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Educazione e Cultura

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A proposito di Patrimoniale: La Lettera dei “MILIONARI PER L’UMANITA’”: tenuta nascosta ai più e che va invece rilanciata e diffusa

Questa iniziativa che raccoglie 83 multi-milionari (in euro o dollari) da diversi paesi del mondo, è datata ad alcuni mesi fa; stranamente, non vi è stata una particolare risonanza nell’opinione pubblica mondiale e nazionale su una posizione che qualche risonanza avrebbe dovuto averla, in tempi come questi. Il filtro mediatico mainstream diretto da altri, più potenti milionari che la pensano diversamente, è stato poderoso. Tale da bloccare un pericoloso vaccino che rischiava di fare una breccia sistemica.

Eppure la proposta c’è ed è attiva. Sarebbe utile diffonderla e farla circolare così da non sentirsi orfani qualora si sostenga la necessità di una patrimoniale sulle grandi ricchezze nazionali e internazionali. D’altra parte, se non si è in grado di costruire alleanze con pezzi di mondo che mantengono una certa dignità e alcuni valori condivisibili, resta solo di cadere definitivamente nel braciere approntato da coloro che di dignità e valori se ne fottono.

Un ultimo inciso: ammesso (e niente affatto concesso) che questa tassazione “immediata, sostanziale e permanente” venga introdotta trasferendo al pubblico le risorse necessarie alla salvaguardia dell’umanità, è indispensabile evitare che al governo degli stati si reinsedino quelli dell’altra sponda. Altrimenti, la partita di giro assomiglierebbe all’incommensurabile Pacco, doppio pacco e contropaccotto di Nanni Loi. Dunque bisognerebbe prepararsi per bene.

Per quanto riguarda l’ascendenza nazionale dei firmatari, vale anche la pena notare, con inquietudine e a conferma che disponiamo della borghesia più accattona d’Europa, come non vi figuri alcun figuro multimilionario del Bel Paese.

 

 

“Millionaires for Humanity”

LINK: https://www.millionairesforhumanity.com/

Ai nostri compagni cittadini del mondo:

Mentre il Covid-19 colpisce il mondo, i milionari come noi hanno un ruolo fondamentale da svolgere nella guarigione del nostro mondo. No, non siamo quelli che si prendono cura dei malati nei reparti di terapia intensiva. Non guidiamo le ambulanze che porteranno i malati negli ospedali. Non stiamo rifornendo gli scaffali dei negozi di alimentari o consegnando cibo porta a porta. Ma abbiamo soldi, molti. Denaro di cui c’è un disperato bisogno ora e che continuerà ad esserlo negli anni a venire, mentre il nostro mondo si riprende da questa crisi.

Oggi noi sottoscritti milionari chiediamo ai nostri governi di aumentare le tasse su persone come noi. Subito. Sostanzialmente. Permanentemente.

L’impatto di questa crisi durerà per decenni. Potrebbe spingere mezzo miliardo di persone in più nella povertà. Centinaia di milioni di persone perderanno il lavoro con la chiusura delle aziende, alcune in modo permanente. Ci sono già quasi un miliardo di bambini che non vanno a scuola, molti dei quali non hanno accesso alle risorse di cui hanno bisogno per continuare il loro apprendimento.

E, naturalmente, l’assenza di letti ospedalieri, maschere protettive e ventilatori è un doloroso e quotidiano promemoria dell’inadeguato investimento fatto nei sistemi sanitari pubblici in tutto il mondo. I problemi causati e rivelati dal Covid-19 non possono essere risolti con la carità, per quanto generosi. I leader di governo devono assumersi la responsabilità di raccogliere i fondi di cui abbiamo bisogno e di spenderli in modo equo. Possiamo assicurarci di finanziare adeguatamente i nostri sistemi sanitari, scuole e sicurezza attraverso un aumento permanente delle tasse sulle persone più ricche del pianeta, persone come noi.

Abbiamo un enorme debito con le persone che lavorano in prima linea in questa battaglia globale. La maggior parte dei lavoratori essenziali sono gravemente sottopagati per il peso che portano. All’avanguardia in questa lotta ci sono i nostri operatori sanitari, il 70% dei quali sono donne. Affrontano il virus mortale ogni giorno al lavoro, mentre si assumono la maggior parte della responsabilità per il lavoro non retribuito a casa. I rischi che queste persone coraggiose abbracciano volentieri ogni giorno per prendersi cura del resto di noi ci impongono di stabilire un nuovo, reale impegno reciproco e verso ciò che conta davvero.

La nostra interconnessione non è mai stata così chiara. Dobbiamo riequilibrare il nostro mondo prima che sia troppo tardi. Non ci sarà un’altra possibilità per farlo bene. A differenza di decine di milioni di persone in tutto il mondo, non dobbiamo preoccuparci di perdere il nostro lavoro, la nostra casa o la nostra capacità di sostenere le nostre famiglie. Non stiamo combattendo in prima linea in questa emergenza e abbiamo molte meno probabilità di essere le sue vittime. Quindi per favore. Tassaci. Tassaci. Tassaci. È la scelta giusta. È l’unica scelta. L’umanità è più importante dei nostri soldi.

 

I firmatari:

Frank Arthur (US)

Richard Boberg (US)

Jon Boughton (Australia)

Dr. Mariana Bozesan (Germany)

Bob Burnett (US)

Ronald Carter (US)

Xandra Coe (US)

James Colen (US)

Cynda Collins Arsenault (US)

Richard Curtis (UK)

Alan S. Davis (US)

Pierce Delahunt (US)

Abigail Disney (US)

Tim Disney (US)

John Driscoll (US)

Larry Dunivan (US)

Karen Edwards (US)

Stephen R. English (US)

Andrew M. Faulk, M.D. (US)

Rick Feldman (US)

Thomas Ferguson (UK)

Mary Ford (US)

Patricia G. Foschi (US)

Ulrich Freitag (Canada)

Dr. Ernest Fuhrmann (Austria)

Blaine Garst (US)

David Gibson (US)

Molly Gochman (US)

Brooke Gordon (US)

Thomas Gordon (US)

Jerry Greenfield (US)

Karen Grove (US)

Ron Guillot (US)

Catherine Gund (US)

Christina Hansen (Germany)

James Harford (US)

John Michael Hemmer (US)

Graham Hobson (UK)

Gerd Hofielen (Germany)

Wei-Hwa Huang (US)

Diane Isenberg (US)

Ross Jackson (Denmark)

William H. Janeway (US)

Frank H. Jernigan (US)

Kristina Johansson (UK)

Carlo Kapp (UK)

Raja Khan (UK)

Hans Langeveld (Netherlands)

Robert Larkin (US)

Richard (Ted) LaRoche (US)

David Lee (US)

Dr. Dieter Lehmkuhl (Germany)

Kristin Luck (US)

Diana Luque (Mexico)

Amy Mandel (US)

Ané Maro (Denmark)

Patricia Martone (US)

Thomas McDougal (US)

Gemma McGough (UK)

Marie T. McKellar (US)

Judy L. Meath (US)

Terence Meehan (US)

Courtney Meijer (US)

Frans Meijer (Netherlands)

Joep Meijer (US)

Lucas Rodriguez Mentasti (US)

Edwin Miller (Sweden)

André Sevenius Nilsen (Norway)

John O’Farrell (US)

Gary Passon (US)

Morris Pearl (US)

Magnus Persson (Sweden)

Geoff Phillips (UK)

Judy Pigott (US)

Stephen Prince (US)

Liesel Pritzker Simmons (US)

Malcolm Rands (New Zealand)

Bonnie Rothman (US)

Michael Rothman (US)

Jan Rüegg (Switzerland)

Sara Rüegg (Switzerland)

Sophie Robinson Saltonstall (US)

Guy Saperstein (US)

Cédric Schmidtke (Germany)

Eric Schoenberg (US)

Antonis Schwarz (Germany)

Stephen Segal (US)

Djaffar Shalchi (Denmark)

Charlie Simmons (US)

Ian Simmons (US)

Diane Meyer Simon (US)

Barbara Simons (US)

Peter Torr Smith (New Zealand)

Gary Stevenson (UK)

Karen Stewart, PhD (US)

Julia Stone (US)

Sandor Straus (US)

Arthur Strauss, MD (US)

Ralph Suikat (Germany)

Alexandra Theriault, MD (US)

Sir. Stephen Tindall (New Zealand)

Sidney Topol (US)

Claire Trottier (Canada)

Sylvie Trottier (Canada)

Dale Walker (US)

Scott Wallace (US)

Diana Wege (US)

Terry Winograd (US)

Carol Winograd (US)

Bennet Yee (US)

Amy Ziering (US)

 

Millionaires For Humanity is a project by Bridging Ventures, Club of Rome, Human Act, Oxfam International, Patriotic Millionaires, and Tax Justice UK.

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‘Millionaires for Humanity’
Sign On Letter

LINK: https://www.millionairesforhumanity.com/

 

To Our Fellow Global Citizens:

As Covid-19 strikes the world, millionaires like us have a critical role to play in healing our world. No, we are not the ones caring for the sick in intensive care wards. We are not driving the ambulances that will bring the ill to hospitals. We are not restocking grocery store shelves or delivering food door to door. But we do have money, lots of it. Money that is desperately needed now and will continue to be needed in the years ahead, as our world recovers from this crisis.

Today, we, the undersigned millionaires, ask our governments to raise taxes on people like us. Immediately. Substantially. Permanently.

The impact of this crisis will last for decades. It could push half a billion more people into poverty. Hundreds of millions of people will lose their jobs as businesses close, some permanently. Already, there are nearly a billion children out of school, many with no access to the resources they need to continue their learning. And of course the absence of hospital beds, protective masks, and ventilators is a painful, daily reminder of the inadequate investment made in public health systems across the world.

The problems caused by, and revealed by, Covid-19 can’t be solved with charity, no matter how generous. Government leaders must take the responsibility for raising the funds we need and spending them fairly. We can ensure we adequately fund our health systems, schools, and security through a permanent tax increase on the wealthiest people on the planet, people like us.

We owe a huge debt to the people working on the frontlines of this global battle. Most essential workers are grossly underpaid for the burden they carry. At the vanguard of this fight are our health care workers, 70 percent of whom are women. They confront the deadly virus each day at work, while bearing the majority of responsibility for unpaid work at home. The risks these brave people willingly embrace every day in order to care for the rest of us requires us to establish a new, real commitment to each other and to what really matters.

Our interconnectedness has never been more clear. We must rebalance our world before it is too late. There will not be another chance to get this right.

Unlike tens of millions of people around the world, we do not have to worry about losing our jobs, our homes, or our ability to support our families. We are not fighting on the frontlines of this emergency and we are much less likely to be its victims.

So please. Tax us. Tax us. Tax us. It is the right choice. It is the only choice.

Humanity is more important than our money.

 

The Signers

Frank Arthur (US)

Richard Boberg (US)

Jon Boughton (Australia)

Dr. Mariana Bozesan (Germany)

Bob Burnett (US)

Ronald Carter (US)

Xandra Coe (US)

James Colen (US)

Cynda Collins Arsenault (US)

Richard Curtis (UK)

Alan S. Davis (US)

Pierce Delahunt (US)

Abigail Disney (US)

Tim Disney (US)

John Driscoll (US)

Larry Dunivan (US)

Karen Edwards (US)

Stephen R. English (US)

Andrew M. Faulk, M.D. (US)

Rick Feldman (US)

Thomas Ferguson (UK)

Mary Ford (US)

Patricia G. Foschi (US)

Ulrich Freitag (Canada)

Dr. Ernest Fuhrmann (Austria)

Blaine Garst (US)

David Gibson (US)

Molly Gochman (US)

Brooke Gordon (US)

Thomas Gordon (US)

Jerry Greenfield (US)

Karen Grove (US)

Ron Guillot (US)

Catherine Gund (US)

Christina Hansen (Germany)

James Harford (US)

John Michael Hemmer (US)

Graham Hobson (UK)

Gerd Hofielen (Germany)

Wei-Hwa Huang (US)

Diane Isenberg (US)

Ross Jackson (Denmark)

William H. Janeway (US)

Frank H. Jernigan (US)

Kristina Johansson (UK)

Carlo Kapp (UK)

Raja Khan (UK)

Hans Langeveld (Netherlands)

Robert Larkin (US)

Richard (Ted) LaRoche (US)

David Lee (US)

Dr. Dieter Lehmkuhl (Germany)

Kristin Luck (US)

Diana Luque (Mexico)

Amy Mandel (US)

Ané Maro (Denmark)

Patricia Martone (US)

Thomas McDougal (US)

Gemma McGough (UK)

Marie T. McKellar (US)

Judy L. Meath (US)

Terence Meehan (US)

Courtney Meijer (US)

Frans Meijer (Netherlands)

Joep Meijer (US)

Lucas Rodriguez Mentasti (US)

Edwin Miller (Sweden)

André Sevenius Nilsen (Norway)

John O’Farrell (US)

Gary Passon (US)

Morris Pearl (US)

Magnus Persson (Sweden)

Geoff Phillips (UK)

Judy Pigott (US)

Stephen Prince (US)

Liesel Pritzker Simmons (US)

Malcolm Rands (New Zealand)

Bonnie Rothman (US)

Michael Rothman (US)

Jan Rüegg (Switzerland)

Sara Rüegg (Switzerland)

Sophie Robinson Saltonstall (US)

Guy Saperstein (US)

Cédric Schmidtke (Germany)

Eric Schoenberg (US)

Antonis Schwarz (Germany)

Stephen Segal (US)

Djaffar Shalchi (Denmark)

Charlie Simmons (US)

Ian Simmons (US)

Diane Meyer Simon (US)

Barbara Simons (US)

Peter Torr Smith (New Zealand)

Gary Stevenson (UK)

Karen Stewart, PhD (US)

Julia Stone (US)

Sandor Straus (US)

Arthur Strauss, MD (US)

Ralph Suikat (Germany)

Alexandra Theriault, MD (US)

Sir. Stephen Tindall (New Zealand)

Sidney Topol (US)

Claire Trottier (Canada)

Sylvie Trottier (Canada)

Dale Walker (US)

Scott Wallace (US)

Diana Wege (US)

Terry Winograd (US)

Carol Winograd (US)

Bennet Yee (US)

Amy Ziering (US)

 

Millionaires For Humanity is a project by Bridging Ventures, Club of Rome, Human Act, Oxfam International, Patriotic Millionaires, and Tax Justice UK.

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“Come affrontare la pandemia con poche risorse e visioni altre”

Dossier a cura del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

Il Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati propone questo breve dossier, realizzato dall’amico Aldo Zanchetta, sulla gestione della pandemia nei paesi del sud del mondo e nelle comunità indigene del Chiapas. A quest’ultimo proposito segnaliamo la interessantissima intervista al medico italiano Cippi Martinelli impegnato da 24 anni nei servizi sanitari autogestiti delle comunità indigene.

Invitiamo, infine, seguendo le indicazioni finali di Aldo Zanchetta, a sostenere anche con piccole donazioni, il progetto di realizzazione di un sistema sanitario autonomo legato ai principi di medicina tradizionale e autogestito dalle comunità stesse, soprattutto in questa fase di emergenza pandemica.

Il nostro folgorante incontro con Cippi

Ricordo bene quel caldo pomeriggio di fine estate di un paio d’anni fa a casa di Aldo Zanchetta in Lucchesia. L’ombra del secolare tiglio, il buon cibo genuino preparato da mani amiche e l’ottima compagnia. Tutti seduti in una specie di cerchio ad ascoltare lui, uomo e medico dallo straordinario carisma: Cippi Martinelli.

Cippi in poco meno di due ore con semplicità e naturalezza ci raccontò la sua esperienza più che ventennale di “medico napoletano in Chapas” espressione impiegata come sottotitolo del suo libro Eternamente straniero, la cui lettura è fortemente consigliata. Un incontro indimenticabile con una persona speciale, dalle grandi doti comunicative e con una visione grande di società.

Serena Campani 28 dicembre 2020

per il coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

 

 

LA PANDEMIA IN MONDI ALTRI

Il nostro sguardo relativo alla pandemia, orientato dalla nostra cultura eurocentrica, salvo rare eccezioni si dirige automaticamente sul nostro mondo. Ma altri mondi esistono e sul modo di affrontare questa emergenza hanno qualcosa da insegnarci. Non parlo della Cina & dintorni, di cui si parla già assai, e per il modo di affrontarla rientrano nel novero dei paesi tecnologicamente avanzati, seppur con diverse tradizioni culturali.

Queste brevi note intendono offrire un rapido sguardo su questi paesi, e si dividono in due parti. Un primo sguardo alle politiche e strategie governative e un secondo alle politiche sviluppate dal basso. Queste ultime più interessanti da un punto di vista culturale e stimolo per riflettere. Quelle governative si diversificano più operativamente che concettualmente circa le tecnologie adottate e questo sia per vincoli materiali concreti (minor disponibilità finanziaria e di attrezzature tecnologiche) sia perché in qualche misura conservano ancora riferimenti culturali diversi. Quelle dal basso (comunità indigene o contadine e quelle delle periferie delle grandi metropoli) oltre ad avere vincoli materiali ancor più stringenti, rispecchiano, ovviamente in misura diversa, vincoli culturali con ì territori dove vivono e le povere risorse di cui dispongono. In molte di esse, specie quelle rurali, sono ancora vivi i saperi ancestrali, particolarmente in campo medico, saperi che dopo un lungo periodo di disprezzo da parte della scienza occidentale, stanno ricevendo maggiore attenzione anche se purtroppo nel quadro di politiche di rapina proprie della tradizione colonialista (leggi bio-pirateria).

