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Sull’arrivo di Mario Draghi: “Santificare Draghi?”

di Gruppo della Moneta Fiscale (Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa, Stefano Sylos Labini)

Il discorso di Mario Draghi al Meeting di Rimini, lo scorso 19 agosto, è stato ampiamente commentato, per lo più in termini fortemente elogiativi. E si può capirlo, perché si è trattato indubbiamente di un intervento molto abile.

L’intervento è stato abile perché quasi tutti hanno potuto trovarvi contenuti in linea con le proprie convinzioni. Quasi tutti hanno potuto dire “giusto, su questo Draghi la pensa come me”.

Per quanto ci riguarda, i passaggi più incoraggianti sono le affermazioni che “l’inadeguatezza di alcuni di questi assetti” (riferito alle regole UE, tra cui il patto di stabilità) “era da tempo evidente”, e che “è probabile che le nostre regole europee non vengano riattivate per molto tempo e certamente non lo saranno nella loro forma attuale”.

Ma il Mario Draghi che dice queste cose oggi è forse un omonimo del Mario Draghi che, nell’agosto 2011, firmava a quattro mani con Jean-Claude Trichet l’ormai celebre “lettera della BCE”, nella quale venivano imposti al governo italiano provvedimenti di austerità e deflazione salariale poi in larga misura attuati dal governo di Mario Monti, con catastrofiche conseguenze sull’economia e sulla vita di milioni di persone?

Ed è forse un omonimo di quel Mario Draghi che in una lezione tenuta in Germania nel dicembre 2011 spiegava come fosse indispensabile “ridisegnare la governance fiscale dell’eurozona, tramite quello che ho definito un patto fiscale, un fiscal compact”, e che ancora in un’intervista al Wall Street Journal del febbraio 2012 definiva il modello sociale europeo “finito per sempre”, riaffermando che non si sarebbe fatta marcia indietro sull’austerità?

Solo gli stupidi non cambiano mai idea, e Mario Draghi stupido certamente non è. Tuttavia, sarebbe stato apprezzabile sentirgli dire che “l’inadeguatezza di certi assetti era da tempo evidente, e questo lo deve riconoscere chi ai tempi, io per primo, li ha fortemente sostenuti”.

Quest’ultima frase non si è sentita, da parte di Draghi, né a Rimini né altrove (se non ci è sfuggito qualcosa). Si è invece ascoltata un’ampia dissertazione sul futuro dei giovani, con parole di preoccupazione perché “il debito creato con la pandemia è senza precedenti e dovrà essere ripagato principalmente da coloro che sono oggi i giovani”.

Il che solleva alcune perplessità. Perché, se a Draghi sono serviti otto o nove anni per riconoscere “l’inadeguatezza di certi assetti” dell’eurosistema, da lui a suo tempo fervidamente sostenuti, ci domandiamo se gliene serviranno altrettanti per riconoscere che:

  • I giovani di oggi dovranno ripagare il debito, ma lo ripagheranno ad altri che pure oggi sono giovani e di quel debito saranno i titolari; dunque, quel che conta è come dovrà essere redistribuita la ricchezza per evitare che l’onere del debito ricada iniquamente sui meno abbienti e a favore dei più agiati.
  • Giacché il debito è ricchezza finanziaria di chi lo detiene, sarà importante anche assicurarsi il buon impiego dei risparmi privati che da quella ricchezza promaneranno, il che richiama la necessità di ridisegnare il ruolo del settore finanziario, rafforzandone la solidità e la capacità di allocare le risorse in un modo che davvero aiuti il Paese a crescere.
  • Il debito creato con la pandemia è in larghissima misura acquistato dalle Banche Centrali, con emissione di nuova moneta che circola nell’economia senza produrre inflazione perché la carenza di domanda per beni e servizi reali evita tale effetto; dunque la monetizzazione (diretta o indiretta) dei deficit pubblici è uno strumento che nell’eurozona andrebbe utilizzato in modo assai più massiccio, sino a che non si sarà fuori dalla crisi, alla stregua di quanto stanno facendo altre economie avanzate.

Esistono proposte articolate sulla Moneta Fiscale e progetti di legge già depositati presso Camera e Senato che, se adottati, permetterebbero di integrare redditi e capacità di spesa (privata e pubblica) senza ricorrere a nuovo indebitamento, e che quindi andrebbero perseguite.

C’è da sperare che queste “illuminazioni” non richiedano svariati altri anni e che possano invece presto ispirare Draghi e convincerlo a farsene influente sostenitore affinché esse si traducano in concrete azioni politiche, in special modo se avrà ragione chi ritiene che Draghi sia destinato ad assumere un’importantissima carica politica: quella di presidente del consiglio o di presidente della repubblica.

Il sospetto, per la verità, è che Draghi tutte queste cose le abbia perfettamente capite, ma non ritenga sia oggi il caso di riconoscerle esplicitamente. Può essere. La competenza di Draghi non è in discussione. Come non lo è, d’altra parte, la sua scaltrezza. E non essendo in dubbio la sua scaltrezza, riteniamo che un Draghi presidente del consiglio o presidente della repubblica non verrà (se mai verrà) a fare cose simili a quelle messe in atto da Mario Monti nel 2012. Perché lasciarsi alle spalle un’economia in macerie è la via più sicura per rovinare una reputazione oggi altissima.

