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Oceania

Questa categoria contiene 21 articoli

E’ on line il numero di maggio di Nuovo Paese, la rivista della Filef Australia

La cooperazione, non il cowboy solitario

L’attacco alla Siria è stato “mirato e limitato” e una “risposta proporzionata”, secondo il Pentagono, che lo ha giustificato come risposta all’uso, sempre secondo il Pentagono, delle armi chimiche da parte di Assad. Continua a leggere

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LA GUERRA CHE INCOMBE SULLA CINA, di John Pilger [VIDEO con sott. in italiano]

In un documentario impressionante per accuratezza e dimensioni, John Pilger rivela ciò che i canali ufficiali non dicono: che la più grande potenza del mondo militare, gli Stati Uniti, e la seconda potenza economica mondiale, la Cina, entrambe dotate di armi nucleari, sono sulla strada della guerra. Il film di Pilger è un avvertimento, e una ispirata storia di resistenza.

Traduzione in italiano:
Martina Zanette e Riccardo Radici

 

FONTE: pandoratv.it

 


 

 

Secolo XXI: Economia del Terrore ? – un importante contributo di Lo Brutto e Spataro

Spataro-Economia del terroreIntroduzione

SCENARI DELLA CRISI DEL MONDO

Con l’inizio del nuovo secolo, all’orizzonte del nostro futuro si profila una tendenza inquietante, maturata nell’ambito delle oligarchie neoliberiste dell’Occidente: il frequente ricorso alla guerra, anche locale, come risposta ai problemi insorti con la crisi globale.

Tale tendenza è insita nella natura violenta, nella stessa dinamica del capitalismo internazionale. Tuttavia, oggi, appare anche come una reazione metodica alle difficoltà crescenti d’imporre il suo modello politico-culturale e consumistico.

Più che un fenomeno ciclico, essa parrebbe denunciare una difficoltà, perfino un declino, non tanto del sistema capitalistico in se stesso quanto dell’egemonia occidentale sul terreno dell’economia e della cultura. Continua a leggere

Andre Vltchek: Ecco perché sono comunista

Andre-Vlchetkdi Andre Vltchek

Ogni qualvolta si guarda La Ultima Cena, un geniale film del 1976 diretto dal cubano Tomás Gutiérrez Alea, ci si rende conto di molti importanti messaggi che vengono letteralmente urlati dallo schermo.  Continua a leggere

La Repubblica di tutti gli italiani: Costituzione, diritti e lavoro dell’Italia migrante

Faim1° Assemblea Congressuale FAIM – 29 Aprile 2016 – Sala Fredda, Via Buonarroti, Roma – La Repubblica di tutti gli italiani:  Costituzione, diritti e lavoro dell’Italia migrante – La Relazione introduttiva di Pietro Lunetto, del Comitato di Coordinamento.

Si è svolto oggi a Roma il primo congresso del Faim (il Forum delle Associazioni Italiane nel Mondo) che raccoglie una base associativa di oltre 1.500 associazioni territoriali diffuse in tutti i maggiori paesi di emigrazione italiana. Presentiamo di seguito il testo integrale della relazione introduttiva presentata da Pietro Lunetto, de La Comune del Belgio, una associazione di mutuo soccorso dei giovani migranti italiani in Belgio.

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E’ iniziata una guerra mondiale. Al momento è una guerra di propaganda, di menzogne e distrazione.

