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Le radici della sollevazione palestinese

di Andrea Vento

Analisi del contesto geopolitico in cui è avvenuto il passaggio di Israele dallo status di impunità giuridica internazionale sostanziale a quella formale, ripercorso attraverso la disamina delle 74 Risoluzioni Onu di condanna.

L’improvvisa esplosione delle proteste palestinesi a Gerusalemme Est nei primi giorni di maggio che hanno acceso la miccia del conflitto armato fra Israele e la Striscia di Gaza, degli scontri nelle città a popolazione mista all’interno dello stato di ebraico e, in Cisgiordania, fra esercito e popolazione palestinese, se da un lato ha sorpreso l’opinione pubblica e la politica internazionale, dall’altro non ha colto impreparati gli osservatori più attenti e gli analisti delle vicende mediorientali.

Ad oltre una settimana dell’inizio dello scontro armato, mentre si contano già oltre 200 morti palestinesi, la politica e la diplomazia internazionale, salvo rare eccezioni, tacciono, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu è bloccato dal veto degli Stati Uniti e l’Unione Europea si limita ad annunciare un blando vertice dei Ministri degli esteri. Il silenzio assordante di chi ha il compito e gli strumenti per poter imporre un “cessate il fuoco” è rotto dalle urla delle manifestazioni che da alcuni giorni, nei paesi occidentali e in Medio Oriente, stanno chiedendo il rispetto dei diritti dei palestinesi e di far tacere le armi. Un atto indubbiamente necessario per impedire un ulteriore spargimento di sangue di civili inermi, ma che deve rappresentare solo il primo passo sulla strada della risoluzione dell’annosa questione che tutt’oggi, ad oltre 50 anni dall’inizio dell’occupazione militare israeliana dei Territori Palestinesi, costituisce, oltre che fonte di negazione di diritti e di oppressione, una piaga aperta e fonte di instabilità perdurante nell’intero Medio Oriente.

La confisca delle abitazioni a 28 famiglie palestinesi nel quartiere di Sheikh Jarrah, la chiusura dell’accesso alla Spianata delle Moschee durante il venerdì più sacro del Ramadam e le provocazioni degli ebrei ortodossi estremisti, hanno rappresentato solamente un casus belli occasionale, che ha fatto da detonatore all’insostenibile condizione in cui è stato relegato il popolo palestinese nell’indifferenza internazionale. Per comprendere le radici dell’esplosione della rabbia dobbiamo, pertanto, considerare la frustrazione accumulata dal popolo palestinese che, nei 20 anni successivi al definitivo fallimento del cosiddetto Processo di Pace, sancito a Camp David nel luglio 2000, ha subito, nel complice silenzio della comunità internazionale, l’inesorabile avanzamento della colonizzazione ebraica della Cisgiordania e l’ebraizzazione di Gerusalemme est, accompagnate da continue confische di terre e di edifici con relative espulsioni.

Nella parte araba della città, dove è inizialmente deflagrata la rivolta, la requisizione delle abitazioni, gli abbattimenti e il reinsediamento ebraico attuati dai governi israeliani ha confinato i residui 330.000 palestinesi, pari al 60% del totale degli abitanti, nel solo 14% dello spazio urbano di Gerusalemme est, peraltro in condizioni di apartheid legislativo. Israele, infatti, seppur con atto unilaterale e illegale abbia annesso de facto la parte della città occupata con la Guerra dei 6 Giorni del 1967, non ha proceduto ad analoga operazione con i palestinesi riservando loro lo status di “stranieri residenti permanenti” che, oltre ad essere soggetto a revoca, prevede diritti limitati, rispetto agli ebrei che vivono nella stessa Gerusalemme est.

I bombardamenti, le distruzioni e le morti civili di questi giorni, stanno attirando l’attenzione della società civile mondiale, ma è assolutamente necessario evitare che una volta placatesi le armi e spento il clamore mediatico, la situazione del popolo palestinese venga lasciato ancora una volta al di fuori dell’agenda politica internazionale, come avvenuto dopo le 3 precedenti operazioni militari israeliane contro Gaza del 2008/9, 2012 e 2014.

L’opinione pubblica mondiale, che in questi giorni ha mostrato capacità interpretative e di mobilitazione nettamente più spiccate rispetto alla leadership politica internazionale ferma a generici appelli a cessare le violenze, come se lo scontro fosse fra pari e non fra uno degli eserciti più efficienti e milizie male armate e popolazione civile in rivolta, deve continuare a mantenere alta l’attenzione sul dramma del popolo palestinese e ad esercitare pressioni sui rispettivi governi. I Paesi occidentali e l’Ue che si ritengono i paladini del rispetto dei diritti umani, devono essere indotti, attraverso un’azione dal basso, ad attivare azioni diplomatiche concrete tese ad esigere il rispetto della legalità internazionale da parte di Israele che, come stabilito dalle numerose Risoluzioni Onu (vedi dossier in coda), deve ritirarsi dai Territori palestinesi occupati militarmente, smantellare gli insediamenti colonici e consentire la nascita di uno stato palestinese entro i confini antecedenti il 5 giugno 1967 con Gerusalemme est capitale.

Le esortazioni a cessare le violenze o l’ipocrita refrain dei governi occidentali sul “diritto di Israele a difendersi”, puntualmente riemersi ad ogni esplosione di violenza, sono in realtà funzionali al progetto sionista, disvelato dallo storico israeliano Ilan Pappe ne “La pulizia etnica della Palestina”, di espulsione, colonizzazione e annessione territoriale, attuato ai danni del popolo palestinese. Invocare la pace senza effettivamente adoperarsi per garantire il rispetto dei diritti della controparte più debole e da decenni soggiogata, è un mero esercizio retorico che non porta ad alcuna risoluzione della questione.

Ripercorrendo la storia dell’Occupazione militare israeliana dei Territori palestinesi, possiamo verificare come la I Intifada, la sollevazione del popolo palestinese, sia avvenuta, a causa di frustrazione e mancanza di prospettive di risoluzione politica, a fine 1987, vale a dire dopo vent’anni dall’inizio dell’Occupazione stessa. Lo stesso arco di tempo che è intercorso dal fallimento del Processo di Pace e dal conseguente scoppio della II Intifada, ad oggi. Ancora una volta la storia insegna alla “distratta” leadership politica mondiale che la negazione di diritti, la sottomissione e le discriminazioni non costiuiscono alcun presupposto per la pacificazione, anzi sono foriere di sollevazioni popolari e di scontri armati.

L’oscuramento mediatico sulla realtà del popolo palestinese, l’appiattimento della politica internazionale sulle posizioni di Israele e l’abbandono di ogni prospettiva di risoluzione equa dell’Occupazione per via negoziale, sono equivalse ad aver nascosto la polvere della dramma palestinese sotto il tappeto della storia, magari sperando che lì restasse per sempre. Se la leadership politica internazionale avesse avuto più chiare le vicende storiche, maggior onestà intellettuale e capacità di adempiere al proprio ruolo, non avrebbe potuto non immaginare che la disperazione palestinese sarebbe di nuovo esplosa in manifestazioni di protesta.

La triste realtà è che la comoda realpolitik su cui si è adagiata la leadership politica internazionale si è rivelata miope e fallimentare: chiedere formalmente il rispetto da parte di Israele del diritto internazionale senza adoperarsi concretamente per il suo rispetto e continuare a intrattenere ottime relazioni economiche, commerciali, militari e di intelligence con Israele equivale di fatto ad avallare il progetto sionista, abbandonando a se stessi i palestinesi, alla loro frustrazione e alla loro rabbia.

La società civile non può restare inerte di fronte all’immobilismo dei governi, anzi deve acquisire consapevolezza nei suoi mezzi e comprendere che attraverso la mobilitazione consapevole può ergersi a soggetto storico imponendo dal basso un cambiamento di rotta alle politiche del proprio Paese.

Fondamentale diventa pertanto la conoscenza approfondita delle vicende storiche e delle politiche vessatorie attuate da Israele nei confronti dei palestinesi per poter agire con piena cognizione di causa.

Israele un Paese a lungo in bilico fra stato confessionale e stato democratico

Lo Stato di Israele costituisce tutt’oggi uno dei sei stati insieme a Canada, Regno Unito, Arabia Saudita, Nuova Zelanda e San Marino che risulta privo di Costituzione formale, nonostante la “Dichiarazione di istituzione dello Stato di Israele”, del 14 maggio 1948, avesse disposto che un’assemblea costituente avrebbe dovuto elaborarne una entro il 1° ottobre 1948. Lo scoppio della I Guerra Arabo-Israeliana all’indomani della proclamazione e l’incapacità dei diversi gruppi della società israeliana di concordare sullo scopo, sull’identità e su una sua visione a lungo termine dello Stato, oltre all’opposizione di Ben Gurion, sfociarono nella cosiddetta “Decisione Hariri” del 13 giugno 1950, la quale stabilì di procedere gradualmente attribuendo alla Knesset compito di legiferare una costituzione capitolo per capitolo. Ogni capitolo normativo assunse denominazione di “Legge Fondamentale” e, solo al termine dell’intero processo legislativo, i vari atti sarebbero stati assemblati in una costituzione completa ed effettiva.

