritto all’autodeterminazione del popolo ucraino è stato fortemente condizionato dal tentativo della Russia, da un lato, e del blocco occidentale a guida USA, dall’altro, di trascinare questo Paese ognuno nel proprio campo di influenza.

Se la Russia ha occupato la Crimea e in seguito alimentato il conflitto del Donbass, la NATO ha assunto una posizione vissuta come provocazione politica e militare dalla Russia quando si è dichiarata disponibile ad accogliere Ucraina e Georgia nell’alleanza atlantica.

Adesso la tensione politica e militare fra i due schieramenti è arrivata a livelli insostenibili.

Una provocazione può arrivare da qualunque parte sul terreno e fare da detonatore ad un conflitto armato non più controllabile.

E’ assolutamente urgente mobilitarsi per impedire il ritorno della guerra in Europa.

Un conflitto potrebbe avere conseguenze inimmaginabili.

Si deve operare immediatamente per un raffreddamento della tensione politico-militare e l’unica strada percorribile è quella del blocco immediato di ogni escalation militare.

L’Unione Europea non deve farsi trascinare dalla NATO in una insensata corsa all’incremento delle minacce sul campo e ad un rilancio delle spese militari. L’Italia deve dissociarsi da questa politica e deve mandare un segnale chiaro a favore della distensione, che non ha alternative, opponendosi – com’è in suo potere – all’estensione nel territorio dell’Ucraina del dispositivo militare della NATO e al dispiegamento in Europa di nuovi missili e armi nucleari americane. E’ interesse dell’Italia e dell’Unione Europea avviare una trattativa per arrivare a condizioni che garantiscano la Russia dalla preoccupazione di un accerchiamento e consentano all’Ucraina di sviluppare la propria autonomia nazionale, in condizioni di indipendenza dai due blocchi, com’è avvenuto per la Finlandia durante la guerra fredda. Partendo dall’attuazione dell’accordo di Minsk, occorre negoziare una posizione di neutralità per l’Ucraina, non più avamposto militare della NATO ma terra d’incontro fra la civiltà russa e quella occidentale

Occorre agire adesso prima che sia troppo tardi.

Primi firmatari:

Domenico Gallo, Pietro Adami, Mario Agostinelli, Paola Altrui, Cesare Antetomaso, Pietro Antonuccio, Franco Argada, Franco Astengo, Gaetano Azzariti, Donata Bacci, Vittorio Bardi, Fausto Bertinotti, Mauro Beschi, Maria Luisa Boccia, Sergio Caserta, Enrico Calamai, Duccio Campagnoli, Giuseppe Cassini, Aurora D’Agostino, Roberto De Angelis, Claudio De Fiores, Tommaso Di Francesco, Piero Di Siena, Anna Falcone, Luigi Ferrajoli, Chiara Gabrielli,  Fausto Gianelli, Alfonso Gianni, Rossella Guadagnini, Elisabetta Grande, Alfiero Grandi, Roberto Lamacchia, Sergio Labate, Raniero La Valle, Alberto Leiss, Lidia Lo Schiavo, Federico Losurdo, Silvia Manderino, Antonio Mazzeo, Alberta Milone, Rossella Muroni, Gian Giacomo Migone, Tomaso Montanari, Alberto Negri, Daniela Padoan, Francesco Pallante, Pierluigi Panici, Valentina Pazè, Claudia Pedrotti, Livio Pepino, Giancarlo Piccinni, Carmelo Picciotto, Antonio Pileggi, Bianca Pomeranzi, Jacopo Ricci, Rodolfo Ricci, Marco Romani, Giovanni Russo Spena, Giuseppe Salmè, Lucia Salto, Gianluca Schiavon, Massimo Serafini, Paolo Solimeno, Gianni Tognoni, Fabrizio Tonello, Enrico Tonolo, Aldo Tortorella, Giulio Toscano, Stefania Tuzi, Nadia Urbinati, Angelo Viglianisi Ferraro, Massimo Villone, Vincenzo Vita, Gianluca Vitale, Mauro Volpi, Pietro Lunetto, Massimo Angrisano, Antonio Galante, Laura Salsi, Enrico Pugliese, Elisa Castellano.

Per aderire inviare una mail a:

coord.dem.costituzionale@gmail.com

red@emigrazione-notizie.org

cambiailmondo2012@gmail.com

FONTE: https://ilmanifesto.it/impedire-il-ritorno-della-guerra-in-europa/

La Russia ha ragione: L’Occidente ha promesso di non allargare la NATO e queste promesse non sono state mantenute

  • Gli eventi di tre decenni fa perseguitano la politica del presente

di Tarik Cyril Amar, storico tedesco dell’Università Koç di Istanbul che lavora su Russia, Ucraina ed Europa dell’Est, sulla storia della Seconda Guerra Mondiale, sulla Guerra Fredda culturale e sulla politica della memoria. Scrive su Twitter a @tarikcyrilamar.

Con la Russia che sfida l’unilateralismo occidentale in un modo che non si vedeva dalla fine dell’Unione Sovietica, due grandi questioni continuano a venire alla ribalta. Entrambe, sembra, sono centrate sul blocco militare di punta dell’America, la NATO.

In primo luogo, c’è l’affermazione di Mosca che c’era una promessa occidentale di non espandere la NATO oltre la sua area di guerra fredda. In secondo luogo, c’è l’affermazione occidentale che la NATO non può, e tanto meno non vuole, porre fine all’ammissione di nuovi stati membri.