bikinidi John Pilger – 23 marzo 2016*
Ho girato delle riprese nelle Isole Marshall, che si trovano a nord dell’Australia, nel mezzo dell’Oceano Pacifico. Ogni volta che ho raccontato dov’ero stato mi è stato chiesto: “Dov’è quel posto?” Offro un’indicazione citando “Bikini”; mi dicono “Intendi il costume da bagno?”
Pochi sembrano sapere che il costume bikini ha preso il nome dalla celebrazione delle esplosioni nucleari che distrussero l’Isola di Bikini. Nelle Isole Marshall, tra il 1946 e il 1958, furono fatte esplodere dagli Stati Uniti sessantasei bombe atomiche, l’equivalente di 1,6 bombe di Hiroshima al giorno, per dodici anni.
Bikini oggi tace, deformata e contaminata. Le palme crescono in una strana formazione a reticolo. Nulla si muove. Non ci sono uccelli. Le lapidi nel vecchio cimitero brulicano di radiazioni. Le mie scarpe hanno prodotto un segnale di “pericolo” su un contatore Geiger.
In piedi sulla spiaggia ho osservato il verde smeraldo del Pacifico svanire in un vasto buco nero. Era il cratere lasciato dalla bomba all’idrogeno chiamata “Bravo”. L’esplosione ha avvelenato le persone e il loro ambiente per centinaia di miglia, forse per sempre.
Lungo il mio viaggio di ritorno mi sono fermato all’aeroporto di Honolulu e ho notato una rivista statunitense chiamata Women’s Health. Sulla copertina c’era una donna sorridente in bikini e il titolo: “Anche tu puoi avere un corpo da bikini”. Alcuni giorni prima, nelle Isole Marshall, avevo intervistato donne che avevano “corpi da Bikini” diversi; ognuna di loro aveva sofferto di cancro alla tiroide e di altri cancri potenzialmente mortali.
Diversamente dalla donna sorridente della rivista, tutte loro erano impoverite: vittime e cavie da laboratorio di una superpotenza rapace che oggi è più pericolosa che mai.
Riferisco questa esperienza come ammonimento e per interrompere una distrazione che ha consumato così tanti di noi. Il fondatore della propaganda moderna, Edward Bernays, ha descritto questo fenomeno come “la consapevole e intelligente manipolazione delle abitudini e delle opinioni” delle società moderne. L’ha chiamato un “governo invisibile”.
Quanti sono consapevoli che è iniziata una guerra mondiale? Al momento è una guerra di propaganda, di menzogne e distrazione, ma può cambiare istantaneamente con il primo ordine sbagliato, con il primo missile.
Nel 2009 il presidente Obama era di fronte a una folla adorante nel centro di Praga, nel cuore dell’Europa. Se impegnò a rendere “il mondo libero da armi nucleari”. La gente esultava e alcuni piangevano. Dai media è fluito un torrente di stereotipi. Successivamente a Obama è stato assegnato il Premio Nobel per la Pace.
Era tutto falso. Mentiva.
L’amministrazione Obama ha fabbricato altre armi nucleari, altre testate nucleari, altri sistemi di lancio, altre fabbriche nucleari. La sola spesa in testate nucleari è cresciuta più sotto Obama che sotto qualsiasi presidente statunitense. Il costo in trent’anni è stato superiore a un trilione di dollari.
Ci sono piani per una mini bomba atomica. E’ nota come B61 Model 12. Non c’è mai stato nulla di simile. Il generale James Cartwright, ex vicepresidente dei Capi di Stato Maggiore Riuniti, ha affermato: “Diventando più piccola [l’uso di questa atomica] è più concepibile”.
Negli ultimi diciotto mesi sta avendo luogo il maggior accumulo di forze militari dopo la seconda guerra mondiale – guidato dagli Stati Uniti – lungo la frontiera occidentale della Russia. Da quando Hitler invase l’Unione Sovietica forze straniere non hanno mai costituito una simile minaccia dimostrabile contro la Russia.
L’Ucraina – un tempo parte dell’Unione Sovietica – è diventata un parco a tema della CIA. Avendo orchestrato un colpo di stato a Kiev, Washington controlla efficacemente un regime che è vicino di casa e ostile alla Russia: un regime marcio di nazisti, letteralmente. Eminenti figure parlamentari in Ucraina sono discendenti politiche dei famigerati fascisti dell’OUN e dell’UPA. Lodano apertamente Hitler e chiedono la persecuzione e l’espulsione della minoranza di lingua russa. Ciò fa raramente notizia in occidente, oppure è rovesciato per sopprimere la verità.
In Lettonia, Lituania ed Estonia – a un passo dalla Russia – l’esercito statunitense sta dispiegando truppe da combattimento, carri armati, armi pesanti. Questa provocazione estrema alla seconda potenza nucleare del mondo incontra il silenzio dell’occidente.
Ciò che rende la prospettiva di una guerra nucleare persino più pericolosa è una campagna parallela contro la Cina.
Raramente passa un giorno senza che Cina sia elevata allo status di “minaccia”. Secondo l’ammiraglio Harry Harris, il comandante USA del Pacifico, la Cina “sta costruendo un grande muro di sabbia nel Mar Cinese Meridionale”.
Ciò cui si riferisce è la costruzione cinese di piste d’atterraggio nelle Isole Spratly, che sono oggetto di una disputa con le Filippine; una disputa senza priorità fino a quando Washington non ha esercitato pressioni e corrotto il governo di Manila e il Pentagono ha lanciato una campagna propagandistica chiamata “libertà di navigazione”.
Che cosa significa realmente questo? Significa libertà per le navi da guerra statunitensi di pattugliare e dominare le acque costiere della Cina. Cercate di immaginare la reazione degli Stati Uniti se navi da guerra cinesi facessero lo stesso al largo delle coste della California.
Ho girato un documentario intitolato The War You Don’t See [La guerra che non si vede] in cui ho intervistato giornalisti illustri negli Stati Uniti e in Gran Bretagna: giornalisti quali Dan Rather della CBS, Rageh Omar della BBC, David Rose dell’Observer.
Tutti loro hanno affermato che se i giornalisti e i commentatori televisivi avessero fatto il loro lavoro e avessero messo in discussione la propaganda che Saddam Hussein possedeva armi di distruzione di massa, se le bugie di George W. Bush e di Tony Blair non fossero state amplificate ed echeggiate dai giornalisti, l’invasione dell’Iraq nel 2003 non avrebbe avuto luogo e centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sarebbero vivi oggi.
La propaganda che prepara il terreno per una guerra contro la Russia e/o la Cina non è diversa in linea di principio. Per quanto ne so, nessun giornalista della “tendenza dominante” in Occidente – diciamo un equivalente di Dan Rather – chiede perché la Cina stia costruendo piste d’atterraggio nel Mar Cinese Meridionale.
La risposta dovrebbe essere palesemente ovvia. Gli Stati Uniti stanno circondando la Cina con una rete di basi, con missili balistici, gruppi da combattimento, bombardieri carichi di armi atomiche.
Questo arco letale si estende dall’Australia alle isole del Pacifico, le Marianne e le Marshall e Guam, fino alle Filippine, alla Tailandia, a Okinawa, alla Corea e attraverso l’Eurasia fino all’Afghanistan e all’India.