A partire dagli anni ’50 la Knesset ha, quindi, approvato una serie di Leggi Fondamentali riguardanti principalmente l’assetto istituzionale dello Stato, i rapporti fra i vari organi e la protezione dei diritti civili come la “Human Dignity and Liberty”, Legge Fondamentale”Dignità umana e libertà”, del 1992 e la “Freedom of Occupation”, Legge Fondamentale “Libertà di occupazione del 1994”. Tuttavia, la difforme applicazione di queste ultime due Leggi Fondamentali in base all’appartenenza etnico/confessionale dei propri cittadini, ha sollevato le proteste delle minoranze arabe e druse e aperto un dibattito giuridico sull’effettivo carattere democratico dello stato di Israele, con molti quesiti e riflessioni che, pur aleggiando nel confronto politico all’interno del Paese sin dalla sua fondazione, sono rimasti a lungo aperti.

L’immagine diffusa di una società divisa al suo interno tra coloro che aspirano a conformarsi al modello della democrazia occidentale e altri che mostrano una ostinata adesione alla tradizione religiosa, è probabilmente riduttiva. Per approfondire questo fondamentale e peculiare aspetto dobbiamo tenere in considerazione che gli ebrei israeliani mostrano, a livelli diversi, un notevole attaccamento alle loro tradizioni e pratiche religiose e la maggior parte di loro, a prescindere che si definisca laico o osservante, considera molto importante che lo stato preservi una qualche tipologia di carattere ebraico. Pertanto, non certo agevole è risultata negli anni l’impegno profuso dai sistemi giudiziario e legislativo nel tentativo di armonizzare le leggi dello Stato con il corpo della giurisprudenza tradizionale derivata da fonti religiose, con il risultato che l’ebraismo, considerato dai padri fondatori come elemento portante dello Stato, è menzionato in tutte le leggi del paese scandendo molti aspetti della vita privata e pubblica, matrimonio incluso.

La trasformazione di Israele in stato nazionale ebraico

La peculiare realtà istituzionale, di uno stato sovrano ebraico, ha sollevato riflessioni fondamentali agli intellettuali e ai legislatori, all’esterno e all’interno del Paese, senza riuscire tuttavia ad arrivare ad una conclusione univoca a causa del fatto che Israele non è mai stato, esclusivamente uno stato ebraico, o uno stato degli ebrei o uno stato per tutti i suoi cittadini ma, probabilmente, ha costituito una complessa miscela di tutti e tre. Tale instabile equilibrio è stato, tuttavia, definitivamente alterato il 18 luglio 2018, allor che, dopo un dibattito durato anni che ha diviso il paese e le forze politiche anche al loro interno, è stata approvata, con 62 voti favorevoli, 55 contrari e 2 astenuti, una nuova Basic Law “Israel as the Nation State of the Jewish People” (“Israele: stato-nazione del popolo ebraico”). L’ultima delle 14 Leggi Fondamentali1, che per la prima volta nella storia del Paese, definisce ufficialmente lo stato come “la casa nazionale del popolo ebraico“, istituzionalizzando il processo di giudaizzazione dello stato.

La trasformazione di Israele da stato ebraico sostanziale, in stato ebraico ufficiale, sancito ufficialmente dalla recente approvazione della 14esima Legge Fondamentale, è il risultato di un lento processo durato decenni, che ha, tuttavia, subito un’accelerazione con l’inizio del nuovo millennio, a causa del graduale ridimensionamento delle forze progressiste, peraltro anch’esse sioniste (Partito Laburista e Meretz) ma più disponibili al dialogo coi palestinesi, e dell’ascesa delle forze di destra, sia quelle laiche come il Likud, Israel Beitenu, (Israele, casa nostra) e Yamina (Destra), che la galassia dei partiti tradizionalisti religiosi, decise nel procedere sia nell’opera di giudaizzazione del Paese, che su quella di colonizzazione della Cisgiordania e di Gerusalemme Est. Entrambi i processi nei decenni si sono sviluppati di pari passo con quello di annessione delle terre palestinesi occupate con la Guerra dei 6 Giorni del 1967. Anche quest’ultimo, in linea con gli altri, è stato conclamato con un atti legislativi interni del massimo livello, come le Leggi Fondamentali, a lungo, tuttavia, non riconosciuti a livello internazionale.

I processi di annessione e di colonizzazione

Tramite laLegge Fondamentale: “Gerusalemme, capitale di Israele”, approvata dalla Knesset, a maggioranza di destra, il 30 luglio 1980, nella quale “Gerusalemme, completa e unita, è dichiarata capitale di Israele“, viene ufficialmente annessa la parte Est della città, escludendo però i suoi 330.000 abitanti palestinesi attuali, riservando loro lo status di stranieri “residenti permanenti”, con diritti limitati. L’atto unilaterale di annessione e il mutamento di status di Gerusalemme sono stati più volte condannati, senza ottenere riscontri da parte israeliana, dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’annessione, invece, dalle Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza N. 252 (21 maggio 1968), N. 267 (3 luglio 1969) N. 271 (15 settembre 1969) e la N. 298 (25 settembre 1971), mentre, il cambio di status giuridico, dallaRisoluzione N. 478 (20 agosto 1980) che ha dichiarato la Legge fondamentale “nulla e non valida”.

Il Consiglio di Sicurezza Onu ha anche più volte condannato la strategia di colonizzazione dei Territori Palestinesi occupati iniziata da Israele dopo la Guerra dei 6 Giorni e ingiunto di non procedere alla costruzione di insediamenti colonici nei Territori occupati con le Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza N. 446 (22 marzo 1979), N. 452 (20 luglio 1979) e la N. 465 (1 marzo 1980).

Dobbiamo rimarcare come Il Consiglio di Sicurezza Onu si sia limitato in questa prima fase ad emettere delle Risoluzioni di condanna, senza, peraltro, effettivamente adoperarsi per ottenerne il rispetto sostanziale e senza comminare alcuna sanzione per le violazioni, come avvenuto anche nel caso della Risoluzione N. 497 (17 dicembre 1981) tramite la quale Il CS dichiara nulla l’annessione israeliana delle Alture del Golan e chiede ad Israele di annullare immediatamente la propria decisione“.

Questo particolare status privilegiato che ha visto per decenni Israele violare il diritto internazionale, comprese le numerose Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza Onu, che al contrario di quelle dell’Assemblea Generale, hanno valore vincolante, senza subire, al di da le delle condanne formali, alcuna effettiva sanzione e di continuare a godere dell’appoggio degli Stati Uniti, a causa di vari fattori, è andato progressivamente modificandosi, a partire dagli anni ’90, ad ulteriore proprio vantaggio.

I mutamenti geopolitici mondiali hanno giocano a favore di Israele

Il profondo cambiamento geopolitico mondiale di inizio anni ’90 provocato dalla disgregazione dell’Urss e dalla fine del Bipolarismo, l’allentamento della tradizionale politica estera filo-araba da parte di un numero crescente di paesi europei e il loro graduale avvicinamento ad Israele, il riconoscimento politico di Israele da parte della Giordania del 1994 e l’avvio dell’effimero processo di pace fra israeliani e palestinesi (Accordi di Oslo del 1993), hanno costituto fattori fondamentali nella modificazione degli equilibri internazionali a vantaggio di Israele.

Questo favorevole nuovo scenario geopolitico emerge chiaramente dalla scansione temporale delle Risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu di condanna dell’operato del governo di Tel Aviv. Delle 74 Risoluzioni censite dal Giga (vedi dossier in coda), ben 68 sono state emesse fino al 1994 e solo le restanti 6 nei 27 anni successivi, fra cui 4 nel 2002 durante la II Intifada e le altre 2 successivamente.

Eppure in questi anni i governi di destra succedutisi alla guida del paese non hanno certo modificato, a parte il ritiro strategico da Gaza disposto da Ariel Sharon nel 2005, le strategie annessionistiche e di colonizzazione. Anzi nell’ultimo ventennio hanno subito un sensibile incremento (grafico 1), riuscendo a non ottenere la condanna dell’Onu solo grazie al regolare diritto di veto posto dagli Stati Uniti nell’ambito del Consiglio di Sicurezza che ha bloccato qualsiasi proposta di Risoluzione contro l’operato di Israele.