Questa non è semplice retorica; questi sono punti cruciali. L’insistenza della Russia su una revisione approfondita e un reset completo e codificato delle relazioni di sicurezza post-Guerra Fredda con l’Occidente si basa sulla sua affermazione che le precedenti assicurazioni occidentali sono state infrante. Le chiacchiere e le promesse informali, dice il Cremlino, non sono più sufficienti perché si sono rivelate inaffidabili. Dall’altro lato della disputa, l’Occidente sta respingendo una richiesta chiave russa – fermare l’espansione della NATO – trincerandosi dietro la sua affermazione che la NATO deve semplicemente tenere la porta aperta a nuovi membri.

Entrambe le affermazioni possono essere verificate. Diamo un’occhiata ai fatti. Mosca ha ragione nell’affermare che l’Occidente non ha mantenuto le sue promesse.

Tali promesse sono state fatte due volte alla Russia, come dato di fatto. Nel 1990, durante i negoziati per l’unificazione della Germania dell’Ovest e dell’Est, e poi, di nuovo, nel 1993, quando la NATO stava estendendo la sua politica di Partnership for Peace verso est. In entrambi i casi, le assicurazioni furono date dai segretari di stato americani, James Baker e Warren Christopher, rispettivamente. E in entrambi i casi, si sono presi la responsabilità di parlare, in effetti, per tutta la NATO.

Nonostante le prove evidenti, ci sono ancora pubblicisti occidentali e persino politici attivi che negano o relativizzano questi fatti, come, per esempio, il rievocatore della guerra fredda ed ex ambasciatore americano in Russia Michael McFaul. Affrontiamo le loro obiezioni.

Per quanto riguarda le promesse del 1993, il caso è estremamente semplice. Come Angela Stent – un’esperta di politica estera americana ampiamente riconosciuta e praticante senza pregiudizi a favore della Russia – ha riassunto nel 2019, due “ambasciatori statunitensi… hanno poi ammesso che Washington ha rinnegato le sue promesse” – del 1993, cioè – “offrendo successivamente l’adesione all’Europa centrale.” L’allora presidente russo Boris “Eltsin aveva ragione di credere che le promesse esplicite fatte… sul fatto che la NATO non si sarebbe allargata in un futuro prevedibile sono state infrante quando l’amministrazione Clinton ha deciso di offrire l’adesione” – e non solo il partenariato, come Christopher aveva assicurato a Eltsin – “all’Europa centrale.”

Il caso del 1990 è un po’ più complicato, ma non molto. Anche lì, la prova di una promessa esplicita è chiara. Ecco il massimo esperto americano, Joshua Shifrinson – come Stent al di là di ogni sospetto di favorire la Russia – sulla questione, scrivendo nel 2016:

“All’inizio del febbraio 1990, i leader statunitensi fecero un’offerta ai sovietici… Il Segretario di Stato James Baker suggerì che in cambio della cooperazione sulla Germania, [gli] Stati Uniti potevano dare “garanzie di ferro” che la NATO non si sarebbe espansa “di un centimetro verso est”… Il presidente sovietico Mikhail Gorbaciov accettò di iniziare i colloqui per la riunificazione. Nessun accordo formale è stato raggiunto, ma da tutte le prove, il quid pro quo era chiaro: Gorbaciov ha accettato l’allineamento occidentale della Germania e gli Stati Uniti avrebbero limitato l’espansione della NATO”.

Per essere chiari, Shifrinson, uno studioso attento, ha anche spiegato che i negoziatori e i leader americani hanno iniziato a tornare indietro su questa promessa molto rapidamente. Ma questo non fa alcuna differenza rispetto a due fatti: Primo, la promessa è stata fatta, e la tempistica suggerisce fortemente che ha avuto importanza per l’acquiescenza della Russia all’unificazione tedesca a condizioni interamente occidentali. In altre parole: Mosca ha mantenuto la sua parte dell’accordo, l’Occidente no. In secondo luogo, anche mentre si faceva rapidamente marcia indietro internamente, i politici americani hanno continuato a dare alla Russia la – falsa – impressione che i suoi interessi di sicurezza sarebbero stati considerati. In altre parole, la promessa iniziale – e consequenziale – non è stata solo infranta; l’inganno è stato seguito da un inganno ancora maggiore.

I rappresentanti dell’Occidente che ancora negano ciò che è successo nel 1990, come Mark Kramer, per esempio, citano spesso anche l’ex presidente sovietico Gorbaciov: egli ha dichiarato, dopo tutto, che la famigerata promessa di “non un pollice” si riferiva strettamente solo alla Germania dell’Est. Quindi, sostengono i difensori dell’Occidente, non si trattava affatto della NATO oltre la Germania dell’Est.

Francamente, anche se popolare, questo è un argomento straordinariamente sciocco: In primo luogo, Gorbaciov ha un comprensibile interesse a non essere ritenuto responsabile del fiasco della politica di sicurezza che ha permesso alla NATO di espandersi a suo piacimento. In secondo luogo, anche se i negoziati del 1990 riguardavano strettamente la Germania dell’Est, ricordate il loro contesto reale: L’Unione Sovietica era ancora lì e così il Patto di Varsavia. Quindi, due cose sono ovvie – a patto che tutti discutiamo in buona fede: Primo, in termini specifici, la promessa del 1990 poteva riguardare solo la Germania dell’Est. E, secondo, implicava chiaramente che tutto ciò che si trovava a est della Germania dell’Est sarebbe stato, semmai, ancora più – non meno – off-limits per la NATO.