Ad ogni modo, se l’obiettivo è quello di evitare le macerie, va detto che l’agenda del discorso di Rimini (se tale la vogliamo definire) è ancora carente sotto parecchi punti di vista. Certo, il Mario Draghi del 2020 dice cose significativamente diverse dal Mario Draghi del 2011-2012. E questo c’incoraggia.

Ma serve molto di più.

(8 settembre 2020)

 

FONTE: http://temi.repubblica.it/micromega-online/santificare-draghi/#.X50k3rvnMBU.facebook

Arriva Draghi. Missione compiuta

di Norma Rangeri (da Il Manifesto del 3/1/2021)

Missione fallita, missione compiuta.

Matteo Renzi ha ottenuto l’obiettivo che si era prefisso: distruggere la maggioranza di governo, annientare il centrosinistra e tirare la volata a un governo di unità nazionale, consegnando il paese nelle mani di un salvatore della patria che ha un nome e cognome: Mario Draghi, incaricato, ieri sera, dal presidente Mattarella, di formare un ministero di salute pubblica.

Sono ore drammatiche, sottolineate dal tono e dalle parole del Capo dello Stato che, parlando in diretta televisiva, ha informato il paese delle sue determinazioni.

Mattarella ha spiegato perché le elezioni anticipate non sono ritenute un’alternativa possibile in questo momento e perché è invece necessario avere subito un governo capace di affrontare la situazione sanitaria e dunque di centrare l’obiettivo del Recovery fund.

Siamo di fronte se non a un azzeramento certamente a una micidiale riduzione degli spazi democratici, a un vero e proprio commissariamento del paese, come capitò con Monti e come non capita in nessun paese europeo, e segnatamente in una congiuntura storica come quella che stiamo vivendo.

Si annullano le differenze politiche e si affidano le sorti del nostro paese a un illustre economista. Che solo il paravento di una falsa coscienza può definire un tecnico.

E quando la politica fa un passo indietro per lasciare il campo a uomini della finanza, vuol dire che la democrazia gode di una cattiva, pessima salute.

Un motivo in più per tenere alta la guardia.

 

 

Buon giorno Bolivia

di Rodrigo Andrea Rivas

  “Vinceremo, vinceremo noi, i più semplici, vinceremo, anche se tu non lo credi, vinceremo”
            Pablo Neruda, “Ode all’uomo semplice”

Recalcitranti fascisti definiscono la nuova strategia golpista. Senza Paparino Donald sembra più dura
Oggi Luis Arce ha assunto l’incarico di Presidente della Bolivia, per il quale è stato eletto grazie alla storica vittoria democratica del 18 ottobre scorso.
La notte di giovedì 5 novembre è scoppiata una carica di dinamite nella sede del Movimento al Socialismo (MAS) a La Paz mentre il presidente eletto era riunito col suo gruppo di lavoro.
In perfetta sincronia è iniziato una due giorni di blocchi stradali e scioperi a Santa Cruz, la provincia più ricca del paese e bastione dell’ultradestra, contro l’assunzione del governo da parte di Arce.
Intanto si moltiplicano le cerimonie pubbliche destinate a rompere il maleficio fatto cadere sul paese dalle oscure forze invocate da riti satanici indigeni e gli appelli a non riconoscere i risultati elettorali.
Gli organizzatori e realizzatori del golpe di Stato che portò alla destituzione e al tentativo di assassinio di Evo Morales hanno assunto queste forme attive per l’attuale fase. E hanno fretta di concretizzare, poiché Paparino Donald se ne andrà presto.

Golpisti, padrini e amici dei padrini
Nomi e cognomi dei golpisti boliviani sono arcinoti. Lo sono anche i nomi di coloro che hanno quantomeno facilitato il golpe: Luis Almagro, ex ministro degli esteri di Pepe Mujica e attuale segretario generale dell’OSA, ed il governo Trump, in particolare un tale Pompeo, personaggio assai caro al ministro degli esteri italiano.

A questo riguardo:
1. “Non è un mistero che, da tempo, gli americani dispensino giudizi positivi sul nuovo corso atlantista di Luigi Di Maio. Il sostegno riservato agli accordi di Abramo è stato molto apprezzato, così come le dure parole su Lukashenko e, naturalmente, è stata innanzitutto la franchezza con cui Di Maio a fine agosto si è rivolto all’omologo cinese Wang Yi a convincere gli americani a puntare tutte le fiches sul nuovo capo della diplomazia italiana.” (Milano Finanza, 14.10.2020, Di Maio è il politico italiano di riferimento degli Usa).
2. “Per esperienza personale posso dirle che con l’amministrazione Trump si lavora molto bene e con Mike Pompeo si è instaurato un legame di amicizia”. (La Stampa, 6-10.2020, Luigi Di Maio: “L’alleanza con il Pd paga e rafforza Conte. I soldi del recovery per sostenere le imprese”)
Solo di Maio e soltanto gli italiani in Europa hanno scoperto la bontà delle politiche di Trump?