Israele ha quindi beneficiato del passaggio da una situazione di impunità sostanziale a quella di impunità formale, indubbiamente un vulnus profondo nell’architettura giuridica internazionale.

Grafico 1: l’espansione delle unità abitative e della popolazione ebraica negli insediamenti colonici in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Periodo: 2002-20018

La rottura fra Obama e Netanyahu portano alla Risoluzione N. 2334

Le due più recenti Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza riguardanti Israele nascono da situazioni particolari: la prima, la N. 1860 emessa tardivamente il 9 gennaio 2009, riguarda il Cessate il fuoco nell’Operazione Piombo fuso, l’attacco militare a Gaza scatenata il 27 dicembre 2008 a 3 settimane dall’insediamento di Obama, non costituisce esecrazione diretta ed esplicita ma si rivolge ad Israele in quanto aggressore.

Mentre la seconda, la N. 2334 (23 dicembre 2016), che invece condanna duramente la condotta di Israele, è frutto dell’incrinatura dei rapporti fra l’amministrazione Obama e il governo di destra di Netanyahu, a causa delle tensioni scatenate dagli atti unilaterali di quest’ultimo che hanno portato il presidente Usa, in scadenza di mandato, a non porre il veto alla Risoluzione.

Il testo costituisce una condanna generalizzata dell’operato illegale di Israele negli ultimi 50 anni.

I regali di Trump a Netanyahu

Lo scenario delle relazioni internazionali era, tuttavia, destinato nel giro di pochi giorni a ruotare a favore della destra israeliana con l’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump il 20 gennaio 2017, il quale sin dall’inizio ha instaurato rapporti privilegiati col governo Netanyahu concedendo, da un lato l’appoggio incondizionato alle politiche espansionistiche e annessionistiche, e, dall’altro, addirittura riconoscendole ufficialmente da parte della sua amministrazione, stracciando letteralmente il diritto internazionale e compiendo un passo azzardato, senza precedenti nella storie delle relazioni tra i due Paesi.

Il primo atto effettuato in tale direzione dall’amministrazione Trump è stato lo spostamento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme nel maggio 2018, come regalo per i festeggiamenti dei 70 anni della fondazione del Paese, con il conseguente riconoscimento di Gerusalemme come capitale, sollecitando altri paesi “stretti suoi alleati” a procedere ad analoga operazione.

Il secondo nel marzo 2019 è stata la dichiarazione di riconoscimento dell’annessione delle Alture del Golan, mentre per il diritto internazionale (Risoluzione N. 497 del 17 dicembre 1981) risultano occupate militarmente in quanto parte del territorio della Siria.

Infine, nel novembre 2019, Washington ha comunicato di non ritenere più gli insediamenti colonici israeliani in Cisgiordania come illegali, avallando di fatto l’espansione territoriale di Israele oltre i confini stabiliti nel 1967, in violazione del diritto internazionale e delle varie Risoluzioni Onu in merito.

Conclusioni

L’attuale esplosione delle proteste a Gerusalemme est e nel resto dei Territori palestinesi origina dunque nel contesto di privazione di diritti, di violazione continuativa della legalità internazionale e di falsa equidistanza geopolitica, divenuto sostegno esplicito alle politiche sioniste durante l’era Trump.

L’avvento dell’era Biden se da una lato sembra promettere cambiamenti nella politica economica interna, dall’altro non lascia intravedere possibili significativi cambiamenti di rotta autonomi da parte della nuova amministrazione. Osserviamo, invece, con interesse al dinamismo sociale e politico che sta interessando gli Stati Uniti, e in particolare alle numerose manifestazioni pro Palestina, alla lettera che 25 deputati hanno scritto al Segretario di Stato Blinken e alla presa di posizione di Bernie Sanders, per costruire un movimento internazionale attivo e duraturo che imponga alla leadership politica mondiale la fine dell’Occupazione e il pieno rispetto dei diritti dei Palestinesi.

Il concetto di pace non è astratto, ma intriso del rispetto dei diritti, anche di quelli dei Palestinesi.

Andrea Vento – 18 maggio 2021

Docente Ite Pacinotti Pisa – Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

Dossier del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

Principali risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che esprimono condanna all’operato di Israele.
Le risoluzioni sono citate per numero e data e ne vengono indicati degli estratti che ne illustrano il contenuto.


1) RISOLUZIONE N. 93 (18 MAGGIO 1951)

Il CS decide che ai civili arabi che sono stati trasferiti dalla zona smilitarizzata dal governo di Israele deve essere consentito di tornare immediatamente nelle loro case e che la Mixed Armistice Commission deve supervisionare il loro ritorno e la loro reintegrazione nelle modalita’ decise dalla Commissione stessa.

2) RISOLUZIONE N. 101 (24 NOVEMBRE 1953)

Il CS ritiene che l’azione delle forze armate israeliane a Qibya del 14 – 15ottobre 1953 e tutte le azioni simili costituiscano una violazione del cessate il fuoco (risoluzione 54 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU); esprime la più forte censura per questa azione, che può pregiudicare le possibilità di soluzione pacifica; chiama Israele a prendere misure effettive per prevenire tali azioni.

3) RISOLUZIONE N. 106 (29 MARZO 1955)

Il CS osserva che un attacco premeditato e pianificato ordinato dalle autorità israeliane è stato commesso dalle forze armate israeliane contro le forze armate egiziane nella Striscia di Gaza il 28 febbraio 1955 e condanna questo attacco come una violazione del cessate il fuoco disposto dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

4) RISOLUZIONE N. 111 (19 GENNAIO 1956)

Il CS ricorda al governo israeliano che il Consiglio ha già condannato le azioni militari che hanno rotto i Trattati dell’Armistizio Generale e ha chiamato Israele a prendere misure effettive per prevenire simili azioni; condanna l’attacco dell’11 dicembre 1955 sul territorio siriano come una flagrante violazione dei provvedimenti di cessate il fuoco della risoluzione 54 (1948) e degli obblighi di Israele rispetto alla Carta delle Nazioni Unite; esprime grave preoccupazione per il venire meno ai propri obblighi da parte del governo israeliano.

5) RISOLUZIONE N. 127 (22 GENNAIO 1958)

Il CS raccomanda ad Israele di sospendere la “zona di nessuno” a Gerusalemme.

6) RISOLUZIONE N. 162 (11 APRILE 1961)

Il CS chiede urgentemente ad Israele di rispettare le decisioni delle Nazioni Unite.

7) RISOLUZIONE N. 171 (9 APRILE 1962)

Il CS riscontra le flagranti violazioni operate da Israele nel suo attacco alla Siria.

8) RISOLUZIONE N. 228 (25 NOVEMBRE 1966)

Il CS censura Israele per il suo attacco a Samu, in Cisgiordania, sotto il controllo giordano.

9) RISOLUZIONE N. 237 (14 GIUGNO 1967)

Il CS chiede urgentemente a Israele di consentire il ritorno dei nuovi profughi palestinesi del 1967.

10) RISOLUZIONE N. 248 (24 MARZO 1968)

Il CS condanna Israele per il suo attacco massiccio contro Karameh, in Giordania.

11) RISOLUZIONE N. 250 (27 APRILE 1968)

Il CS ingiunge a Israele di astenersi dal tenere una parata militare a Gerusalemme.

12) RISOLUZIONE N. 251 (2 MAGGIO 1968)

Il CS deplora profondamente la parata militare israeliana a Gerusalemme, in spregio alla risoluzione 250.

13) RISOLUZIONE N. 252 (21 MAGGIO 1968)

Il CS dichiara non valido l’atto di Israele di unificazione di Gerusalemme come capitale ebraica.

14) RISOLUZIONE N. 256 (16 AGOSTO 1968)

Il CS condanna gli attacchi israeliani contro la Giordania come flagranti violazioni.

15) RISOLUZIONE N. 259 (27 SETTEMBRE 1968)

Il CS deplora il rifiuto israeliano di accettare una missione dell’ONU che verifichi lo stato di occupazione.

16) RISOLUZIONE N. 262 (31 DICEMBRE 1968)

Il CS condanna Israele per l’attacco all’aeroporto di Beirut.

17) RISOLUZIONE N. 265 (1 APRILE 1969)

Il CS condanna Israele per gli attacchi aerei su Salt in Giordania.

18) RISOLUZIONE N. 267 (3 LUGLIO 1969)

Il CS censura Israele per gli atti amministrativi tesi a cambiare lo status di Gerusalemme.

19) RISOLUZIONE N. 270 (26 AGOSTO 1969)

Il CS condanna Israele per gli attacchi aerei sui villaggi del Sud del Libano.