Un’altra linea di difesa occidentale può essere descritta solo come fondamentalmente disonesta: la NATO stessa – e apparentemente anche l’attuale segretario di stato americano Antony Blinken – ora improvvisamente ricordano che “gli alleati della NATO prendono decisioni per consenso e queste sono registrate. Non c’è nessuna registrazione di una tale decisione presa dalla NATO. Le assicurazioni personali dei singoli leader non possono sostituire il consenso dell’Alleanza e non costituiscono un accordo formale della NATO”.

Sembra fantastico! Se solo James Baker e Christopher Warren l’avessero saputo quando hanno fatto le loro promesse sulla NATO a Gorbaciov e poi a Eltsin!

Seriamente? Due segretari di stato americani si rivolgono a Mosca come se avessero il diritto di parlare per la NATO e plasmarla. Mosca, molto plausibilmente – dato il modo in cui funziona realmente la NATO – presume che possano farlo. E quando queste promesse non vengono mantenute, è un problema della Russia? Notizia flash: se si segue davvero questa logica contorta, si sarebbe giustificata anche l’invasione sovietica dell’Afghanistan come “aiuto fraterno”. Perché formalmente è quello che “era”.

Che dire dell’affermazione dell’Occidente che la NATO deve mantenere una politica di “porte aperte”, o, detto diversamente, non può assolutamente concordare con la Russia di smettere di espandersi? Questa affermazione, a differenza di quella di Mosca sulle promesse della NATO, non è corretta. Ecco perché:

La NATO sostiene che la sua incapacità di chiudere le sue porte è basata sul trattato NATO, la sua costituzione, per così dire. Ecco l’argomentazione della NATO in originale:

“La ‘politica della porta aperta’ della NATO si basa sull’articolo 10 del documento fondatore dell’Alleanza, il Trattato del Nord Atlantico”, che “afferma che l’adesione alla NATO è aperta a qualsiasi ‘Stato europeo in grado di promuovere i principi del presente trattato e di contribuire alla sicurezza dell’area del Nord Atlantico’”. E che “qualsiasi decisione sull’allargamento deve essere presa ‘all’unanimità’… Negli ultimi 72 anni, 30 paesi hanno scelto liberamente, e in conformità con i loro processi democratici interni, di entrare nella NATO. Questa è la loro scelta sovrana”.

Se tutto ciò fosse corretto, sarebbe ancora una forzatura credere che tali cose non possano mai essere cambiate – come se fossero una forza naturale simile alla gravità – ma, almeno, potremmo capire perché è una sfida fare tali cambiamenti.

Eppure, in realtà, in questo caso non c’è motivo di accettare l’interpretazione sorprendentemente inverosimile e incoerente della NATO del suo stesso documento fondatore. Perché ciò che l’articolo 10 dice in realtà è che la porta è aperta a ogni stato europeo che può “contribuire alla sicurezza dell’area del Nord Atlantico” e che l’ammissione di qualsiasi stato al blocco può avvenire solo con il “consenso unanime” di tutti gli attuali membri della NATO.

Niente di tutto questo, in realtà, contraddice la possibilità che la NATO un giorno dichiari che per il futuro (illimitato o con date precise) nessun altro stato può contribuire alla sua sicurezza e quindi nessun altro stato può essere ammesso. La NATO avrebbe tutto il diritto di farlo; e l’articolo 10 andrebbe perfettamente bene.
Detto diversamente: La “politica della porta aperta” della NATO è esattamente questo: una politica. Non è una legge naturale e nemmeno qualcosa che la NATO è obbligata a fare dal suo stesso documento costitutivo (che comunque non vincolerebbe nessun altro, in realtà). Una politica, tuttavia, è ovviamente aperta alla revisione. Le affermazioni della NATO che “non può” smettere di ammettere è, quindi, strettamente insensata. In realtà, sceglie di non voler smettere di ammettere, purtroppo.

In sintesi, la Russia ha ragione: L’Occidente ha promesso di non allargare la NATO, e queste promesse non sono state mantenute. La NATO ha torto: può, in realtà, chiudere la porta, solo che non ne ha voglia.

Queste cose, in realtà, non sono difficili da capire. Quindi, ciò che è forse più preoccupante delle narrazioni occidentali attualmente dominanti su questi temi non è nemmeno che siano errate, ma che, apparentemente, parti delle élite occidentali, intellettuali e politiche, credono davvero alle loro stesse sciocchezze. Ma speriamo che stiano deliberatamente distorcendo la verità. Perché altrimenti hanno iniziato a credere alla loro stessa propaganda. E se questo è il caso, è molto difficile vedere come i negoziati potranno mai avere successo.

Russia is right: The West promised not to enlarge NATO & these promises were broken

  • The events of three decades ago are haunting the politics of the present

By Tarik Cyril Amar, a historian from Germany at Koç University in Istanbul working on Russia, Ukraine, and Eastern Europe, the history of World War II, the cultural Cold War, and the politics of memory. He tweets at @tarikcyrilamar.