Le urne nell’ottobre boliviano
Nelle ultime elezioni il MAS ha ottenuto il 55,11% dei suffragi, e cioè 3.394.052 voti, superando di 8 punti e di oltre mezzo milioni i voti ottenuti nel da Evo nel 2019.
Carlos Mesa è passato dal 36,51 al 28,83%, perdendo 8 punti e quasi mezzo milione di voti (1.775.953) sul 2019.
Curioso: con l’ipotetica frode organizzata dalla macchina dello Stato nel 2019, strampalata teoria adombrata persino da disorientati analisti progressisti probabilmente colpiti da insonnia, il MAS aveva ottenuto risultati molto più scarsi di quelli raggiunti un anno dopo, malgrado la repressione susseguita al golpe.
L’analisi disaggregato del voto evidenzia che i voti del MAS sono aumentati soprattutto in tre regioni: La Paz, Cochabamba ed Oruro, ossia nella regione andina e nelle valli dove si concentra l’identità aymara e quechua, il movimento indigeno-originario-contadino nocciolo duro del processo di cambiamento.
A Santa Cruz il MAS è arrivato secondo, ma il mantenimento della candidatura di Luis Fernando Camacho ha da una parte impedito una candidatura unitaria della destra, e dall’altra ha consolidato una rappresentanza propria del nucleo duro fascista, principale forza politica a Santa Cruz e aspirante a trasformarsi in forza politica nazionale.
Sono i due poli dello spettro politico boliviano destinati a scontrarsi a breve scadenza.

Le ragioni della sconfitta dei golpisti
Probabilmente per la prima volta nella storia, un golpe di Stato è stato sconfitto nelle urne dopo appena 12 mesi dalla sua realizzazione. Penso che questa sconfitta sia arrivata per 3 ragioni principali.

1. La cattiva gestione del governo dei golpisti.
Occupato il governo il 10 novembre 2019, i golpisti si sono impegnati in modo goffo e maldestro per consegnare celermente le risorse naturali ai capitali esterni e per privatizzare altrettanto celermente persino il prezzemolo.
I partecipanti a questa gara da centometristi zoppi hanno represso e assassinato o comunque molto maltrattato chiunque protestasse, e hanno depredato senza ritegno il denaro pubblico, compreso quello destinato all’acquisto di ventilatori per far fronte alla pandemia.
In altre circostanze, l’ambasciata statunitense avrebbe esercitato il suolo ruolo dirigente, ma la vicinanza con le proprie elezioni l’ha costretta a mollare la presa. Da ciò è derivato il caos interno al governo.
2. la cattiva gestione dell’economia, non solo a causa della pandemia.
Il crollo del PIL, meno 11%, e l’aumento della disoccupazione, dal 4 al 30%, ha portato la classe media urbana, che aveva giustificato il golpe nel 2019, a decidere nel 2020 di non votare Mesa e persino, pur se in percentuale minore, a votare per il MAS.
3. ma la questione più importante è la lunga storia della potenza plebea del popolo boliviano.

Scrive il sociologo boliviano René Zavaleta Mercado nel saggio “Consideraciones generales sobre la historia de Bolivia, 1932-1971” (in “América Latina: historia de medio siglo”, AA.VV., Siglo XXI, Messico, 1977):
“Gli storici osservano i paesi dalla prospettiva del presente e ciò non è necessariamente un errore, pur se, essendo ampiamente nota, la cosa è in sé poco interessante. Ma ogni paese vede sé stesso anche con gli occhi della propria memoria. In quanto tale, che il paese arresti la sua conoscenza ad un momento specifico del suo passato o lo mistifichi, non ha alcuna importanza sostanziale perché ciò che davvero importa è cos’è ciò che si crede di essere. (…)
I dottori di Charcas, i beneficiati dell’indipendenza, possono spiegarsi solo come la patologia di una classe superiore che, non avendo mai lavorato, si era abituata ad essere un asse delle cose semplicemente perché si.”
Per coloro che non lo sanno: col nome “doctores de Charcas” s’identificano gli ultimi generali dell’epoca della colonia. Pur se creoli, questi combatterono contro gli eserciti di Simón Bolívar e Antonio José de Sucre, ma, non appena la sconfitta dei colonialisti è apparsa irreversibile, sono diventati convinti indipendentisti e, ovviamente, hanno preso posto tra i vincitori.

Ritorno al presente: colpi di Stato e ribellioni
Il golpe del 2019 è stato il colpo di Stato numero 189 nella storia della Bolivia indipendente. Partendo dal 1825, la media è di 1,02 colpi di Stato annui.
Secondo il Premio Nobel di letteratura messicano Octavio Paz (1990), “i colpi di Stato in Bolivia sono attribuibili alla barbarie ereditata da caudilli ispanici d’impronta islamica”. M’incuriosisce assai il richiamo alla “impronta islamica” richiamata da Paz ben prima del diffuso utilizzo odierno, ma l’approfondimento richiederebbe occuparsi della storia spagnola ed europea. E interpreto la parola caudillo non nel senso indicato dal dizionario, e cioè leader, ma in quanto sinonimo di duce o di führer.
D’altronde, nella cultura politica spagnola il “caudillo” per eccellenza ha nome e cognome: Francisco Franco. E non mi pare si trattasse esattamente di un leader. Ma, soprattutto, la Bolivia non è solo terra di colpi di Stato. È sempre stata, anche, terreno fertile di ribellioni. E queste hanno lasciato tracce ancora più incancellabili.
Ad esempio, per quel che ne capisco, mi pare di poter dire che appartiene al patrimonio culturale di ogni boliviano il fatto che le piccole repubbliche sorte dalla ribellione di Tupac Katari (1781), dalle numerose insurrezioni dell’oriente boliviano e dalla rivoluzione paceña (di La Paz) nel 1809, non siano mai state sconfitte da nessuno.
Da non boliviano, mi pare che siano stati complessi politici territoriali che, sprovvisti da un nucleo egemonico, sono stati incapaci di risolvere da sé le problematiche del potere politico ma, contemporaneamente, hanno dato luogo a prassi capaci di dare forma ad una sorta di democrazia diretta per i tempi di guerra, dotata di una loro persistente logistica autonoma.
In questo senso, ma anche questo è un altro tema pur se più vicino, trovo similitudini con buona parte della complessa storia politica messicana riguardo la capacità di ribellione, la mancanza di un nucleo dirigente capace di egemonizzare i processi e la coscienza della ribellione impresa a fuoco. E, in modo diverso, perché finora non era stato luogo privilegiato di ribellioni, ritrovo similitudini col processo cileno in corso.