20) RISOLUZIONE N. 271 (15 SETTEMBRE 1969)

Il CS condanna Israele per non aver obbedito alle risoluzioni dell’ONU su Gerusalemme.

21) RISOLUZIONE N. 279 (12 MAGGIO 1969)

Il CS chiede il ritiro delle forze israeliane dal Libano.

22) RISOLUZIONE N. 280 (19 MAGGIO 1969)

Il CS condanna gli attacchi israeliani contro il Libano.

23) RISOLUZIONE N. 285 (5 SETTEMBRE 1970)

Il CS chiede l’immediato ritiro israeliano dal Libano.

24) RISOLUZIONE N. 298 (25 SETTEMBRE 1971)

Il CS deplora che Israele abbia cambiato lo status di Gerusalemme.

25) RISOLUZIONE N. 313 (28 FEBBRAIO 1972)

Il CS chiede che Israele ponga fine agli attacchi contro il Libano.

26) RISOLUZIONE N. 316 (26 GIUGNO 1972)

Il CS condanna Israele per i ripetuti attacchi sul Libano.

27) RISOLUZIONE N. 317 (21 LUGLIO 1972)

Il CS deplora il rifiuto di Israele di rilasciare gli Arabi rapiti in Libano.

28) RISOLUZIONE N. 332 (21 APRILE 1973)

Il CS condanna i ripetuti attacchi israeliani contro il Libano.

29) RISOLUZIONE N. 337 (15 AGOSTO 1973)

Il CS condanna Israele per aver violato la sovranità del Libano.

30) RISOLUZIONE N. 347 (24 APRILE 1974)

Il CS condanna gli attacchi israeliani sul Libano.

31) RISOLUZIONE N. 425 (19 MARZO 1978)

Il CS ingiunge a Israele di ritirare le sue forze dal Libano.

32) RISOLUZIONE N. 427 (3 MAGGIO 1979)

Il CS chiama Israele al completo ritiro delle proprie forze dal Libano.

33) RISOLUZIONE N. 444 (19 GENNAIO 1979)

Il CS deplora la mancanza di cooperazione di Israele con il contingente di peacekeeping dell’ONU.

34) RISOLUZIONE N. 446 (22 MARZO 1979)

Il CS determina che gli insediamenti israeliani sono un grave ostacolo alla pace e chiama Israele al rispetto della Quarta Convenzione di Ginevra.

35) RISOLUZIONE N. 450 (14 GIUGNO 1979)

Il CS ingiunge a Israele di porre fine agli attacchi contro il Libano.

36) RISOLUZIONE N. 452 (20 LUGLIO 1979)

Il CS ingiunge a Israele di smettere di costruire insediamenti nei territori occupati.

37) RISOLUZIONE N. 465 (1 MARZO 1980)

Il CS deplora gli insediamenti israeliani e chiede a tutti gli stati membri di non sostenere il programma di insediamenti di Israele.

38) RISOLUZIONE N. 467 (24 APRILE 1980)

Il CS deplora con forza l’intervento militare israeliano in Libano.

39) RISOLUZIONE N. 468 (8 MAGGIO 1980)

Il CS ingiunge a Israele di annullare le espulsioni illegali di due sindaci e un giudice palestinesi, e di facilitare il loro ritorno.

40) RISOLUZIONE N. 469 (20 MAGGIO 1980)

Il CS deplora con forza la non osservanza da parte di Israele dell’ordine di non deportare Palestinesi.

41) RISOLUZIONE N. 471 (5 GIUGNO 1980)

Il CS esprime grave preoccupazione per il non rispetto da parte di Israele della Quarta Convenzione di Ginevra.

42) RISOLUZIONE N. 476 (30 GIUGNO 1980)

Il CS ribadisce che le rivendicazioni israeliane su Gerusalemme sono nulle.

43) RISOLUZIONE N. 478 (20 AGOSTO 1980)

Il CS censura con la massima forza Israele per le rivendicazioni su Gerusalemme contenute nella sua “Legge Fondamentale”.

44) RISOLUZIONE N. 484 (19 DICEMBRE 1980)

Il CS formula l’imperativo che Israele riammetta i due sindaci palestinesi deportati.

45) RISOLUZIONE N. 487 (19 GIUGNO 1981)

Il CS condanna con forza Israele per l’attacco alle strutture nucleari dell’Iraq.

46) RISOLUZIONE N. 497 (17 DICEMBRE 1981)

Il CS dichiara nulla l’annessione israeliana delle Alture del Golan e chiede ad Israele di annullare immediatamente la propria decisione.

47) RISOLUZIONE N. 498 (18 DICEMBRE 1981)

Il CS ingiunge a Israele di ritirarsi dal Libano.

48) RISOLUZIONE N. 501 (25 FEBBRAIO 1982)

Il CS ingiunge a Israele di interrompere gli attacchi contro il Libano e di ritirare le sue truppe.

49) RISOLUZIONE N. 509 (6 GIUGNO 1982)

Il CS chiede che Israele ritiri immediatamente e incondizionatamente le sue forze dal Libano.

50) RISOLUZIONE N. 515 (19 GIUGNO 1982)

Il CS chiede che Israele tolga l’assedio a Beirut e consenta l’entrata di rifornimenti alimentari.

51) RISOLUZIONE N. 517 (4 AGOSTO 1982)

Il CS censura Israele per non aver ubbidito alle risoluzioni dell’ONU e chiede ad Israele di ritirare le sue forze dal Libano.

52) RISOLUZIONE N. 518 (12 AGOSTO 1982)

Il CS chiede ad Israele piena cooperazione con le forze dell’ONU in Libano.

53) RISOLUZIONE N. 520 (17 SETTEMBRE 1982)

Il CS condanna l’attacco israeliano a Beirut Ovest.

54) RISOLUZIONE N. 573 (4 OTTOBRE 1985)

Il CS condanna vigorosamente Israele per i bombardamenti su Tunisi durante l’attacco al quartier generale dell’OLP.

55) RISOLUZIONE N. 587 (23 SETTEMBRE 1986)

Il CS ricorda le precedenti richieste affinché Israele ritirasse le sue forze dal Libano e chiede con urgenza a tutte le parti di ritirarsi.

56) RISOLUZIONE N. 592 (8 DICEMBRE 1986)

Il CS deplora con forza l’uccisione di studenti palestinesi dell’Università’ di Birzeit ad opera delle truppe israeliane.

57) RISOLUZIONE N. 605 (22 DICEMBRE 1987)

Il CS deplora con forza le politiche e le pratiche israeliane che negano il diritti umani dei Palestinesi.

58) RISOLUZIONE N. 607 (5 GENNAIO 1988)

Il CS ingiunge a Israele di non deportare i Palestinesi e gli chiede con forza di rispettare la Quarta Convenzione di Ginevra.

59) RISOLUZIONE N. 608 (14 GENNAIO 1988)

Il CS si rammarica profondamente che Israele abbia sfidato l’ONU e deportato civili palestinesi.

60) RISOLUZIONE N. 636 (14 GIUGNO 1989)

Il CS si rammarica profondamente della deportazione di civili palestinesi da parte di Israele.

61) RISOLUZIONE N. 641 (30 AGOSTO 1989)

Il CS deplora che Israele continui nelle deportazioni di Palestinesi.

62) RISOLUZIONE N. 672 (12 OTTOBRE 1990)

Il CS condanna Israele per violenza contro i Palestinesi a Haram al-Sharif/Tempio della Montagna.

63) RISOLUZIONE N. 673 (24 OTTOBRE 1990)

Il CS deplora il rifiuto israeliano di cooperare con l’ONU.

64) RISOLUZIONE N. 681 (20 DICEMBRE 1990)

Il CS deplora che Israele abbia ripreso le deportazioni di Palestinesi.

65) RISOLUZIONE N. 694 (24 MAGGIO 1991)

Il CS deplora la deportazione di Palestinesi ad opera di Israele e ingiunge ad Israele di assicurare loro un sicuro e immediato ritorno.

66) RISOLUZIONE N. 726 (6 GENNAIO 1992)

Il CS condanna con forza la deportazione di Palestinesi ad opera di Israele.

67) RISOLUZIONE N. 799 (18 DICEMBRE 1992)

Il CS condanna con forza la deportazione di 413 Palestinesi da parte di Israele e chiede il loro immediato ritorno.