Gli Stati Uniti hanno appeso un cappio attorno al collo della Cina. Questo non fa notizia. Silenzio dei media; guerra mediatica.

Nel 2015, in grande segretezza, gli USA e l’Australia hanno inscenato la più grande esercitazione militare singola aeronavale della storia recente, nota come Talisman Sabre. Lo scopo consisteva nel provare una Piano di Battaglia Aeronavale, bloccando vie marittime, come gli Stretti di Malacca e gli Stretti di Lombok, che tagliano l’accesso della Cina al petrolio, al gas e ad altre materie prime vitali dal Medio Oriente e dall’Africa.
Nel circo noto come campagna presidenziale statunitense Donald Trump è presentato come un matto, un fascista. E’ certamente odioso, ma è anche una figura odiosa mediatica. Questo, da solo, dovrebbe suscitare il nostro scetticismo.
Le idee di Trump sull’immigrazione sono grottesche, ma non più grottesche di quelle di David Cameron. Non è Trump che è il Grande Deportatore dagli Stati Uniti, bensì il Premio Nobel per la Pace Barack Obama.
Secondo un epico commentatore liberale Trump sta “scatenando le forze oscure della violenza” negli Stati Uniti. Le sta scatenando?
Questo è il paese dove gli infanti sparano alle loro madri e la polizia conduce una guerra omicida contro gli statunitensi neri. Questo è il paese che ha attaccato e cercato di sovvertire più di 50 governi, molti di essi democrazie, e ha condotto bombardamenti dall’Asia al Medio Oriente, causando la morte e la spoliazione di milioni di persone.
Nessun paese è in grado di uguagliare questo record sistemico di violenza. La maggior parte delle guerre statunitensi (quasi tutte contro paesi indifesi) è stata scatenata non da presidenti Repubblicani bensì da Democratici liberali: Truman, Kennedy. Johnson, Carter, Clinton, Obama.
Nel 1947 una serie di direttive del Comitato per la Sicurezza Nazionale ha descritto lo scopo fondamentale della politica estera statunitense come “un mondo sostanzialmente fatto a propria immagine [degli Stati Uniti]”. L’ideologia era un americanismo messianico. Siamo tutti statunitensi. O peggio per chi non ci sta. Gli eretici sarebbero convertiti, sovvertiti, comprati, diffamati o schiacciati.
Donald Trump è un sintomo di questo, ma è anche un originale. Dice che l’invasione dell’Iraq è stata un crimine; non vuole entrare in guerra con la Russia e la Cina. Il pericolo per il resto di noi non è Trump, ma Hillary Clinton. Lei non è un’originale. Lei incarna la resistenza e la violenza di un sistema il cui vantato “eccezionalismo” è totalitario con un volto occasionalmente liberale.
Con l’approssimarsi del giorno delle elezioni, la Clinton sarà salutata come il primo presidente femmina, indipendentemente dai suoi crimini e dalle sue bugie, proprio come Barack Obama era stato lodato come il primo presidente nero e i liberali si erano digeriti la sua scempiata riguardo alla “speranza”. E la bava continua.
Descritto dal giornalista del Guardian Owen Jones, come “divertente, affascinante, con una finesse che manca praticamente a ogni altro politico”, Obama l’altro giorno ha mandato droni a massacrare 150 persone in Somalia. Di solito uccide di martedì, secondo il New York Times, quando gli passano la lista dei candidati alla morte per drone. Che finesse!
Nella campagna presidenziale del 2008 Hillary Clinton ha minacciato di “cancellare totalmente” l’Iran con armi nucleari. Da Segretario di Stato sotto Obama ha partecipato al rovesciamento del governo democratico dell’Honduras. Il suo contributo alla distruzione della Libia nel 2011 è stato quasi gioioso. Quando il leader libico, colonnello Gheddafi, è stato pubblicamente sodomizzato con un coltello – un assassinio reso possibile dalla logistica statunitense – ha gongolato per la sua morte: “E’ venuto, ha visto, è morto”.
Una delle alleate più strette della Clinton è Madeleine Albright, ex Segretario di Stato, che ha attaccato giovani donne per il loro mancato sostegno a “Hillary”. E’ la stessa Madeleine Albright che famigeratamente festeggiò in televisione la morte di mezzo milione di bambini iracheni dicendo che ne era “valsa la pena”.
Tra i maggiori sostenitori della Clinton vi sono la lobby israeliana e le industrie delle armi che alimentano la violenza in Medio Oriente. Lei e suo marito hanno ricevuto una fortuna da Wall Street. E tuttavia sta per essere ordinata candidata delle donne, per far fuori il malvagio Trump, il demone ufficiale. Le sue sostenitrici includono eminenti femministe del calibro di Gloria Steinem negli USA e Anne Summers in Australia.
Una generazione fa, un culto post-moderno oggi noto come “politica identitaria” ha impedito a molte persone intelligenti, di idee liberali di esaminare le cause e gli individui che sostenevano: come l’impostura di Obama e Clinton; come movimenti progressisti fasulli quali Syriza in Grecia, che ha tradito il popolo di quel paese e si è alleato con i suoi nemici.
L’egocentrismo, una forma di “me-ismo”, è divenuto il nuovo spirito dell’epoca in società occidentali privilegiate e ha segnalato la caduta dei grandi movimenti collettivi contro la guerra, le ingiustizia sociali, la disuguaglianza, il razzismo e il sessismo.
Oggi il lungo sonno può essere terminato. I giovani si stanno muovendo di nuovo. Gradualmente. Le migliaia che in Gran Bretagna hanno sostenuto Jeremy Corbyn come leader del Partito Laburista fanno parte di questo risveglio, così come quelli che hanno manifestato a sostegno del senatore Bernie Sanders.
In Gran Bretagna la settimana scorsa il più stretto alleato di Jeremy Corbyn, il suo tesoriere ombra John McDonnell, ha impegnato un governo laburista a rimborsare i debiti delle banche piratesche e, in effetti, a continuare la cosiddetta austerità.
Negli USA Bernie Sanders ha promesso di appoggiare la Clinton se o quando sarà nominata. Anche lui ha votato a favore dell’uso statunitense della violenza contro altri paesi quando lui pensa sia “giusto”. Dice che Obama ha fatto “un grande lavoro”.
In Australia c’è una specie di politica da obitorio, in cui si giocano sui media tediose partite parlamentari mentre profughi e indigeni sono perseguitati e cresce la disuguaglianza, accanto al pericolo di una guerra. Il governo di Malcom Turnbull ha appena annunciato un cosiddetto bilancio della difesa da 195 miliardi di dollari che è una spinta alla guerra. Non ci sono stati dibattiti. Silenzio.
Che cosa è successo alla grande tradizione di azione diretta popolare, libera dai partiti? Dove sono il coraggio, l’immaginazione e l’impegno necessari per cominciare il lungo viaggio verso un mondo migliore, giusto e pacifico? Dove sono i dissidente nell’arte, nel cinema, nel teatro, nella letteratura?
Dove sono quelli che spezzeranno il silenzio? O stiamo aspettando che sia lanciato il primo missile nucleare?
Traduzione a cura di Giuseppe Volpe per ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