La coscienza di sé
Fino a metà del XX secolo lo Stato boliviano ha vissuto dello sfruttamento dei popoli indigeni. Assumendo in pieno la funzione di organizzatore delle aspirazioni delle classi dominanti, ha cioè vissuto in guerra permanente con il 90% dei suoi abitanti. Questa situazione ha iniziato a modificarsi solo in seguito al disastroso esito dalla guerra con il Paraguay (1932-35), la più importante e sanguinosa del Sudamerica nel XX secolo, combattuta dai due popoli in difesa degli interessi di due multinazionali petrolifere statunitensi convinte che Il Chaco fosse una ricca regione petrolifera.
Si tratta, naturalmente di un cambiamento molto relativo se, nel 2008, la Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH), poteva scrivere (CIDH, 2009, Comunidades cautivas: situación del pueblo indígena Guaraní y formas contemporáneas de esclavitud en el Chaco de Bolivia):
“In Bolivia abbiamo verificato la continuità delle condizioni di servitù per debito del tutto analoga alla schiavitù e al lavoro forzato (…) Gli indigeni del Chaco vivono in estrema povertà, sottomessi a punizioni tra cui frustate, incendi delle loro coltivazioni ed eliminazione dei loro animali”.
Nell’aprile del 1952 prendeva corpo una rivoluzione nazionalista. Dopo sanguinosi scontri di piazza nella capitale La Paz, condotti dalla federazione dei lavoratori delle miniere, a 127 anni dell’indipendenza la Bolivia si liberava dell’oligarchia e della schiavitù, istituiva il suffragio universale di tutta la popolazione adulta, nazionalizzava le miniere di stagno, promuoveva la scolarizzazione nelle campagne e decretava una radicale riforma agraria. Insomma, la Bolivia usciva dall’età feudale.
Ne seguivano tumultuosi anni segnati da molti tradimenti e dal trasformismo di vecchi rivoluzionari, finché, nel 1964, un comando militare destituiva il terzo governo del Movimento Nazionale Rivoluzionario (MNR) e portava al potere il generale René Barrientos Ortuño. In questa situazione comparirà qualche anno dopo la guerriglia diretta dal comandante Ernesto Che Guevara.
La coscienza, ormai matura, dei boliviani, si è nuovamente manifestata negli Anni ’90 nel corso delle marce indigene a difesa del territorio, nei primi Anni 2000, in difesa dell’acqua, e nel 2020 a difesa della democrazia.

La guerra dell’acqua come metafora benaugurante
Nel febbraio 2000, la Bolivia viveva sotto la dittatura del narcotrafficante Hugo Banzer.
Banzer era, va da sé, un protetto della Banca Mondiale. A istanza di questa, stipulava un contratto che privatizzava l’acqua di Cochabamba a favore del consorzio Aguas de Tunari, formato dalla multinazionale statunitense Bechtel, dall’impresa milanese Edison (controllata dalla municipalizzata AEM), dall’impresa spagnola Abengoa e da due imprese boliviane.
Quindi, promulgando appositamente la “Legge 2029”, il governo concedeva ad Aguas de Tunari il monopolio di tutte le risorse idriche, inclusa l’acqua usata per irrigare i campi e ogni altra risorsa idrica, anche se non precedentemente controllate dal consorzio municipale, denominato Servizio Municipale dell’Acqua Potabile e delle Fogne. Con la nuova legge la popolazione avrebbe dovuto richiedere un’autorizzazione persino per raccogliere l’acqua piovana. La sua legittimità fu contestata da un insieme di organizzazioni riunite nella “Coordinadora para la defensa del agua y de la vida” che diventerà protagonista della successiva “guerra dell’acqua”.

Promulgata la legge, il prezzo dell’acqua aumentava di oltre il 50% per i costi di rinnovo della rete idrica e le tariffe minime mensili diventavano di 20 dollari, in un paese in cui i salari si aggiravano intorno ai 100 dollari al mese. E perché, per i funzionari di Aguas de Tunari l’acqua è una merce come un’altra, il mancato pagamento portava alla sospensione del servizio.
A quel punto scendeva in piazza tutta la popolazione. La dittatura scatenava una feroce repressione provocando il ferimento di molti manifestanti e la morte di un giovane di 17 anni, Victor Hugo Daza. La morte del ragazzo scatenava l’ira popolare, che prendeva la piazza centrale della città e le vie adiacenti. Quando la polizia si dichiarava incapace di garantire la sicurezza del consorzio, la Bechtel lasciava il paese ed il governo annullava il contratto.
Una buona illustrazione di questa versione moderna della vittoria di David può trovarsi nel documentario canadese “The Corporation”.

