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Alcune riflessioni sulla Matrix della Grande Menzogna

di Alberto Bradanini

Catlin Johnstone, una giornalista australiana eterodossa, in una sua angosciata analisi[1] afferma che la terza guerra mondiale è oggi una prospettiva che i media mainstream – e dunque i loro padroni su per li rami della piramide – ritengono possibile, come fosse un’opzione come un’altra. L’oligarchia occidentale e il suo megafono mediatico sono così usciti dal solco della logica e del buon senso, dando un lugubre contributo alla locomotiva che potrebbe condurre il mondo alla catastrofe.

Secondo un nugolo di cosiddetti esperti, alcuni qui di seguito menzionati, gli Stati Uniti devono aumentare subito e di molto le spese militari, perché occorre prepararsi a un inevitabile conflitto mondiale.

Questa patologica esegesi della scena internazionale viene presentata senza alcuna prova e con la veste di una necessità ontologica, come un incendio destinato a scoppiare per autocombustione. Il menu viene poi arricchito con l’elencazione dei nemici pronti a invadere l’Occidente, fortunatamente protetto dalla pacifica nazione americana, la sola in grado di difendere le nostre democratiche libertà.

Il funesto allargamento della guerra in Ucraina – che, coinvolgendo nazioni in possesso dell’arma nucleare, porterebbe allo sterminio della razza umana – sarebbe dunque l’esito di una congiunzione astrale come la gravitazione della luna sulle onde del mare. Essa non dipenderebbe – come invece pensano miliardi di persone al mondo, del tutto ignorate, ça va sans dire – dalla patologia di dominio e di estrazione di ricchezze altrui da parte di quella superpotenza che decide fatti e misfatti del governo ucraino e che dispone del potere di porre fine alle ostilità in qualsiasi momento, se solo rinunciasse alla sua irrealistica strategia di dominio unipolare del pianeta (una valutazione questa condivisa da numerose personalità e studiosi statunitensi, anch’essi ignorati).

Ai cosiddetti esperti e ai compilatori del pensiero imposto non passa per la mente che un cambio di postura da parte dell’unica nazione indispensabile al mondo (secondo il lessico malato di B. Clinton, 1999) metterebbe finalmente fine alle giustificate inquietudini del rischio atomico.

In un articolo dal titolo ‘L’America potrebbe vincere una nuova guerra mondiale? Di cosa abbiamo bisogno per sconfiggere Cina e Russia pubblicato su Foreign Affairs – rivista controllata dal Council on Foreign Relations, a sua volta megafono mediatico del Pentagono – si afferma che, ‘sebbene la prospettiva possa infastidire qualcuno, Stati Uniti e alleati devono seguire una strategia che conduca alla vittoria simultanea in Asia e in Europa, poiché’, continua l’autore, Thomas G Mahnken, ‘Stati Uniti e alleati dovrebbero sfruttare il loro attuale vantaggio strategico combattendo su entrambi i continenti’. Mahnken non è uno sprovveduto e si rende conto che una guerra simultanea contro Russia e Cina non sarebbe una passeggiata. Sorvolando su un mondo di dettagli, la sua riflessione si sofferma su un punto: ‘per vincere una guerra del genere gli Stati Uniti devono aumentare, subito e di molto, la spesa militare’, poi si vedrà. Ciò comporta, precisa Mahnken, la necessità di accrescere la produzione militare incrementando i turni di lavoro degli operai, espandendo le fabbriche e aprendo nuove linee produttive. Il Congresso deve stanziare maggiori risorse e al più presto, poiché la spesa attuale per la difesa è inadeguata! A costui importa un fico se nel solo 2021, il bilancio Usa della difesa aveva già superato i 722 miliardi di dollari (cresciuto ancora del 10% nel 2022) equivalenti alla somma dei budget delle dieci nazioni che seguono in graduatoria, Russia e Cina incluse[2]. Nella logica di codesto esperto, ‘per aumentare produzione militare e scorte di armamenti gli Stati Uniti devono anche mobilitare i paesi amici, poiché ‘se la Cina avviasse un’operazione militare su Taiwan, Stati Uniti e alleati sarebbero costretti a intervenire’. E quando menziona gli alleati, egli si riferisce beninteso alle colonie europee che la retorica chiama partner della Nato, un’organizzazione militare questa guidata da generali americani ora diventata globale senza che governi e parlamenti degli stati membri ne abbiamo mai discusso (basta scorrere i comunicati dei vertici di Bruxelles, giugno 2021, e Madrid, giugno 2022), ma solo perché la strategia e gli interessi imperiali lo esigono.