With Russia challenging Western unilateralism in a way not seen since the end of the Soviet Union, two major issues keep coming to the fore. Both, it seems, are centered on America’s flagship military bloc, NATO.

First, there is Moscow’s claim that there was a Western promise not to expand NATO beyond its Cold War area. Second, there is a Western claim that NATO cannot, let alone will not, put an end to admitting new member states. 

This is no mere rhetoric; these are crucial points. Russia’s insistence on a thorough review and comprehensive, bindingly codified reset of post-Cold War security relations with the West hinges on its claim that prior Western assurances were broken. Talk and informal promises, the Kremlin says, are not enough anymore because they have turned out to be unreliable. On the other side of the quarrel, the West is rejecting a Russian key demand – to stop NATO expansion – by entrenching itself behind its claim that NATO simply must keep the door open to new members. 

Both claims can be verified. Let’s take a look at the facts. Moscow is right in its assertion that the West has broken its promises.

Such pledges were made twice to Russia, as a matter of fact. In 1990, during the negotiations over the unification of West and East Germany, and then, again, in 1993, when NATO was extending its Partnership for Peace policy eastward. In both cases, the assurances were given by US secretaries of state, James Baker and Warren Christopher, respectively. And in both cases, they took it upon themselves to speak, in effect, for NATO as a whole.

Despite clear evidence, there are still Western publicists and even active politicians who deny or relativize these facts, such as, for instance, Cold War Re-Enactor and former American ambassador to Russia Michael McFaul. Let’s address their objections.

Regarding the 1993 promises, the case is extremely simple. As Angela Stent – a widely recognized American foreign policy expert and practitioner with no bias in Russia’s favor – has summarized it in 2019, two “US ambassadors… later admitted that Washington reneged on its promises” – of 1993, that is – “by subsequently offering membership to Central Europe.” Then-Russian president Boris “Yeltsin was correct in believing that explicit promises made… about NATO not enlarging for the foreseeable future were broken when the Clinton administration decided to offer membership,” – and not merely partnership, as Christopher had assured Yeltsin – “to Central Europe.”   

The 1990 case is a little more complicated, but not much. There, too, the evidence for an explicit promise is clear. Here is the foremost American expert, Joshua Shifrinson – like Stent beyond any suspicion of favoring Russia – on the issue, writing in 2016:  

“In early February 1990, U.S. leaders made the Soviets an offer… Secretary of State James Baker suggested that in exchange for cooperation on Germany, [the] U.S. could make ‘iron-clad guarantees’ that NATO would not expand ‘one inch eastward.’… Soviet President Mikhail Gorbachev agreed to begin reunification talks. No formal deal was struck, but from all the evidence, the quid pro quo was clear: Gorbachev acceded to Germany’s western alignment and the U.S. would limit NATO’s expansion.”

To be clear, Shifrinson, a careful scholar, has also explained that American negotiators and leaders started going back on this promise very quickly. But that makes zero difference to two facts: First, the promise was made, and timing suggests strongly that it mattered to Russia’s acquiescence to German unification on entirely Western terms. In other words: Moscow kept its part of the deal, the West did not. Second, even while rapidly backpedaling internally, American politicians continued to give Russia the – false – impression that its security interests would be considered. Put differently, the initial – and consequential – promise was not only broken; the deception was followed up with even more deception.

Those representatives of the West still in denial of what happened in 1990, such as Mark Kramer, for instance, also often quote former Soviet president Gorbachev: He has stated, after all, that the infamous “not-one-inch” promise referred strictly to East Germany only. Hence, the West’s defenders argue, it wasn’t about NATO beyond East Germany at all.  READ MORE: Can Russia do a deal with the West?

Frankly, though popular, that is an extraordinarily silly argument: First, Gorbachev has an understandable interest in not being held responsible for the security-policy fiasco of letting NATO expand as it liked. Secondly, even if the 1990 negotiations were strictly about East Germany, please remember their real context: The Soviet Union was still there and so was the Warsaw Pact. Thus, two things are obvious – as long as we all argue in good faith: First, in specific terms, the 1990 promise could only be about East Germany. And, second, it of course clearly implied that anything east of East Germany would be, if anything, even more – not less – off-limits to NATO.

Another line of Western defense can only be described as fundamentally dishonest: NATO itself – and apparently the current American secretary of state Antony Blinken as well – now quite suddenly remember that “NATO Allies take decisions by consensus and these are recorded. There is no record of any such decision taken by NATO. Personal assurances from individual leaders cannot replace Alliance consensus and do not constitute formal NATO agreement.” 

That sounds great! If only James Baker and Christopher Warren had known about it when making their promises about NATO to Gorbachev and then Yeltsin!

Seriously? Two US secretaries of state address Moscow as if they had the right to speak for and shape NATO. Moscow, very plausibly – given the way NATO really works – assumes that they can. And when these promises are then broken, that is Russia’s problem? News flash: If you really follow that twisted logic, you would have justified the Soviet invasion of Afghanistan as “fraternal help” as well. Because formally that’s what it “was.”