68) RISOLUZIONE N. 904 (18 MARZO 1994)

Il CS: sconcertato dallo spaventoso massacro commesso contro fedeli palestinesi nella Moschea Ibrahim di Hebron il 25 febbraio 1994, durante il Ramadan; gravemente preoccupato dai conseguenti incidenti nei territori palestinesi occupati come risultato del massacro, che evidenzia la necessità di assicurare protezione e sicurezza al popolo palestinese; prendendo atto della condanna di questo massacro da parte della comunità internazionale; riaffermando le importanti risoluzioni sulla applicabilità della Quarta Convenzione di Ginevra ai territori occupati da Israele nel giugno 1967, compresa Gerusalemme, e le conseguenti responsabilità israeliane. Condanna con forza il massacro di Hebron e le sue conseguenze, che hanno causato la morte di oltre 50 civili palestinesi e il ferimento di altre centinaia e ingiunge ad Israele, la potenza occupante, di applicare misure che prevengano atti illegali di violenza da parte di coloni israeliani, come tra gli altri la confisca delle armi.

69) RISOLUZIONE N. 1402 (30 MARZO 2002)

Il CS alle truppe israeliane di ritirarsi dalle città palestinesi, compresa Ramallah.

70) RISOLUZIONE N. 1403 (4 APRILE 2002)

Il CS chiede che la risoluzione 1402 (2002) sia applicata senza ulteriori ritardi.

71) RISOLUZIONE N. 1405 (19 APRILE 2002)

Il CS chiede che siano tolte le restrizioni imposte, soprattutto a Jenin,alle operazioni delle organizzazioni umanitarie, compreso il Comitato Internazionale della Croce Rossa e l’Agenzia dell’ONU per l’Assistenza e il Lavoro per i Profughi Palestinesi in Medio Oriente (Unrwa).

72) RISOLUZIONE N. 1435 (24 SETTEMBRE 2002)

Il CS chiede che Israele ponga immediatamente fine alle misure prese nella città di Ramallah e nei dintorni, che comprendono la distruzione delle infrastrutture civili e di sicurezza palestinesi; chiede anche il rapido ritiro delle forze di occupazione israeliane dalle città palestinesi e il loro ritorno alle posizioni tenute prima di settembre 2000.

73) RISOLUZIONE N. 1860 (9 GENNAIO 2009)

 Il CS “Richiamando tutte le sue risoluzioni attinenti, incluse le risoluzioni 242 (1967), 338 (1973), 1397 (2002), 1515 (2003) e 1850 (2008),

“Sottolineando che la Striscia di Gaza costituisce parte integrante dei territori occupati nel 1967 e formerà parte dello Stato palestinese,

“1.   Sottolinea l’urgenza di e chiede un cessate il fuoco immediato, durevole e pienamente rispettato, che conduca al completo ritiro delle forze israeliane da Gaza;

“2.   Richiede il libero approvvigionamento e la distribuzione di assistenza umanitaria in ogni parte di Gaza, inclusi cibo, combustibili e trattamenti medici;

“3.   Accoglie con favore le iniziative atte a creare e aprire corridoi umanitari e altri meccanismi per la consegna costante di aiuti umanitari;

74) RISOLUZIONE N. 2334 (23 DICEMBRE 2016)

Il Cs riconfermando le sue risoluzioni sull’argomento, comprese le 242 (1967), 338 (1973), 446 (1979), 452 (1979), 465 (1980), 476 (1980), 478 (1980), 1397 (2002), 1515 (2003) e 1850 (2008),

guidato dalle intenzioni e dai principi della Carta delle Nazioni Unite e riaffermando, tra le altre cose, l’inammissibilità dell’acquisizione di territori con la forza,

riconfermando l’obbligo di Israele, potenza occupante, di attenersi scrupolosamente ai suoi obblighi legali ed alle sue responsabilità in base alla Quarta Convenzione di Ginevra riguardanti la protezione dei civili in tempo di guerra, del 12 agosto 1949, e ricordando il parere consuntivo reso dalla Corte Internazionale di Giustizia il 9 luglio 2004,

condannando ogni misura intesa ad alterare la composizione demografica, le caratteristiche e lo status dei territori palestinesi occupati dal 1967.

1. riafferma che la costituzione da parte di Israele di colonie nel territorio palestinese occupato dal 1967, compresa Gerusalemme est, non ha validità legale e costituisce una flagrante violazione del diritto internazionale e un gravissimo ostacolo per il raggiungimento di una soluzione dei due Stati e di una pace, definitiva e complessiva;

2. insiste con la richiesta che Israele interrompa immediatamente e completamente ogni attività di colonizzazione nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme est, e che rispetti totalmente tutti i propri obblighi a questo proposito;

3. ribadisce che non riconoscerà alcuna modifica dei confini del 1967, comprese quelle riguardanti Gerusalemme, se non quelle concordate dalle parti con i negoziati;

4. sottolinea che la cessazione di ogni attività di colonizzazione da parte di Israele è indispensabile per salvaguardare la soluzione dei due Stati e invoca che vengano intrapresi immediatamente passi positivi per invertire le tendenze in senso opposto sul terreno che stanno impedendo la soluzione dei due Stati.

Le risoluzione del Cs numero 1515 (2003) e 1850 (2008) pur non esprimendo diretta condanna di Israele ribadiscono i diritto all’esistenza di 2 stati (uno ebraico e l’altro arabo) nella Palestina storica.

La 1515 in particolare prevedeva in applicazione della Road Map uno Stato palestinese entro il 2005 in cambio di garanzie di sicurezza per Israele .

Testo della Risoluzione 1515 del Consiglio di sicurezza:

https://it.qaz.wiki/wiki/United_Nations_Security_Council_Resolution_1515

La 1850 Riaffermando il proprio sostegno agli accordi e ai negoziati derivanti dal vertice del 2007 in Medio Oriente ad Annapolis, nel Maryland, il Consiglio di sicurezza ha invitato questa mattina le parti, gli Stati regionali e altri Stati e organizzazioni internazionali a intensificare i loro sforzi per raggiungere una soluzione a due Stati al conflitto israelo-palestinese.

Testo della Risoluzione 1850 del Consiglio di sicurezza:

https://it.qaz.wiki/wiki/United_Nations_Security_Council_Resolution_1850

1https://it.qaz.wiki/wiki/Basic_Laws_of_Israel#:~:text=La%20leggi%20fondamentali%20della%20Israel,diverse%20leggi%20fondamentali%20e%20sezioni).

Gli sviluppi elezioni in Israele

Elezioni e Democrazia

di Giorgio Gallo (*)

Pochi giorni fa abbiamo assistito a una sorta di crisi diplomatica fra Italia e Turchia. Nel corso di una conferenza stampa, rispondendo a una domanda, il nostro premier Mario Draghi ha affermato che il presidente turco Erdogan è un dittatore. Immediata la risposta da parte del governo turco: Erdogan è stato eletto dal popolo, mentre Draghi è un “nominato”, privo quindi di legittimità democratica. Ritorna l’equivalenza fra democrazia ed elezioni: lo svolgimento di elezioni garantisce la democrazia, e, corrispondentemente, la democrazia richiede elezioni. Ma è proprio così? Oggi non ne siamo più tanto sicuri.

Che la democrazia sia in crisi è ormai un luogo comune, soprattutto dopo la crescita dei movimenti populisti. Gli esempi di paesi in cui elezioni periodiche convivono con regimi autocratici e illiberali sono diversi. “Contro le elezioni, perché votare non è più democratico” è il titolo di un libro pubblicato nel nostro paese nel 2015. Un libro che si apre con una citazione da Il contratto sociale di Rousseau: “Il popolo inglese crede di essere libero, ma si sbaglia di grosso; lo è soltanto durante l’elezione dei membri del parlamento; appena questi sono eletti, esso torna schiavo, non è più niente”.

È un argomento su cui sarebbe interessante riflettere in modo più articolato. Ma qui voglio solo prenderne lo spunto per parlare delle ultime lezioni in Israele. Elezioni, le quarte in due anni, che più che un esempio di vitalità democratica appaiono come una sorta di artificio per mantenere al potere un uomo, Bibi Netanyahu, e, soprattutto, per tenerlo al riparo da pesanti guai giudiziari.

Si sono svolte il 23 marzo e di nuovo, come le tre precedenti, non sembra siano state risolutive. Mentre scrivo Netanyahu sta ancora svolgendo trattative con i partiti di destra e destra estrema, cioè quasi tutti i partiti israeliani, in quello che in Italia chiameremmo un “mercato delle vacche”, per formare un governo. L’ultima notizia riguarda l’offerta a GideonSa’ar, un transfuga del Likud, il partito di Netanyahu, che ora guida la nuova formazione New Hope, che ha ottenuto in queste elezioni 6 seggi. Netanyahu ha offerto a Sa’ar di formare un governo in cui i due ruoterebbero nella carica di primo ministro. È vero che Sa’ar nella campagna elettorale si era impegnato a non partecipare mai più ad un governo guidato da Netanyahu. Sembra però che sia molto tentato di accettare l’offerta, anche perché, spiega, nella campagna elettorale, “aveva solo promesso di non sedersi “sotto” Netanyahu e non “accanto” a lui”.