 

Politiche governative alternative

In un recente articolo1  si legge:

A nove mesi dall’inizio della pandemia, l’Europa rimane una delle regioni più colpite dal Covid-19. Dieci dei 20 Paesi con il più alto numero di morti per milione di persone sono europei. Gli altri dieci sono nelle Americhe. […] La maggior parte dell’Africa e dell’Asia, al contrario, sembra ancora risparmiata. Tra i Paesi in cui sono stati segnalati decessi correlati a Covid, i dieci con il numero di morti per milione più basso si trovano in queste parti del mondo.2 Ma mentre errori e valutazioni errate hanno alimentato critiche sostenute sulla gestione della pandemia da parte del Regno Unito3, il successo di gran parte del mondo in via di sviluppo rimane ignorato.

Naturalmente, una serie di fattori può spiegare livelli più bassi di malattia nel mondo in via di sviluppo: diversi approcci alla registrazione dei decessi, il profilo demografico dei giovani africani, un maggiore uso di spazi esterni o forse anche alti livelli di anticorpi potenzialmente protettivi ottenuti da altre infezioni. Ma l’incertezza statistica e la biologia favorevole non sono la storia completa. 

L’articolo è tutto da leggere, non senza tuttavia un po’ di spirito critico, però mi soffermerei in particolare sul paragrafo titolato Fare di più con meno, perché è innegabile che nel mondo occidentale, malgrado i forti tagli di questi ultimi anni al settore sanitario connessi all’ideologia neoliberista, esistono sprechi di fronte a carenze, per una errata distribuzione delle risorse disponibili. Difficile negare nei paesi ricchi un’organizzazione verticalista e centralista della sanità che ha privilegiato le grandi strutture ospedaliere e penalizzando la medicina territoriale di base, con i guai che ciò ha provocato fino ad oggi. Ivan Illich aveva scritto già più di 40 anni or sono che una competenza medica generale di base era più importante della moltiplicazione dei tecnici di alto livello, e che di fatto le due cose erano inversamente proporzionali. Aveva usato un’espressione che fece storcere la bocca a molti: <<deprofessionalizzare la medicina>>, ma che significa proprio questa proporzionalità inversa.

L’articolo, riferendosi soprattutto all’Africa, nota inoltre come la collaborazione intergovernativa sia stata più praticata di quanto non lo sia stata in occidente. Il tema è vasto e necessiterebbe approfondimenti e alcuni distinguo, che però non rientrano negli obbiettivi di questo rapido excursus.

Un tempo la gente aveva maggiori nozioni pratiche sulla propria salute, espressa magari in detti o proverbi popolari, oggi svalutati come credenze nefaste. Una intervista molto significativa riportata poco chiarisce l’importanza di questa coscientizzazione di base relativa ai problemi della salute.

Riprendiamo la lettura:

Si dice che la necessità sia la madre di tutte le invenzioni: dove il denaro scarseggia, l’ingegnosità abbonda. Questo è stato vero durante Covid-19 come in qualsiasi altro momento, ed è un’altra lezione che il mondo sviluppato farebbe bene a prendere in considerazione.

All’inizio della pandemia, il Senegal ha iniziato a sviluppare un test Covid-19 della durata di dieci minuti che costa meno di 1 dollaro USA e non necessita di sofisticate apparecchiature di laboratorio. Allo stesso modo, gli scienziati in Ruanda hanno sviluppato un algoritmo intelligente che ha permesso loro di testare molti campioni contemporaneamente unendoli insieme. Ciò ha ridotto i costi e i tempi di consegna, portando infine a più persone sottoposte a test e a costruire un quadro migliore della malattia nel Paese. […]

Il Cile ha creato un test per il coronavirus a basso costo e non brevettato, consentendo ad altri Paesi con poche risorse di beneficiare della tecnologia. […] La capacità di affrontare problemi complessi in condizioni di risorse limitate è un punto di forza che può essere utile per tutti, in particolare considerando l’impatto strabiliante della pandemia sulle economie ad alto reddito.4

Parlando delle politiche sanitarie dei governi dei paesi meno avanzati5, restiamo però nel campo concettuale della medicina occidentale impiegata con minore intensità tecnologica e finanziaria, anche se alcuni esempi molto particolari offerti ad es. dal Madagascar6 o dalla Tanzania7 meriterebbero una certa attenzione.

Vorrei riferire una esperienza personale che ritengo significativa sul come in campo medico il virus tecnologico (mentale questa volta) sia entrato in occidente anche all’interno di un certo progressismo. Nel 2002 fui richiesto da una delle più prestigiose organizzazioni mediche di base italiane di procurare un incontro col vescovo Samuel Ruiz, già mediatore in Chiapas del conflitto fra Governo messicano ed Esercito Zapatista insorto. L’incontro avvenne in Toscana in occasione di una visita in Italia di don Samuel. La proposta dell’organizzazione era di realizzare appunto in Chiapas una clinica chirurgica di alto livello per problemi cardiaci. La cifra della costruzione era ovviamente consistente e la detta organizzazione aveva fretta di concludere per non perdere il finanziamento ricevuto. L’obiettivo, benché nobile, rivelava la completa ignoranza della realtà del luogo e avrebbe ovviamente avuto come beneficiaria una ristretta fascia sociale, prevalentemente elitaria. Ruiz contropropose invece di impiegare il denaro per creare una rete sanitaria di base per prevenire le numerose morti per mali abbastanza comuni. La cosa non parve interessante ai rappresentanti dell’organizzazione italiana che ritirarono l’offerta seduta stante. Una intervista che riporto poco oltre chiarisce significativamente le ragioni della posizione di Ruiz.

 

Covid-19 e medicina dal basso

Un amico peruviano, un cattedratico ma lottatore sociale sul campo, cioè con “maniche rimboccate”, al quale a marzo del 2020 avevo rivolto via mail la domanda di come venisse affrontata la pandemia sulle Ande, mi rispose sostanzialmente così: <<La gente si sta riunendo nelle proprie chacra per affrontarla comunitariamente>>. La risposta può essere compresa solo a metà da chi non conosca cosa è la chacra andina, per cui vale la pena cercare di spiegarla anche se in modo un po’ formale. Secondo la definizione che ne ha dato questo stesso amico in un libro:

La chacra è la porzione di terra dove il contadino nutre e circonda di cure le piante, il terreno, l’acqua, i microclimi, e alleva gli animali. In senso lato, il termine chacra indica tutto ciò che è nutrito, allevato, coltivato; i contadini dicono che il lama è la loro chacra ambulante, su cui raccolgono la lana. Noi stessi siamo la chacra delle huacas o divinità che vegliano su di noi, ci istruiscono e ci accompagnano>> (Julio Valladolid)8.

“Nella chacra vive l’ayllu, che è una comunità formata da un gruppo di persone legate da rapporti di parentela. A questa comunità appartengono non solo gli esseri umani, ma anche gli elementi naturali del luogo e le divinità locali”.9

In definitiva chacra e ayllu sono realtà intimamente fuse e sono la cellula base della società. Raccontare che in alcuni villaggi al rapporto di parentela appartengono anche le patate vecchie in attesa di semina, quelle della specie che si è meglio integrata nella chakra10, tanto da essere definite “suocere” in alcuni villaggi, qui da noi si può venire presi per ritardati mentali. Questa è la sabiduria (Saggezza, nota del Giga) in una delle prime regioni del mondo dove fra 8 e 10 mila anni or sono nacque l’agricoltura.

Una raccolta interessante di testimonianze del giornalista Raúl Zibechi su come la pandemia sia stata accolta da comunità di base latinoamericane è reperibile sul sito comune-info.net.

Per concludere questa breve carrellata segue una significativa intervista che lo scrivente ha fatto al dott. Cippi Martinelli che da 26 anni esercita la sua professione nelle comunità indigene del territorio degli Altos de Chiapas.

 

INTERVISTA AL DOTT. CIPPI MARTINELLI, IN CHIAPAS DAL 1996

In Nemesi Medica Illich ha scritto che ogni cultura ha il proprio concetto di salute, di malattia e di cura. Se questo è vero, come sono configurati questi concetti nella regione maya in cui operi? E come si sposano con la tua visione di medico occidentale, proveniente da un diverso mondo culturale nel quale il rapporto personale fra medico e malato è stato sostituito da un intervento più ‘tecnico’ e spersonalizzato ed il paziente, da soggetto che ‘si aiuta a guarire’ è trasformato in oggetto il cui corpo è da ‘riparare’, come una macchina?

I concetti di «salute» e di «malattia» sono, qui su queste montagne de Los Altos de Chiapas, assolutamente difficilissimi da esprimere e da configurare. Ricordo un momento di molti anni fa’ quando ci venne chiesto da parte delle allora «Autorità Indigene della Salute Autonoma» di esprimere in un documento cosa si dovesse intendere per «salute». Anche per loro era difficile capire cosa significasse «stare in buona salute»!

Passammo più di tre giorni, io e alcuni promotores de salud (lavoratori della salute comunitaria, nota del Giga) più esperti, a cercare di mettere giù questo concetto, e, alla fine… non ci riuscimmo. Sì, perché è certo che nelle comunità indigene lo star bene o lo star male non si riferisce mai solo alla presenza o meno di uno stato patologico legato ad una malattia. Comprende tutta una gamma di situazioni personali e collettive, sempre collegate tra di loro. Racconto, nel mio Eternamente Straniero, di questa donna molto anziana che per rispondere alla mia semplice (per me!) domanda circa la sua età, cominciò a raccontarmi tutta la sua vita… per lei era impossibile spiegarmi quanti anni avesse… con un numero! E questo riguarda anche le malattie. Quindi capite bene che noialtri, «operatori della salute», non dobbiamo mai, per fare una diagnosi corretta e scegliere quindi una terapia, limitare lo studio della persona solo verificando i suoi sintomi e i valori dei «segni vitali», o i dati di laboratorio. È assolutamente indispensabile dover fare tutta un’indagine conoscitiva, non solo sulla stretta infermità che presenta, ma su tutta la persona, sull’ambiente in cui vive, sui dolori che prova in seno alla sua famiglia e anche all’intera comunità da cui proviene. Credo sia chiaro, insomma, quanto sia totalmente differente per la nostra cultura occidentale approcciarci allo stato di «salute» di una persona.

Pochi giorni fa ho visitato un uomo per una vistosa ernia inguinale e gli ho proposto l’intervento chirurgico programmandolo per questa settimana. «No doc, mi ha risposto, siamo in luna calante, e la chirurgia non riuscirebbe, la ferita non cicatrizzerebbe bene…».

Scusa se insisto su Illich, ma sto lavorando a un libro in cui vari cultori del suo pensiero tentano di applicare la sua analisi per una «transizione» ragionevole attraverso questa pandemia. Egli auspicava una certa «de-professio­naliz­za­zio­ne della medicina» nel senso di aumentare la cultura medica di base anziché puntare freneticamente sulle specializzazioni. Se non sbaglio potenziare questa cultura di base è la scelta strategica che voi avete privilegiato. Puoi confermare e specificare meglio?

Certamente! Però, intanto devo districarmi nei meandri della espressione «de-professionalizzazione della medicina». Vedi, devo prima di tutto spiegare, o almeno cercare di spiegare la mia posizione circa il «professionalismo della medicina», e non è facile. Non è facile perché fin dai tempi in cui lavoravo in un Policlinico Universitario, quello di Napoli, dell’Università Federico II, ho sempre avuto problemi con questa espressione… «professionalità». Poi, quando arrivai in queste terre, a poco a poco misi a fuoco i miei dubbi e le mie perplessità. A Napoli, camminando per le tortuosità della carriera universitaria, incontravo problemi sempre più grossi nel riconoscermi nelle dinamiche relative alle differenze tra «fare il medico» e «incoronarmi del titolo di ‘medico’». Sicché, poco a poco, mi circondai di giovani studenti ancora immuni, la maggior parte, da appetiti di «professionalità» future e dalla voglia di raggiungere obbiettivi sociali ed economici che potessero diventare il frutto più concreto del loro lavoro di apprendimento. Certo, non fu facile, perché la nostra piccola comunità di medico ricercatore e di giovani studenti non era certo ben vista, anzi, era guardata con sospetto, da parte dei medici del mio Dipartimento e dalle autorità accademiche della Facoltà. Però fu con loro che raggiungemmo dei bellissimi traguardi assistenziali e di ricerca. Sì, mi rendo conto e chiedo venia se sto cadendo ‘violentemente’ nel personale, ma questo mi aiuta a rispondere con più chiarezza alla domanda.

Quando arrivai qui in Chiapas, fui subito accolto da forti manifestazioni di riconoscenza, fui subito vezzeggiato da tutti. Arrivava il medico! Uno straniero che veniva ad aiutarci! Uno che sapeva molto!

Inizialmente il mio sforzo più grande fu quello di… ‘smitizzarmi’ e dimostrare non a parole, ma con i fatti, che volevo… fare il medico finalmente! E la mia gioia più grande fu quando finalmente riuscii a farmi capire, a far capire cioè che il mio lavoro sarebbe stato fruttuoso per la gente solo se fossi riuscito a lavorare, nell’as­si­stenza e nella didattica, insieme ai giovani promotores de salud, e alle persone più esperte di cura delle malattie che erano presenti in tutte le comunità. Loro pensavano di saperne molto meno di me. Io mi accorsi subito che ne sapevo molto meno di loro. E fu così che nacque un meraviglioso lavoro di costruzione e di apprendimento reciproco. Partendo dal basso, e riuscendo con convinzione profonda a riconoscere la vera Professionalità, per esempio nel guaritore el Huesero11, lui che riusciva a ricomporre una frattura con apparentemente semplici e leggeri movimenti delle mani, senza avere mai avuto la ‘opportunità’ di leggere e studiare concetti di anatomia…

Quali sono le malattie più comuni e che risultato avete ottenuto grazie alle vostre scelte?

Bene, anche qui devo fare un distinguo, perché negli anni ci sono state molte variazioni sul tema. Inizialmente (ti parlo degli ultimissimi anni del passato millennio e dei primi dell’attuale) le principali malattie e, spesso, le cause di morte, erano legate ad infezioni gastrointestinali per parassiti. L’acqua che si beve nelle comunità viene direttamente dalla fonte naturale, el Manantial, però nel suo cammino verso le zone abitate si mescola con canali di acqua «nera» che provengono dai numerosi quartieri militari del­l’e­sercito messicano, e comunque da tutte le comunità che attraversa, dove non esiste nessun sistema di fognature. Poi malattie respiratorie, specialmente nelle donne, perché in ogni abitazione, per lo più ultrafatiscente, fatta di pareti di tavole di legno con un incerto tetto di lamiera, la maggior parte del tempo si passa intorno a un focolare centrale, all’interno della ‘casa’, a cucinare un poco di fagioli e a fare tortillas. E, sempre in tema di malattie delle donne, problemi ostetrici, infezioni e mortalità post partum, e una grossa mortalità neonatale. Poi la malaria, e la T.B.C., queste le cause di malattia e morte in quegli anni.

Con il passar del tempo, grazie alla creazione, organizzazione e sviluppo di un Sistema Autonomo di salute le cose stavano andando migliorando, grazie anche agli infiniti corsi di formazione dei promotores de salud, alle riunioni organizzate perennemente in ogni comunità sulla prevenzione delle malattie (tecniche semplici di disinfezione dell’acqua, lavoro di affiancamento alle levatrici delle comunità, las parteras, ecc.).

Ma negli anni a venire le cose tornarono a complicarsi con un altro tipo di malattie. Grazie allo sviluppo della Rivoluzione Zapatista, e cioè allo sviluppo dell’Autono­mia, le condizioni economiche all’interno delle comunità andavano migliorando, però questo favoriva anche un cambiamento, che io definisco nefasto, delle abitudini alimentari della gente. I piccoli negozietti di vendita varia (las tiendas) crescevano di numero in ogni comunità, e il sistema capitalista, basato sul consumismo di sostanze molto economiche ma anche molto dannose, non perse l’oc­casione di gettarsi a pesce su questo affarone. Così entrarono rapidamente nell’uso quotidiano delle famiglie alimenti chimici e adulterati, cibi in scatola di pessima qualità, buste di schifezze varie, e soprattutto la Coca Cola, oltre a una gamma sterminata di bibite artificiali spesso di indubbia provenienza, ma comunque ricche di zucchero, coloranti e sapori artificiali, che ben presto sostituirono, almeno in parte, la povera, poverissima, ma sana alimentazione della gente delle comunità.

Poi ci invase l’era dei telefonini, e le grosse imprese messicane di telefonia non si fecero pregare ad inchiodare dappertutto le loro grosse antenne di trasmissione. Quindi son cominciate ad apparire, in forma sempre più presente, altre malattie come diabete, leucemia e altre moltissime forme di cancro, prima assolutamente assenti.

Come le curiamo? Con le stesse forme di sempre, dando molto spazio alla medicina naturale, lavorando in collaborazione con i curanderos (guaritori, nota del Giga), e continuando nei limiti del possibile alla formazione di giovani generazioni di promotores de salud, che restano la nostra più grande risorsa.

Ricordo come a Lucca parlasti con entusiasmo delle e dei giovanissimi che operano come promotrici e promotori di salute, della loro capacità di acquisire la professionalità necessaria e del loro spirito di ‘servizio’ alle loro comunità. Vuoi ricordarlo qui?