Ad avviso di codesto signore, occorrerebbe distruggere il mondo per difendere un’isola vicino alla terraferma cinese, chiamata Repubblica di Cina. Di grazia, con l’occasione costui potrebbe forse spiegarci il perché. È invero una benedizione che i governi di Taiwan e Pechino mantengono la testa sulle spalle, diversamente da qualcun’altro in Europa, per impedire che il sogno segreto statunitense diventi realtà, scatenando un conflitto devastante.

Non solo, l’articolo menzionato continua: ‘mentre gli Stati Uniti sono impantanati nel labirinto cinese, al governo di Mosca si presenterebbe una preziosa occasione per invadere l’Europa’, corroborando in tal modo il bizzarro paradosso propagandistico secondo il quale Putin starebbe perdendo la guerra in Ucraina, ma avrebbe tuttavia la capacità di invadere i paesi Nato!

In un altro scritto dal titolo ‘Gli scettici hanno torto: gli Stati Uniti possono affrontare sia la Cina che la Russia’, Josh Rogin, editorialista del pacifista Washington Post, punta il dito sia contro i democratici, perché si limitano a un conflitto indiretto contro la Russia, sia contro i repubblicani che invece punterebbero a farlo (anch’esso indiretto) contro la Cina, sostenendo: ‘perché no tutti e due’?

Robert Farley (19FortyFive) nel suo elaborato dal titolo ‘L’esercito americano potrebbe combattere la Russia e la Cina allo stesso tempo?’, scrive che ‘l’immensa potenza di fuoco delle forze armate statunitensi non avrebbe difficoltà a combattere con successo su entrambi i fronti’, concludendo che ‘gli Stati Uniti sono in grado di affrontare Russia e Cina contemporaneamente … di certo per un po’, e con l’aiuto di qualche alleato’, in verità senza troppo entrare nel merito.

A sua volta, Hal Brands (Bloomberg), in “Possono gli Stati Uniti affrontare Cina, Iran e Russia contemporaneamente?’, pur riconoscendo che tale ipotesi sarebbe oggettivamente difficile da governare, raccomanda di intensificare le attività in Ucraina e Taiwan (sempre sul suolo e col sangue altrui), con l’occasione vendendo a Israele armi ancor più sofisticate per fronteggiare l’Iran, e indirettamente Russia e Cina.

In ‘La teoria delle relazioni internazionali suggerisce che la guerra tra grandi potenze sta arrivando, Matthew Kroenig (Consiglio Atlantico) scrive su Foreign Policy che sarebbe all’orizzonte una resa dei conti globale tra democrazie e autocrazie: ‘Stati Uniti e alleati Nato, più Giappone, Corea del Sud e Australia da un lato, e autocrazie revisioniste Cina, Russia e Iran dall’altro, e che gli esperti di politica estera dovrebbero adeguarsi di conseguenza’, senza precisare bene in cosa consisterebbe tale adeguamento, se non – e si tratterebbe di un buon consiglio – che il mondo è sempre più policentrico e multipolare, fortunatamente deve aggiungersi, e dunque l’Occidente si rassegni.

Alcuni di tali analisti indipendenti negano la tesi che la Terza Guerra Mondiale sia in arrivo, scoprendo d’altra parte l’acqua calda, vale a dire che un conflitto tra Grandi Potenze è già in atto – con specifiche caratteristiche, è ben chiaro (New Yorker di ottobre: ‘E se stessimo già combattendo la terza guerra mondiale con la Russia?’).