Allarme clima: febbraio il quinto mese consecutivo con temperature superiori di un grado rispetto alla media. Accordi di Parigi a rischio. Avviare la transizione economica.

Mappa climatica 3-ventodi Andrea Vento (Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati)

I dati climatici diffusi dalla Nasa relativi al mese di febbraio, confermano l’allarmante dinamica del surriscaldamento terrestre in atto e gettano sinistre ombre sulla sostenibilità dell’accordo raggiunto alla Cop 21 di Parigi nel dicembre scorso. Il mese da poco concluso, infatti, non solo è risultato il febbraio più caldo dal 1880, inizio delle rilevazioni globali, ma addirittura quello con lo scostamento più elevato, ben 1,35 gradi, rispetto alla temperatura media del corrispondente mese rilevata nel trentennio 1951-1980, superando nettamente l’effimero record registrato in gennaio con  +1,14 gradi. Continua a leggere

RAPPORTO Oxfam: Sessantadue persone sono più ricche di 3,6 miliardi di esseri umani

ETuttaLorodi Andrea Baranes
Quando il movimento Occupy Wall Street lanciò lo slogan “siamo il 99%” probabilmente non immaginava che solamente pochi anni dopo quel 99% sarebbe realmente stato la parte più povera del pianeta. Eppure oggi l’1% più ricco della popolazione ha un patrimonio superiore a quello del rimanente 99%. Sono alcuni dati contenuti nell’ultimo rapporto di Oxfam sulle diseguaglianze, presentato in vista del Forum di Davos dei prossimi giorni. Continua a leggere

Il nuovo disordine mondiale, nel XIII° rapporto sui diritti globali

Rapporto DIritti Globali-2015di Sergio Segio

Nella sua tredicesima edizione, il rapporto edito da Ediesse descrive la situazione che fa perno attorno alla “prima guerra mondiale della finanza”, già documentata in passato. Giunto alla tredicesima edizione, il Rapporto sui diritti globali è significativamente titolato “Il nuovo disordine mondiale”. Un disordine che fa perno attorno a quella “prima guerra mondiale della finanza” già documentata negli ultimi anni, e che nel 2015 ha visto una decisa accelerazione. Una guerra articolata su più fronti, a partire da quello contro i lavoratori, i ceti meno abbienti e i paesi recalcitranti alla dittatura della troika e alla disciplina dell’austerity; come da ultimo abbiamo visto in Grecia, cui è dedicato il focus del primo capitolo del volume. Continua a leggere

Rapporto Migrantes: gli italiani che se ne vanno superano ormai gli immigrati che arrivano

RIM2015Un’analisi di numeri e profondità sociale dell’emigrazione italiana che certifica come il nostro Paese sia ancora, e sempre di più in questi ultimi anni, punto di partenza per flussi di connazionali in uscita. 4.636.647 i cittadini italiani iscritti all’Anagrafe dei residenti all’estero al 1° gennaio del 2015, cresciuti del 49,3% rispetto al 2006. Di oltre 154.000 la crescita solo nel 2014.