Con piacere! Questi ragazzi e ragazze che entrano nel lavoro della salute sono la vera essenza dei progressi che si sono attuati in tutti questi anni. Sono giovani, a volte giovanissimi, ma tutti motivati fortemente. In genere vengono nominati dalle comunità da cui provengono, a volte è una loro scelta specifica e personale. La gran parte di loro proviene da famiglie di militanti della rivoluzione zapatista, e son cresciuti ascoltando i discorsi dei loro genitori o fratelli maggiori, per cui hanno, molto più chiaro di quel che possa sembrare, un’idea precisa dell’importanza che il loro lavoro sia di grande valenza e importanza per la propria gente, e per la lotta del popolo. Certo, arrivando tra noi, si scontrano con tutte le difficoltà relative a questo lavoro, di fatto abbandonano la loro famiglia in età adolescenziale. I nostri ritmi di lavoro non concedono pause, tutta la giornata è articolata in vari turni, a parte le ore di lezione tutti sono occupati al lavoro nelle varie aree. Dalle visite mediche negli ‘ambulatori’, alla farmacia, alla pulizia, alla cucina, ecc.

Un lavoro duro, a volte massacrante, e ‘a tempo pieno’, come diremmo noi. Nel senso che una volta entrati nel Sistema di Salute, vivranno nella clinica o nei centri di salute definitivamente. Solo di tanto in tanto, se possibile, potranno godere di un permesso di pochi giorni per rientrare in famiglia. La loro vita diventa completamente dedita a curare la gente. Hanno tutti una grandissima voglia di imparare, e dimostrano una grandissima capacità di apprendimento, anche se molti di loro non hanno superato la terza elementare. Per questo il nostro sistema d’insegnamento è soprattutto ‘pratico’ e la teoria viene dopo. Ma soprattutto insistiamo tenacemente nei tentativi di sviluppare la «medicina di base», che comunque sia è quella che ci permette di raggiungere i maggiori risultati.

Abbiamo avuto modo nei mesi scorsi di scambiare informazioni via mail sui gravi problemi posti dall’attuale pandemia alle comunità indigene. Hai parlato di positivi protocolli «scalzi» (se posso usare questa parola) che hanno avuto un certo successo e ho anche letto su qualche pubblicazione di «manuali» su come affrontare la malattia elaborati in alcune comunità, come ad esempio la Colectividad Nichim Otanil. Cosa sai dirmi di questa autodifesa organizzata dal basso ricorrendo alle risorse biologiche del territorio?

Allora, qui dovrei aprire una larghissima parentesi, cominciando anzitutto a continuare a cercare di spiegare il concetto di «malattia» per questa gente, o almeno il modo in cui si affrontano le «malattie». C’è sempre, alla base, un atteggiamento che noi occidentali definiremmo semplicemente «fatalismo», e questa espressione è molto, molto riduttiva. In queste terre, l’ammalarsi di qualcosa è assolutamente parte della vita, un evento che fa parte del «normale». Devo citare ancora una volta il fatto che ai bambini al di sotto dei tre anni circa non si dà nome… perché si è abituati al fatto che molti di loro muoiono prima di quest’età. E per scendere a problemi più… ‘semplici’, una persona con diarrea non viene quasi mai a chiedere una visita, nella clinica o nel piccolo centro di salute della comunità. La diarrea è parte della loro vita, così come una difficoltà a respirare, o, tanto per fare esempi, una situazione di stanchezza, ecc…

Non ricordo chi abbia detto che «la vita è una lunga malattia che finisce con la morte», una frase che, a noi che non abbiamo la pelle color della terra, suona tremendamente negativa; però qui è proprio così!

E allora, tornando alla tua domanda circa le difese, biologiche e non, messe in campo in questa pandemia, non è stato per niente facile, anzi difficilissimo, sensibilizzare la gente di fronte a questo nuovo pericolo. Una grossa mano ci è stata data dal Comando Generale dell’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale), che ha immediatamente preso una grossa iniziativa, quella di dichiarare in allarme rosso tutte le zone sotto il suo controllo. Nessuno poteva uscire o entrare nelle comunità (una specie di lock-down), ma specialmente chi rientrava nella propria comunità da zone turistiche era obbligato a osservare un periodo di quarantena prima di raggiungere la propria famiglia. (Sai bene che molti giovani ‘emigrano’ nelle grosse zone turistiche come Cancun, Playa del Carmen, ecc., per vendere prodotti d’artigianato e quant’altro).

Ma quello che ha salvato la maggior parte delle persone è stato, anche in quest’occasione, il lavoro dei promotores de salud. Abbiamo capito subito che l’unico sistema era quello di andare casa per casa, dove ci fossero segnali di malattia per Covid. Certo un lavoro difficile e pesante, perché, come ti dicevo, qui in ogni famiglia c’è sempre, tutti i giorni, qualcuno che ha un problema respiratorio, una bronchitella, un raffreddore con febbre… però siamo riusciti ad organizzarci. Abbiamo costruito un protocollo «scalzo», come dici tu, e siamo riusciti a dotare ogni gruppo di promotores di un «oximetro» (grazie anche agli aiuti ricevuti dall’Italia), cioè di quel piccolo apparecchietto che permette di valutare la presenza di ossigeno nel sangue, e quindi di far diagnosi… perché tutte le diagnosi sospette per coronavirus le abbiamo fatte e continuiamo a farle su base clinica, cioè sullo studio dei sintomi… e basta. In Chiapas effettuare un «tampone» è solo possibile a chi ha le possibilità economiche di viaggiare fino a Tuxtla Gutierrez, la capitale dello Stato, dove in un laboratorio privato ti fanno pagare una somma esorbitante, quindi capisci bene che questo non era e non è assolutamente alla portata della gente delle comunità indigene. Quindi, e comunque, fatta la diagnosi i promotores tornavano a visitare il paziente almeno due volte al giorno e a controllare l’andamento della malattia. In caso di peggioramento, e quindi di necessità di collegarlo a una bombola di ossigeno, insomma di trasferirlo nell’ospedale più vicino, San Cristóbal, Tuxtla o Tapachula, incontravamo enormi problemi. La persona, e tutto il suo ambito familiare, rifiutavano fortemente il trasferimento in un ospedale «del governo», rifugiandosi in quello che noi definiremmo molto limitatamente «fatalismo». Isolare il malato? Attuare tutte le misure di riduzione del contagio? Impensabile! Nelle abitudini della comunità è impossibile pensare di lasciar sola la persona che soffre. Si innesca ‘automaticamentei un meccanismo di intervento del guaritore, della persona che conosce l’uso di piante medicinali, di preghiere e veglie che comunque hanno sempre affiancato, e mai ostacolato, il lavoro nostro e dei promotores de salud. Intanto abbiamo messo a punto e utilizzato con successo un protocollo di cura, utilizzando farmaci di facile reperibilità e di costo accessibile… e insomma… finora ce l’abbiamo fatta…

Per concludere hai qualcosa da dire ai tuoi amici italiani immersi in una caotica ‘comunicazione’ dall’alto e sconcertati di fronte a una campagna di paure? ​

No, in verità non mi sento di poter dare nessun aiuto alla gente d’Italia in questo durissimo momento di guerra, di assalto alla vita delle persone, di stravolgimento delle abitudini di ‘vita’ e di lunghi e pesanti momenti di paura causati dall’ennesimo virus di passaggio. Un virus più violento di tanti altri, che ha potuto magnificare la sua violenza grazie alla impreparazione della gente di fronte a un imprevisto cataclismatico, ma che in effetti era molto più prevedibile di quello che sembra. Non voglio entrare in discorsi contro quella che considero la vera causa di questa disfatta che continua e continuerà ancora a fare vittime, riconoscendo nel sistema capitalista il vero colpevole di questa strage planetaria. No, non tocca a me farlo. Però, per non deluderti, riesco solo a dirti che se le persone, in Italia e in molte altre parti del mondo, riuscissero a trovare nel fondo delle proprie coscienze, per la maggior parte obnubilate, la forza per ‘riumanizzarsi’ e ritrovare la voglia di vivere le proprie vite, e di collettivizzare i problemi legati a questa pandemia (nel caso specifico) e di tutti i VERI problemi dell’e­si­stenza, beh, questo sarebbe il cammino giusto.

Non mi dispiacerebbe se qualche persona di buona volontà, alla fine di questa lettura, volesse fare una piccola donazione, anche solo di 10 E (il costo presumibile di una dose di cura contro il Covid-19) sul ccp di Cippi qui in Italia:

Giuseppe Martinelli, Banco Posta n. 27879782 , Iban IT19U0760103400000027879782.

Aldo Zanchetta

 

NOTE:

1 Autori dell’articolo Maru Mormina*, Ifeanyi M Nsofor** sul giornale telematico The Conversation (* Senior Researcher and Global Development Ethics Advisor, Università di Oxford;** Senior Atlantic Fellow in Health Equity, George Washington University.) Per leggere l’originale vai qui.

2 N.d.T.: Così ad es. a Timor Est, in Buthan, in Laos e in Cambogia ad oggi, a fronte di pochi casi di infezione, non si è registrato alcun morto per Covid-19.

3 N.d.T.: Paese in cui i due autori, dai nomi presumibilmente africani, presumibilmente vivono e lavorano.

4

5 Mi scuso di questa espressione ma ormai il nostro linguaggio non ha più modo di parlare correntemente di realtà diverse se non con linguaggio comparativo dove le scale di confronto sono il livello tecnologico o quello monetario. Anche definirli meno ricchi è mistificatorio perché non sono meno ricchi ma vengono sistematicamente defraudati delle loro ricchezze.

6 Covid-19 à Madagascar: le gouvernement refuse les vaccins et préfère les remèdes locaux,

http://www.agenceecofin.com › sante

7 Covid-19: la Tanzania è benedetta da Dio o bugiarda? By Leopoldo Salmaso

8 Pratec, Cosmovisioni. Occidente e mondo andino, Mutus Liber, Riola (BO), 2015.

9 Cosa possono insegnare i Paesi in via di sviluppo ai Paesi Ricchi su come affrontare una pandemiait.businessinsider.com › paesi-in-via-di-sviluppo-insegnare

10 In Perù esistono oltre tremila tipi di patate, diverse per sapore, forma, colore, adattabilità per tipo di terreno, di conservazione, modalità di cucina etc.

11 Huesero, il ‘riparatore’ di ossa (huesos).

FIRENZE: La querela temeraria di Nardella colpisce la democrazia, non solo Tomaso Montanari

La querela temeraria di Nardella colpisce la democrazia, non solo Tomaso Montanari

di Cristiano Lucchi, da “La Città invisibile”, 18 dicembre 2020

Dario Nardella, al momento sindaco di Firenze, ha querelato Tomaso Montanari chiedendo 165.000 euro di danni per aver detto quello che ogni persona, libera intellettualmente e attenta al bene comune e non al profitto di pochi, ha compreso ormai da anni: «Firenze è una città in svendita, è una città all’incanto, una città che se la piglia chi offre di più: e gli amministratori di Firenze sono al servizio di questi capitali stranieri che prendono la città e la smembrano».

Su questo tema anche La Città invisibile ha scritto più volte, si legga ad esempio l’inchiesta A chi fa gola Firenze di Antonio Fiorentino o Svendi Italia di Report in cui trovate anche le dichiarazioni incriminate di Montanari. Oggi non entriamo nel merito della questione, già trattata da molti e, significativamente, da una rete di gruppi e movimenti fiorentini esclusi dal dibattito mainstream sulle condizioni a cui è stata costretta la città dall’attuale classe dirigente politica e imprenditoriale. Ci interessa invece capire il meccanismo che ha mosso il sindaco a chiedere danni in sede civile e non penale. Vogliamo comprendere perché Nardella e i suoi assessori Giachi, Bettini Del Re, Funaro, Gianassi, Giorgetti, Guccione, Martini, Sacchi, Vannucci chiedono complessivamente 165.000 euro e non si affidino invece, sempre che sussista, al reato di diffamazione che prevede una multa tra i 258 e i 2.582 euro.

La risposta che ci siamo dati è tra le peggiori che si possano avere in una democrazia che riconosce in Costituzione sia il diritto di libera manifestazione del pensiero che il diritto di cronaca e di critica. Diritti che ricordiamo sono stati introdotti in funzione antifascista.

Si tratta evidentemente, nel caso di Nardella & Co. contro Montanari, di una querela temeraria, atta a intimidire chi si permette di avere ed esprimere concetti, idee, opinioni che avversano la narrazione imposta dal dominante sulle politiche che produce. Una narrazione troppo spesso dopata, è bene ricordarlo, da fondi, contributi, format, “invenzioni” e pubblicità di emanazione pubblica che vanno a colmare i vuoti dei bilanci di molte delle imprese editoriali locali in piena crisi economica e di identità.

La querela temeraria in genere è avulsa dal merito legale della vicenda, ma ha la capacità di colpire la vittima spremendo tempo, denaro, energie. È sopratutto il tentativo di zittirla, di inibire quel conflitto che sta alla base di ogni dialettica virtuosa quando al centro del dibattito c’è la cosa pubblica. Gli inglesi chiamano questo fenomeno chilling effect (effetto raggelamento) e produce nel malcapitato, soprattutto se debole economicamente, una sorta di autocensura.

La querela temeraria colpisce le persone che esercitano il cosiddetto Quarto potere, siano essi giornalisti, intellettuali, donne e uomini che in piena libertà chiedono conto al potere delle sue azioni. Intimidire questi soggetti vuol dire minacciare lo stato di diritto e l’accesso ad un’informazione libera. Spesso chi ne è colpito, non è il caso di Tomaso Montanari, decide di stare zitto, di aspettare in silenzio che si calmino le acque, perché non ha risorse di alcun tipo per affrontare una causa costosa e impegnativa. Ed è spesso abbandonato dal proprio editore.

Il problema è noto da tempo. Ci sono migliaia di querele temerarie attive in tutta Europa e non solo. È naturale aspettarsi pertanto che chi si affida a questo tipo di azione venga fermato perché rappresenta un virus letale per la democrazia: se la normale circolazione delle notizie viene ostacolata è evidente che il paese è destinato a diventare meno libero. Non è un caso, infatti, che in Parlamento sia in discussione una legge che introduca un’ipotesi di responsabilità aggravata civile per chi, in malafede o colpa grave, attivi un giudizio di richiesta danni. Se approvata questa legge – chissà perché però il dibattito è in stallo, a pensar male si fa peccato ma spesso si indovina – avrà il merito di tutelare i giornalisti e chi, come loro, rappresenta il nostro “cane da guardia” contro gli abusi del potere.

Comprendiamo come Nardella non sia abituato ad avere a che fare con il giornalismo di inchiesta ma solo con quello di complemento, nella sua accezione militare di accompagnamento. In questa vicenda gli riconosciamo comunque un merito: ha palesato a tutti lo spessore umano e politico alla base del suo agire pubblico; ha mostrato la sua fragilità e la debolezza di politiche che per sorreggersi hanno bisogno di un consenso totale e totalizzante; ha reso evidente che nessuna opinione libera e indipendente può essere tollerata. Di questa epifania lo ringraziamo.

VENEZUELA: La posta in gioco

di Marco Consolo

Domenica 6 dicembre si realizzeranno elezioni politiche in Venezuela per rinnovare il Parlamento per il periodo 2021-2026. Si tratta del processo elettorale n. 25 nei 21 anni di processo bolivariano.

Più di 20 milioni di venezuelane-i sono chiamate-i alle urne per eleggere i 277deputati tra più di 14.000 candidate-i. Si presentano un totale di 107 partiti che si disputeranno i seggi della “Asamblea Legislativa” di Caracas. Dei 107 partiti in lizza, ben 98 sono di opposizione al governo, sia da destra, che da sinistra.

I tempi delle elezioni, presentate dalla destra quasi come un capriccio del governo per disfarsi del parlamento attualmente con maggioranza dell’opposizione, sono scanditi da precisi dettami costituzionali. Ma ancora una volta, in buona compagnia dell’Unione Europea, gli Stati Uniti hanno dichiarato di non riconoscere la legittimità del processo elettorale e quindi i suoi risultati. Come in Bolivia nel 2019 contro Evo Morales, accuseranno il governo di brogli per cercare un pretesto per intervenire nel Paese con le maggiori riserve provate di petrolio al mondo.

Venezuela: Uno sguardo settimanale

E’ quindi alta la posta in gioco, in una scadenza che si realizza in un periodo aspro e difficile, peggiorato dalla pandemia.  La crisi politica, sociale ed economica in Venezuela è il risultato diretto della sfacciata ingerenza degli Stati Uniti e dell’Unione Europea contro la quale il Venezuela bolivariano ha dato una dura battaglia. Questa ingerenza, si è tra l’altro esplicitata con le criminali “misure coercitive unilaterali” (chiamate impropriamente sanzioni) da loro imposte. Misure criminali che si configurano come un vero e proprio “bloqueo”, molto simile a quello contro Cuba. Anche in questo caso, si tratta di un bloqueo economico, commerciale e finanziario che ha tagliato l’ accesso a servizi e beni essenziali, tra i quali cibo e medicine, causando la perdita di migliaia di vite di donne e uomini.

Una grave reponsabilità che ricade interamente sui governi criminali che lo applicano e di cui, prima o poi, dovranno rendere conto.