Con l’anima piena di bandiere che avanzano, contro la paura, avanzano
Da oggi, tutto sarà piuttosto complicato per Luis Arce, e non solo per le attività golpiste, che continueranno e molto probabilmente aumenteranno.
Da Arce si attende non solo il recupero dell’economia, ma anche l’equilibrio tra le due forze che egemonizzano il processo di trasformazione boliviano in questa fase. Da una parte l’ex ministro degli esteri, attuale vicepresidente e presidente dell’Assemblea Legislativa Plurinazionale, David Choquehuanca; dall’altra Evo Morales, ritornato in Bolivia come capo politico del MAS. Dai loro accordi e disaccordi dipenderà in buona misura il buon esito del nuovo governo.
Il nuovo governo ha davanti un compito da far tremare i polsi: la ripresa economica, le trasformazioni in materia sanitaria, educativa e di riforma della giustizia, la costruzione di un sistema di comunicazioni su base pubblica e di una struttura di formazione politica adeguata alla difesa del processo di cambiamento, una riforma della polizia e delle forze armate che elimini definitivamente le tentazioni golpiste.
Inoltre, penso, a breve scadenza dovrà cercare alleanze regionali per creare la massa critica necessaria a meglio gestire lo sfruttamento razionale delle enormi risorse naturali del paese.
Penso in particolare al litio: si dovrebbero fare tutti gli sforzi per dare respiro ad una alleanza a tre, Bolivia, Argentina e Cile, che concentrerebbe la quasi totalità della risorsa.
Certo, bisognerà prima risolvere gli annosi problemi col Cile e disegnare un progetto che rispetti i vincoli ambientali ed i popoli stanziali. Nessuna di queste cose è semplice, ma le rivoluzioni devono porsi obiettivi che vadano oltre la pura amministrazione, per quanto brillante e produttiva. Tutto ciò deve esser fatto dopo che i tribunali abbiano giudicato, trasparentemente, i responsabili, materiali e intellettuali, del colpo di Stato e delle successive ruberie.
A proposito dell’anima piena di bandiere presa a prestito da Victor Jara, chiudo ricordando l’incipit di “Una storia fra due città” scritto da Charles Dickens nel 1859, che reputo contemporaneamente un buon auspicio e un ammonimento ai fratelli boliviani:
“Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione.
Avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi; eravamo tutti diretti al cielo, eravamo tutti diretti a quell’altra parte.
A farla breve, gli anni erano così simili ai nostri, che alcuni i quali li conoscevano profondamente sostenevano che, in bene o in male, se ne potesse parlare soltanto al superlativo.
Un re dalla grossa mandibola e una regina dall’aspetto volgare sedevano sul trono d’Inghilterra; un re dalla grossa mandibola e una regina dal leggiadro volto, sul trono di Francia”.

FONTE:

Buon giorno Bolivia


Rodrigo Andrea Rivas – 8 Novembre 2020

“Verso un’economia di merda”. In ricordo di David Graeber

di Franco Berardi (Bifo)

David Graeber 1200x800Conobbi David a Sapporo, nell’anno 2008 nella palestra dove si teneva la riunione iniziale delle giornate di contro-summit, mentre il G8 si riuniva in qualche luogo iper-protetto della città capitale dell’Hokkaido. Eravamo arrivati da poche ore, io e Claudia dall’Italia, David da Londra, e avevamo un sonno bestiale. Mentre i compagni giapponesi facevano i discorsini introduttivi al contro-summit, David si stese per terra e si addormentò per un po’.

Quando la riunione si concluse lui si alzò tutto stropicciato e ce ne andammo all’Hotel dove eravamo ospitati, o per meglio dire inscatolati. Ma la sera bussò alla nostra porta e ci chiese se avevamo qualcosa contro il mal di pancia. Avevamo quel che occorreva e lui si fermò per un’oretta a raccontarci quando era stato in Madagascar, e la percezione del tempo nella cultura africana e il fatto che è inutile darsi appuntamento qui o là tanto nessuno va mai agli appuntamenti, si dice tanto per dire allora ci vediamo alle tre al caffè, poi è inutile che ci vai tanto non ci trovi nessuno. Magari puoi fermarti lì in attesa che prima o poi quello con cui avevi preso appuntamento passi di lì casualmente e allora sai che festa, che gioia, che fortuna vederti.

Nel settembre del 2008 (ci conoscevamo da poco) mentre crollava la Lehman Brothers e altri colossi barcollavano, David mi mandò un messaggio che diceva: Non so se ho le traveggole ma mi sembra di capire che il capitalismo è finito.

Poi ci rivedemmo a New York con il nostro comune amico Sabu Kosho. E poi ci rivedemmo a Londra un paio di volte. L’ultima volta che ci siamo visti è stato un anno fa. E’ venuto a Bologna con Nika, e io li ho portati a vedere il Compianto di Niccolò dell’Arca nella chiesa di Santa Maria della Vita.

E gli ho raccontato che durante la grande peste del seicento quelli che scampavano la morte qui venivano a render grazia. Scendevano le scale lì di fronte, scendevano giù dal Portico della Morte dove si trovava il lazzaretto e adesso si trova la libreria Nanni.

Adesso mi dicono che è morto e in un primo momento è stato un po’ come ricevere una bastonata in fronte. E invece sì, se n’è andato anche lui.

Il suo stile di pensiero è inconfondibile e decisivo: con allegria filosofica ha dimostrato che il capitalismo non c’è più, è rimasto solo il suo scheletro, una gabbia in cui è stata intrappolata la società umana. Il debito è l’esempio principe di questo intrappolamento del concreto da parte dell’astratto.