È probabile che le trattative non porteranno a un governo stabile e che sarà necessario il ricorso a una ulteriore tornata elettorale. Tuttavia queste elezioni hanno comunque portato a cambiamenti del panorama politico, cambiamenti che potrebbero avere conseguenze nel futuro prossimo. In particolare ci sembra di potere individuare quattro fatti nuovi che potrebbero essere rilevanti: i) un sia pur limitato riconoscimento del ruolo politico degli arabi israeliani e delle loro rappresentanze; ii) la rottura dell’unità politica degli arabi, iii) un avvicinamento tra destre religiose dei due campi; iv) il ritorno in parlamento dei razzisti e suprematisti ebraici del vecchio partito di Kahane.

Gli arabi, malgrado siano cittadini israeliani, sono sempre stati visti, soprattutto, ma non solo, dalle destre, come sostanzialmente estranei alla società israeliana e fonte di preoccupazione e timore. Nelle elezioni nazionali del 2015, la mattina stessa delle elezioni, per spingere i suoi sostenitori ad andare alle urne, sui social, Netanyahu aveva lanciato l’allarme: “gli arabi stanno affollando le urne in massa”. Il voto degli arabi era visto come un pericolo! Di questo nell’ultima campagna elettorale Netanyahu si è scusato, impegnandosi a maggiori investimenti nelle comunità arabe, in particolare per quel che riguarda la sicurezza.

Questo perché uno dei maggiori problemi che la popolazione araba sente, è quello della violenza e della criminalità. In un incontro elettorale nella città araba di Nazareth, si è presentato, secondo un costume arabo, come “Abu Yair”, il padre di Yair (il suo primogenito), e queste sono state le parole con cui ha concluso l’incontro: “Se ebrei e arabi possono ballare insieme per le strade di Dubai, possono anche ballare insieme nello Stato di Israele. Oggi inizia una nuova era – un’era di prosperità, integrazione e sicurezza”. Il riferimento è al “trumpiano” patto di Abramo fra Israele e gli stati del Golfo.

Non sappiamo quanti elettori arabi si siano lasciati convincere, me è presumibile che diversi di essi, soprattutto nelle comunità più marginalizzate, quali ad esempio le comunità beduine del Negev, abbiano deciso di votare per il Likud. Un esponente di una di queste comunità, che nelle precedenti elezioni era stato un sostenitore attivo della Joint list, la coalizione dei partiti arabi, alla domanda di un giornalista se non fosse meglio votare per la sinistra piuttosto che per Netanyahu, risponde: “Al contrario. Forse ora, con il nostro sostegno, possiamo guadagnare influenza dall’interno. È chiaro che il Likud sarà al governo, quindi cos’è meglio? Essere dentro il gioco o fuori? Noi vogliamo essereinfluenti”. E in effetti, dopo le elezioni, nelle trattative ancora in corso, si vede un ruolo più rilevante dei partiti arabi, che finora, per una sorta di “conventio ad excludendum”, non erano accettati come partner in maggioranze parlamentari, neppure sotto forma di un sostegno esterno.

Oggi invece i partiti arabi stanno svolgendo un ruolo attivo nelle trattative per la formazione di un governo, al punto che Mansour Abbas, leader della UnitedArab List, un partito islamico conservatore, con i suoi 4 seggi potrebbe far pendere la bilancia a favore della destra di Netanyahu oppure del centro destra di Yair Lapid. Non a caso in più articoli sui giornali israeliani è stato definito “potenziale kingmaker”. In un intervento molto seguito dalle televisioni israeliane ha aperto agli ebrei: “Ciò che abbiamo in comune è più grande di ciò che ci separa. Se non impariamo ora a ridurre l’ignoranza e a rovesciare il razzismo, lasceremo alla prossima generazione una realtà complessa, pericolosa e impossibile”.

Nel momento in cui scrivo, ancora non sono chiari gli effetti concreti della scelta di Abbas. La sua disponibilità ad appoggiare dall’esterno un governo guidato da Netanyahu si è scontrata con il veto di BezalelSmotrich, il leader del ReligiousZionism party, partito di estrema destra razzista. Senza l’apporto di Abbas, la coalizione dei partiti di destra guidata da Netanyahu si fermerebbe a 59 seggi, mentre ne servono almeno 61 per avere la maggioranza nella Knesset. È pertanto possibile che anche questa volta non si riesca a superare situazione di stallo in cui versa la democrazia israeliana e che si debba tornare a votare.

Anche se è ormai improbabile che Abbas possa entrare, anche solo sotto forma di appoggio esterno, in una coalizione di governo, certamente si è rotto un tabù. Abbas ha trattato, a pieno diritto, sia con Netanyahu che con Yair Lapid del partito di centro-destra YeshAtid, e leader del blocco anti Netanyahu. Questo è certamente un cambiamento positivo, anche se con aspetti preoccupanti.

Mansour Abbas è stato però anche all’origine di un altro cambiamento, o piccolo terremoto, nel panorama politico arabo. Nel 2015 i partiti arabi si erano uniti nella cosiddettaJoint List, una coalizione composta da tre partiti arabi (il nazionalista Balad, il ramo meridionale del Movimento Islamico, e il Movimento Arabo per il Rinnovamento, o Ta’al) e da Hadash, un partito comunista ebreo-arabo. La Joint List ha rappresentato innanzitutto lo strumento per una più ampia e più efficace partecipazione politica della minoranza araba in Israele. Per un po’ è sembrato che questa speranza potesse realizzarsi.

Grazie anche a una maggiore partecipazione al voto da parte degli arabi, dai 13 seggi ottenuti nel 2015, alla sua prima uscita, la Joint list è arrivata ai 15 del 2019, il 12,5% della Knesset. Allora la Joint List si era detta disponibile a sostenere un governo guidato da Gantz, il leader del blocco anti Netanyahu. Purtroppo ancora una volta la preclusione nei riguardi degli arabi ha vinto e Gantz ha rifiutato l’offerta. Ha invece accettato di partecipare a un governo guidato da Netanyahu, tradendo tutte le sue promesse elettorali e spaccando il suo stesso partito. Ma la Joint Listha rappresentato anche una nuova possibilità per una sinistra israeliana ormai marginalizzata. Non a caso la rivista israeliana +972 Magazine, il 4 marzo 2015, dava la notizia della nascita della coalizione sono il titolo “The Joint List: L’ultima speranza della sinistra israeliana?”1. Ancora oggi la Joint List continua a essere vista come l’unica alternativa possibile per il voto degli ebrei della sinistra non sionista e contraria all’occupazione, come recita il titolo di un articolo di Gideon Levi, pubblicato il 10 febbraio scorso su Haaretz2, articolo che si chiude con le parole “Quindi ci rimane Tibi. Tibi o Bibi. La scelta dovrebbe essere abbastanza chiara” (Tibi è il leader arabo della Joint List e Bibi è Netanyahu).

Purtroppo questa unità è stata rotta in occasione di queste elezioni proprio dalla componente islamica conservatrice di Mansour Abbas, che è uscita dalla coalizione formando la UnitedArab List. Il risultato è stato che si è ridotta la partecipazione araba al voto e i seggi complessivi ottenuti dai partiti arabi sono passati da 15 a 10. Si è trattato della rottura di una politica basata sulla cittadinanza a favore di una politica basata su una appartenenza tribale. In questo La UnitedArab List è certamente più affine ai partiti israeliani religiosi ultraortodossi che agli altri partiti arabi. Hanno in comune la religione come elemento identitario, una concezione patriarcale della società, e la disponibilità a qualsiasi alleanza in funzione di ciò che si riesce a ottenere per il proprio gruppo.