What about the West’s contention that NATO must maintain an “open door” policy, or, put differently, cannot possibly agree with Russia to stop expanding? That claim, unlike Moscow’s about NATO promises, is incorrect. Here’s why:

NATO argues that its inability to ever close its doors is based on the NATO treaty, its constitution, as it were. Here is NATO’s argument in the original:

“NATO’s ‘Open Door Policy’ is based on Article 10 of the Alliance’s founding document, the North Atlantic Treaty,” which “states that NATO membership is open to any ‘European state in a position to further the principles of this Treaty and to contribute to the security of the North Atlantic area’.” And that “any decision on enlargement must be made ‘by unanimous agreement.’… Over the past 72 years, 30 countries have chosen freely, and in accordance with their domestic democratic processes, to join NATO. This is their sovereign choice.” 

If all of the above were correct, it would still be a stretch to believe that such things can never be changed – as if they were a natural force akin to gravity – but, at least, we could understand why it is a challenge to make such changes.

Yet, in reality, in this case there is no reason to accept NATO’s surprisingly far-fetched and inconsistent interpretation of its own founding document. Because what Article 10 actually says is that the door is open to every European state that can “contribute to the security of the North Atlantic area” and that the admission of any such state to the bloc can only happen by the “unanimous consent” of all current NATO members. 

None of this, actually, contradicts the possibility of NATO one day stating that for the future (unlimited or with precise dates) no further states can possibly help “contribute” to its security and therefore no further states can be admitted. NATO would be entirely within its rights doing so; and Article 10 would be perfectly fine.  READ MORE: Russia & NATO fail to find common ground – Moscow

Regarding NATO’s statement that it is every European state’s sovereign right to “join,” it does not withstand elementary scrutiny: If that were so, then both the “unanimous consent” of all current members and the distinction between applying and joining would be meaningless. That is an obviously absurd position. In reality, states have a right to apply, not to join – by NATO’s own rules, which someone at NATO seems to very badly misunderstand. 

Put differently: NATO’s “Open Door Policy” is exactly that: a policy. It is not a natural law or even something that NATO is obliged to do by its own founding document (which would still not bind anyone else, actually). A policy, however, is, of course, open to revision. NATO’s claims that it “cannot” stop admitting is, therefore, strictly nonsensical. In reality, it chooses not to want to stop admitting, unfortunately.

In sum, Russia is right: The West promised not to enlarge NATO, and these promises were broken. NATO is wrong: It can, actually, shut the door; it just doesn’t feel like it.

These things are, actually, not hard to grasp. Hence, what is perhaps most worrying about the currently dominant Western narratives on these issues is not even that they are incorrect but that, apparently, parts of the Western elites, intellectual and political, really believe their own nonsense. But let’s hope they are deliberately distorting the truth. Because otherwise they have started buying into their own propaganda. And if that is the case, it is very hard to see how negotiations will ever succeed.

FONTE: https://www.rt.com/russia/546074-russia-nato-relations-lie/

Turchia Russia Usa

Tonino D’Orazio. 12 aprile 2021.

Washington ha bisogno di un’Unione Europea forte al suo comando quindi ha dato diverse istruzioni, in particolare per mantenere buoni rapporti con la Turchia, nonostante le varie pesanti controversie in corso (delimitazione dei confini nel Mediterraneo orientale; occupazione militare di Cipro, Iraq e Siria; violazione dell’embargo ONU in Libia; ingerenza religiosa in Europa; Nato sì, Nato no? Minacce dirette alla Grecia; tralasciamo il problema diritti umani, in genere non c’entrano con gli affari).

Soprattutto, Erdogan sa che una minoranza di turchi nutre ancora il sogno di entrare a far parte dell’Unione Europea (sono più di 4 milioni i turchi in Germania) e che sta inglobando i paesi dell’Europa dell’Est. È nel quadro della sua strategia di ridistribuzione dell’influenza turca sull’Europa orientale, il cui territorio è stato per secoli il campo di manovra dell’Impero Ottomano, che Erdogan pensa che l’Unione Europea possa servire anche gli interessi della Turchia.

La porta della Turchia verso l’Europa orientale è l’Ucraina, un paese instabile in conflitto con la Russia. Tuttavia, l’Unione Europea sta manovrando in Ucraina per conto di Washington come parte della strategia di contenimento e destabilizzazione di Russia e Bielorussia.

La marcia sul filo del rasoio della Turchia tra Mosca e Washington è un successo: da un lato la Turchia acquisisce sofisticati sistemi d’arma russi come i missili S-400 e dall’altro vende i suoi droni Bayraktar all’Ucraina; in un solo movimento, la Turchia si avvicina alla Russia pur rimanendo un alleato strategico e indispensabile degli Stati Uniti. Per Erdogan, l’Europa è il minimo indispensabile. Tuttavia, l’UE può aiutare. Erdogan è il guardiano. Può aprire la porta del diluvio migratorio su una fortezza Europa chiusa a chiave. Quest’ultima preferisce pagare un servizio (e molti altri perché i turchi detengono fascicoli molto sensibili sulle attività clandestine di alcuni paesi europei, vedi lo scambio feroce con Macron) e proteggersi così da una crisi causata in primo luogo dalla politica irregolare di un’Unione, seguendo un’agenda che non è mai stata la sua.

La scusa dell’Ucraina. Una serie di discussioni informate convergono su quelli che potrebbero essere i tre obiettivi principali dell’egemone americano in tutto questo casino, tranne la guerra: provocare una spaccatura irreparabile tra Russia e UE (ormai ci siamo sempre più vicini), sotto gli auspici della NATO (vedi le manovre previste); far fallire il gasdotto Nord Steam 2 (sono in atto sabotaggi e pirataggi nella costruzione degli ultimi 35Km); e aumentare i profitti del complesso industriale militare nel campo degli armamenti., unica e vera industria pesante rimasta agli Usa, persa quella delle automobili e degli aerei civili (cfr Boing).