David non è un economista, è un antropologo, e solo dal punto di vista dell’antropologo, colui che si concentra sulle forme della vita e sulle forme epistemiche, si può guardare la gabbia dall’esterno.

Gli economisti non sanno vedere la realtà, perché le loro categorie sono le sbarre di quella gabbia. E’ l’antropologo che possiede la chiave che permette di uscire, e di guardare finalmente la gabbia dall’esterno, e che permette di capire che un esterno c’è, anche se non è certo che riusciremo mai ad abitarlo.

L’esterno è l’esistere, l’esperire immediato, l’esterno è la mortalità, il divenire nulla

Riproponiamo qui sotto un articolo di David pubblicato da Liberation Continua a leggere

Edgar Morin: sull’epidemia

“Questa crisi dovrebbe aprire le nostre menti a lungo confinate sull’im­mediato”. Per il sociologo e filosofo francese, 99 anni, la corsa alla redditività e le carenze nel nostro modo di pensare sono responsabili di innumerevoli catastrofi umane causate dalla pandemia di Covid-19. Nato nel 1921, ex combattente della resistenza, sociologo e filosofo, pensatore interdisciplinare e indisciplinato, dottore honoris causa di 34 università in tutto il mondo, Edgar Morin dal 17 marzo è confinato nel suo appartamento a Montpellier con sua moglie, la sociologa Sabah Abouessalam. È da rue Jean-Jacques-Rousseau, dove risiede, che l’autore di La Voie (2011) e Terre-Patrie (1993), e che ha recentemente pubblicato Les Souvenirs viennent à ma rencontre (Fayard, 2019), un’opera di oltre 700 pagine in cui l’intellettuale ricorda in profondità le storie e gli incontri più forti della sua esistenza, ridefinisce un nuovo contratto sociale, si impegna in alcune confessioni e analizza una crisi globale che – dice – lo “stimola enormemente”. Continua a leggere

COVID-19: Cartolina da Bergamo. Perché proprio qui?

di Paolo Barcella (da Rivista Il Mulino)

Vivo nell’epicentro del contagio, a pochi chilometri dall’ospedale di Alzano, cuore del disastro bergamasco. Mi limito a fornirvi qualche dato sul presente in cui vivo, molto materiale, qualora non vi fosse giunto proprio tutto, da Bergamo.

I morti – come sostiene anche il sindaco Giorgio Gori – sono molti più di quelli che vengono conteggiati, perché non tutte le persone che muoiono hanno avuto un tampone. Infatti, già da domenica 8 marzo, gli ospedali della città non riescono più a ricoverare tutti, quindi c’è chi resta – o viene fatto rimanere – a casa a curarsi l’infiammazione fino a quando può. I morti sono così tanti che il crematorio di Bergamo non regge i ritmi e sono terminate le scorte di urne funerarie. Il padre di un fraterno amico rianimatore è morto il 13 marzo e ha avuto come data per la cremazione il 23 marzo. Ci vogliono oggi dieci giorni o più per cremare un uomo, nonostante il crematorio lavori a ritmo serrato. Le bare rimangono nelle case per 4 giorni, perché anche le pompe funebri e gli spazi cimiteriali sono al limite. Nel cimitero di Bergamo accumulano bare su bare, e le piazzano dove possono, in tutti gli spazi coperti a disposizione. Continua a leggere

Ai medici cubani che arrivano oggi in Italia diciamo grazie!

Atterrano oggi a Milano 65 cubani: medici, infermieri, tecnici specializzati inviati dal proprio Paese ad aiutare l’Italia contro il Coronavirus. La Giunta Regionale lombarda gli chiederà di andare a Crema, ad aiutare una delle aree lombarde più colpite, quasi allo stremo. Quella Giunta così di destra, così orgogliosamente “sovranista”, così legata al precedente Governatore Formigoni che dalla sanità pubblica lombarda ha sottratto indebitamente oltre 70 milioni di euro, ha chiesto aiuto alla Repubblica Socialista di Cuba: e Cuba ha risposto immediatamente.

Non è la prima volta che lo fa: nel 2014 mandò oltre 250 medici nell’Africa Occidentale a combattere un virus ancora più spaventoso di questo, l’Ebola. Fu il New York Times, allora, ad ammettere che Cuba aveva avuto un ruolo da “leader” nella vittoria contro quel Male. E i medici cubani erano ad Haiti, qualche anno prima, quando un terremoto devastò l’isola provocando una terribile epidemia di colera. Erano pronti a partire anche per New Orleans, dopo il terrificante uragano Katrina- ma Bush rifiutò il loro aiuto, condannando la propria popolazione alle sofferenze che conosciamo. Continua a leggere

Immunità “di gregge” o socialismo.

di Gabriele Giorgi

La posizione del governo inglese che punta alla “immunità di gregge” conquistabile con circa 400/500 mila decessi da coronavirus, invita a tentare di chiarire qual è la posta in gioco.

Bisogna premettere che l’approccio anglosassone è stato preceduto da quello USA, contraddistinto da una ampia omertà sui casi di polmoniti atipiche (almeno 30mila) registratesi già a fine 2019 sul territorio statunitense che avrebbero portato alla morte oltre 20.000 persone già prima di fine anno.