Come osserva AmeerFakhoury, esponente della comunità di Nevé Shalom, “L’entrata di Abbas in questo gioco è più o meno l’accettazione della logica delle tribù in Israele. Per la prima volta, gli arabi palestinesi diventano chiaramente una tribù, completando l’ordine delle tribù come denotato dal presidente ReuvenRivlin. Non è più una politica nazionale che divide la mappa in maggioranza e minoranza, ma una politica tribale tra quattro tribù, con i palestinesi che dicono: ‘Ok, non abbiamo niente in comune, ognuno si occupa della propria comunità’, e sono costretti ad accettare la perdita del principio di cittadinanza”.34

Ultimo elemento di, sia pur limitata, discontinuità che risulta da queste elezioni è la presenza nel nuovo parlamento di una coalizione, chiamata ReligiousZionism, di razzisti e suprematisti ebraici, fra i quali Itamar Ben-Gvir, un discepolo del defunto Rabbino Meir Kahane, il cui partito Kach è stato messo fuori legge negli anni ’90 ed è considerato un’organizzazione terroristica dalla maggior parte degli stati occidentali. A questo ha corrisposto una recrudescenza delle manifestazioni di odio anti arabo. Ad esempio, il 22 aprile, per lunghe ore, centinaia di adolescenti arrabbiati hanno imperversato nel centro di Gerusalemme, attaccando passanti e giornalisti, lanciando pietre e bottiglie contro gli agenti di polizia e cantando “Morte agli arabi” e altri slogan razzisti. Una manifestazione promossa dall’organizzazione razzista Lehava, e incitata proprio dalla propaganda dei politici del partito del ReligiousZionism.5 Un ulteriore spostamento a destra della politica israeliana, in cui la presenza della sinistra è ormai quasi unicamente simbolica!

(*) – Docente di Scienze per la Pace dell’Università di Pisa

Questo articolo apparirà nel n.132, giugno 2021, di In Dialogo, Notiziario della Rete Radiè Resch.

1 https://www.972mag.com/the-joint-list-the-israeli-lefts-last-hope/

2 https://www.haaretz.com/opinion/.premium-the-only-alternative-is-the-joint-list-the-rest-are-pale-imitations-of-bibi-1.9529244

3Moran Sharir,“There is an attempt to change the Jewish monopoly on power in Israel. Intervista a AmeerFakhoury”, Haaretz, Apr. 19, 2021

4Si fa qui riferimento a un importante discorso del presidente israeliano Rivlin, in cui si riconosce come la democrazia israeliana non sia più fondata su un comune senso di appartenenza/cittadinanza, ma piuttosto articolata in quattro tribù, comparabili come dimensione:la secolare, la religiosa nazionalista, l’ultra-ortodossa (“Haredi”), el’araba. (https://www.idc.ac.il/he/research/ips/documents/publication/4/fourtribessteiner2016c(1).pdf)

5 https://www.haaretz.com/opinion/editorial/.premium-racism-and-incitement-in-jerusalem-1.9743492

La Pandemia da Covid-19 aggrava la già drammatica situazione economica e sociale dei Territori Palestinesi. Un movimento dal basso per rimuovere l’assedio a Gaza.

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La dinamica macroeconomica recente dei Territori Palestinesi

Accertate le considerevoli differenze che sussistono tra le due entità geografiche che li compongono, potrebbe fornire un quadro fuorviante procedere all’analisi economica e sociale dei Territori Palestinesi nel suo complesso; riteniamo pertanto più significativo procedere, sin dove la disponibilità dei dati lo consente, alla disamina della situazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza in modo disaggregato. Continua a leggere

Il doppio standard sulla questione palestinese

di Alberto Negri

Ci indigniamo perché la Cina vìola i diritti di Hong Kong e delle minoranze, inorridiamo per il razzismo in Usa ma per i palestinesi sotto casa nostra non alziamo un sopracciglio. L’annessione della Cisgiordania è un atto illegale contro ogni accordo e convenzione internazionale ma qui nessuno dice niente. Continua a leggere

PERCHE’ I PALESTINESI DICONO NO A TRUMP E 1000 NO AL SUO AFFARE DEL SECOLO

di Yousef Salman (*)

Prima, durante e dopo la pubblicazione del piano-complotto del presidente Trump “Affare del Secolo”, di tutti i rappresentanti dell’Amministrazione USA, per primi il presidente stesso e il suo ragazzetto-genero-consigliere Kushner, continuano a ripetere delle occasioni perse dalla leadership palestinese per avere i loro diritti e migliorare la vita del loro popolo.

I palestinesi per l’ennesima volta ribadiscono l’inesistenza di queste occasioni perse, così come del rispetto dei loro diritti e della possibilità di migliorare la situazione del loro popolo in un piano, che vuole: Continua a leggere

MONI OVADIA denuncia l’ennesima censura (questa volta dell’ANPI di Torino) contro pulizia etnica, razzismo e discriminazione condotta dal Governo israeliano.

IL 17 gennaio era stato organizzato in Val Di Susa un incontro ad Almese con Ahmed Abu Artema , Poeta e giornalista pacifista fondatore della Grande Marcia del Ritorno.L’incontro è stato organizzato da Progetto Palestina , BDS Torino, Anpi Avigliana e Anpi Valmessa. Tuttavia a 4 giorni dall’evento le due sezioni Anpi hanno annullato la loro partecipazione avendo ricevuto un diktat dalla Presidente provinciale Anpi Maria Grazia Sestero. Continua a leggere

Ugo Giannangeli: “La legalità quale strumento dell’apartheid” nella Palestina israeliana.

PALESTINA E LIBERTA’ DI ESPRESSIONE: Dibattito del 26 settembre 2019 al Circolo della Stampa di Trieste con Stephanie Westbrook, David Cronin e Ugo Giannangeli.

Trascrizione dell’intervento di Ugo Giannangeli: “La legalità quale strumento dell’apartheid”.

Il titolo dell’argomento a me assegnato è manifestamente paradossale, provocatorio, ermetico. L’ apartheid è un crimine contro l’umanità secondo la Convenzione internazionale del 1976 e l’articolo 7 dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale. La legalità non può essere al servizio del crimine e suo strumento. Una legge o una sentenza sì: la sentenza si adegua alla legge e la legge nazionale non si adegua al diritto internazionale. Si crea così quella figura che, con un ossimoro, potremmo definire “crimine legale”. In epoca di sovranismo e di populismo giuridico e politico Israele ha gioco facile e c’è da chiedersi se non abbia avuto un ruolo decisivo nella degenerazione della complessiva situazione politica e giuridica. La domanda è retorica perché io credo, e non sono il solo, che certamente ha avuto un ruolo rilevante. Continua a leggere

Il giornalista israeliano Gideon Levy sulla mozione che definisce “antisemita” il BDS. “La Germania ha appena criminalizzato la giustizia”

(da L’Antidiplomatico)

Il 17 maggio il Bundestag, il parlamento tedesco, ha adottato una mozione che condanna il BDS, definendolo “antisemita”. Questa risoluzione non vincolante, proposta dai cristiano-democratici e dai socialdemocratici di centro sinistra, che fanno parte della coalizione al potere, ha raccolto l’appoggio di diversi partiti tedeschi, tra cui il partito liberal-democratico e i Verdi. Il partito di estrema destra AfD (Alternativa per la Germania) ha presentato una propria mozione che chiedeva la messa al bando totale del movimento BDS, mentre il parDie Linke, non ha appoggiato la mozione del governo, ma ne ha presentato una propria che chiedeva una condanna di tutte le dichiarazioni antisemite del BDS.

Su questa mozione riportiamo l’articolo di Gideon Levy pubblicato sul giornale israeliano Haaretz e divulgato in Europa dal sito dell’Unione Juive Francais pour la Paix. Continua a leggere

Stephen Hawking e Hamas: come uno scienziato ha preso la parola a favore dei palestinesi

Nel 2006 il fisico, morto mercoledì, incontrò il primo ministro israeliano Ehud Olmert, ma auspicò colloqui tra Israele ed Hamas dopo la guerra contro Gaza del 2008-09

Mercoledì si sono resi omaggi al famoso fisico inglese Stephen Hawking – ricordandolo non solo per la genialità della sua mente come scienziato, ma anche come appassionato attivista che ha prestato la propria impareggiabile voce a cause come il diritto dei palestinesi a resistere e per chiedere la fine della guerra in Siria. Continua a leggere

IL SERVILISMO DELLA POLITICA ITALIANA NEI CONFRONTI DEL SIONISMO. Ovvero…

OVVERO: PERCHE’ BATTERSI PER I DIRITTI DEI PALESTINESI VUOL DIRE BATTERSI PER I NOSTRI DIRITTI.

di Ugo Giannangeli

Dico “nei confronti del sionismo” e non solo “nei confronti di Israele” perché il diffuso atteggiamento condiscendente e complice riguarda non solo lo Stato ebraico ma il complessivo progetto sionista in corso di realizzazione: non sappiamo fin dove intende espandersi territorialmente; certamente mira a uno Stato esclusivamente ebraico; certamente ambisce  avere l’intera città di Gerusalemme come propria capitale. Continua a leggere

Il 19 Dicembre scorso Ahed Tamimi di appena 16 anni è stata ingiustamente arrestata. La ragazza palestinese ora incarna il simbolo della lotta del suo popolo contro l’oppressione israeliana