Come negli assedi ai castelli medievali, si cerca di prendere il nemico per fame e per stenti, generare ed approfondire così una crisi economica per provocare una rivolta sociale contro il governo. Una tattica di guerra non convenzionale applicata da subito contro il processo bolivariano. Nella sua versione moderna, il bloqueo è uno degli strumenti per asfissiare il progetto bolivariano, assediato sin dalla prima vittoria di Hugo Chavez, nel 1998. Un progetto che rivendica il controllo sovrano delle risorse, una ridistribuzione dei loro proventi alla popolazione per garantire giustizia sociale: fumo negli occhi della Casabianca.

Da subito, è iniziato l’assedio e la destabilizzazione costante:  tentativi di golpe e di omicidio di Chavez prima e poi del Presidente Maduro, massicci finanziamenti esteri all’opposizione della destra golpista e non solo, l’invenzione di un governo parallelo “in esilio”, diversi tentativi di invasione mercenaria (l’ultimo nel maggio 2020) ed un lungo etc..

E ancora una volta, il bue dice cornuto all’asino: nel mondo al rovescio, i veri criminali (a partire da Luis Almagro, Segretario della OEA) hanno denunciato “il regime dittatoriale” venezuelano presso la Corte Penale Internazionale per “crimini contro l’umanità”. Un tentativo disperato di applicare la strategia della guerra giudiziaria (Lawfare) anche in istanze internazionali.

Pirati all’attacco

Come richiesto a gran voce dai settori golpisti dell’opposizione, Washington e Bruxelles hanno seriamente danneggiato l’economia e, di conseguenza, il livello di vita della popolazione. Le loro misure, sempre più aggressive, colpiscono le già critiche condizioni di vita, peggiorate dalla pandemia del COVID-19.

Piratas del siglo XXI: La maldita culpa sí la tiene alguien - La Demajagua

Foto: Cubadebate

Secondo l’economista Francisco Rodriguez (laureato a Harvard ed oppositore del governo Maduro), la caduta della produzione di petrolio è iniziata quando i prezzi del crudo  nel 2016 erano piombati a meno di 30 dollari al barile. La caduta si è accelerata puntualmente con l’applicazione di nuove “sanzioni” economiche (quelle finanziarie nell’agosto 2017, le prime petrolifere a gennaio 2019, febbraio 2019, febbraio 2020 contro la società russa Rosneft socia dell’impresa statale venezuelana PdVSA). Secondo Rodriguez, il punto di inflessione coincide con i momenti in cui si sono applicate le sanzioni e le ultime contro Rosneft hanno peggiorato la scarsezza di combustibile [i].

L’economista “chavista”, Pasqualina Curcio mette in risalto gli attacchi alla moneta nazionale. Infatti, nella misura in cui il bolivar si deprezza (come effetto della speculazione e della manipolazione anche attraverso portali web come p.e. dolar today), ha un impatto sui costi di produzione e naturalmente sui prezzi, con l’effetto di una iperinflazione indotta con livelli che hanno raggiunto il 130.000 % nel 2018. Senza considerare il deterioramento del potere d’acquisto e la contrazione dell’economia. Secondo Curcio, in base ai dati del Banco Central, la caduta del PIL tra il 2013 ed il 2019 è stata del 64%. Ovvero, perdite di 194.000 milioni di dollari, equivalenti alla produzione nazionale di un anno e mezzo, a più del totale del debito estero venezuelano (110.000 milioni), al costo dell’importazione di cibo e medicine per un periodo di 30 anni [ii]. Un impatto tremendo, che alcuni soggetti dell’opposizione continuano a negare, accusando il governo di incapacità congenita.

Tra le misure anti-bolivariane degne degli antichi pirati, c’è anche la rapina degli attivi finanziari e delle riserve di oro custodite da diverse banche straniere, a partire dalla Bank of England di “sua maestà Britannica”. Il governo venezuelano rivendica il diritto di farsi restituire dalla Banca  le 31 tonnellate di lingotti d’oro che da anni l’istituto custodisce nei suoi forzieri. Un tesoro valutato in circa 887 milioni di dollari che a suo tempo Chavez non riuscì a rimpatriare.

L’impatto delle elezioni  

E’ d’obbligo chiedersi se il risultato elettorale favorirà o meno il necessario dialogo per sbloccare il Paese.

In queste elezioni sono in gioco il destino del popolo venezuelano e della sua democrazia partecipativa e protagonica, il futuro del progetto socialista, l’integrazione continentale non subordinata ai voleri dell’ingombrante  vicino del nord e molto altro.  Il popolo venezuelano è chiamato a votare per restituire al parlamento il suo ruolo nel dibattito politico tra forze diverse che riflettono la pluralità del Paese, in base alla Costituzione ed al rispetto della sovranità nazionale e popolare.

Maduro è pronto alle prime elezioni parlamentari in Venezuela - Sputnik Italia

Come si ricorderà, alle ultime elezioni parlamentari del 2015, la destra ha vinto e conquistato il potere legislativo. Ed ha vinto con lo stesso identico sistema elettorale ancora in vigore, e che oggi viene accusato strumentalmente di non essere affidabile. Lo stesso che l’ex-Presidente Jimmy Carter definì come il più sicuro al mondo.

Dal 2015, il parlamento è stato uno strumento di destabilizzazione nelle mani degli Stati Uniti e dei loro alleati per cercare di rovesciare il governo legittimo.

Nel gennaio 2019, con il pieno appoggio dei latifondi mediatici, l’amministrazione Trump ha tirato fuori dal cappello il coniglio-pagliaccio Juan Guaidò, deputato ed allora presidente del Parlamento, auto-proclamatosi “Presidente interino” del Paese. Una farsa senza nessuna base costituzionale e legale, visto che la figura di “presidenza interina” non esiste nella Costituzione venezuelana. E Guaidò non ha mai partecipato a nessuna elezione presidenziale, nè tantomeno è mai stato eletto Presidente.

L’autoproclamazione, appoggiata anche dal cosiddetto “Gruppo di Lima”, è stata inoltre realizzata senza consultare nè il resto dei partiti membri dell’alleanza di opposizione del cosiddetto G4, nè il Parlamento, provocando forti malumori e scontri interni.

Da allora, Guaidò ed i suoi alleati interni ed esteri si sono dedicati ad implementare i molteplici piani di “guerra ibrida” dell’amministrazione statunitense per il “regime change”, per abbattere Maduro. Questi settori appoggiano apertamente il bloqueo, hanno chiesto più volte ed a gran voce l’intervento militare straniero, si sono alleati con i tagliagole del narco-paramilitarismo colombiano, ed hanno fomentato la destabilizzazione politica, sociale ed economica. Non contento, il governo virtuale di Guaidó ha gestito a suo piacimento e con ogni sorta di corruzione i beni venezuelani all’estero, illegalmente messi a sua disposizione dal governo Trump e dai suoi alleati (CITGO e Monomeros tra gli altri).

Venezuela. Il sistema elettronico che sarà utilizzato in elezioni dicembre è il più avanzato del mondo - FarodiRoma

Ma la decisione di Guaidó e dei dirigenti dell’alleanza G4 di mantenere la strategia fallita del governo parallelo, e confermare nuovamente l’astensione elettorale, ha provocato molte fratture all’interno dei litigiosi partiti del G4 (Acción Democratica, Primero Justicia, Voluntad Popular e Un nuevo tiempo).  A destra, si è quindi riconfigurata l’opposizione con l’emergere nel G4 di un settore che si è dissociato dal golpismo e dalla strategia astensionista, convergendo con gli altri settori di opposizione che hanno partecipato alle elezioni presidenziali del 2018.  E approfittando di queste contraddizioni, il governo  ne ha facilitato la partecipazione elettorale, dopo aver raggiunto un accordo con i dissidenti del G4 e diversi partiti dell’opposizione non golpista. La mediazione non è stata facile, ma il governo bolivariano ha accettato le principali modifiche al sistema elettorale richieste dall’opposizione, che hanno portato ad un ampliamento del sistema proporzionale e del numero dei deputati. Vista la mala parata, i settori golpisti, che sanno di non avere i numeri per vincere, hanno deciso di non esserci per delegittimare la scadenza elettorale.

Sono in buona compagnia degli autoproclamati “paladini della democrazia occidentale”, che mantengono un assordante silenzio di fronte al tragicomico spettacolo elettorale negli Stati Uniti, dove Trump si aggrappa alla sedia, ignorando la sua sconfitta elettorale, in un sistema che Washington vende come esempio democratico al mondo.

La rottura a sinistra

Anche all’interno del Gran Polo Patriótico (GPP), fulcro del processo bolivariano, c’è stata una rottura in base alla recente decisione del Partito Comunista del Venezuela (PCV).  Infatti, in questa delicata situazione, il PCV ha deciso di presentare una lista alternativa (Alternativa Popular Revolucionaria), che cerca un proprio spazio politico-elettorale nel processo bolivariano. L’APR è un fenomeno prodotto da tensioni irrisolte all’interno del chavismo, fondamentalmente legato alla risposta del governo bolivariano alle misure coercitive unilaterali, a differenze sulla politica economica, sulla gestione del governo in materia sociale e di lavoro, sulle accuse di criminalizzazione della protesta sociale per le precarie condizioni di vita e di lavoro. Si tratta di una struttura costituita per scopi elettorali, anche se si propone come possibile piattaforma a lungo termine. Con il PSUV sono d’accordo su antimperialismo, socialismo, mantenimento dell’eredità politica di Chavez, ma con un corpo programmatico ancora in via di definizione al loro interno.

In caso riesca a canalizzare il malessere per la complessa emergenza sociale all’interno del mondo “chavista”, il voto “castigo” di questa lista potrebbe essere la sorpresa elettorale, con una riconfigurazione delle maggioranze nel nuovo parlamento.

In questo nuovo scenario, con il riallineamento delle forze, sia all’opposizione che al governo, il settore dell’opposizione che fa riferimento a Guaidò è rimasto con il cerino in mano, spiazzato e fuori gioco, nonostante l’appoggio mediatico internazionale, anche in Italia.

Venezuela. La commedia di Guaidò per vanificare le elezioni. Vasapollo: un piano concordato con Washington. La complicità di Bruxelles - FarodiRoma

Sul voto, pesa poi l’incognita dell’astensione che si prevede attorno al 50%. I settori golpisti faranno di tutto per aggiudicarsela, come evidenza dell’opposizione al governo. La verità è che, a differenza delle presidenziali, le politiche hanno sempre visto una minore partecipazione. E a questo, bisogna aggiungere la pandemia, le difficoltà nei trasporti, il bloqueo e naturalmente anche lo scontento per la dura situazione sociale che spinge a rimanere a casa.

Da parte chavista si è ripetuto fino alla nausea che si rispetterà la volontà popolare, qualunque essa sia. In tutte le elezioni precedenti, il governo ha accettato i risultati dei partiti di opposizione e dei loro candidati. Chi scrive era presente quando nel 2007 il chavismo ha perso il referendum per la riforma costituzionale ed ha riconosciuto immediatamente la propria sconfitta.

In questi giorni, lo stesso Maduro ha detto pubblicamente che in caso di sconfitta potrebbe andare a casa.

In questo possibile scenario, la nuova Assemblea Nazionale potrebbe promuovere il dialogo verso un accordo nazionale, per poter affrontare l’emergenza sociale ed economica e rivendicare il diritto di vivere degnamente e in pace.  Sarebbe un primo passo sulla strada della normalizzazione istituzionale del Paese e la difesa del voto come strumento per l’esercizio e la riaffermazione della sovranità popolare.

Un percorso non facile, vista l’aggressività della destra golpista sostenuta dalla Casabianca, dall’Unione Europea, dalla OEA di Luis Almagro e dal cosiddetto Gruppo di Lima. Un primo risultato politico importante è stato quello di aver isolato le frange golpiste e convinto una gran parte della destra a partecipare alle elezioni.

Sullla scia degli Stati Uniti, l’Unione Europea ha appena deciso di rinnovare per un altro anno le misure coercitive unilaterali imposte al Venezuela e si appresta a non riconoscere le prossime elezioni. Invece di gettare benzina sul fuoco in maniera irresponsabile, l’Unione europea e l’Italia dovrebbero sostenere il dialogo tra le parti, respingendo la via della violenza e dello scontro. La vera sfida per Roma e Bruxelles è smarcarsi dalla follia aggressiva e guerrafondaia di un impero in declino.

[i] https://actualidad.rt.com/video/374043-estudios-revelar-dano-sanciones-eeuu-venezuela/amp?__twitter_impression=true

[ii] ibidem

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/venezuela-la-posta-in-gioco/

La Vía Chilena al Socialismo, 50 años después. Due libri di grande interesse, liberamente scaricabili

CLACSO (Consiglio Latino Americano di Scienze Sociali), che dispone di una importante libreria on line copyleft: http://www.clacso.org.ar/libreria-latinoamericana/inicio.php in lingua spagnola ha recentemente pubblicato un grande lavoro, in due volumi, curato da Robert Austin, Viviana Canibilo e Joana Salém, con interventi di altre 80 autrici e autori sul periodo rivoluzionario nel Cile di Allende: La Vía Chilena al Socialismo, 50 años después (LA VIA CILENA AL SOCIALISMO 50 ANNI DOPO).

“Il 4 settembre 2020 sono trascorsi 50 ani dall’elezione del presidente Salvador Allende e del governo di Unidad Popular. L’iconica Via Cilena al Socialismo continua a simbolizzare lo sviluppo storico di un programma di abolizione del dominio imperiale e neo-coloniale sopra la gran maggioranza della popolazione, attraverso la riforma politico-economica dall’alto e la lotta popolare dal basso. La forza di Unidad Popular risiedeva in una alleanza trasversale della classe lavoratrice e contadina, probabilmente la più cosciente e altamente organizzata delle Americhe in quel particolare momento storico. Su tutto questo si concentrano i due corposi volumi che cercano di riscattare criticamente quell’epoca, con uno sguardo verso il futuro.”

Ci teniamo a segnalare questo lavoro di ricostruzione storica liberamente scaricabile dal sito della libreria, sia per la sua ampiezza e i tanti approfondimenti che vi sono presenti ed anche perché i redattori hanno condiviso con le nostre organizzazioni FILEF in Australia anni di comune militanza a favore degli esuli cileni e di tutti i migranti in quel paese.

In questo senso sollecitiamo gli interessati a diffondere i due libri e a incancellabile e straordinaria esperienza del governo di Unidad Popular presieduto da Salvador Allende.


CLACSO acaba de publicar ambos tomos de La Vía Chilena al Socialismo, 50 años después, que se pueden bajar libremente en http://www.clacso.org.ar/libreria-latinoamericana/inicio.php

“El 4 de septiembre de 2020 se cumplieron 50 años desde la elección del presidente Salvador Allende y el gobierno de la Unidad Popular. La icónica Vía Chilena al Socialismo sigue simbolizando el desarrollo histórico de un programa para abolir el dominio imperial y neocolonial sobre la gran mayoría de la población, mediante la reforma político-económica desde arriba y la lucha popular desde abajo. La fuerza de la Unidad Popular residía en una alianza transversal de las clases trabajadoras y campesinas quizás más concientizadas y altamente organizadas de las Américas en ese momento. Aquí van dos tomos que rescatan críticamente a la época, con una mirada hacia el futuro.”

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Sobre los compiladores

Robert Austin Henry es Doctor en Historia Latinoamericana (La Trobe). Su investigación se enfoca en la historia postcolonial y neocolonial, a partir de la Guerras por la Independencia. Ha trabajado en Chile, México, Cuba y Venezuela periódicamente desde 1978, en varias universidades. Es autor o coautor de 70+ publicaciones académicas, entre ellas 10 libros; y 70+ publicaciones en revistas populares. Ver https://sydney.academia.edu/RobertAustin. Se le negó la entrada a Chile en 1997, por presunta participación en la fuga de prisioneros del Frente Patriótico Manuel Rodríguez de la Cárcel de Alta Seguridad en Santiago, capturado elocuentemente por el protagonista Ricardo Palma Salamanca en su libro El Gran Rescate. Esto, lamenta, no es cierto. Correo: r.austin@sydney.edu.au

Viviana Canibilo Ramírez vivió 25 años en el combativo barrio de La Legua en Santiago de Chile, hasta 1979. Participó en el programa de trabajo voluntario de la Unidad Popular; y es egresada de la Universidad Técnica del Estado, 1973-78 (con honores). Se desempeñó como profesora de Castellano y Economía Doméstica en escuelas secundarias públicas durante 35 años en Australia, abogando por la latinoamericanización curricular de Castellano. En 2018 el gobierno cubano la premió por su solidaridad vitalicia con la Revolución Cubana. Con Robert Austin H. es coautora intelectual del proyecto vigente, entre otros proyectos editoriales, más el archivo “ALAS” de solidaridad con América Latina y el Caribe, 1970-2020, Biblioteca Estatal de NSW, Sídney. Ver https://independent.academia.edu/VivianaRam%C3%ADrez8. Correo: vrcanibilo@gmail.com

Joana Salém Vasconcelos es Doctora© en Historia Económica por la Universidad de São Paulo (USP), con una tesis sobre la reforma agraria chilena y las pedagogías campesinas para transformación económica. Hizo una pasantía doctoral en la Universidad de California, Irvine (UCI). Tiene un Máster en Desarrollo Económico por la Universidad Estadual de Campinas (UNICAMP), que resultó en el libro História agrária da revolução cubana: dilemas do socialismo na periferia (2016). Investiga las reformas agrarias en América Latina con enfoque en Cuba y Chile. Es asociada al Centro de Estudios de Historia Agraria de América Latina (Chile) y editora de Latin American Perspectives (EUA). Es activista de educación popular en la Rede Emancipa (Brasil). Correo: joana.salem@gmail.com

Ver https://fflch.academia.edu/JoanaSal%C3%A9m

 

LINK diretto per scaricare i volumi:

Volume 1° – Historia

Volume 2° – Memoria

 

 

FONTE: https://emigrazione-notizie.org/?p=33765

La crisi climatica in Africa è fuori controllo

Uno studio di Greenpeace Africa

A causa dei cambiamenti climaticiondate di caloreinondazioni e pesanti piogge si fanno più frequenti un po’ ovunque nel mondo, ma è l’Africa a pagarne le conseguenze più severe: l’intensificarsi di eventi meteorologici estremi sta minacciando gravemente la salute umana, la sicurezza alimentare, la pace e la biodiversità del continente africano. A rivelarlo è il nuovo studio pubblicato da Greenpeace Africa e dall’unità scientifica di Greenpeace “Weathering the Storm: Extreme Weather and Climate Change in Africa“.