È così, le forze armate statunitensi occupano parti dell’Europa per “difenderla” da (da chi altri?) quei dannati russi. Questa è la ragion d’essere dell’annuale Operazione DEFENDER-Europe 21 dell’esercito americano, che attualmente si protrae fino alla fine di giugno e coinvolge 28.000 soldati degli Stati Uniti e 25 alleati e “partner” della NATO. In questi prossimi mesi, uomini e attrezzature pesanti già predisposti in tre depositi dell’esercito americano, in Italia, Germania e Paesi Bassi verranno spostati in più “aree di addestramento” in 12 paesi. Nessun confinamento in un esercizio all’aperto poiché tutti sono stati vaccinati contro il Covid-19 e avranno le mascherine cinesi.

In realtà si tratta di continuare a isolare diplomaticamente e militarmente la Russia. Se Erdogan, un piede nella Nato e un piede in una rinnovata e storica ideologia dell’antico Impero turco (ormai è presente dappertutto in Medio Oriente). Fa accordi di convenienza con tutti, persino in modo stretto con Israele. Prende soldi da tutti. Minaccia e ricatta l’Europa. Il “sofagate” potrebbe essere profondamente simbolico e dimostrare che in fondo non era previsto un posto di ordine pari per i valvassini. Spera di continuare a divorare e occupare territori altrui. (Se può farlo Israele!). Accordo con Israele e regni arabi per bloccare Cina Iran Siria e musulmani sciiti, ma soprattutto la Nuova Via della Seta, (altro cruccio americano), anche se intende poi esserne beneficiario. Doppio gioco con Russia. Pacificatore armato in Libia (a favore governo Onu. Sic.) facendo fuori gioco francesi e italiani (tentativo stupido di recupero di Draghi). Impegno in Yemen. Costruzione di porti commerciali/militari in Mediterraneo e nel Golfo di Aden. Gli inglesi dopo Brexit riprendono in mano la loro ideologia imperiale e militar/marittima. Erdogan è l’elemento migliore anti espansione russa nelle acque Mediterranee. Almeno lo fa credere. Però sa che è diventato punto di equilibrio tra i due campi.

Allora mette mano anche nell’Ucraina e dovunque c’è confusione o situazione critica.

È abbastanza chiaro che la Turchia persegue obiettivi geostrategici specifici in Ucraina con il pretesto di un partenariato strategico con Kiev. Questi obiettivi turchi non hanno nulla a che fare con gli obiettivi strategici dell’egemonia perseguiti da Washington e dalla NATO volti a indebolire la Russia, ma aiutano. Non è questione di pragmatismo, Erdogan ha già consegnato alla Russia i progetti di costruzione di centrali nucleari (meno costi di quelli russi), figuriamoci con i contratti d’acquisto dei missili s400 e altre costruzioni navali per un giro di miliardi.

Ma perché la Turchia punta sempre al recupero di parte del territorio ucraino. La proposta di assistenza militare turca a Kiev e lo svolgimento di, ultimamente, un Consiglio strategico turco-ucraino a Istanbul è rivolta meno alla Russia con la quale, come detto, la Turchia ha un rapporto ambiguo ma spesso stretto che però gli permette un pieno ingresso nel pandemonio ucraino e altrove. (fonte: TRT).

Con un alleato come Erdogan, il presidente ucraino Zelensky ora non ha bisogno di nemici. La vaga allusione turca all’assistenza per la “liberazione della Crimea” la dice lunga sulla nuova strategia turca così come si è svolta in Siria, Libia e Iraq. Per la Turchia, la Crimea rimane un ex territorio ottomano e l’influenza di Ankara sui musulmani di Crimea rimane una leva piuttosto formidabile. La Russia, inoltre, ha recuperato la Crimea grazie al contributo decisivo delle proprie popolazioni musulmane nel Caucaso, e più in particolare delle forze speciali cecene. Tuttavia, il sultano ha parlato, niente più, di mantenere la Crimea nella zona di influenza di Kiev. L’importante è mettere un piede dappertutto ed essere presente, non sempre con truppe regolari, ma con quelle degli amici volontari Daesh (Isis) siriani, ormai sparsi in tutte le aree di crisi. (mancava l’Ucraina).

In questo articolo ci sono varie contraddizioni, ma sono dovute al muoversi contraddittorio di Erdogan stesso con la politica di un colpo al cerchio e uno alla botte.

DAVOS-2021: La fase riflessiva del capitalismo. L’intervento di Vladimir Putin (VIDEO)

https://zen.yandex.ru/media/id/5ed8714a27fb6c647cd4e4dc/intervento-di-putin-a-davos-6011a0e08b595f6198c00879

(Traduzione in Italiano di Mark Bernardini – post su Facebook)

Russia e Covid-19: dramma e potenzialità

di Stojan Spetič *

*) Giornalista; già Senatore della Repubblica (PCI)

Si può scrivere che la Russia è in ginocchio? Forse sì, ma potrebbe anche rialzarsi. Dipenderà dalle scelte politiche ed economiche che stanno dinnanzi alla sua classe dirigente. Perché i nodi stanno arrivando al pettine.