Le pontificazioni elencate costituiscono l’evidenza che l’esercito della Grande Menzogna è pericolosamente uscito di senno. Il suo verbo obbedisce alla narrativa degli strateghi occulti che valutano l’ipotesi di un conflitto globale non solo possibile, ma persino naturale, e che nessuno può evitare. Nell’era dell’arma nucleare dovrebbe invece prevalere il principio di massima cautela, moltiplicando gli sforzi a favore del dialogo e del compromesso, della de-escalation e della distensione.

I governi assennati dovrebbero mettere al bando anche solo l’idea che un conflitto nucleare si può vincere, ascoltando la saggia e inascoltata voce della maggioranza dei popoli, tutelando così davvero quella democrazia che pretendono di rappresentare. L’umanità non può rassegnarsi a un destino di distruzioni e violenza orchestrato da oligarchie senza scrupoli.

Coloro che sostengono dialogo e compromesso sono invece demonizzati come sostenitori del sopruso e della debolezza davanti al nemico.

Secondo il vangelo della patologia atlantista, le nazioni autocratiche (il Regno del Male) costituiscono una minaccia per le democrazie occidentali (il Regno del Bene). Sorge spontaneo chiedersi come sia possibile indulgere in tale aberrante distorsione della logica fattuale.

In verità, chiunque opponga resistenza alla pseudocultura della sottomissione imperiale è destinato ad essere aggredito politicamente, economicamente e se del caso anche militarmente (purché non possieda l’arma nucleare, beninteso, perché non si sa mai).

Lo storico Andrea Graziosi, riferendosi al cosiddetto dibattito italiano sull’Ucraina, ma non solo, rileva la risibile conoscenza di temi di politica estera che prevale nel nostro Paese. A suo giudizio, la cultura politica italiana è irrilevante e provinciale, concentrata su aspetti periferici in una logica capovolta rispetto alle priorità e agli stessi interessi dell’Italia, un paese desovranizzato, marginale e asservito agli interessi altrui. I media rifuggono dall’analisi e dal rigore del ragionamento, mentre i pochi intellettuali coraggiosi vengono sommersi dai cosiddetti esperti, sempre di altro, mai dei contesti di cui si parla (solitamente giornalisti o politici improvvisati).

A sua volta, in un pregevole volume (Il virus dell’idiozia) lo studioso di filosofia della scienza, Giovanni Boniolo, ricorda un concetto dato per scontato, secondo cui la libertà di espressione viene confusa con la libertà di ignoranza, rendendo superflui i dati di fatto e innecessaria la loro conoscenza.

La preferenza del criterio binario (bene/male, bianco/nero, giorno/notte), utile talora per semplificare il discorso, s’impone in forma inconscia e universale assumendo le sembianze dell’evidenza, distorcendo la realtà e impedendo l’analisi critica e la presa di distanza dalle menzogne. All’individuo non restano che due opzioni: rinunciare alla comprensione, che viene delegata ai falsi esperti, o appagarsi con un’umiliante alterazione della percezione del mondo.

L’uso acritico degli stereotipi genera un ragionare piatto, che conduce a un’unica conclusione ammissibile, quella digeribile dal sistema.

Un’esemplificazione eloquente è costituita dai tre stereotipi della demonizzazione atlantista della Repubblica Popolare, trasformati in dogmi di fede incontestabili: 1) la Cina punta a dominare il mondo; 2) la Cina è un regime totalitario; 3) la Cina è un paese comunista, dove lo Stato controlla ogni aspetto della società, dell’economia e della vita degli individui.