Lo studio si basa su diversi scenari climatici: tutti prevedono che le temperature medie future in Africa aumenteranno a un ritmo più veloce della media globale. Se non si interverrà al più presto per ridurre e poi azzerare le emissioni, l’aumento medio della temperatura di gran parte del continente supererà i 2 gradi centigradi, per ricadere nell’intervallo da 3 a 6 gradi centigradi entro la fine del secolo, da due a quattro volte rispetto a quanto consentito dall’Accordo di Parigi.

Questo aumento incontrollato vuol dire purtroppo che ci saranno morti, migrazioni, conflitti climatici, scarsità di acqua potabile, impatti sulla produzione agricola ed estinzione accelerata di specie endemiche africane.

Ondate di calore, inondazioni, siccità e cicloni hanno assunto una scala finora sconosciuta. Questi eventi sono ancora più impattanti per le comunità più povere, meno attrezzate per fronteggiare e adattarsi ai cambiamenti climatici.

C’è ben poco di naturale nei disastri che colpiscono l’Africa. La salute, la sicurezza, la pace e la giustizia non si otterranno solo con le preghiere e i sacchi di riso e mais consegnati all’indomani di un disastro: i leader africani devono dichiarare l’emergenza climatica per preservare il futuro del continente.

Come ha spiegato Hindou Oumarou Ibrahim, direttrice dell’Associazione delle donne e dei popoli indigeni del Ciad (AFPAT), “nel Sahel il cambiamento climatico ha distrutto i nostri raccolti, le nostre case e le nostre famiglie, costringendole a una migrazione forzata. Ma l’Africa non è solo il palcoscenico in cui si verificheranno i peggiori impatti sul clima: è un continente di milioni di persone decise a fermare il cambiamento climatico, ad abbandonare i combustibili fossili, e a lottare per proteggere le nostre foreste e la nostra biodiversità dall’agricoltura industriale”.

da qui

FONTE: http://www.labottegadelbarbieri.org/la-crisi-climatica-in-africa-e-fuori-controllo/

America Latina 2020: movimenti popolari avanguardia della resistenza al neoliberismo colonialista. Capitolo Perù

America Latina 2020: movimenti popolari avanguardia della resistenza al neoliberismo colonialista

Il rinnovato protagonismo dei movimenti sociali e indigeni in America Latina degli ultimi 2 anni, innescato dai devastanti effetti delle politiche neoliberiste pervicacemente riproposte dai governi conservatori saliti al potere nella maggior parte dei paesi del sub-continente nell’arco dell’ultimo lustro, sembrano da un lato aprire la strada ad una prassi politica basata sull’azione diretta saltando la mediazione dei partiti, dall’altro propongono piattaforme di rivendicazione incentrate su problematiche strutturali, fra le quali spiccano: la concentrazione della proprietà fondiaria, il modello estrattivista, le insostenibili disparità sociali e i deboli sistemi di welfare.

Il Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati, nell’intento di analizzare e comprendere l’interessante nuova fase movimentista latinoamericana, propone questo interessante articolo dell’amico Rodrigo Rivas, del quale ne ha curato il testo, in merito alla sollevazione dei popoli peruviani a seguito delle spericolate manovre del corrotto ceto politico al potere nel paese che ha portato alla destituzione per via parlamentare del presidente Vizcarra, tramite la strategia del cosiddetto Golpe blando o soave (in italiano detto istituzionale).

L’articolo oltre a contestualizzare dal punto di vista economico, sociale ed economico, in perfetta linea con l’approccio di analisi geografico, offre un’interessante analisi delle strategie economiche e politiche di sfruttamento e spunti di riflessione degni dello spessore intellettuale di tutto riguardo quale quello dell’illustre autore di origine cilena.

Il coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

17 novembre 2020

Insurrezioni andine, capitolo Perù

di Rodrigo Andrea Rivas16 Novembre 2020

Fosforo e fosforo nel buio,
lacrima e lacrima nella polvere”.

César Vallejo, “Trilce” “Poema LVI”, 1922

Pietra sulla pietra, e l’uomo dov’era?
Aria nell’aria, e l’uomo dov’era?
Tempo nel tempo, e l’uomo dov’era?”

Pablo Neruda, “Altezze di Machu Picchu”, “Canto generale”, 1950

Anzitutto, vi propongo in ordine non cronologico alcune citazioni che, penso, rendano conto di quanto avviene ora in Perù.

Fin da Erodoto sappiamo che la cronaca va correttamente corredata dai fatti e inquadrata nel contesto degli avvenimenti, in assenza di tale operazione la semplice notizia può smarrire completamente il suo senso.

Queste citazioni rispondono essenzialmente alla cronaca. Per il resto mi limito a poche osservazioni in conclusione.

La gente, i giovani, sono scesi per strada mossi dall’indignazione. Questa è la sola interpretazione corretta. La mobilitazione, condotta dalla cittadinanza, ci ricorda che la democrazia non è fatta soltanto da processi elettorali, partiti e leader politici. Che la democrazia significa essenzialmente protagonismo popolare e cittadino. Questo è ciò che abbiamo iniziato a vedere nel Perù e ci riempie di speranza. Saremo parte di questa onda democratica”.

Verónika Mendoza, candidata della sinistra peruviana alle elezioni presidenziali dell’aprile 2021, citata in: NODAL, Verónika Mendoza, candidata presidencial: “Con este gobierno ilegítimo hay un alto riesgo de que vuelva la violencia de Estado”, 14.11.2020

Dei 2.325 candidati alle elezioni de parlamento del 26 gennaio 2020, 1.368 sono stati condannati in prima istanza e altri 218 nell’ultimo grado di appello.

Tra i precandidati, 4.729 avevano falsificato i loro dati per riuscire a presentarsi.

Circa il 50% dei candidati rimasti ha contratti in corso con lo Stato. Tramite l’elezione intende consolidarli prendendosi inoltre uno stipendio smisurato per il paese.

Vizcarra ha decine di processi, il suo ex primo ministro, César Villanueva, è in prigione preventiva. Il suicidato Alan García, il caso più emblematico insieme all’altro ex-presidente Alberto Fujimori, ha ricevuto ingenti quantità di denaro dal reparto bustarelle della Odebrecht.

Ad altri ex–presidenti, Alejandro Toledo (negli Stati Uniti), Pedro Pablo Kuczynski ed Ollanta Humala, li attendono le patrie galere

La cattura dello Stato da parte dei corrotti è in corso. Gli scontri avvengono attorno al potere giudiziario e al Congresso.

Rebelion, Una eleccion antidemocrática, 21.01.2020

In mezzo alla grave crisi dovuta al coronavirus è sbarcato il vecchio virus della mano dura e dell’autoritarismo.

Pochi giorni fa, con il paese militarizzato per controllare la quarantena generale e le garanzie costituzionali sospese dallo stato d’emergenza, è stata promulgata una legge del grilletto facile.

La norma ha carattere permanente, non si limita all’attuale stato d’emergenza e libera da ogni responsabilità i membri delle forze di sicurezza che “nello svolgimento delle loro funzioni” impieghino le armi contro la popolazione.

Gli uomini in uniforme non potranno essere arrestati se uccidono o feriscono qualche persona, e non è richiesta la proporzionalità della loro risposta. E cioè, sono liberi di sparare contro una persona disarmata.

La legge è stata promulgata dal nuovo Congresso unicamerale entrato in carica pochi giorni fa. Senza dubbio, si tratta di un cattivo e preoccupante debutto.”

Pagina12, Perú legaliza la impunidad. Policías y militares eximidos de toda responsabilidad si abren fuego contra civiles, 04.04.2020

Malgrado la sua popolarità (65%), il presidente torna a scontrarsi col Congresso, accusando molti dei parlamentari di corruzione perché rifiutano di approvare una legge che elimina l’immunità dei parlamentari e permette che possano essere sottoposti a giudizio […]

Ma, mentre parla di lotta, sacrosanta, alla corruzione, Vizcarra riempie le tasche del grande capitale. Il suo piano “Reactiva Perú” destina il 71% dei fondi dedicati a far fronte alla crisi alle grandi imprese, incluso ad alcune vincolate al Lavajato (le bustarelle della brasiliana Odebrecht, n.d.r.),  installa «sospensioni perfette» (senza stipendio ai lavoratori), taglia senza ritegno i diritti dei lavoratori e disegna una quarantena a misura dell’imprenditoria. Nel loro insieme disarmonico queste misure hanno buttato nella disoccupazione milioni di lavoratori.”

RebelionGabinete de guerra contra los trabajadores, 21.07.2020

Il golpe è sempre un golpe. La sottomissione di Martín Vizcarra alla decisione del Congresso non annulla la gravità dell’atto attraverso il quale un gruppo di cospiratori si è impossessato del governo mettendo fine a 20 anni di democrazia, spezzando la Costituzione e mettendo ancora una volta il paese lungo una strada dominata dall’avidità e dalla corruzione.

Il divieto costituzionale di accusare il Presidente durante l’esercizio del suo mandato per ragioni diverse di quelle elencate nell’articolo 117, è tassativo. È stato violentato grossolanamente servendosi delle dichiarazioni di aspiranti all’incarico, di ruffiani e portaborse, di foto truccate e di altri espedienti simili. Il ruolo del presidente del Congresso in questa proditoria operazione copre di vergogna lui ed il suo partito. Manuel Merino sarà un presidente indegno che si è aggrappato al potere con metodi riprovevoli.”

La República, Golpe de Estado, editoriale del 10.11.2020

Dopo appena 5 ore di dibattito, il Congresso del Perù ha destituito il presidente Martín Vizcarra, definendolo «colpevole d’incapacità morale» in base a rapporti di personaggi di dubbia moralità secondo i quali avrebbe percepito delle bustarelle da parte di due aziende che hanno vinto commesse per realizzare opere pubbliche quando era governatore di Moquegua, sette anni fa. La caduta del mandatario è arrivata col secondo tentativo di destituzione messo in atto in meno di due mesi: il 18 settembre, un’altra iniziativa per destituirlo, nata da un’altra segnalazione di corruzione, aveva ottenuto solo 32 voti (sugli 87 necessari), ma il nuovo scandalo ha fatto crescere il blocco destituente a 105 legislatori.

Vizcarra, che non dispone di un partito né di un gruppo parlamentare proprio, ha mantenuto un rapporto teso col Legislativo (Parlamento) da quando è arrivato al potere nel 2018 in sostituzione di Pedro Pablo Kuczynski, neoliberista duro dimessosi dopo essere stato coinvolto in un caso di corruzione (provata dai tribunali) […]. Nel settembre 2019 l’appena deposto mandatario fece uso di una facoltà legale per sciogliere il Congresso, allora dominato dalle diverse frazioni fujimoriste, eredi politici del criminale ex presidente Alberto Fujimori, riunite attorno a sua figlia Keiko. Il parlamento sorto dalle elezioni del 26 gennaio ha ridotto il fujimorismo ad un ruolo puramente testimoniale, ma non ha messo fine all’instabilità cronica che frusta il Perù da due decenni, aprendo la strada ad una miriade di fazioni caratterizzate dall’opportunismo.

Pur in attesa che ulteriori indagini confermino o smentiscano le accuse contro Vizcarra, preoccupa assistere nuovamente ad una contraffazione del voto popolare tramite manovre del Legislativo, come già avvenuto contro Fernando Lugo in Paraguay, nel 2012, e contro Dilma Rousseff in Brasil, nel 2016.

Gli avvenimenti peruviani sono una nuova dimostrazione del disprezzo delle classi politiche nei confronti della volontà popolare. Primo, poiché le inchieste segnalavano, e le mobilitazioni popolari hanno ratificato, che l’Esecutivo disponeva di un appoggio molto superiore a quello di cui gode il Legislativo. Secondo, poiché il governo entrante ha risposto con un feroce dispiegamento repressivo delle proteste contro ciò che per molti peruviani è un’usurpazione. Terzo, perché il paese andino è ad appena sei mesi delle sue prossime elezioni presidenziali, e in questo contesto la rimozione del presidente uscente è inevitabilmente interpretato come un tentativo d’incidere nelle prossime elezioni. Infine, perché non si può esimere dal notare che, lontano anni luce da una restaurazione della legalità, l’ex leader del Congresso, Manuel Merino, ha nominato come ministri personaggi impresentabili come Ántero Flores-Aráoz, già ministro della difesa durante il secondo mandato di Alan García” [N.d.r.: Flores-Aráoz è stato l’esecutore del massacro di Bagua, nel giugno 2009, considerata la strage più sanguinosa della recente storia peruviana. Dopo il massacro, i decreti all’origine della protesta delle popolazioni originarie furono revocati. Teoricamente, infatti, oggi il Perù è dotato di una legge che garantisce ai popoli indigeni il diritto al consenso libero, previo e informato per qualsiasi progetto che coinvolga loro e le loro terre. Nella pratica, più del 70% dell’Amazzonia peruviana è stata ceduta alle compagnie petrolifere].

La Jornada, Perú, la sombra del golpe parlamentario, Editoriale del 13.11.2020

L’accusa contro il presidente Vizcarra, ovvero che avrebbe ricevuto bustarelle del cosiddetto Club de la Construcción – una rete mafiosa per vincere gare d’appalto – quando era governatore di Moquegua (2011-14), non è stata provata da nessun giudice o pubblico ministero, e poggia soltanto sulle dichiarazioni di alcuni aspiranti a diventare collaboratori di giustizia, gente che per salvare la pelle potrebbe dichiarare qualsiasi cosa.

Ma il versante più grottesco di questa situazione è che dei 109 parlamentari (su 130) che hanno votato per destituire il presidente per ben 68 -come ha ricordato lo stesso Vizcarra davanti al Congresso nella sua ultima deposizione- sono in corso indagini giudiziarie e denunce per diversi reati, ma nessuno ha lasciato l’incarico o rinunciato all’immunità. In verità, questo Congresso ha più le sembianze di un refugium peccatorum che di un parlamento.”

La Jornada, Golpe, rascuache y zafio, a la peruana, 13.11.2020

Nel quinto giorno di proteste contro la destituzione del presidente Martín Vizcarra, un gruppo di giovani che manifestava pacificamente è stato violentemente represso dalla polizia quando ha tentato incamminarsi verso la residenza del nuovo mandatario Manuel Merino, nelle vicinanze di quella del primo ministro, Ántero Flores Aráoz.

La sera precedente 27 giovani sono stati feriti in scontri con le forze dell’ordine durante le proteste contro il governo Merino, alcuni con proiettili di gomma ed altri con armi da fuoco …

La coordinatrice nazionale per i diritti umani ha informato che le proteste hanno lasciato 11 feriti tra cui alcuni giornalisti, che hanno subito colpi di proiettili e contusioni. L’agenzia di notizie Afp ha dichiarato che uno dei suoi reporter era stato colpito da pallettoni”.

La Jornada, Violenta represión en Perú a jóvenes en cercanías de la casa del nuevo presidente. Quinto día de protestas, 14.11.2020

Il nuovo capo del Congresso del Perù, Luis Valdez, ha chiesto ieri sera immediate dimissioni al nuovo presidente Manuel Merino, in seguito alle violente proteste contro il nuovo «governo di transizione», che nella sua sesta giornata ha lasciato due morti e diversi feriti.

«Davanti a questo fatto da sé insostenibile (la morte di manifestanti) ho convocato per la mattinata di oggi domenica 15 novembre la Giunta dei capigruppo per valutare non solo la rinuncia di Merino, ma anche la forma costituzionale per porre fine a questa situazione immediatamente».

Valdez, intervistato dalla TV locale «Canal N» ha detto che la presidenza del Congresso farà un passo indietro e non prenderà parte alla elezione del nuovo governo ad interim …

Alberto Huerta, capo dell’Ufficio di difesa dei cittadini, ha informato che un giovane di 25 anni, ancora non identificato, è arrivato morto all’Ospedale Guillermo Almenara, con ferite nella faccia e nel collo, mentre altri tre partecipanti alla protesta erano feriti.

La morte di una seconda persona, un giovane di 24 anni, è stata confermata dai suoi genitori all’uscita dell’ospedale.”

La Jornada, Pide jefe del Congreso de Perú la renuncia de Merino, 15.11.2020

Ovvero, gli onorevoli che hanno aperto la crisi non parteciperanno alla loro soluzione. Come non parteciperà il golpista Merino, dimessosi in giornata.

“Sublime”, avrebbe chiosato “l’ispettore Callaghan”.