Claudio Micheloni: “I tempi sono cambiati, ma la storia del popolo migrante è sempre la stessa. Esso è lo specchio della nostra cattiva coscienza e ci mette di fronte a responsabilità e a ciò che della nostra realtà non vogliamo vedere”

Perego: “Stiamo vivendo una nuova stagione dell’unica storia dell’emigrazione italiana, una stagione segnata dalla crisi economica, che determina la crescita di nuovi flussi in uscita”

ROMA – È stato presentato questa mattina a Roma il X Rapporto Italiani nel mondo della Fondazione Migrantes, analisi di numeri e profondità sociale dell’emigrazione italiana che certifica, grazie al suo lavoro decennale, come il nostro Paese sia ancora, e sempre di più in questi ultimi anni, punto di partenza per flussi di connazionali in uscita. I 4.636.647 cittadini italiani iscritti all’Anagrafe dei residenti all’estero (Aire) al 1° gennaio del 2015 sono cresciuti infatti del 49,3% rispetto al 2006, con un aumento di partenze registrato in particolare negli ultimi 3 anni. Le iscrizioni all’Aire nell’ultimo anno sono state 154.531, un 3,3% in più rispetto al 2014, numeri importanti ma spesso oscurati dalle immagini più mediaticamente efficaci degli sbarchi di migranti sulle nostre coste o dalla consuetudine ormai invalsa di considerare la Penisola unicamente come meta di immigrazione.

“Siamo ancora emigranti, in parte per bisogno, in parte per scelta – ha affermato Paolo Ruffini, direttore di Tv2000, presentando il video sui principali numeri e aspetti del Rapporto con cui si è aperta la presentazione moderata dal giornalista di Avvenire Mimmo Muolo. “Che l’Italia si sia trasformata in terra di immigrazione è uno slogan che poteva essere vero qualche anno fa – ha ribadito il presidente della Fondazione Migrantes mons. Guerino Di Tora, rilevando come l’analisi costante della mobilità umana sia indispensabile per “accompagnare il migrante”, compito che la Chiesa si propone nel suo mettere al centro la persona. Strumento per guidare meglio questo affiancamento, svolto, per gli italiani all’estero, dalle missioni cattoliche italiane che ne supportano l’integrazione nei diversi contesti di approdo, è appunto il Rapporto, che si avvale della collaborazione con diverse strutture per un’analisi condivisa messa a disposizione della società civile e delle istituzioni – segnala Di Tora.

A illustrare i principali contenuti di questa nuova edizione del Rapporto la curatrice Delfina Licata, che segnala in premessa come il fenomeno della mobilità sia per sua stessa natura soggetto a trasformazioni che richiedono attenzione costante e sensibilità capace di guardare oltre i numeri, alla vita e alle esperienze concrete delle persone. Per questo il Rapporto affianca ai dati quantitativi sezioni speciali di approfondimento, legate alla memoria dell’emigrazione (sono ricordati quest’anno la tragedia di Mattmark, costata la vita a molti lavoratori italiani emigrati, il terremoto del Fucino del 1915, l’esperienza di emigrazione di Pietro Corti e di Luigi Peruzzi, o la Grando Guerra di emigrazione), a riflessioni su singoli aspetti della mobilità (quella giovanile), ad esperienze contemporanee (richiamata per esempio quella di don Noè Tamai, che continua a dedicare la sua vita ai connazionali in America Latina aiutando la ricostruzione genealogica necessaria al riconoscimento della cittadinanza italiana) o a percorsi poco conosciuti come quelli dei mestieri dell’emigrazione italiana all’estero.

Tornando ai dati, Licata segnala come coloro che hanno trasferito la loro residenza all’estero per espatrio da gennaio a dicembre 2014 siano stati 101.297, in prevalenza uomini (56%), celibi (59%), tra i 18 e i 35 anni (35%), partiti principalmente dal Nord Italia per trasferirsi soprattutto in Europa. Alla più consistente ripresa dei flussi in uscita dal nostro Paese di questi ultimi anni corrisponde infatti un maggior dinamismo delle regioni settentrionali – mentre tradizionalmente era il Meridione il luogo di provenienza di molti connazionali emigrati. E pur restando la Sicilia con 731.483 residenti all’estero la prima regione di origine dei connazionali, seguita da Campania, Lazio e Calabria, aumentano di 24 mila i lombardi e di 15 mila i veneti.

