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FIRENZE: La querela temeraria di Nardella colpisce la democrazia, non solo Tomaso Montanari

La querela temeraria di Nardella colpisce la democrazia, non solo Tomaso Montanari

di Cristiano Lucchi, da “La Città invisibile”, 18 dicembre 2020

Dario Nardella, al momento sindaco di Firenze, ha querelato Tomaso Montanari chiedendo 165.000 euro di danni per aver detto quello che ogni persona, libera intellettualmente e attenta al bene comune e non al profitto di pochi, ha compreso ormai da anni: «Firenze è una città in svendita, è una città all’incanto, una città che se la piglia chi offre di più: e gli amministratori di Firenze sono al servizio di questi capitali stranieri che prendono la città e la smembrano».

Su questo tema anche La Città invisibile ha scritto più volte, si legga ad esempio l’inchiesta A chi fa gola Firenze di Antonio Fiorentino o Svendi Italia di Report in cui trovate anche le dichiarazioni incriminate di Montanari. Oggi non entriamo nel merito della questione, già trattata da molti e, significativamente, da una rete di gruppi e movimenti fiorentini esclusi dal dibattito mainstream sulle condizioni a cui è stata costretta la città dall’attuale classe dirigente politica e imprenditoriale. Ci interessa invece capire il meccanismo che ha mosso il sindaco a chiedere danni in sede civile e non penale. Vogliamo comprendere perché Nardella e i suoi assessori Giachi, Bettini Del Re, Funaro, Gianassi, Giorgetti, Guccione, Martini, Sacchi, Vannucci chiedono complessivamente 165.000 euro e non si affidino invece, sempre che sussista, al reato di diffamazione che prevede una multa tra i 258 e i 2.582 euro.

La risposta che ci siamo dati è tra le peggiori che si possano avere in una democrazia che riconosce in Costituzione sia il diritto di libera manifestazione del pensiero che il diritto di cronaca e di critica. Diritti che ricordiamo sono stati introdotti in funzione antifascista.

Si tratta evidentemente, nel caso di Nardella & Co. contro Montanari, di una querela temeraria, atta a intimidire chi si permette di avere ed esprimere concetti, idee, opinioni che avversano la narrazione imposta dal dominante sulle politiche che produce. Una narrazione troppo spesso dopata, è bene ricordarlo, da fondi, contributi, format, “invenzioni” e pubblicità di emanazione pubblica che vanno a colmare i vuoti dei bilanci di molte delle imprese editoriali locali in piena crisi economica e di identità.

La querela temeraria in genere è avulsa dal merito legale della vicenda, ma ha la capacità di colpire la vittima spremendo tempo, denaro, energie. È sopratutto il tentativo di zittirla, di inibire quel conflitto che sta alla base di ogni dialettica virtuosa quando al centro del dibattito c’è la cosa pubblica. Gli inglesi chiamano questo fenomeno chilling effect (effetto raggelamento) e produce nel malcapitato, soprattutto se debole economicamente, una sorta di autocensura.

La querela temeraria colpisce le persone che esercitano il cosiddetto Quarto potere, siano essi giornalisti, intellettuali, donne e uomini che in piena libertà chiedono conto al potere delle sue azioni. Intimidire questi soggetti vuol dire minacciare lo stato di diritto e l’accesso ad un’informazione libera. Spesso chi ne è colpito, non è il caso di Tomaso Montanari, decide di stare zitto, di aspettare in silenzio che si calmino le acque, perché non ha risorse di alcun tipo per affrontare una causa costosa e impegnativa. Ed è spesso abbandonato dal proprio editore.

Il problema è noto da tempo. Ci sono migliaia di querele temerarie attive in tutta Europa e non solo. È naturale aspettarsi pertanto che chi si affida a questo tipo di azione venga fermato perché rappresenta un virus letale per la democrazia: se la normale circolazione delle notizie viene ostacolata è evidente che il paese è destinato a diventare meno libero. Non è un caso, infatti, che in Parlamento sia in discussione una legge che introduca un’ipotesi di responsabilità aggravata civile per chi, in malafede o colpa grave, attivi un giudizio di richiesta danni. Se approvata questa legge – chissà perché però il dibattito è in stallo, a pensar male si fa peccato ma spesso si indovina – avrà il merito di tutelare i giornalisti e chi, come loro, rappresenta il nostro “cane da guardia” contro gli abusi del potere.