 

di Serena Campani

Probabilmente in queste settimane vi sarà capitato di vedere su internet e sui social la fotografia di una giovanissima  ragazza bionda con i capelli lunghi ricci e uno sguardo coraggioso e combattivo. E’ Ahed Tamimi e vive nel villaggio di Nabi Saleh, poco lontano da Ramallah, una città palestinese, sede dell’Anp, situata nel centro della Cisgiordania, sui monti della Giudea, a circa 18 Km da Gerusalemme

Ahed potrebbe essere una mia studentessa, volendo anche mia figlia, così vedendo il suo volto fiero rimbalzare sulla ribalta mediatica durante i giorni di Natale, mi sono chiesta cosa avesse combinato questa ragazzina sedicenne per finire in carcere. Questo il video del suo “reato”, girato e reso pubblico da una sua amica: Continua a leggere

Joseph Halevi: recensione a ISRAELE E I MITI SIONISTI (II), Ilan Pappé

di Joseph Halevi

Recensione a: Ilan Pappé Ten Myths About Israel London: Verso 2017, pp. 171

Seconda parte

Un paese che si basa sulla pulizia etnica e sulla colonizzazione permanente non può essere definito democratico. In verità nessuna entità statuale ove é in atto una colonizzazione a scapito della popolazione autoctona é definibile come democratica: si veda il caso dell’Australia ove fino al 1967 gli aborigeni, già violentemente decimati durante il diciannovesimo secolo, non venivano nemmeno contati nei censimenti. Eppure l’Australia era considerata una fiorente democrazia, il che significa che il termine è perfettamente malleabile a piacere senza un valore universale. Il settimo capitolo del volume di Pappé si prefigge di dimostrare la fallacia insita nella propaganda americano-israeliana riguardo l’unica democrazia nel Medioriente. Il capitolo é più incisivo di quello precedente appena discusso. Continua a leggere

INTERVISTA. Ilan Pappe: come Israele ha trasformato la Palestina nella più grande prigione al mondo

Su Gerusalemme: Israele è il primo Stato creato dalle Nazioni Unite ed è il primo che più disattende le decisioni delle Nazioni Unite

A PROPOSITO DI GERUSALEMME CAPITALE D’ISRAELE…

di Agostino Spataro

La comunità internazionale non ha condiviso l’improvvida decisione del presidente USA, Donald Trump, di riconoscere Gerusalemme come capitale dello stato d’Israele, in spregio delle ripetute risoluzioni dell’ONU.

Bene, dunque, hanno fatto i governi europei e, fra questi anche il governo italiano e il Vaticano, a manifestare contrarietà verso tale decisione e a ribadire il rispetto per i diritti nazionali del popolo palestinese e delle altre due religioni (cristiana e islamica) che considerano “luogo santo” la città di Gerusalemme.

I materiali che seguono (estratti da una pubblicazione ufficiale delle Nazioni Unite) evidenziano, con estrema chiarezza, lo status di “corpo separato”, sotto regime internazionale speciale, della città che non può essere alterato da alcuna decisione unilaterale e al di fuori dell’ambito ONU.

Quando il figlio disattende le decisioni della madre-ONU, si potrebbe dire. Paradossalmente, Israele è il primo Stato al mondo creato dalle Nazioni Unite ed è il primo nella graduatoria degli Stati che più disattendono le decisioni delle Nazioni Unite ossia dell’organismo che lo ha generato. Continua a leggere

La hasbara sionista sta vincendo in Italia

di Romana Rubeo e Ramzy Baroud

«Le priorità di Tel Aviv, così come articolate dalla propaganda ufficiale sionista, sono diventate parte integrante del vocabolario dei media e della classe politica [in Italia], determinando una sostanziale convergenza tra gli obiettivi perseguiti dai due Paesi» scrivono Romana Rubeo e Ramzy Baroud. Secondo gli autori, ciò appare evidente nei disegni di legge anti-Bds a cui sta lavorando il parlamento italiano. 

Un disegno di legge depositato presso il Senato della Repubblica Italiana prevede pene severe per coloro che intendano boicottare Israele. In passato, una simile iniziativa sarebbe stata inconcepibile. Purtroppo, la politica italiana, storicamente solidale con la causa palestinese, è cambiata in modo sensibile negli ultimi anni. E, cosa ancor più sorprendente, la Sinistra e la Destra si equivalgono nel tentativo di compiacere Tel Aviv, a scapito dei diritti dei Palestinesi. Continua a leggere

FIOM e Ebrei “Contro L’Occupazione” tra le 350 organizzazioni europee che invitano l’UE a difendere il diritto di boicottare Israele

EAST JERUSALEM, OCCUPIED PALESTINIAN TERRITORIES - MARCH 26: Graffiti on the Israeli separation barrier dividing the East Jerusalem neighborhood of Abu Dis reads, "Boycott Israel".

EAST JERUSALEM, OCCUPIED PALESTINIAN TERRITORIES – MARCH 26: Graffiti on the Israeli separation barrier dividing the East Jerusalem neighborhood of Abu Dis reads, “Boycott Israel”.

  • 352 organizzazioni dei diritti umani, gruppi religiosi, sindacati e partiti politici europei invitano l’UE a sostenere il diritto a partecipare al movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) nei confronti di Israele
  • Tra le firme italiane: Fiom/CGIL, Un ponte per, Servizio Civile Internazionale, ARCI, Confederazione Cobas, Ebrei Contro l’Occupazione
  • Israele ha lanciato un attacco senza precedenti contro il movimento BDS
  • Amnesty International esprime preoccupazione “per l’incolumità e la libertà” del co-fondatore del movimento BDS.

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Il reale significato odierno della celebrazione della Nakba

NAKBA-never forgetdi Andrea Vento (Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati)

Il 15 maggio è una ricorrenza di particolare importanza per i palestinesi perché è il giorno in cui celebrano la Nakba, la ‘catastrofe’, tramite la quale viene mantenuto vivo il ricordo della cacciata dalle proprie abitazioni di centinaia di migliaia di persone e la mancata nascita del proprio stato. La data prescelta per questa ricorrenza ha un elevato significato simbolico: il 15 maggio del 1948 infatti segna l’inizio della prima guerra arabo-israeliana, che si concluderà ad inizio del 1949 con la vittoria del neocostituito stato ebraico, e l’inizio del calvario del popolo palestinese che in circa 70 anni, a seguito di una serie infinta di vicende avverse, ha portato alla drammatica situazione attuale caratterizzata da: regime di occupazione militare, espropri e colonizzazione delle terre, violazione sistematica dei diritti umani e delle risoluzioni ONU ed espulsioni, individuali e di massa, continuativi con conseguente creazione di una tale entità di profughi che, ad oggi, metà del popolo palestinese vive al di fuori dei cosiddetti “Territori occupati”, acquisendo il poco invidiabile status di “popolo della diaspora”. Continua a leggere

Israele ed emiri nella Nato

gen-curtis-scaparrottidi Manlio Dinucci

Il giorno stesso (4 maggio) in cui si è insediato alla Nato il nuovo Comandante Supremo Alleato in Europa – il generale Usa Curtis Scaparrotti, nominato come i suoi 17 predecessori dal Presidente degli Stati Uniti – il Consiglio  Nord Atlantico ha annunciato che al quartier generale della Nato a Bruxelles verrà istituita una Missione ufficiale israeliana, capeggiata dall’ambasciatore di Israele presso la Ue.

Israele viene così integrato ancora di più nella Nato, alla quale è già strettamente collegato tramite il «Programma di cooperazione individuale». Ratificato dalla Nato il 2 dicembre 2008, tre settimane prima dell’operazione israeliana «Piombo fuso» a Gaza, esso comprende tra l’altro la collaborazione tra i servizi di intelligence e la connessione delle forze israeliane, comprese quelle nucleari, al sistema elettronico Nato. Continua a leggere

Se Israele scommette sull’Isis

Isis fighters, pictured on a militant website verified by AP.di Fulvio Scaglione (Vicedirettore di Famiglia Cristiana)

“Per Israele si avvicina il momento della verità?”. Davvero la situazione è così drammatica come sembradescriverla il titolo di Yediot Ahronot, il più diffuso quotidiano del Paese? Certo è che le incognite di certe scelte strategiche si avverte oggi come non mai. Nel conflitto permanente tra Paesi arabi sunniti e Paesi sciiti che tormenta il Medio Oriente, Israele si è schierato con i primi e su questa opzione, in buona sostanza basata sull’ossessione per il pericolo rappresentato dall’Iran, il premier Netanyahu ha fondato la propria politica estera. Con ancor più convinzione e frenesia da quando gli Usa di Obama hanno cominciato a trattare con gli ayatollah per regolare la questione del nucleare. Continua a leggere

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