Mi viene in mente Gramsci: “Ma l’umanità, come realtà e come idea, è un punto di partenza o un punto di arrivo?” (“Quaderni del carcere”, Quaderno XXX”, “Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno”, 1934).

Mi viene pure in mente la risposta, ovviamente indiretta, di Jorge Luis Borges: “Arriviamo così alla terribile domanda: L’universo, la nostra vita, appartengono al genere realista o al genere fantastico?” (in Miguel Blumenbach, “Jorge Luis Borges: La literatura fantástica”, conferenza del 7 aprile 1967)

Piccolo inquadramento di riferimento

Come detto in apertura, per dare senso alle vicende, la cronaca andrebbe sempre inquadrata. Ci sarà tempo e modo di farlo. Per ora, semplificando all’estremo, definirei la crisi in generale come una turbolenza o perturbazione importante del sistema sociale che, al di là della sua durata ed estensione geografica, può mettere a repentaglio la stessa esistenza dei meccanismi essenziali di riproduzione.

È ovvio che, così intesa una crisi, politica o di qualsiasi altro tipo, è sempre latente. Ma quelle in corso sono potenziate da una successione di cicli man mano sempre più degradati. Ovviamente, non è un concetto valido solo per il Perù o l’America Latina e si vincola strettamente alla decadenza della civiltà capitalistica nella quale ci troviamo immersi.

Nel Perù, come in tutta la regione latinoamericana, pur con gradi e accenti diversificati, è in atto una crisi prolungata, permanente, storica.

Nel caso specifico, deriva dal fatto che uno Stato non nazionale (composto da più gruppi etnici) continui a privatizzare, con i parametri di un’accumulazione originaria, tramite un processo di re-colonizzazione che assume la forma di costruzione di un paese estrattivista minerario, scontrandosi ancora una volta con i popoli originari che intende sottomettere occupando i loro territori e sottoponendoli a più moderne modalità di esproprio e di sfruttamento.

La crisi peruviana si caratterizza per l’instabilità, le difficoltà, i cambiamenti e le trasformazioni profonde indotte dalle riforme neoliberiste in corso da oltre 30 anni senza, tuttavia, arrivare ad un punto d’equilibrio in grado di determinare la sopravvivenza o scomparsa di alcune istituzioni o dello stesso Stato, ma disseminato di momenti ed avvenimenti che comportano periodi di mancate e intempestive corrispondenze, di congiunture difficili e complicate dove i conflitti sociali rinvigoriscono. Nel Perù ciò ha preso diverse forme: laymarazo, il moqueguazo, l’arequipeñazo, che hanno creato le condizioni per trasformazioni più radicali.

Essendo un processo, la crisi politica va esaminata in movimento. Movimento che, a volte, intensifica lo scontro di classe ma, stante le situazioni nazionali e macroregionale, caratterizzate da disorganizzazione e divisione, permette che il progetto neoliberista possa sempre ricomporsi ricreando l’equilibrio instabile che farà partire un altro ciclo.

Sono crisi nate con lo Stato repubblicano, che in America Latina non è stato né Stato liberale, né Stato nazionale, né Stato sociale, bensì un’entità politica di dominio e di comando, coercitiva, strutturata applicando all’interno dei paesi le modalità coloniali.

Nulla ha di casuale, quindi, che i regimi politici siano stati per lo più militari, oligarchici o neoliberisti, organizzati attraverso istituzioni, Costituzioni e governi che, concepiti sostanzialmente per il saccheggio, sono per lo stesso motivo strutturalmente corrotti.

La critica allo Stato impone analizzare congiuntamente la storia e l’economia politica reali, senza separare lo Stato dall’economia, perché solo così si possono osservare i loro rapporti. Ciò significa, qui più che altrove, che circoscrivere la lotta politica alla sola gara elettorale, esprimendosi solo in uno “spazio democratico”, significa essenzialmente agire in un contesto di dominazione dove si definiscono gli interessi condivisi delle classi dominanti, non gli interessi collettivi o il bene comune.

Il fatto è che, rispettando la divisione feticista tra Stato e mercato, la lotta di classe si riduce effettivamente alla crescita, all’investimento privato, alla razionalità mercantile, alla redditività imprenditoriale e al regime di concorrenza. E che da questa prospettiva non si vedono la disoccupazione, la precarietà, il supersfruttamento e la re-colonizzazione attuata tramite l’esproprio, l’estrattivismo e la redditività, come non si capiscono il potere della borghesia periferica e della sua capacità di corruzione della vita politica.

Ovvero, senza questo rapporto non si capiscono Vizcarra, il Congresso, lo scontro in atto. Che non sono, pur se lo sembrano, “roba da pazzi” e/o insane ambizioni non suffragate dai fatti.

Penso che in Perù la crisi in corso differisca da quelle precedenti per l’avvenuto divorzio tra il potere e la politica, che si traduce in assenza della capacità di azione necessaria per fare ciò che ogni crisi esige: scegliere un modo di procedere per applicare la terapia indicata come necessaria per la strada scelta.

“Si ha la sensazione che quell’insufficiente capacità di azione continuerà a paralizzare la ricerca di una soluzione percorribile fino a quando il potere e la politica (oggi divorziati) si risposino. Tuttavia, si ha pure l’impressione che, nelle attuali condizioni d’interdipendenza globale, quel matrimonio risulti difficilmente concepibile all’interno di un solo Stato, per quanto grande e ricco di risorse sia. Sembrerebbe piuttosto di trovarci davanti al titanico compito d’innalzare il livello della politica e dell’importanza delle sue decisioni a dimensioni completamente nuove per le quali non esistono precedenti.”

Anche se, certamente, Zygmunt Bauman e Carlo Bordoni non pensavano al Perù quando scrissero queste righe nel loro “Stato di crisi” (2015).

Brasile: Importante discorso di Lula nell’anniversario dell’indipendenza, 7 settembre 2020 (VIDEO)

 

 

 

La traduzione in italiano del discorso

“Vogliamo un Brasile dove ci sia lavoro per tutti”

“Amiche e amici.

Negli ultimi mesi una tristezza infinita mi ha stretto il cuore. Il Brasile sta vivendo uno dei periodi peggiori della sua storia.

Con 130mila morti e quattro milioni di persone contagiate, stiamo precipitando in una crisi sanitaria, sociale, economica e ambientale mai vista prima.

Più di duecento milioni di brasiliani si svegliano ogni giorno, senza sapere se i loro parenti, amici o se stessi arriveranno sani e vivi alla notte.

La stragrande maggioranza delle persone uccise dal Coronavirus sono persone povere, nere e vulnerabili che lo Stato ha abbandonato.

Secondo i dati delle autorità sanitarie, nella città più grande e ricca del paese, le morti per Covid-19 sono del 60% più alte tra i neri e i mulatti della periferia.

Ciascuno di quei morti che il governo federale tratta con disprezzo aveva un nome, un cognome, un indirizzo. Aveva padre, madre, fratello, figlio, marito, moglie, amici. Fa male sapere che decine di migliaia di brasiliani non hanno potuto dire addio ai propri cari. So cos’è questo dolore.

Sì, sarebbe stato possibile evitare così tante morti.

Siamo affidati a un governo che non valorizza la vita e banalizza la morte. Un governo insensibile, irresponsabile e incompetente che ha infranto le regole dell’Organizzazione mondiale della sanità e convertito il Coronavirus in un’arma di distruzione di massa.

I governi emersi dal colpo di stato hanno congelato le risorse e demolito il Sistema Sanitario Unificato pubblico (SUS), che è rispettato in tutto il mondo come modello per le altre nazioni in via di sviluppo. E il crollo non è stato maggiore grazie agli eroi anonimi, ai lavoratori e agli operatori sanitari.

I fondi che avrebbero potuto essere utilizzati per salvare vite umane sono stati utilizzati per pagare gli interessi al sistema finanziario.

Il Consiglio Monetario Nazionale ha appena annunciato che ritirerà più di 300 miliardi di reais dai profitti delle riserve che i nostri governi hanno lasciato.

Sarebbe comprensibile se quella fortuna fosse destinata ad aiutare i lavoratori disoccupati o a mantenere un aiuto emergenziale di 600 reais per tutta la durata della pandemia.

Ma questo non passa per le menti degli economisti governativi. Hanno già annunciato che questo denaro verrà utilizzato per pagare gli interessi sul debito pubblico!

Nelle mani di queste persone la salute pubblica è maltrattata in tutti i suoi aspetti.

La sostituzione della direzione del Ministero della Salute con personale militare senza esperienza medica o sanitaria è solo la punta di un iceberg. Durante un’escalation autoritaria, il governo ha trasferito centinaia di militari dall’area attiva e di riserva all’amministrazione federale, anche in molti posti chiave, cose che ricordano i tempi bui della dittatura.

La cosa più grave di tutte è che Bolsonaro approfitta della sofferenza collettiva per commettere di nascosto un crimine contro il Paese.

Un crimine politicamente non prescrivibile, il crimine più grande che un funzionario governativo possa commettere contro il suo paese e il suo popolo: rinunciare alla sovranità nazionale.

Non è un caso che ho scelto di parlare con voi questo 7 settembre, giorno dell’Indipendenza del Brasile, quando celebriamo la nascita del nostro paese come nazione sovrana.

Sovranità significa indipendenza, autonomia, libertà. L’opposto di questo è dipendenza, servitù, sottomissione.

Nella mia vita ho sempre lottato per la libertà.

Libertà di stampa, libertà di opinione, libertà di espressione e organizzazione, libertà di associazione, libertà di iniziativa.

È importante ricordare che non ci sarà libertà se il paese stesso non sarà libero.

Rinunciare alla sovranità significa subordinare il benessere e la sicurezza del nostro popolo agli interessi di altri paesi.

La garanzia della sovranità nazionale non si limita all’importantissima missione di salvaguardare i nostri confini terrestri e marittimi e il nostro spazio aereo. Significa anche difendere la nostra gente, la nostra ricchezza minerale, prenderci cura delle nostre foreste, dei nostri fiumi, della nostra acqua.

In Amazzonia, dobbiamo essere presenti con scienziati, antropologi e ricercatori dedicati allo studio della fauna e della flora e all’utilizzo di queste conoscenze in farmacologia, nutrizione e in tutti i campi della scienza, nel rispetto della cultura e dell’organizzazione sociale delle popolazioni indigene.

L’attuale governo subordina il Brasile agli Stati Uniti in modo umiliante e sottopone i nostri soldati e diplomatici a situazioni vessatorie. E minaccia ancora di coinvolgere il Paese in avventure militari contro i nostri vicini, contrariamente alla stessa Costituzione, al fine di servire gli interessi economici e strategico-militari americani.

La sottomissione del Brasile agli interessi militari di Washington è stata ampiamente aperta dallo stesso presidente quando ha nominato un ufficiale generale delle forze armate brasiliane a prestare servizio nel Comando Militare Sud degli Stati Uniti, agli ordini di un ufficiale americano.

In un altro attacco alla sovranità nazionale, l’attuale governo ha firmato un accordo con gli Stati Uniti che pone la base aerospaziale di Alcântara sotto il controllo di funzionari statunitensi e priva il Brasile dell’accesso alla tecnologia, anche di paesi terzi.

Chiunque voglia conoscere i veri obiettivi del governo non ha bisogno di consultare manuali dei servizi segreti civili o dell’esercito.

La risposta si trova ogni giorno sulla Gazzetta Ufficiale, in ogni atto, in ogni decisione, in ogni iniziativa del presidente e dei suoi consiglieri, banchieri e speculatori che ha chiamato a dirigere la nostra economia.

Istituzioni centenarie come Banco do Brasil, Caixa Econômica Federal e BNDES, che sono legate alla storia dello sviluppo del paese, vengono massacrate e tagliate, o semplicemente vendute a basso prezzo.

Le banche pubbliche non sono state create per arricchire le famiglie. Sono strumenti di progresso. Finanziano la casa dei poveri, l’agricoltura familiare, i servizi igienico-sanitari, le infrastrutture essenziali per lo sviluppo.

Se guardiamo al settore energetico, assisteremo a una politica della terra bruciata altrettanto predatoria.

Dopo aver messo in vendita le riserve del Pre-Sal a valori ridicoli, il governo smantella la Petrobras. Hanno venduto l’impresa distributrice e i gasdotti. Le raffinerie vengono massacrate. Quando rimarranno in pezzi, arriveranno le grandi multinazionali per finire ciò che resta di un’azienda strategica per la sovranità del Brasile.

Una mezza dozzina di multinazionali minacciano il reddito di centinaia di miliardi di reais dal petrolio del Pre-Sal, risorse che costituirebbero un fondo sovrano per finanziare una rivoluzione scientifica e educativa.

L’impresa Embraer, uno dei maggiori asset del nostro sviluppo tecnologico, è sfuggito solo alla vergogna della resa per le difficoltà della compagnia che lo avrebbe acquisito, la Boeing, profondamente legata al complesso industriale militare degli Stati Uniti.

Il taglio non finisce qui.

Il furore privatista del governo intende vendere, nel bacino delle anime, la più grande azienda di generazione di energia dell’America Latina, la Eletrobrás, un gigante con 164 impianti – due dei quali termonucleari – responsabile di quasi il 40% dell’energia consumata in Brasile.

La demolizione delle università, dell’istruzione e lo smantellamento delle istituzioni a sostegno della scienza e della tecnologia, promosse dal governo, sono una minaccia reale e concreta alla nostra sovranità.

Un Paese che non produce conoscenza, che perseguita i suoi professori e ricercatori, che taglia le borse di ricerca e nega l’istruzione superiore alla maggioranza della sua popolazione è condannato alla povertà e all’eterna sottomissione.

L’ossessione distruttiva del governo ha lasciato la cultura nazionale in mano a una serie di avventurieri. Artisti e intellettuali chiedono la salvezza della Casa de Ruy Barbosa, Funarte, Ancine. La Cinemateca Brasileira, dove è depositato un secolo di memoria del cinema nazionale, corre il serio pericolo di avere la stessa tragica sorte del Museo Nazionale

Mie amiche e miei amici.

Nell’isolamento della quarantena, ho riflettuto molto sul Brasile e su me stesso, sui miei errori e sui successi e sul ruolo che può ancora adattarsi a me nella lotta del nostro popolo per migliori condizioni di vita.

Ho deciso di concentrarmi, accanto a voi, sulla ricostruzione del Brasile come nazione indipendente, con istituzioni democratiche, senza privilegi oligarchici e autoritari. Un vero Stato Democratico e di Diritto, basato sulla sovranità popolare. Una nazione incentrata su uguaglianza e pluralismo. Una Nazione inserita in un nuovo ordine internazionale basato sul multilateralismo, cooperazione e democrazia, integrato in Sud America e solidale con le altre nazioni in via di sviluppo.

Il Brasile che voglio ricostruire con voi è una nazione impegnata per la liberazione del nostro popolo, dei lavoratori e degli esclusi.

Tra un mese avrò 75 anni.

Guardando indietro, posso solo ringraziare Dio, che è stato molto generoso con me. Devo ringraziare mia madre, Dona Lindu, per aver fatto di un ignorante senza diploma un orgoglioso lavoratore, che un giorno sarebbe diventato Presidente della Repubblica. Per aver fatto di me un uomo senza rancori, senza odio.

Sono il ragazzino che ha contraddetto la logica, che ha lasciato i sotterranei della società ed è arrivato all’ultimo piano senza chiedere il permesso a nessuno, solo al popolo.

Non sono passato dalla porta sul retro, sono passato dalla rampa principale. E questo i potenti non me lo hanno mai perdonato.

Avevano previsto per me il ruolo di comparsa, ma sono diventato il protagonista per mano dei lavoratori brasiliani.

Ho assunto il governo disposto a dimostrare che il popolo rientrava nei bilanci statali. Inoltre, ho dimostrato che il popolo è una risorsa straordinaria, una ricchezza enorme. Con il popolo il Brasile progredisce, si arricchisce, si rafforza, diventa un paese sovrano e giusto.

Un paese in cui la ricchezza prodotta da tutti è distribuita a tutti, ma prima di tutto agli sfruttati, agli oppressi, agli esclusi.

Tutti i progressi che abbiamo fatto sono stati ferocemente osteggiati da forze conservatrici, alleate a interessi di altre potenze.

Non si sono mai conformati a percepire il Brasile come un paese indipendente e solidale con i suoi vicini latinoamericani e caraibici, con i paesi africani, con le nazioni in via di sviluppo.

È lì, in queste conquiste dei lavoratori, in questo progresso dei poveri, in questa fine della sottomissione, che è nato il colpo di stato del 2016.

Qui sta la radice dei processi armati contro di me, della mia detenzione illegale e del divieto alla mia candidatura nel 2018. Processi che – ormai tutti sanno – si sono basati sulla collaborazione criminale segreta delle agenzie di intelligence americane.

Sollevando 40 milioni di brasiliani dalla povertà, abbiamo fatto una rivoluzione in questo paese. Una rivoluzione pacifica, senza spari né arresti.

Vedendo che questo processo di ascensione sociale dei poveri sarebbe continuato, che l’affermazione della nostra sovranità non sarebbe stata annullata, coloro che si credevano proprietari del Brasile, dentro e fuori, hanno deciso di fermarlo.

È qui che nasce il sostegno dato dalle élite conservatrici a Bolsonaro.

Hanno accettato come naturale la sua fuga dai dibattiti. Hanno riversato fiumi di denaro nella creazione delle fake news. Hanno chiuso gli occhi sul suo terrificante passato. Hanno finto di ignorare il suo discorso in difesa della tortura e la sua apologia pubblica dello stupro.