Degli oltre 4 milioni di residenti all’estero, 2,5 milioni sono gli iscritti per espatrio e 1,8 milioni per nascita, il 53% si trova in Europa e il 40% in America, e il 51% proviene dal Sud Italia, il 33% dal Nord e il 15% dal Centro. Gli anziani sono 922 mila, 707 mila i minori e il 48% sono donne. Licata parla poi di uno “svecchiamento della collettività italiana all’estero, dal 2006 ad oggi, grazie all’incremento consistente dell’emigrazione registrato in quello stesso periodo”. La Germania è la meta preferita nell’ultimo anno (14 mila trasferiti), seguita da Regno Unito (13 mila), la Svizzera (11 mila) e la Francia (9 mila). In calo, anche se di poco, rispetto allo scorso anno, la Cina (-0,9%), l’Argentina (-3,6%), il Canada ( -3,9%) e, in modo consistente invece, il Venezuela (-19,8%). 110 la provincie italiane coinvolte quali territori di origine dei flussi, mentre sono 196 i Paesi di destinazione. Licata segnala inoltre, a proposito del focus sui giovani italiani all’estero presente nel Rapporto, come “la mobilità richiami mobilità”; i titoli di studio più alti siano maggiormente spendibili all’estero; sempre più studenti liceali scelgano di fare un esperienza di studio all’estero (1800 nel 2014/2015), in particolare negli Stati Uniti, in Irlanda o Cina; tra i laureati emigrati all’estero per lavoro siano una minoranza quelli che prevedono un ritorno a breve in Italia (entro 5 anni); coloro che hanno conseguito un dottorato di ricerca siano più frequentemente impiegati come ricercatori se scelgono di lasciare l’Italia (50 su 100 contro i 20 su 100 in Italia). “Il problema non è la partenza, ma il ritorno resta il punto dolente: occorre lavorare affinché l’Italia divenga Paese attrattivo per i giovani talenti – segnala la curatrice del Rapporto, soffermandosi poi su quanto anche coloro che non avevano titoli di studio recassero con sé una sapienza nel passato, così come la sezione sui mestieri dimostra. Un’indicazione che per Licata potrebbe costituire una sorta di “antidoto agli imprenditori della paura e dell’intolleranza”, rafforzando la concezione dell’Italia come Paese dell’accoglienza per gli immigrati che oggi la scelgono come meta di approdo.

A segnalare alcune problematiche demografiche del nostro Paese è Alessandro Rosina, docente di demografia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che parla di un “impoverimento del nostro Paese per quanto riguarda le giovani generazioni”: in termini quantitativi, perché diminuisce il numero di giovani visto il calo dell’indice di natalità (Rosina quantifica una diminuzione equivalente a 250 mila giovani l’anno) e qualitativi, vista l’alta percentuale di giovani under 35 che in Italia non studiano né lavorano (oltre 1 su 4, la peggior media europea, concentrati tra coloro che hanno titoli di studio medio bassi e vivono al Sud) e gli espatriati (soprattutto nel Nord Italia con titoli di studio medio alti, anche per quanto riguarda questa categoria l’Italia è il Paese ad offrire il contributo maggiore in ambito europeo). Rosina sollecita inoltre a guardare a questi ultimi “uscendo dallo stereotipo della fuga, perché è la spinta ad andare verso ciò che si desidera più che fuggire ciò che si trova ciò che li spinge ad espatriare”, una caratteristica che viene ascritta alla “mutazione antropologica delle giovani generazioni”, sempre connesse, fiduciose in se stessi e orientate ad interagire con il resto del mondo, altre culture, facendo nuove esperienze. Il problema è l’attrazione che su tali giovani esercitano i Paesi più dinamici, attrazione che finisce per indebolire ulteriormente un Paese come l’Italia, in un aspetto su cui è già particolarmente fragile (il numero di giovani e quello dei laureati). Le proposte di Rosina sul tema riguardano la valorizzazione del capitale umano in Italia, l’incoraggiamento della circolazione dei talenti, sostenendo progetti per il rientro che non si limitino agli incentivi fiscali e la creazione di un network che consenta a chi si trova all’estero di contribuire ai processi di sviluppo della Penisola. A completare l’analisi di Rosina l’intervento di Marina Timoteo, direttore di AlmaLaurea, che segnala come ad oggi si debba ancora incoraggiare la mobilità degli studenti (a fronte di un 20% di studenti che compiono un’esperienza all’estero, percentuale auspicata dall’Unione Europea per i suoi Stati membri, in Italia essi sono stati circa il 13% secondo un’indagine di AlmaLaurea sui laureati del 2014), sostenendo finanziariamente tale scelta (ad oggi, le esperienze all’estero sono a vantaggio soprattutto di giovani che sanno di poter contare sul sostegno economico della famiglia per quel periodo, essendo la borsa di studio Erasmus sui 250 euro mensili). Va incoraggiata anche l’omologazione dei percorsi di studio che rende più agevole lo svolgimento di periodi di studio riconosciuti. Sul fronte di coloro che emigrano, una volta laureati, per lavorare, i fattori determinanti sono la stabilità (una maggiore percentuale di contratti a tempo determinato), la meritocrazia e la carriera (più possibilità di fare carriera ed uno stipendio medio di gran lunga superiore a quello italiano). Quasi tutti gli intervistati affermano che ripeterebbero l’esperienza di studio e lavoro all’estero, mentre tra i dottori di ricerca il rimpianto è di non aver intrapreso tale percorso direttamente all’estero.