Comprendiamo come Nardella non sia abituato ad avere a che fare con il giornalismo di inchiesta ma solo con quello di complemento, nella sua accezione militare di accompagnamento. In questa vicenda gli riconosciamo comunque un merito: ha palesato a tutti lo spessore umano e politico alla base del suo agire pubblico; ha mostrato la sua fragilità e la debolezza di politiche che per sorreggersi hanno bisogno di un consenso totale e totalizzante; ha reso evidente che nessuna opinione libera e indipendente può essere tollerata. Di questa epifania lo ringraziamo.

Dall’Antropocene al Capitalocene: l’evoluzione dei paradigmi interpretativi della crisi climatico-ambientale

L’inesorabile incedere della crisi climatico-ambientale degli ultimi decenni ha indotto la comunità accademica internazionale ad ampliare e approfondire il campo di studi al fine di comprenderne cause, portata e sviluppi futuri.

Il lemma Antropocene, proposto per la prima volta negli anni ’80 dal biologo Eugene F. Stoermer, ha iniziato a diffondersi, travalicando i confini disciplinari ed accademici, ad opera del premio Nobel per la chimica, Paul Crutzen, per rimarcare l’intensità e la pervasività che l’attività umana aveva assunto nei confronti del processi biologici terrestri (Crutzen, 2005).

Una corrente accademica di pensiero e alcuni contesti scientifici sostengono che la crisi climatico-ambientale in atto sia, invece, il frutto del sistema economico dominante a livello mondiale, nel cui ambito la volontà di una parte nettamente minoritaria di popolazione mondiale di perpetrare lo sfruttamento delle risorse nell’intento di salvaguardare il proprio, ormai insostenibile, livello di consumi1, si concretizza in un forte deficit ecologico che, sotto varie forme, finisce per impattare soprattutto nelle aree geografiche economicamente e socialmente meno sviluppate.

Tale paradigma interpretativo sembra essere confermato dal rapportoDisuguaglianza da CO2″, pubblicato da Oxfam2, in collaborazione con lo Stockholm Environment Institute, il 21 settembre 2020 alla vigilia dell’annuale Assemblea Generale della Nazioni Unite nell’intento di indurre la leadership politica mondiale a varare ed implementare efficaci misure di contrasto alla crisi in atto.

Il concetto di Capitalocene, risulta particolarmente funzionale a focalizzare le dinamiche in atto in quanto riesce ad individuare gli aspetti degenerativi della struttura capitalistica che, in modo sempre più “classista”, polarizza le vulnerabilità non solo intergenerazionali, in ottica futura, ma, soprattutto quelle odierne all’interno e fra società diverse (Amato, 2019).

Il sistema economico globalizzato, neoliberista e sviluppista, funziona da garanzia per il capitale transnazionale nell’ambito di un modello di sviluppo lineare fondato sul ciclo estrazione-produzione-consumo, sulla concentrazione di immensi profitti e la socializzazione dei costi ambientali.

La questione del superamento delle strutture economiche e sociali del Capitalocene, con i suoi insostenibili modelli di produzione, di consumo e di ripartizione della ricchezza, si propone, alla luce della crisi ambientale sull’orlo del punto del non ritorno e delle disuguaglianze sociali, sempre più marcate, in modo ancor più pressante, a causa dei suoi crescenti effetti degenerativi, arrivati, ormai, a mettere a repentaglio il futuro del Pianeta e, soprattutto, dell’intera umanità.

 

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

NOTE:

1Come certificano i dati dell’impronta ecologica L’impronta ecologica media pro capite mondiale sostenibile è 1,8 ha mente quella effettiva è invece di 2,7 ha. Fra i singoli paesi: Qatar (11,68) Kuwait (9,72) Eau (8,44) Usa (8,1)

2 https://www.adnkronos.com/sostenibilita/risorse/2020/09/21/disuguaglianza-piu-ricco-del-pianeta-inquina-piu-miliardi-poveri_hVANEvcMqa693vnRu0GeUI.html

3 Oxfam 20 gennaio 2020. Davos 2020: la terra delle disuguaglianze: a metà 2019 l’1% della popolazione più ricca è arrivata a detenere più del doppio della ricchezza posseduta da 6,9 miliardi di persone.