Le elezioni del 2018 hanno gettato il Brasile in un incubo che sembra non finire mai.

Con l’ascesa di Bolsonaro, miliziani, intermediari d’affari e assassini a pagamento hanno lasciato le pagine della cronaca nera e sono apparsi nelle colonne politiche.

Come nei film dell’orrore, le oligarchie brasiliane hanno dato alla luce un mostro che ora non sono in grado di controllare, ma che continueranno a sostenere finché i loro interessi saranno serviti.

Dati scandalosi illustrano questa connivenza: nei primi quattro mesi della pandemia, quaranta miliardari brasiliani hanno aumentato le proprie fortune di 170 miliardi di reais.

Nel frattempo, la busta paga dei dipendenti è scesa del 15% in un anno, il calo più grande mai registrato dall’Istituto di Statistica Statale. Per impedire ai lavoratori di difendersi da questo saccheggio, il governo soffoca i sindacati, indebolisce le centrali sindacali e minaccia di chiudere le porte del tribunale del lavoro. Vogliono rompere la spina dorsale del movimento sindacale, cosa che nemmeno la dittatura aveva raggiunto.

Hanno violato la Costituzione del 1988. Hanno ripudiato le pratiche democratiche. Hanno impiantato un autoritarismo oscurantista, che ha distrutto le conquiste sociali raggiunte in decenni di lotte. Hanno abbandonato una politica estera altera e attiva, a favore di una vergognosa e umiliante sottomissione.

Questo è il vero e minaccioso ritratto del Brasile di oggi.

Tale calamità dovrà essere affrontata con un nuovo contratto sociale che difenda i diritti e il reddito dei lavoratori.

Mie care e miei cari.

La mia lunga vita, compresi i quasi due anni che ho trascorso in una prigione ingiusta e illegale, mi ha insegnato molto.

Ma tutto quello che ero, tutto quello che ho appreso si inserisce in un chicco di grano se quell’esperienza non viene messa al servizio dei lavoratori.

È inaccettabile che il 10% della popolazione viva a scapito della miseria del 90% della popolazione.

Non ci sarà mai crescita e pace sociale nel nostro Paese finché la ricchezza prodotta da tutti finirà nei conti bancari di un manipolo di privilegiati.

Non ci sarà mai crescita e pace sociale se le politiche e le istituzioni pubbliche non trattano equamente tutti i brasiliani.

È inaccettabile che i lavoratori brasiliani continuino a subire gli impatti perversi della disuguaglianza sociale. Non possiamo ammettere che i nostri giovani neri abbiano le loro vite segnate da una violenza che rasenta il genocidio.

Da quando ho visto, in quel terribile video, gli 8 minuti e 43 secondi di agonia di George Floyd, continuo a chiedermi: quanti George Floyd avevamo in Brasile? Quanti brasiliani hanno perso la vita per non essere bianchi? Le vite dei neri contano. E questo vale per il mondo, vale per gli Stati Uniti e vale per il Brasile.

È intollerabile che le nazioni indigene abbiano le loro terre invase e saccheggiate e le loro culture distrutte. Il Brasile che vogliamo è quello del maresciallo Rondon e dei fratelli Villas-Boas, non quello dei rapinatori di terre e dei devastatori di foreste.

Abbiamo un governo che vuole uccidere le virtù più belle del nostro popolo, come la generosità, l’amore per la pace e la tolleranza.

Il popolo non vuole poter comprare revolver o cartucce di carabina. La gente vuole poter comprare cibo.

Dobbiamo combattere con fermezza la violenza impunita contro le donne. Non possiamo accettare che un essere umano sia stigmatizzato per il suo genere. Respingiamo il pubblico disprezzo con i quilombolas. Condanniamo il pregiudizio che tratta come poveri esseri inferiori coloro che vivono alla periferia delle grandi città.

Per quanto tempo vivremo con tanta discriminazione, tanta intolleranza, tanto odio?

Mie amiche e miei amici.

Per ricostruire il Brasile post-pandemia, abbiamo bisogno di un nuovo contratto sociale tra tutti i brasiliani.

Un contratto sociale che garantisca a tutti il diritto di vivere in pace e armonia. In cui tutti abbiamo le stesse possibilità di crescere, dove la nostra economia è al servizio di tutti e non di una piccola minoranza. E in cui vengono rispettati i nostri tesori naturali, come il Cerrado, il Pantanal, l’Amazzonia e la Foresta Atlantica.

Il fondamento di questo contratto sociale deve essere il simbolo e la base del regime democratico: il voto. È attraverso l’esercizio del voto, libero da manipolazioni e fake news, che si devono formare i governi e si devono fare le grandi scelte e le scelte fondamentali della società.

Attraverso questa ricostruzione, sostenuta dal voto, avremo un Brasile democratico, sovrano, che rispetta i diritti umani e le differenze di opinione, protegge l’ambiente e le minoranze e difende la propria sovranità.

Un Brasile per tutte e per tutti.

Se siamo uniti intorno a questo, possiamo superare questo momento drammatico.

L’essenziale oggi è superare la pandemia, difendere la vita e la salute delle persone; è mettere fine a questa cattiva gestione e smettere con questo limite di spesa che mette in ginocchio lo Stato brasiliano di fronte al capitale finanziario nazionale e internazionale.

In questa impresa ardua ma essenziale, mi metto a disposizione del popolo brasiliano, soprattutto dei lavoratori e degli esclusi.

Mie amiche e miei amici.

Vogliamo un Brasile dove ci sia lavoro per tutti.

Si tratta di costruire uno stato di benessere sociale che promuova la parità dei diritti, in cui la ricchezza prodotta dal lavoro collettivo venga restituita alla popolazione secondo le esigenze di ciascuno.

Uno stato giusto, egualitario e indipendente che offre opportunità ai lavoratori, ai più poveri e ai più esclusi.

Questo Brasile dei nostri sogni potrebbe essere più vicino di quanto sembri.

Anche i profeti di Wall Street e della City di Londra hanno già decretato che il capitalismo, come lo conosce il mondo, ha i suoi giorni contati. Ci sono voluti secoli per scoprire una verità indiscutibile che i poveri conoscono da quando sono nati: ciò che sostiene il capitalismo non è il capitale. Siamo noi, i lavoratori.

È in questi momenti che mi viene in mente questa frase che ho letto in un libro di Victor Hugo, scritto un secolo e mezzo fa, e che ogni operaio dovrebbe portare in tasca, scritta su un pezzo di carta, per non dimenticare mai:

“È dall’inferno dei poveri che si fa il paradiso dei ricchi…”

Nessuna soluzione, tuttavia, avrà senso senza i lavoratori come protagonisti. Come la maggior parte dei brasiliani, non credo e non accetto i cosiddetti patti “sopra le righe” con le élite. Chi vive del proprio lavoro non vuole pagare il conto degli accordi politici presi al piano di sopra.

Quindi voglio riaffermare alcune certezze personali:

Non appoggio, non accetto e non sottoscrivo nessuna soluzione che non preveda l’effettiva partecipazione dei lavoratori.

Non contino su di me per qualsiasi accordo in cui il popolo sia un mero coadiuvante.

Più che mai, sono convinto che la lotta per l’uguaglianza sociale passi attraverso un processo che costringe i ricchi a pagare tasse proporzionali ai loro redditi e alle loro fortune.

E questo Brasile, mie amiche e miei amici, è a portata di mano.

Posso dirlo guardando negli occhi di ognuno di voi. Dimostriamo al mondo che il sogno di un paese giusto e sovrano può davvero diventare realtà.

So – lo sapete – che possiamo, ancora una volta, rendere il Brasile il paese dei nostri sogni.

E dì, dal profondo del cuore: sono qui. Ricostruiamo il Brasile insieme.

Abbiamo ancora molta strada da fare insieme.

Rimanete convinti, perché insieme siamo forti.

Vivremo e vinceremo.”

Repressione del fascismo o dell’antifascismo? Una lettera all’ANPI nazionale, da Torino.

Lettera all’ANPI Nazionale e Provinciale di Torino.

L’oggetto di questa mia lettera non vuole essere provocatorio. E’ davvero la domanda che mi sto ponendo e vi pongo!
Sono una donna di 67 anni,insegnante, mediamente acculturata, mediamente informata, mediamente attiva nella vita sociale e politica della mia città e del mio paese; mi sono sempre posta con curiosità e senza pregiudizi verso le tante voci e opinioni delle varie componenti sociali (partiti, movimenti, ecc.).

Unico mio pregiudizio, inteso nel vero senso etimologico della parola, é l’antifascismo: lo spartiacque che segna il confine per ogni  confronto democratico, la discussione ed il dialogo, sono possibili soltanto nel momento in cui vengono condivise le regole etico-morali della società, regole che l’ideologia fascista non contempla, mettendo in essere politiche di sopraffazione razziale, territoriale, sessuale…..non devo certo spiegarlo a delle persone informate e schierate  come voi.

Vorrei esprimere tutto l’orrore che ho provato nel vedere radunati nelle piazze italiane, il giorno 2 Agosto (giorno della strage di Bologna), fascisti e loro sodali  pluri-condannati, assassini condannati, i quali rivendicavano la loro estraneità alla strage (la pista nera è ormai conclamata a tutti i livelli  processuali).

Ma ciò che mi ha addolorato è stata l’ assenza totale di opposizione, come se fosse legittimata la loro presenza, non mi risulta nessuna contestazione formale, nessuna richiesta di revoca dei loro assembramenti, mi sbaglio forse? E’ passata anche tra di noi la mistificazione che vorrebbe parificare fascismo e comunismo falsificando anche le verità storiche ?

Per contro assisto incredula alla repressione più feroce verso coloro che ancora tentano di affermare i valori fondanti della nostra vita democratica: tutti giovani ragazzi, ricchi di ideali, di entusiasmo, di volontà ferrea nel contrastare l’onda fascista. Continua a leggere

Il messaggero dell’odio Bernard-Henry Lévy corre ad appoggiare l’opposizione bielorussa. Breve storia delle precedenti imprese di B-52»

Merita indubbiamente un premio internazionale come «miglior messaggero dell’odio» e se invecwe ci fosse un tribunale per chi ha fomentato guerre distruttive, dovrebbe essere fra i primi a esservi sottoposto. Bernard-Henry Lévy, che tutti si ostinano a chiamare «filosofo francese»  (l’aggettivo è in effetti veritiero), ha offerto il proprio appoggio alle cause più nefaste: violenti gruppi islamisti in grado di uccidere interi paesi, guerre di aggressione Nato-petromonarchiche, battaglioni destrorsi, rivoluzioni violentemente «colorate» .
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La meglio gioventù cilena. Frente Amplio e rinnovamento generazionale in Cile

di Federico Nastasi (da Rivista Pandora)

I movimenti studenteschi sono stati la fucina principale di rinnovamento della democrazia cilena, ancora fortemente costretta dall’esperienza dittatoriale e dai lacci della Costituzione di Pinochet, che sancisce come inamovibile il sistema economico neoliberale e le diseguaglianze che ne derivano. Le proteste dei mesi scorsi e l’avvio di un percorso verso una nuova costituente sono altre decisive scosse per il mutamento della geologia politica del paese sudamericano.

 

Me gustan los estudiantes porque son la levadura / Del pan que saldrá del horno con toda su sabrosura / Para la boca del pobre que come con amargura. / Caramba y zamba la cosa, viva la literatura.

Estratto di Violeta Parra, Me gustan los estudiantes

 

Premessa generazionale, 1990-2006

10 marzo 1990. Nel suo ultimo giorno alla Moneda, il dittatore Augusto Pinochet, promulga la Ley Orgánica Constitucional de Enseñanza (LOCE) per normare il sistema educativo cileno. I giovani cileni ancora non lo sanno, la LOCE segnerà nel profondo il loro futuro. Dopo 17 anni di dittatura
militare, il paese ritorna alla democrazia. Il Cile di inizio anni Novanta è un paese polarizzato, attraversato da divisioni profonde. Negli anni della dittatura e con le politiche economiche neoliberiste dei Chicago Boys, la diseguaglianza è aumentata: l’indice di Gini è cresciuto da 0,46 nel 1973 a 0,53 nel 1986; le riforme del mercato del lavoro hanno ridotto il potere dei lavoratori (abolendo i sindacati) e aumentato le forme di oligopolio. Come negli altri paesi dell’America Latina, esiste una società che è arrivata da fuori (bianca di ceto medio alto, discendente dagli europei) e una che c’era da sempre (indigena, marginalizzata e povera). Ciascuno ha la propria cultura, una propria visione del mondo. Questo dualismo sociale ha un riflesso sulla grande eterogeneità economica. La straordinaria crescita economica post 1990 (il PIL cresce del 7,1% annuo tra il 1990 e il 1998, il PIL pro capite passa da 5.600 a 9.200 dollari) non porta a una sensibile riduzione delle disuguaglianze né delle differenze nella struttura economica. Jorge Katz, nei suoi studi economici sul paese, afferma che non esiste il Cile, bensì esistono quattro paesi diversi, in ordine decrescente di sviluppo economico, dal più avanzato e innovativo, fino a un paese che vive di economia informale e illegalità. Continua a leggere

L’ A.N.P.I. AL FIANCO DELLE STUDENTESSE E DEGLI STUDENTI ANTIFASCISTI DI TORINO

L’ A.N.P.I. AL FIANCO DELLE STUDENTESSE E DEGLI STUDENTI ANTIFASCISTI DI TORINO

Esprimiamo solidarietà a tutte le studentesse e gli studenti che oggi 23 luglio 2020 sono stati colpiti da misure repressive e restrittive della loro libertà, in seguito ai fatti avvenuti il 13 febbraio 2020 al Campus Einaudi dell’Università di Torino: a questi giovani sono stati inflitti arresti domiciliari, obblighi di firma e divieto di dimora solo perché antifascisti. Continua a leggere

VENEZUELA, vortice della guerra del XXI secolo

Un libro copyleft da leggere e da diffondere.

SCARICA IL LIBRO a questo link:

Venezuela_Vórtice_de_la_guerra_del_s_XXI_v.1.0_

L’impatto della guerra economica in Venezuela

di Pasqualina Curcio *

È impossibile quantificare tutti gli effetti della guerra dichiarata dall’imperialismo sul popolo venezuelano. Gli attacchi che i venezuelani hanno subito dal 1999 non sono stati solo economici, ma anche psicologici. Non c’è modo di misurare le conseguenze dell’odio che l’opposizione antidemocratica, con una propaganda antisocialista, ha seminato, al punto di bruciare le persone vive per apparire “chavistas”. L’indignazione che il popolo venezuelano prova davanti a coloro che dichiarando di essere venezuelani, hanno venduto la Patria, è anche non quantificabile.

Detto questo, ma concentrandoci sull’aspetto economico, abbiamo aggiornato i calcoli che avevamo effettuato nel marzo 2019. A quel tempo, le perdite che questa guerra ha causato ammontavano a 125 miliardi di dollari. Ora abbiamo calcolato quelli corrispondenti al 2019, per un totale di 68 miliardi di dollari per quell’anno.

Pertanto, le perdite economiche totali tra il 2016 e il 2019 ammontano a 194 miliardi di dollari.

Per i venezuelani, 194 miliardi di dollari equivalgono a circa 16 mesi di produzione nazionale. Con quei soldi, avremmo potuto ripagare l’intero debito estero, che secondo il BCV è di $ 110 miliardi. Oppure avremmo risorse sufficienti per importare cibo e medicine per 45 anni.

Queste perdite sono disaggregate come segue: 25 miliardi di dollari statunitensi corrispondono al denaro e alle attività che ci sono state saccheggiate, mentre gli altri 169 miliardi di dollari statunitensi rappresentano ciò che abbiamo smesso di produrre dal 2016 al 2019 a causa del attacco alla compagnia petrolifera PDVSA (US $ 64 miliardi) e dell’attacco al bolivar (US $ 105 miliardi). Continua a leggere

LA DIETA VEGETALE RISPETTO ALLE ZOONOSI E AL COVID-19. Intervista alla geriatra e nutrizionista Luciana Baroni, della Società scientifica di nutrizione vegetariana (Ssnv)

di Marinella Correggia

La dieta vegetale rispetto alle infezioni. Intervista a Luciana Baroni, nutrizionista

Che le epidemie siano zoonosi dovrebbe essere una motivazione sufficiente rivoluzionare il nostro rapporto con gli animali selvatici e allevati, e a dirottare scelte e risorse verso una dieta vegetale sana, anche per uscire dal macello globale degli allevamenti intensivi e su grande scala, indispensabili quando il consumo di prodotti animali è elevato. Si aggiunga il nesso diretto fra circolazione del virus e situazione ambientali e lavorative problematiche come i macelli e le industrie di trasformazione della carne (un grande problema anche sanitario fin dai tempi di The Jungle, il libro denuncia sui mattatoi di Chicago scritto da Upton Sinclair oltre cento anni fa). Continua a leggere

Pubblico batte privato. E’ ora di cambiare “sistema”

Il “senso comune” che attraversa questo Paese da tempi immemorabili è fatto di piccoli pilastri che pretendono di essere verità inconfutabili, autentiche “tavole della legge”. Anche se la realtà empirica che vorrebbero descrivere ci mostra costantemente il contrario.

Possiamo prendere le parole quotidianamente sparate dal presidente di Confindustria o dall’ultimo fantaccino di redazione di quasiasi giornalone mainstream, non fa molta differenza. Si tratta sempre di frasette fatte, affermazioni “autoevidenti”, senza mai uno straccio di argomentazione e men che mai di dimstrazione.