Il ragionare non binario – che aiuta a non confondere la libertà di parola con quella di dire sciocchezze – suggerisce invece che: 1) non vi sono prove che la Cina intenda dominare il mondo; come ogni altra nazione cerca solo il suo legittimo spazio; 2) la Repubblica Popolare è un paese (da tempo) non totalitario e la sua dirigenza, con tutti i suoi limiti, gode di ampio consenso (nel 2019, 150 milioni di cinesi si sono recati all’estero e nessuno di essi ha fatto domanda di asilo politico in uno dei paesi visitati); 3) la società cinese non è il paradiso in terra, ma come ovunque un mondo complesso e talora contraddittorio, dove i poveri e una crescente classe media convivono con i ricchi, forse troppi, ma in proporzione non più che in Occidente. Le praterie della riflessione sarebbero a questo punto infinite, ma reputo che il punto sia sufficientemente chiaro. Premeva ricordare che ‘la propaganda è un’arte che nulla ha a che vedere con la verità’ (Gianluca Magi: Goebbels, 11 tattiche di manipolazione oscura), che ogni giorno il potere fabbrica di sana pianta calunnie e mistificazioni e che occorre tenere gli occhi aperti. Il conformismo rassicura, l’obbedienza deresponsabilizza. Il risultato è la regressione a livelli minimi di alfabetizzazione valoriale, politica e sociale, che si vuole refrattaria all’analisi critica, ma partigiana di sentimenti primitivi e facilmente manipolabili.

Ma il nostro destino non deve essere la sottomissione, prima di tutto dell’intelletto. Contrariamente a quanto si possa pensare, la sociopatia al potere ha bisogno di consenso, o quanto meno di silenzio, che è poi lo stesso. Non dobbiamo camminare come sonnambuli in un pianeta immerso nella distopia, divenendo complici inconsapevoli. Noi siamo ben più numerosi, e più umani. Possiamo costruire un mondo diverso, occorre solo coraggio e pazienza.


Note
[1] http://www.informationclearinghouse.info/57311.htm
[2] https://www.wired.it/article/nato-spesa-militare-paesi-dati/#:~:text=Quest’anno%20Washington%20spender%C3%A0%20qualcosa,canto%20suo%2C%20spender%C3%A0%2029%20miliardi.

FONTE: https://www.lafionda.org/2022/11/21/alcune-riflessioni-sulla-matrix-della-grande-menzogna/

Crisi ucraina: un primo bilancio delle sanzioni contro la Russia

di Andrea Vento (*)

Il 6 ottobre scorso l’Unione Europea ha varato l’ottavo pacchetto di misure sanzionatorie contro Mosca1 con il dichiarato fine di fiaccare l’economia russa e indurre Putin ad un accordo di pace da posizioni di debolezza o, addirittura, costringere le truppe impegnate nell’Operazione Militare Speciale alla sconfitta militare, grazie anche alle ingenti forniture militari di Usa e Ue ormai giunte ad oggi a 100 miliardi di dollari. Massiccio sostegno che, sommato al supporto di intelligence degli Usa e del Regno Unito, stanno mettendo in difficoltà sul campo le forze militari russe.

Rispetto alle previsioni dei governi occidentali che hanno accompagnato il varo del primo pacchetto di sanzioni introdotte dalla Ue e dagli Usa il 23 febbraio scorso, a seguito del riconoscimento delle Repubbliche Popolari del Donbass che ha preceduto di un giorno l’Operazione Militare Speciale, quale risulta l’effettiva entità dell’impatto delle sanzioni sull’economia russa e sulle sue relazioni internazionali?

La recessione che avrebbero causato alla Russia dalla previsione del Fmi ad aprile di un pesante -8,5% per il 2022, si è più che dimezzata a -3,5% nel World Economic Outlook di ottobre della stessa istituzione, passando per il -6,0 di luglio, a testimonianza della capacità di tenuta e di resilienza dell’economia russa (tab. 1). Mentre a livello internazionale, seppur oggetto di condanna da parte di una Risoluzione dell’Assemblea Generale dell’Onu del 3 marzo per l’invasione dell’Ucraina votata da 141 Paesi su 193, la Russia, appare tutt’altro che isolata appurato che solo 37 Paesi (pari al 19% del totale) dopo 7 settimane dal 24 febbraio2, avevano aderito alle sanzioni promosse dagli Stati Uniti e imposte da questi ultimi anche all’Ue (carta 1). Anzi, la Russia, isolata verso occidente, ha ridisegnato la propria carta geopolitica approfondendo le relazioni economiche, commerciali e politiche non solo con le potenze emergenti (Cina e India) e regionali asiatiche (Pakistan e Turchia), ma anche con i Paesi africani e latinoamericani, contrari all’adozione delle sanzioni (carta 2).