Quando gli ambientalisti erano pionieri. Una storia italiana da conoscere: Michele Boato, “Arcipelago Verde. Dal ‘68 all’ecologia… il passo è breve”

Quando gli ambientalisti erano pionieri. Una storia italiana da conoscere

Michele Boato, Arcipelago Verde.Dal ‘68 all’ecologia… il passo è breve, Gaia edizioni 2020, 10 euro, pag. 250

di Marinella Correggia

Un’epopea. Vista da questo distopico 2020, la storia delle lotte ambientali e antimilitariste in Italia nei due cruciali decenni 1970 e 1980 suscita stupore: tutta quella roba riuscirono a fare, i pionieri! E senza nemmeno Internet. O magari un po’ anche per quello: erano costretti alla realtà.

I quasi cento episodi che Michele Boato racconta con precisione ma con passo da romanzo sono visti da dentro, da chi ne è stato partecipe o anche iniziatore, L’antimilitarismo nonviolento. I Proletari in divisa, sentinelle anti-golpe. L’ostinata opposizione alle fabbriche velenifere. Le proposte di riconversione produttiva. Il vittorioso movimento antinucleare. I comitati anti-infortunistici con gli operai. L’opposizione alle basi militari. La scienza e la medicina contro gli inferni chimici. La Valle Bormida. Seveso. La nascita delle università verdi e delle eco-riviste. L’incontro-scontro a livello locale con alleanze inedite. Gli scioperi studenteschi e il volontariato ambientale. La costruzione del movimento dei consumatori. Le marce infinite. I ricorsi legali. La tutela attiva dei parchi. Il biologico, i rifiuti zero, le tecnologie appropriate. Naturalmente la bicicletta in tutte le sue declinazioni, personali e politiche. E poi…il dissenso cattolico contro la “chiesa del miliardo”, le vicende dei gruppi di sinistra. Le vittorie di quel tempo, locali o nazionali, spesso hanno lasciato il segno, chiudendo per sempre pagine nere.

Su tutto svettavano due stelle polari, come le chiama l’autore: Giorgio Nebbia, lo scienziato delle merci, e Laura Conti, medico. Entrambi generosissimi del loro tempo e del loro sapere. Come tanti altri, debitamente citati.

Strategie, tattiche, obiettivi e alleati. Molto da imparare. Viene da dire che se i pionieri fossero stati ascoltati di più, se le utopie concrete che andavano sviluppando in parallelo alle lotte si fossero moltiplicate, forse l’Italia e – per contaminazione l’Occidente – sarebbero oggi meno responsabili di una crisi climatica mondiale che troppo tardi si pretende di affrontare con mega-piani verdi, mentre già, ci avverte Greenpeace, per l’Africa il fenomeno è irreversibile e non per colpa sua.

Arcipelago verde prosegue il racconto del cammino nell’ambientalismo italiano che Michele Boato ha avviato con il libro La lotta continua (dal secondo dopoguerra, passando per il dissenso cattolico, il ’68 studentesco e il ’69 operaio, fino alle Tre giornate di Marghera nel 1970). Le Liste verdi nate alla metà degli anni 1980 saranno le protagoniste del terzo libro (2021) di questa ricostruzione storica dell’ambientalismo italiano.

Riteniamo utile allegare l’indice, per dare l’idea dell’ampiezza dell’opera.

LEGGI O SCARICA L’INDICE DEL LIBRO

 

La crisi climatica in Africa è fuori controllo

Uno studio di Greenpeace Africa

A causa dei cambiamenti climaticiondate di caloreinondazioni e pesanti piogge si fanno più frequenti un po’ ovunque nel mondo, ma è l’Africa a pagarne le conseguenze più severe: l’intensificarsi di eventi meteorologici estremi sta minacciando gravemente la salute umana, la sicurezza alimentare, la pace e la biodiversità del continente africano. A rivelarlo è il nuovo studio pubblicato da Greenpeace Africa e dall’unità scientifica di Greenpeace “Weathering the Storm: Extreme Weather and Climate Change in Africa“.