Solo le imprese creano lavoro” è forse la più frequente. Così come “la produttività del lavoro italiano è troppo bassa”, o anche “il privato è più efficiente del pubblico”. Per non dire dell’eterno “le tasse sono troppe e troppo alte”, che giustificherebbero così l’immensa evasione fiscale che solo le imprese o comunque i possidenti possono permettersi (impossibile non pagare le tasse con la sola busta paga…). Continua a leggere

Alberto Fernandez e Lula Da Silva: Pensare l’America Latina dopo la pandemia Covid-19 – (Videoconferenza Uni B.Aires)

Un interessantissima discussione tra il Presidente argentino Alberto Fernandez e l’ex Presidente del Brasile, Lula, insieme ad altri importanti esponenti istituzionali, sindacali e politici dei due paesi, tra cui Perez Esquivel. Emerge la specifica prospettiva delle forze di progresso latino-americane che dovrebbe avere molto più spazio di conoscenza in Italia e in Europa.

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Riemersione della vita. Verso una nuova città del sole

di Rodolfo Ricci

Riemersione della vita

Cosa riemerge, cosa torna a galla, con una evidenza indiscutibile, da questi mesi di pandemia e di morte ?

Cosa torna a galla sul piano sociale, politico, economico, e cosa torna a galla nell’ambito della coscienza delle persone, cosa cambia nella psicologia sociale?

Si tratta di questioni fondamentali che potrebbero riconfigurare completamente l’immaginario collettivo e resettare il software che ha diretto il movimento della macchina sistemica degli ultimi 40 anni, il software T.I.N.A., per intenderci, e forse ben oltre.

Le evidenze che tornano a galla sono potenzialmente in grado di costituire elementi basilari della riprogettazione delle società, in particolare negli spazi centrali del sistema, i cosiddetti paesi avanzati. E da questo punto di vista, costituiscono molecole di nuove organicità non soltanto possibili, ma necessarie, indispensabili. Non è solo un auspicio, ma è anche una evidenza, appunto.

Ciò che segue è un provvisorio elenco di ciò che è riemerso e che è ampiamente visibile; bisogna solo fare un piccolo sforzo per registrarne la visione; per memorizzarla stabilmente e organizzarla, per diffonderla, per farla germogliare. Ma soprattutto bisogna evitare di lasciarsi irretire nella narrazione mediatica del potere di propaganda che mira a relegarle (le percezioni tornate a galla) nel regno dell’onirico, a inquinarle in modo che esse vengano autocancellate, a spostare l’attenzione nel campo del complotto, o a mobilitare la gente nel recupero di un’età dell’oro che non è mai esistita e non esisteva prima della pandemia, ma anche, forse, nella riproduzione di conflitti inquadrati nel precedente scenario: tutta la propaganda è orientata ad un ritorno indietro, a quando si era liberi da mascherine e guanti, liberi di viaggiare inquinando, liberi di consumare inutilmente e di produrre istericamente: se riescono a convincerci che la guerra da combattere è questa, è la reazione a vincere. Continua a leggere

Covid-19: come ha fatto il Kerala (INDIA). Prevenzione, controlli intelligenti e cura sociale

di Marinella Correggia

Il tasso di mortalità indica i decessi per una determinata malattia in rapporto al numero di abitanti. Come hanno fatto i paesi o gli Stati che hanno avuto una bassissima mortalità da pandemia Covid-19 e spesso senza costosi mezzi a disposizione?

Certo, nella classifica mondiale dei decessi le variabili in gioco sono diverse. Oltre a fattori imprescindibili quali il livello di salute della popolazione (non solo il dato anagrafico, che forse non è tutto, come conferma il caso Giappone – il paese più vecchio del mondo che ha avuto meno di mille morti su 126 milioni di abitanti), il funzionamento del sistema sanitario e l’organizzazione sociale (tre fattori imprescindibili), c’è altro: per esempio il tasso di letalità, ovvero di decessi per Covid-19 rispetto al numero di infettati da virus Sars-CoV-2 (ma il numero ufficiale di infettati a sua volta dipende dalla quantità di test e dalla loro attendibilità), e le modalità di conteggio dei decessi (come è spiegato qui per alcuni paesi (1). Continua a leggere

Che Guevara: un rivoluzionario per tutti i tempi. Un ricordo di Telesur in occasione del 92° compleanno

Che Guevara: un rivoluzionario per tutti i tempi. Un ricordo di Telesur in occasione del 92° compleanno

Gli insegnamenti del Che durano immutati fino ad oggi, una reatà che l’imperialismo statunitense non aveva previsto quando ordinò il suo assassinio ed il vilipendio del cadavere col taglio delle sue mani per controllare le impronte digitali.  Se prima lo temevano, ora lo temono di più.

Oggi 14 giugno ricorre il 92° compleanno di Ernesto Che Guevara.  L’immagine dell’eroe e l’ammirazione che ha suscitato nel mondo sono segnate da dettagli interessanti e aspetti curiosi, queste righe ne mostrano alcuni.
 La passione per gli scacchi
 L’interesse del Che per il gioco degli scacchi è noto e gli aneddoti abbondano.
 Nel 1949, a Mar del Plata (Argentina), il Che intervenne in una simultanea contro l’asso Miguel Najdorf.  Anni dopo, dopo il trionfo della Rivoluzione cubana, i due si incontrarono di nuovo a L’Avana e si affrontarono nuovamente in una simultanea, in entrambe le occasioni finì in pareggio.
 Mentre era a Cuba, Guevara era un instancabile promotore del gioco degli scacchi.  Organizzava tornei pubblici, compresa la competizione internazionale Capablanca in Memoriam.  Il suo lavoro come promotore gli è valso l’inserimento nel Libro d’oro della Federazione Internazionale degli Scacchi (FIDE).
 Che Guevara considerava gli scacchi uno strumento educativo per sviluppare volontà, rigore e flessibilità.  Credeva inoltre che lo sviluppo degli scacchi e della matematica potesse aprire le porte allo sviluppo in molte sfere.
 

La foto più riprodotta al mondo
 La leggendaria fotografia del Che del fotografo cubano Alberto Díaz (Korda) ha recentemente celebrato i 60 anni dallo scatto.
 Nel marzo 1960 arrivò a L’Avana una nave con armi per difendere la Rivoluzione cubana.  La CIA aveva compiuto un attentato alla nave mentre le armi venivano scaricate, provocando un centinaio di morti e quasi 200 feriti.  Il funerale dei defunti, a cui ha partecipato Che, si è tenne il 5 marzo.  Lì fu scattata l’immagine, che in seguito attraversò i confini. Fu portata in Italia dal giovane Feltrinelli, fu stampata su alcuni manifesti e cominciò a “marciare” nelle manifestazioni di protesta dell’epoca, da lì si diffuse, diventando l’identificazione di una lotta comune in tutte le regioni del pianeta.
 

Il medico rivoluzionario
 Oggi, quando il mondo applaude con sempre maggiore ammirazione all’esempio dei medici cubani che forniscono assistenza nei luoghi più remoti del mondo, dobbiamo rivolgere lo sguardo al Che e scoprire che alcune delle sue idee sono alla base dell’umanità di questi medici.
Questi sono alcuni estratti del suo discorso noto come “Il medico rivoluzionario”, pronunciato nell’agosto 1960:
 “(…) pertanto, mi sono reso conto di una cosa fondamentale: per essere un medico rivoluzionario o per essere un rivoluzionario, la prima cosa che devi avere è la rivoluzione. Non servono a nulla gli sforzi isolati, gli sforzi individuali, la purezza di ideali, lo zelo nel sacrificare una vita al più nobile degli ideali, se quello sforzo viene fatto da solo, solitario in qualche angolo sperduto dell’America, combattendo contro governi avversi e condizioni sociali che non consentono progressi.
Per fare la Rivoluzione c’è bisogno di ciò che c’è a Cuba: che un intero popolo si mobiliti e impari, con l’uso delle armi e l’esercizio della unità in combattimento, quanto vale un’arma e quanto vale l’unità del popolo.
 (…) Il nostro compito oggi è quello di orientare la capacità di tutti i professionisti medici verso la medicina sociale.
 (…) Il dottore, il lavoratore sanitario, deve quindi andare al centro del suo nuovo compito, che è l’uomo all’interno della gente, l’uomo all’interno della comunità.”
 Cantanti e poeti ricordano il Che
 Numerosi cantanti e poeti, rappresentanti della sfera culturale latinoamericana e non solo, hanno immortalato il Che nelle loro canzoni e nei loro versi.
 Il cantante del popolo, il venezuelano Alí Primera, gli ha dedicato una bellissima canzone, intitolata “Fanno mille uomini”: “le tue mani, sebbene siano morte / stanno vivendo / perché premono il grilletto / combattente guerrigliero / di quell’enorme fucile / la volontà della gente …
 Il cantante cubano Silvio Rodríguez ha affermato che l’epopea di Guevara ha toccato profondamente l’anima di molti giovani di varie generazioni.  Per quanto ne sappiamo, il trovatore cubano ha composto sette canzoni dedicate a Che Guevara: “L’era sta dando alla luce un cuore”, “Fucile contro fucile”, “America, ti sto parlando di Ernesto”, “Un uomo si alza in piedi” (o “Anticamera di un Tupamaro”), “La pecora nera”, “Un uomo” e “Tonada de albedrio”.
 Tra i molti poeti ispirati dal Che, si possono citare Pablo Neruda, Roque Dalton, Mario Benedetti e Nicolás Guillén.
 Pablo Neruda e il Che si incontrarono nel 1959. Successivamente, dopo la sua eroica morte in Bolivia, il cileno disse: “Sono commosso dal fatto che sul Diario di Che Guevara io sia l’unico poeta citato dal grande guerrigliero.  Ricordo che il Che una volta mi raccontò (…) di come leggeva la mio libro di poesie “Canto General” ai gloriosi uomini barbuti sulla Sierra Maestra durante la Rivoluzione”.
 Un richiamo ai versi di Neruda fu fatta dal Che dopo la morte di uno dei suoi più preziosi soldati guerriglieri boliviani, il cubano Eliseo Reyes, noto come Capitano San Luis.
 Nelle sue annotazioni sul diario, tra le altre frasi tristi, il Che scrisse: “… il tuo piccolo cadavere di coraggioso capitano ha allungato immensamente le sue forme…”.
 Le quattro trincee internazionaliste
 Il Che è spesso identificato con le azioni rivoluzionarie a Cuba e in Bolivia, ma egli fu anche un combattente internazionalista in Guatemala e in Congo.
 In America Centrale, partecipò direttamente in Guatemala allo scontro contro le forze che rovesciarono il governo legittimo di Jacobo Árbenz “colpevole” di aver fatto una riforma agraria in quel paese.  Quel colpo di Stato della destra fu organizzato e sostenuto dalla Agenzia Centrale di Intelligence degli Stati Uniti, la CIA.
 In Congo, un’ex colonia belga, il Che e una colonna internazionalista cubana appoggiarono la lotta rivoluzionaria e portarono il loro impegno per la solidarietà con l’Africa resero concreta la lotta contro il colonialismo e il neo-colonialismo.  La sua presenza in quel paese fu da aprile a novembre 1965.
 Il secondo Comandante
 Nei primi giorni del luglio 1957, dopo l’incorporazione alla guerriglia nella Sierra Maestra dei contadini e dei combattenti arrivati dalle città, Fidel Castro decise di creare una seconda colonna guerrigliera e diede al Che il compito di guidarla, con i gradi di Capitano.
 Lì, tra tanti preziosi compagni e devoti alla causa rivoluzionaria, Fidel già distingueva le qualità del Che.  Settimane dopo venne promosso Comandante e la sua colonna diventò la numero 4.
 Un’arma della Rivoluzione
 In Argentina, a soli 20 anni, il Che creò la rivista Tacle e vi ha pubblicato diverse opere.  Più tardi, in Cile e in Messico, ha lavorato come fotografo di strada e successivamente come fotoreporter per la l’Agenzia Latina di Notizie con sede in Argentina.
 Nel novembre del 1957, durante il suo periodo di lotta guerrigliera a Cuba, creò il bollettino “Il Cubano Libero” e nel febbraio 1958 la stazione radiofonica Radio Rebelde, che andò in onda e fu un’arma fondamentale nella lotta rivoluzionaria.
 La cultura, il talento e la convinzione che il Che aveva nel ruolo del giornalismo e della diffusione della storia, si manifestarono nei suoi libri “Passaggi della guerra rivoluzionaria” e “Guerra di Guerriglie”, dove analizzava aspetti della lotta e degli eventi rivoluzionari verificatisi a Cuba e in altri luoghi del mondo.
 Nazionalità cubana
 Nel febbraio del 1959 fu pubblicato, in un’edizione straordinaria della Gazzetta ufficiale, che il Consiglio dei ministri cubano aveva concesso la nazionalità cubana ad Ernesto Che Guevara, prendendo in considerazione i suoi grandi meriti nella lotta guerrigliera e nella costruzione della nuova società.
 Nella storia cubana, solo il militare domenicano Máximo Gómez – il Generalissimo delle lotte per l’indipendenza – e il Che hanno ricevuto tale riconoscimento.
(Nostra traduzione. In caso di riproduzione separata dal post, gentilmente citare la fonte)

https://www.telesurtv.net/news/che-guevara-revolucionario-todos-los-tiempos-20200611-0058.html

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Covid-19: «rivelazioni» e conferme di giugno

di Marinella Correggia

Intorno al Covid-19 si susseguono da mesi colpi di scena, rivelazioni e successive rettifiche. Grande è la confusione sotto il cielo. Ma non siamo ai tempi di Mao e quindi la situazione non è affatto eccellente. Cerchiamo di collegare alcuni puntini.

1. Oms: «Il contagio da parte di asintomatici è molto raro»…anzi «non sappiamo». Maria Van Kerkhove, direttrice del team tecnico dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per la risposta al coronavirus (1), lunedì 8 giugno osa affermare: «Ci sono casi di persone infettate che sono asintomatiche, ma i paesi che stanno monitorando in modo dettagliato i contatti non stanno trovando da questi casi una trasmissione secondaria». Gli «esperti di salute pubblica» insorgono, capitanati dall’Harvard Global Health Institute. E così l’Oms aggiusta il tiro il giorno dopo: «La maggioranza dei casi di trasmissione che conosciamo si verifica, con le droplets, da parte di chi ha sintomi. Ma ci sono persone che non sviluppano sintomi, e non abbiamo ancora risposta sulla questione di quanti infettati non abbiano sintomi». Alcune ricerche stimano la probabilità di infezioni da asintomatici (e più spesso pre-sintomatici) con modelli probabilistici, senza documentare direttamente la trasmissione. Comunque la frase rivelatrice dell’esperta dell’Oms è: «Per ogni risposta che troviamo alle domande, ne sorgono altre dieci». La risposta è sempre: dipende (dalle circostanze): un luogo chiuso affollato e in una zona ad alta carica virale è un caso specifico, non generalizzabile (vedi ai punti 10 e 12). Continua a leggere

Cosa succede a Hong Kong? Intervista Video a Francesco Maringiò

Con l’aiuto di Francesco Maringio’, esperto di Cina, chiariamo quello che sta succedendo a Hong Kong.

Intervista di Pietro Lunetto

 

 

FONTE: https://emigrazione-notizie.org/?p=32006

 

Covid-19: CLOROCHINA O VACCINI ?

CHE DIO CE LA MANDI BUONA E CON POCO VENTO (SENZA NON SEMBRA ORMAI POSSIBILE)

di Aldo Zanchetta

In un mondo globalizzato truffe globalizzate. Oggi è tempo di pensare in grande, no? Anche nelle truffe, no? Sulla storia dei vaccini come unico, necessario e urgente rimedio a un virus che ancora non conosciamo bene (lo dicono scienziati credibili) sento odore di bruciato. Sulla necessità assoluta dei vaccini si sta costruendo una narrazione sospetta. Continua a leggere

Il doppio standard sulla questione palestinese

di Alberto Negri

Ci indigniamo perché la Cina vìola i diritti di Hong Kong e delle minoranze, inorridiamo per il razzismo in Usa ma per i palestinesi sotto casa nostra non alziamo un sopracciglio. L’annessione della Cisgiordania è un atto illegale contro ogni accordo e convenzione internazionale ma qui nessuno dice niente. Continua a leggere

Cooperativismo in Uruguay: una possibile risposta al post Covid-19

di Alejandro Francomano (Montevideo)

 

– Martin Fernández è l’attuale presidente di INACOOP. Ha studiato nelle aree delle relazioni internazionali e delle scienze sociali. È stato sindaco del dipartimento di Montevideo e deputato nazionale. Alla Camera dei Rappresentanti ha integrato la Commissione speciale per il cooperativismo nel periodo in cui è stata analizzata e approvata la legge generale sulle cooperative del 2008.
– Danilo Gutiérrez Fiori, notaio, è il direttore esecutivo di INACOOP. È un professionista nell’area legale, ha conseguito un diploma post-laurea in Gestione delle organizzazioni di sviluppo e ha ricoperto la presidenza della Confederazione uruguaiana di entità cooperative ed è stato componente del Dipartimento di gestione della Cooperativa nazionale di risparmio e credito, nonché di una cooperativa assicurativa. È coautore di due libri di diritto cooperativo e ha pubblicato numerosi articoli su libri e riviste del settore.
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DOPO COVID-19

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