Si sofferma sui mestieri dell’emigrazione Flavia Cristaldi, docente di geografia delle migrazioni all’Università Sapienza di Roma, che ha anche contribuito alla realizzazione di un testo sulla coltivazione dei vitigni (vedi anche http://comunicazioneinform.it/presentato-al-mei-il-volume-nel-solco-degli-emigranti-i-vitigni-italiani-alla-conquista-del-mondo/). Richiama in particolare i mestieri legati alla stagionalità del lavoro contadino, che consentivano di colmare periodi di inattività con occupazioni svolte in altri luoghi, e il lavoro delle donne, come “bordanti” per l’ospitalità di connazionali temporaneamente all’estero, oppure come sarte, attività che affiancavano spesso al lavoro domestico. Sul ruolo delle donne per l’avvio di un percorso di effettiva integrazione dei connazionali emigrati all’estero si sofferma anche Claudio Micheloni, presidente del Comitato per le questioni degli italiani all’estero del Senato, che aggiunge poi, in merito ai contenuti del Rapporto, come “i tempi siano cambiati, ma la storia del popolo migrante sia sempre la stessa”. “Il popolo migrante è lo specchio della nostra cattiva coscienza, ci mette di fronte alla nostra realtà più brutta, a ciò che non vogliamo vedere – afferma il senatore del Pd eletto nella ripartizione Europa, ricordando, per esempio, come non siano i migranti ad aver dato vita al fenomeno del caporalato nelle campagne dell’Italia meridionale. “L’emigrazione ci mette davanti alle nostre responsabilità nella gestione del nostro Paese – prosegue Micheloni, per cui “è più semplice parlare di fuga dei cervelli che analizzare il motivo per cui lo Stato non funziona”. “Il problema non è la fuga, semmai il fatto che nessuno viene in Italia perché non c’è una politica di investimenti sulla ricerca”. Micheloni ribadisce inoltre come il fenomeno migratorio e la storia dell’emigrazione servano soprattutto all’Italia e non ai residenti all’estero: “è questa convinzione che muoverà l’audizione del Comitato da me presieduto con il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, prevista la prossima settimana. Con lei parleremo del tema dell’insegnamento della storia dell’emigrazione italiana nelle nostre scuole”. Un tema – ricorda Micheloni – su cui da tempo stanno lavorando i parlamentari eletti all’estero. A proposito della riforma del Senato, in questi giorni all’esame di Palazzo Madama, Micheloni segnala come, stando così le cose, il nuovo Senato non avrà più al suo interno rappresentanti degli italiani all’estero, che siederanno solo nell’assemblea chiamata a votare la fiducia al governo, ossia la Camera dei Deputati. Si tratta di una scelta che Micheloni non condivide, perchè ritiene che invece limitare la presenza dei rappresentanti eletti nella circoscrizione Estero al solo Senato avrebbe consentito a questi ultimi di “liberarsi dal gioco degli interessi partitici”, e dimostrare in questo modo la loro utilità all’interesse nazionale. Pur essendo dunque contrario all’impianto della riforma, Micheloni segnala tuttavia di essersi astenuto dal voto all’articolo 2 perché favorevole all’elettività dei nuovi senatori, prevista da tale articolo. Ribadisce come sia ancora aperta la questione degli organismi rappresentativi degli italiani all’estero – Comites e Cgie, – cui un processo di riforma egli si augura possa venire avviato e concluso in questa legislatura.

Le conclusioni della mattinata sono state affidate a mons. Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, che ha ribadito come insieme al “diritto ad emigrare” debba essere garantito anche il “diritto a restare nella propria terra di origine”, istanze che oggi accomunano tutti i migranti. “Stiamo vivendo una nuova stagione dell’unica storia dell’emigrazione italiana, una stagione segnata dalla crisi economica, che determina la crescita di nuovi flussi in uscita e un arresto dell’immigrazione – ha affermato Perego, sostenendo come questo saldo negativo dovrebbe preoccupare il nostro Paese insieme all’emigrazione dei giovani. Una preoccupazione che dovrebbe tradursi in politiche di sostegno per le famiglie e per l’occupazione. Tra le necessità richiamate da Perego, una nuova stagione dell’associazionismo che possa accompagnare i migranti con lo sviluppo di reti sociali, il riconoscimento dei migranti attraverso nuovi diritti di cittadinanza, una rappresentanza politica che sia interprete autentica delle istanze della mobilità e soprattutto di quelle di maggior sofferenza. L’auspicio conclusivo di mons. Perego è che il Rapporto possa costituire un utile strumento per “guardare alla mobilità umana con occhi nuovi”.

(Viviana Pansa – Inform/eminews)

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Vai alla pagina di Migrantes:
http://www.migrantes.it/

PAPA FRANCESCO: Il discorso boliviano all’incontro mondiale dei movimenti popolari (Video integrale)

discorso di papa francesco in boliviaIl discorso di Papa Francesco al secondo incontro mondiale dei movimenti popolari presso l’Expo Feria di Santa Cruz de la Sierra, in Bolivia. Il primo incontro si svolse in Vaticano nell’ottobre del 2014 e vide la partecipazione del presidente boliviano Morales che in qualità di leader del movimento. Continua a leggere

“L’altra faccia della medaglia”: Auguri dall’Australia di 40 anni fa

 

Un film di Fabio Cavadini 

Fonte: http://filefaustralia.org/

 


Dall’emigrazione di allora a quella di oggi e alla dimensione universale del viaggio:

CONCORSO & SHORT FILM FESTIVAL – “The Journey”

GUARDA I FILM SUL CANALE FILEF AUSTRALIA

(LINK: QUI) Continua a leggere

Sbloccare il capitale congelato / Unlocking the frozen capital

nuovo paese-1di Frank Barbaro (Adelaide)