Lo studio si basa su diversi scenari climatici: tutti prevedono che le temperature medie future in Africa aumenteranno a un ritmo più veloce della media globale. Se non si interverrà al più presto per ridurre e poi azzerare le emissioni, l’aumento medio della temperatura di gran parte del continente supererà i 2 gradi centigradi, per ricadere nell’intervallo da 3 a 6 gradi centigradi entro la fine del secolo, da due a quattro volte rispetto a quanto consentito dall’Accordo di Parigi.

Questo aumento incontrollato vuol dire purtroppo che ci saranno morti, migrazioni, conflitti climatici, scarsità di acqua potabile, impatti sulla produzione agricola ed estinzione accelerata di specie endemiche africane.

Ondate di calore, inondazioni, siccità e cicloni hanno assunto una scala finora sconosciuta. Questi eventi sono ancora più impattanti per le comunità più povere, meno attrezzate per fronteggiare e adattarsi ai cambiamenti climatici.

C’è ben poco di naturale nei disastri che colpiscono l’Africa. La salute, la sicurezza, la pace e la giustizia non si otterranno solo con le preghiere e i sacchi di riso e mais consegnati all’indomani di un disastro: i leader africani devono dichiarare l’emergenza climatica per preservare il futuro del continente.

Come ha spiegato Hindou Oumarou Ibrahim, direttrice dell’Associazione delle donne e dei popoli indigeni del Ciad (AFPAT), “nel Sahel il cambiamento climatico ha distrutto i nostri raccolti, le nostre case e le nostre famiglie, costringendole a una migrazione forzata. Ma l’Africa non è solo il palcoscenico in cui si verificheranno i peggiori impatti sul clima: è un continente di milioni di persone decise a fermare il cambiamento climatico, ad abbandonare i combustibili fossili, e a lottare per proteggere le nostre foreste e la nostra biodiversità dall’agricoltura industriale”.

da qui

FONTE: http://www.labottegadelbarbieri.org/la-crisi-climatica-in-africa-e-fuori-controllo/

Clima: Alla fine ci salverà la Cina?

di Vincenzo Comito (da sbilanciamoci.info)

L’Europa, la Francia in testa, si sbraccia a Madrid sul riscaldamento globale ma fa poco, mentre la Cina ha già raggiunto gli obiettivi della Cop di Parigi. Ma di recente sta facendo dietrofront sulla decarbonizzazione, forse in relazione all’insicurezza energetica conseguente ai dazi di Trump.

Le parole e i fatti

E’ ovviamente noto quanto sia non solo importante, ma anche pressante, la questione del cambiamento climatico e dei possibili progressi nella lotta allo stesso. Ci troviamo peraltro di fronte ad una crescente consapevolezza del problema sul piano delle conoscenze sul come stanno i fatti e sul come bisognerebbe operare, come mostrato anche dalla ennesima conferenza sul tema, che questa volta si svolge a Madrid, ma, d’altro canto, i progressi operativi sul fronte della mitigazione dei rischi avanzano troppo lentamente.

In tale quadro un posto chiave, o, forse meglio, il posto chiave di tutta la vicenda, sembra essere detenuto, nel bene e nel male, dalla Cina e dalle sue strategie. Continua a leggere

Il quadro generale della situazione ambientale, politica e dei movimenti sociali all’apertura della Cop 25

di Andrea Vento

Come introduzione al progetto scolastico proposto dal Giga per formare gli studenti alle tematiche ambientali

Il quadro generale della situazione ambientale, politica e dei movimenti sociali all’apertura della Cop 25. Come introduzione al progetto scolastico proposto dal Giga per formare gli studenti alle tematiche ambientali

La crisi del pianeta sta manifestando giorno per giorno il suo inesorabile incedere attraverso il manifestarsi di una molteplicità di effetti che disvelano agli occhi dell’umanità la gravità della situazione dell’ecosistema terrestre, il cui stato di crisi si sta pericolosamente avvicinando verso il punto di non ritorno (tipping point). Continua a leggere

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