Da più decenni il paese vive di un’economia capitalista alquanto debole in cui lo Stato sopravvive grazie all’esportazione delle proprie enormi risorse di petrolio e gas naturale. I governi che si sono succeduti, da Gorbačev fino a Putin, hanno privatizzato gran parte dell’industria nazionale divenuta terreno di caccia di pochi oligarchi. Quasi tutti i governi hanno seguito politiche neoliberali sfrenate, solo parzialmente frenate da Putin per i suoi fini populisti e come conseguenza della crescente forza dell’opposizione comunista in grado di mobilitare milioni di lavoratori del braccio e della mente e di governare immense regioni del paese più esteso del pianeta. Continua a leggere

In una settimana il mondo è cambiato

di Alberto Negri (da Il Manifesto del 17/10/19)

La guerra siriana. Sanzioni ad Ankara? Bene! Ma il 70% dei prestiti delle aziende turche sono con banche europee e sono migliaia le società delocalizzate in Turchia (anche Barilla e Benetton). L’atlantismo è sul viale del tramonto. L’obiettivo di Mosca: non ci sarà più un altro Kosovo (’99), né un’altra Libia (2011), né rivoluzioni «colorate», compreso il Venezuela.

In una settimana il mondo è cambiato: è arrivato il Capo, quello vero. Questa non è una guerra come le altre: il mondo uscito dal crollo del muro di Berlino nell’89 è cambiato ancora una volta. Continua a leggere

Il nuovo ordine mondiale a 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino

Cartina tratta da LIMES

Pubblichiamo uno stralcio dell’intervento di Andrea Vento in preparazione dell’iniziativa dedicata a “Il nuovo ordine mondiale a 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino” di martedì 23 luglio presso la Festa di Liberazione di Poggibonsi (Siena),

 

Sintesi storico-geopolitica della fase post-bipolare

La fine del bipolarismo, iniziata con la caduta del Muro di Berlino nel novembre 1989 e sancita dalla disgregazione dell’Urss nel dicembre del 1991, ha aperto una nuova fase storica che autorevoli analisti hanno denominato “Nuovo ordine mondiale”. Da una periodo storico protrattosi per circa 45 anni e caratterizzato dal predominio geopolitico e militare globale di Usa e Urss, si è repentinamente passati ad un nuovo scenario internazionale dominato da un’unica superpotenza. Continua a leggere

Siria: Corbyn e Mélenchon contro l’attacco alla Siria. Cuba, Bolivia, Venezuela condannano l’azione

Esponenti di quella sinistra che non ha abbandonato il pacifismo

In un’Europa drammaticamente allineata alla linea guerrafondaia del trio Trump, May, Macron, emergono alcuni leader politici che continuano a portare avanti alcuni concetti fondamentali come il rispetto del diritto internazionale e la salvaguardia della pace. Una circostanza non scontata visto il clima neomaccartista che si è venuto a creare sulle due sponde dell’oceano Atlantico.

Tra questi vi è sicuramente il laburista inglese Jeremy Corbyn. Lo storico esponente della sinistra britannica già prima dell’attacco quando iniziava a risuonare l’eco dei primi tamburi di guerra aveva ammonito le potenze occidentali dal non compiere atti unilaterali e contrari al diritto internazionale, oltre che al buon senso. Continua a leggere

Guerra in Siria, ecco perché l’Italia non deve cascarci di nuovo (almeno stavolta)

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di Fulvio Scaglione

Il nuovo Governo nascerà, forse, a causa dell’urgenza bellica. Ma la nostra eventuale partecipazione alla guerra siriana è sintomo che non sappiamo stare nelle alleanze. Vedi i precedenti disastrosi di Iraq e Libia, e non solo

Adesso forse sì che avremo un Governo, visto che ci dobbiamo attrezzare alla guerra di Usa-Francia-Regno Unito alla Russia per interposta Siria. Un Governo del Presidente, magari, con tutti dentro, perché l’ora è solenne, il Paese non può restare senza guida, il funzionamento delle Camere e bla bla bla. Il che, naturalmente, equivale ad ammettere che l’Italia la governano altri e che l’agenda di Washington ci mette in riga anche quando siamo divisi su tutto. Ma pazienza. Così va spesso il mondo… voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo, com’era scritto nelle pagine dei Promessi sposi che lo stesso Manzoni aveva definito “la notte degli imbrogli e dei sotterfugi”. Continua a leggere

La debàcle occidentale in Siria secondo i russi


Per un paese sovrano e neutrale


Gli straordinari tweets di Trump

di Tonino D’Orazio

Incredibile. Mai vista una strategia militare in cui uno dice:“sto arrivando con i missili nuovi e belli” affinché l’altro si possa preparare. Sembra una scenetta da teatro dell’arte con Capitan Fracassa. Trump non è completamente stupido e sembra quasi prevenire la Russia che per “la forma” deve colpire la Siria. Né strategicamente, conoscendo la determinazione e l’armamentario russo, può pensare di inviare una semplice fregata con quattro barchette d’appoggio. Ovviamente il dispiegamento hollywoodiano vero deve ancora avvenire. Stessa cosa per Macron, con una semplice fregata. Un po’ più insidiosa e nascosta la cugina May con un sommergibile visto che i loro aerei, non all’altezza, sarebbero in grave difficoltà. Pur di non toccare gli americani sono loro a rischiare i primi effetti collaterali come anelli deboli. Continua a leggere