Il muro di Berlino, caduto 25 anni fa, ha segnato la fine del comunismo – il maggiore antagonista al sistema economico, ora globale, basato sull’incremento del profitto privato. Il crollo del comunismo ha offerto campo libero al capitale e oggi le conseguenze sono evidenti e innegabili. Il capitale pubblico si è impoverito mentre il capitale privato è più abbondante che mai, accompagnato da uno sfrenato processo di omologazione che sta ridisegnando i confini sociali ed economici imposti dall’industrializzazione e dal colonialismo.
Il risultato è che le differenze tra Est e Ovest e Nord e Sud sono sempre più confuse con crescenti bacini di ricchezza nei paesi poveri e crescenti bacini di povertà nei paesi ricchi. Continua a leggere

Australia: corsa globale al ribasso (dei salari)

di Frank Barbaro * (Adelaide)
Sembra quasi certo che le pressioni indotte dalla crisi economica mondiale sui lavoratori e sul tenore di vita degli australiani  si accentuerà a causa delle carenze di bilancio del governo federale. La previsione del governo di una caduta di 20 miliardi di dollari australiani nelle esportazioni minerarie (in gran parte verso Cina e altri paesi asiatici n.d.t.) ha dato forza a quella che finora era stata solo una pudica richiesta da parte di alcuni ambienti del business nazionale, di una riforma delle relazioni industriali (IR), argomentata come condizione necessaria al sostegno della salute economica del paese. Continua a leggere

On line il numero 2/3 (Marzo Aprile) di Cambiailmondo

Una selezione di articoli da Cambiailmondo di marzo e aprile 2012 da stampare e da diffondere. Clicca sull’immagine per leggere on-line oppure scarica QUI Continua a leggere

Banco Mondiale: nel 2010 crescita record per Venezuela, ALBA, UNASUR, CELAC e BRICS; perdono potere Europa ed USA

di A.Folliero-C.Laya-T.Pulsinelli (Caracas)
Secondo gli ultimi dati pubblicati dalla Banca Mondiale, gli otto paesi che compongono l’ALBA (1) sono quelli che  sono cresciuti maggiormente fra il 2009 ed il 2010: il PIL nominale dei paesi dell’ALBA è cresciuto del 33,43%, seguto dai 5 Paesi che compongono l’area geografica dell’Africa Meridionale (2), cresciuti del 28,81%, dai 12 paesi dell’UNASUR (3) al 27,07%, dai 33 paesi dell’America Latina che compongono la CELAC (4) al 25,41%, dai 5 paesi dell’ASEAN (5) al 24.39%, dai 5 del BRICS (6) al 22,37% e dai 6 paesi della OCS (7) in crescita del 19.36%. Continua a leggere

2012, FUGA DALL’ITALIA. La Nuova Emigrazione in ripartenza: urgente avviare un confronto per cogliere la sfida del nuovo esodo europeo

di Rodolfo Ricci
I  – Nel silenzio complice della maggioranza dei media italiani, sta ripartendo, anzi è già ripartito, un grande flusso di emigrazione dall’Italia. Per la verità esso non si era mai fermato, anche se poteva essere interpretato, fino al 2008, come normale mobilità soprattutto giovanile, che si registrava anche in altri paesi avanzati. Dal 2010 ad oggi, il flusso di espatri è ricominciato con quantità molto significative, di cui è possibile conoscere solo per approssimazione l’entità, visto che la gran parte dei nuovi emigrati, non si iscrive o lo fa con ritardo di diversi anni, all’AIRE, l’Anagrafe dei residenti all’estero. Continua a leggere

Filef Australia, 40 anni di attività e di lotte al servizio dei lavoratori italiani e dei diritti umani

di Francesco Raco (Sydney)
Era il 1972 quando la Federazione Italiana Lavoratori Emigrati e Famiglie aprì alcune sedi anche in Australia. A Melbourne prima e subito dopo a Sydney e Adelaide. Si era nella fase conclusiva dell’ondata post bellica di immigrazione dall’Italia e in quell’anno in Australia il numero di residenti nati in Italia raggiunse il massimo, quasi 300.000. Si era ancora “in mezzo al guado”: problemi di lingua, discriminazione strisciante, basso livello di scolarizzazione. Continua a leggere

BRICS fonda organismo finanziario internazionale

Riformare il sistema monetario e finanziario internazionale – Nuove regole per il FMI – No alla destabilizzazione della Siria

di Tito Pulsinelli (Caracas)
Il IV vertice del BRICS di Nuova Delhi passa alla fondazione di una propria struttura finanziaria unificata. Disporranno d’una banca per lo sviluppo alimentata con le risorse monetarie crescenti di questo nuovo polo di potere. Continua a leggere

Povero Pubblico

L’editoriale di dicembre di Nuovo Paese (Adelaide-Australia)

Settore pubblico sempre più sotto attacco in tutto l’Occidente. Cresce il divario tra risorse pubbliche che si impoveriscono e risorse private che si arricchiscono. Continua a leggere

Dal Caimano alla Salamandra

di Francesco Raco (Sydney)
Rubare ai poveri per dare ai ricchi: di misure “eque” nessuna traccia… Nessuno di noi poteva immaginarsi una caduta di Berlusconi più silenziosa e consenziente. Dopo aver per anni toccato i vertici dell’impresentabilità, essere stato accusato di tutto e di più, essere stato l’italiano più  esecrato e odiato.  Continua a leggere

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