Omertà confermata dalle dichiarazioni della governatrice dell’Ohio che due giorni fa ha affermato, per prima, che i casi reali di contagio presenti soltanto nel suo stato, sono già circa 100mila.

La linea “inglese” viene quindi già percorsa da diversi mesi in alcuni paesi, in primis dagli USA. Continua a leggere

Il discorso di Conte: coronavirus e cronache del crollo.

di Alessandro Visalli

Raramente, forse mai, un momento così solenne è stato fatto oggetto di un discorso così inadeguato. Mai in tempo di pace un’intera nazione era stata fermata, limitati gli spostamenti da paese a paese, da città a città, chiusi gli esercizi ad orario da coprifuoco, ostacolati i normali spostamenti, impedite le manifestazioni e qualunque riunione, dai matrimoni alle funzioni religiose, ai funerali.

Mai in tempo di pace.

Perché, in effetti, non siamo più in tempo di pace.

Qualcuno ci ha dichiarato guerra. E non è stato il coronavirus. Continua a leggere

L’economia ai tempi del coronavirus

L’epidemia contagia la crescita del Paese, bloccato tra stagnazione e recessione. Il governo stanzia 7,5 miliardi di aiuti per famiglie e imprese. La ricetta antivirus della Cgil: “Puntare tutto sulle politiche espansive”

di Simona Ciaramitaro

Nella linea di confine fra stagnazione e recessione si è insinuato il Convid-19. Una circostanza che emerge chiaramente dalla nota dell’Area delle politiche di sviluppo della Cgil, nella quale si analizzano i dati statistici dell’andamento economico nello scorso anno e nei primi mesi di quello in corso, per illustrare poi le proposte del sindacato. Pochi giorni fa, ricorda il documento, l’Istat ha confermato la frenata dell’economia italiana negli ultimi tre mesi del 2019 (0,3 punti percentuali di Pil rispetto al trimestre precedente), quando ancora il virus e le misure preventive alla sua diffusione non avevano fatto la loro comparsa. L’anno che ci siamo lasciati alle spalle resta positivo, ma i numeri non fanno ben sperare: la variazione del prodotto interno lordo ha registrato una crescita modesta rispetto al 2019, pari a 0,3 per cento, ma il trascinamento negativo nell’anno in corso vale una variazione acquisita di -0,2 punti di Pil.

Su questo quadro si innesta il Coronavirus ed è l’Ocse la prima istituzione internazionale a fornire dati. Nell’Interim Economic Outlook si definisce l’epidemia come “il più grande pericolo dalla crisi finanziaria” e le previsioni di crescita globale, di tutte le principali economie del mondo, vengono ridimensionate, passando dal 2,9 per cento stimato a novembre 2019 al 2,4 di marzo 2020. Il peso del diffondersi del virus varia naturalmente nello scacchiere mondiale. Per l’Italia le revisioni al ribasso delle stime di crescita dell’economia predicono la stagnazione per l’anno in corso, con una variazione del Pil pari a zero, -0,4 per cento rispetto alle previsioni di autunno. Questo significa una flessione del Prodotto interno lordo almeno nel primo trimestre di quest’anno ed è noto che con due trimestri congiunturali di segno negativo si entra tecnicamente in recessione.

Necessitano quindi politiche “antivirus” per affrontare l’impatto negativo tanto sul fronte della domanda quanto su quello dell’offerta. Occorrono politiche espansive, si sostiene nella nota dell’Area delle politiche di sviluppo della Cgil, come ci suggeriscono l’esperienza della Grande crisi e l’austerità. L’intervento dovrebbe corrispondere a un punto di Pil, vale a dire quasi 18 miliardi di euro nel breve periodo, per avere così riflessi positivi anche in quello medio e lungo. Il sindacato ha chiesto al governo una serie di interventi di politica economica che usino come leve investimenti e occupazione. Per la Cgil è necessario puntare sui settori anticiclici, uno su tutti quello dell’edilizia, utilizzando gli strumenti per mobilitare il risparmio privato, compresi Social bond, Green bond ed Eurobond.

In primo piano, tra le proposte, anche le misure a tutela dei diritti: l’estensione degli ammortizzatori sociali e le forme di sostegno al reddito, a partire da quelle fiscali e ponendo il blocco dei licenziamenti alle aziende come condizione di accesso alle risorse. E ancora, occorre aumentare l’occupazione pubblica con un Piano straordinario che preveda anche la parità di genere e il potenziamento dei settori della ricerca, dell’istruzione e della sanità, come anche non è più procrastinabile affrontare il tema delle politiche industriali attraverso un nuovo intervento pubblico.

Non ultimo, sottolinea la nota del sindacato di Corso d’Italia, bensì essenziale il ruolo dell’Europa. Un confronto del nostro Paese con le istituzioni comunitarie dovrà puntare all’adozione almeno della golden rule (lo scomputo del calcolo del deficit, ndr) per gli investimenti nel campo del sociale e del “green” e alla sospensione del Fiscal compact, anche con la revisione dell’inserimento del pareggio di bilancio nella Costituzione.