In crisi l’impero americano d’Occidente

di Manlio Dinucci

La guerra dei dazi scatenata dagli Usa contro la Cina e le nuove sanzioni contro la Russia sono segnali di una tendenza che va oltre gli attuali eventi. Per comprendere quale sia, si deve risalire a una trentina di anni fa. Nel 1991 gli Stati uniti, usciti vincitori dalla guerra fredda e dalla prima guerra del dopo guerra fredda, quella del Golfo, dichiarano di essere rimasti «il solo Stato con una forza, una portata e un’influenza in ogni dimensione – politica, economica e militare – realmente globali» e che nel mondo «non esiste alcun sostituto alla leadership americana». Fidando sull’egemonia del dollaro, sulla portata globale delle proprie multinazionali e dei propri gruppi finanziari, sul controllo delle organizzazioni internazionali (Fmi, Banca mondiale, Wto), gli Stati uniti promuovono il «libero commercio» e il «libero movimento di capitali» su scala globale, riducendo o eliminando dazi e regolamenti. Sulla loro scia si muovono le altre potenze dell’Occidente. La Federazione Russa, in profonda crisi dopo la disgregazione dell’Urss, viene considerata da Washington facile terra di conquista, da smembrare per meglio controllarne le grandi risorse. Continua a leggere

“Occidente / Oriente LA FRATTURA”

Nuovo libro di Agostino Spataro

Dedicato ad Aldo Moro e a Enrico Berlinguer

 

(In copertina: soldati Usa all’assalto della Ziqqurat di Ur durante l’aggressione all’Iraq. Il monumento, innalzato dai Sumeri intorno al 2000 a.C., era consacrato al Dio Luna e simboleggiava l’unione cosmica tra Terra e Cielo, tra uomini e dei. Foto da Google)

 

 

Introduzione

La frattura, le fratture

1…           Questo lavoro ha uno scopo prevalentemente archivistico, ma vuole essere anche una  testimonianza del travaglio che stiamo vivendo in questa lunga e confusa fase di transizione dal vecchio al nuovo ordine internazionale. Continua a leggere

Siria, la guerra non deve finire

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di Tommaso Di Francesco

Medio Oriente. Chi guadagna dall’accusare Damasco di un presunto attacco al gas nervino o al cloro? Per rispondere bisogna sottolineare tre elementi: i due cosiddetti attacchi precedenti; l’attuale crisi di legittimità di Trump, lo scatenatore di dazi sotto tiro ancora per il Russiagate; il ruolo di Israele mentre gioca con prepotenza criminale e altrettanta impunità al tiro al piccione con le vite dei civili palestinesi a Gaza. Continua a leggere

Appello della Lista No Nato per fermare la guerra imperialista in Siria

Gli Usa, il Regno Unito, la Francia, Israele, con la Nato al seguito, dopo averlo minacciato, preparano un attacco alla Siria, Stato arabo laico, democratico e socialista  ancora in piedi dopo 7 anni di aggressione e massacri, attacco che inevitabilmente coinvolgerà i suoi alleati, russi, iraniani e Hezbollah e non potrà non provocare reazioni e  culminare in una catastrofe planetaria, addirittura nucleare. Continua a leggere

“L’Italia espelle diplomatici russi in servile ossequio alla fedeltà atlantica e sulla base di fake news!”

Dal comunicato della Rete NoWar:

“L’Italia espelle diplomatici russi in servile ossequio alla fedeltà atlantica e sulla base di fake news!”

Con l’affare Skripal, la Gran Bretagna aizza la Guerra Fredda. Orchestra una grossolana montatura contro la Russia e poi, all’unisono, quasi tutti i paesi della NATO espellono “per solidarietà” oltre 100 diplomatici russi. Eppure la GB ha emesso un verdetto senza prove, senza inchiesta indipendente, senza far vedere i rilievi del laboratorio. Un linciaggio bell’e buono. Continua a leggere

L’AVVERTIMENTO NUCLEARE DI PUTIN

di Manlio Dinucci (da Il Mnifesto del 9/3/2018)

Il discorso del presidente russo Putin sullo stato della nazione, dedicato alle questioni interne e internazionali, ha suscitato in Italia scarso interesse politico-mediatico e qualche commento ironico. Eppure dovrebbe essere ascoltato con estrema attenzione. Continua a leggere

Una minaccia si aggira per il mondo: E’ il Twit di Putin

di Tonino D’Orazio

Ormai non vi sono elezioni occidentali (le altre sembrano non contare), in cui i perdenti diffidino Putin di aver aiutato, con i suoi Twitter, i loro rivali a farli perdere. Insomma una nuova organizzazione criminale telematica, contro le certezze dei partiti che comandano e che perennemente risorgono, allunga la sua ombra minacciosa sull’occidente. Continua a leggere

Situazioni internazionali in filigrana

di Tonino D’Orazio

Mentre siamo occupati morbosamente da giorni, nel mese di ottobre, dall’indignazione, giusta, contro il produttore-magnate cinematografico, Weinstein, con comportamento immorale verso attrici del bel set, nel mondo avvenivano altri fatti molto importanti. E magari in Italia allo spostamento dei prepensionati lavoratori “usurati” in mano all’Ape, cioè al mutuo bancario, perché la Fornero non si tocca. Continua a leggere

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