 

FONTE: https://www.rassegna.it/

La mossa di Fastweb: smart work per tutti contro il coronavirus

Per contenere l’epidemia l’azienda applica la modalità a tutti gli addetti, compresi i lavoratori dei call center. Il sindacato accoglie positivamente la decisione. Slc: “Così si dimostra che si può uscire dall’emergenza scommettendo sulle persone”

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Livorno contro la guerra: no alle armi nel porto

Dopo l’assassinio del generale Qassem Soleimani si alzano venti di guerra in Medio Oriente. La base militare Usa Camp Darby tra Livorno e Pisa è il più grande deposito di armamenti al di fuori degli Usa. Cgil, Anpi e Arci chiamano alla mobilitazione Continua a leggere

Per il Diritto Internazionale l’azione di Trump è configurabile come atto criminale e terrorista

di Luca Cellini*

È argomento di cronaca internazionale ormai e oggetto di discussione l’uccisione del generale Qassem Soleimani avvenuta alle prime luci dell’alba del 3 gennaio 2020 quando il maggiore generale Soleimani è stato assassinato sotto il fuoco di un attacco statunitense all’aeroporto internazionale di Baghdad, in Iraq. Assieme a Soleimani sono rimaste uccise altre 7 persone fra cui il capo delle Forze di Mobilitazione Popolare sciite irachene Abu Mahdi al-Muhandis. L’operazione è stata ordinata direttamente dal presidente statunitense Donald Trump, dopo conferma della CIA, senza nemmeno avvisare il Congresso statunitense. Continua a leggere

Lettera aperta al popolo statunitense. Maduro cita Kennedy: “Non dobbiamo mai negoziare per paura, ma non dobbiamo mai aver paura di negoziare”

“Se c’è qualcosa che so, è sui popoli, perché come voi sono un uomo del Popolo. Sono nato e cresciuto in un quartiere povero di Caracas. Mi
sono formato nel calore delle lotte popolari e sindacali in un Venezuela sommerso nell’esclusione e nella diseguaglianza. Non sono un
magnate, sono un lavoratore di ragione e di cuore che oggi ha il grande privilegio di presiedere il nuovo Venezuela, radicato in un modello di sviluppo inclusivo e di uguaglianza sociale, forgiato dal Comandante Hugo Chávez a partire dal 1998 e ispirato dall’eredità Bolivariana. Continua a leggere

Il racconto di Sandro, ospite in Venezuela della comunità italiana. “Pasta, olio e mandolino… contro diritti, salario e patria libera e grande”.

Riceviamo e pubblichiamo – Non si tratta di un servizio giornalistico strutturato ma forse proprio per questo offre una prospettiva che sarebbe da approfondire, sulle caratteristiche di parte della collettività italiana presente in Venezuela.

Sovranità, patria, popolo.

Premetto che nei confronti del Venezuela non avevo alcun preconcetto ideologico e neppure ero faziosamente a favore per presunte affinità ideologiche. Ci sono semplicemente andato per trovare parenti, per staccare dalla società in cui vivo e per toccare con mano la realtà… senza filtri di giornalisti o presunti tali che seduti al caldo, magari da New York, con i loro occhi prezzolati sputtanano o pontificano “a favore o contro” chi è in Siria, Iran, Argentina, Bolivia, Nuova Delhi o qualsiasi altra parte del mondo. Continua a leggere

Violenza, bugie e latifondo mediatico non sono bastati. In Venezuela ha vinto Maduro

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CIOCCOLATA: La schiavitù è tornata *

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… Arrivati in America, li aspettavano i mercati degli schiavi, in cui erano venduti per la seconda volta come bestie, e poi il lavoro nelle piantagioni. In quelle di zucchero, la vita media era di 10 anni. Ma questo non rendeva meno amara la cioccolata che le dame europee gustavano per essere alla moda…” Continua a leggere

Democrazia e informazione

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Ci sono gesti così abituali da averci fatto dimenticare quanto siano importanti. Fra questi, l’abitudine di correre con la mano sull’interruttore quando entriamo in una casa buia. In quel momento non accendiamo solo una lampadina, ci colleghiamo a un sistema che negli ultimi 150 anni ha rivoluzionato la nostra vita. E’ l’energia elettrica a cui l’Unctad, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di commercio e sviluppo, ha dedicato il suo ultimo rapporto riservato ai paesi meno sviluppati, Least Developed Countries Report 2017, uscito a fine novembre. Continua a leggere

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Rilanciamo questa significativa intervista di circa un anno fa che spiega in modo molto chiaro le ragioni di fondo della situazione venezuelana.

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La dichiarazione è stata sottoscritta da: Russia, Cina, India, Sud Africa, Iran, Vietnam, Algeria, Egitto, Giordania, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Irak, Libano, Libia, Angola, Etiopia, Palestina, Qatar, Bielorussia, Arabia Saudita, Azerbaigian, Siria, Ecuador, Bolivia, Cuba, Nicaragua, San Vicente y las Granadinas, San Cristóbal y Nieves, Dominica, Bahrein, Isole di Comore, Gibuti, Somalia, Sudan, Tunisia, Yemen, Repubblica Democratica Popolare di Corea, Eritrea, Namibia, Laos, Filippine, Sudan del Sud, Repubblica del Congo, Burundi, Zimbawe, Myanmar, Timor Est, Tagikistan, Oman, Repubblica Democratica del Congo, Nigeria, Guinea Ecuatoriale, Mauritania, Mozambico, Togo, Venezuela. Di seguito il testo integrale della dichiarazione. Continua a leggere

Situazione in Venezuela: reazioni da Francia, Inghilterra e Germania

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Il governo francese rifiuta possibili sanzioni dell’UE contro il governo di Nicolas Maduro e si mantiene a disposizione per facilitare il dialogo tra l’opposizione e il governo per tentare di uscire dalla crisi. Continua a leggere

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