Tabella 1: Previsioni economiche del Fmi per il 2022 degli World Economic Outllook di ottobre 2021 e gennaio, aprile, luglio, ottobre 2022


Previsioni economiche Fmi per il 2022

Ottobre 2021Gennaio 2022Aprile 2022Luglio 2022Ottobre 2022
Economia mondiale4,94,43,63,23,2
Italia
4,23,82,33,03,2
Russia
2,92,8-8.5-6,0-3,4

Come in occasione delle sanzioni introdotte nel 2014 contro la Russia a seguito dell’annessione della Crimea3, anche nel caso di quelle comminate durante l’anno in corso come Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati ci siamo interrogati su quali fossero gli effetti sulle economie dei Paesi dell’Unione Europea, “costretta” a seguire l’alleato statunitense sulla stessa strada in virtù della cieca fedeltà atlantista.

L’entità dei flussi commerciali Ue – Russia e Usa – Russia

L’interscambio commerciale annuo fra l’Ue e la Russia dai 439 miliardi di $ del 2012, pur riducendosi, in conseguenza della prima ondata di sanzioni del 2014, ad una media annua di 240 miliardi di $ nel periodo 2015-2019, resta tuttavia, nello stesso quinquennio, oltre 9 volte più elevato (25 miliardi di $) di quello fra Stati Uniti e Russia (tab. 2). Le economie dell’Ue e della Russia, pertanto, risultavano fino a febbraio 2022 ancora saldamente integrate, principalmente, in virtù degli investimenti delle imprese comunitarie in Russia e del considerevole interscambio commerciale e finanziario fra le parti. Alla luce di questi dati, risulta evidente come le ricadute sull’economia del soggetto proponente, gli Usa, non potevano non avere rilevanza nettamente inferiore rispetto a quelle sull’Unione Europea, soprattutto per quanto riguarda le forniture energetiche russe a costi contenuti dei quali ha beneficiato fino a pochi mesi fa.

Tabella 2: valore medio annuo dell’interscambio commerciale Ue-Russia, Usa-Russia, Ue-Cina, Usa-Cina del quinquennio 2015-19 in miliardi di $. Fonte: database Onu Comtrade


Interscambio commerciale di beni media 2015-2019
Ue – Russia
240
Usa – Russia
25
Ue – Cina
645
Usa – Cina
626

Le relazioni commerciali ed economiche fra Italia e Russia

Per quanto riguarda le relazioni commerciali fra l’Italia e la Russia, nel 2019, ultimo anno prima della crisi pandemica, registravano un valore di 22,2 miliardi di euro di interscambio di merci che, al cambio medio dell’anno in questione di 1,12 dollari per euro, corrisponde a 24,87 miliardi di $, praticamente la stessa entità di quello fra Washington e Mosca, ma con una incidenza sul totale nettamente diversa. Infatti, nel 2019, l’interscambio commerciale totale di beni degli Usa ammontava a ben 4.172,1 mld di dollari4, pari a 3.671 mld di euro5, mentre il nostro a 904 miliardi euro6, con un rapporto di 4 : 1 a favore dei primi.

L’interscambio fra Italia e Russia, oltre ad avere una rilevanza percentuale nettamente superiore rispetto a quelle fra Washington e Mosca, evidenzia una composizione merceologica tipica delle aree ad elevata integrazione geoeconomica: da un lato, infatti, si esportano materie prime energetiche e minerarie e semilavorati dell’industria pesante, mentre, dall’altro tecnologia e prodotti industriali di livello medio-alto. Le principali voci dell’import italiano nel primo semestre 2022 risultano, infatti, il gas naturale, il petrolio greggio, i prodotti della siderurgia e della raffinazione del petrolio e minerali ferrosi e non che coprono ben il 96,7 del totale delle merci provenienti da Mosca. Il nostro Paese esporta, invece, in Russia un paniere ben più ampio di merci, dai macchinari industriali ai prodotti manufatturieri all’ampia gamma del cosiddetto made in Italy7, tant’è che le principali sei voci coprono il solo 42,8 dell’export verso Mosca.

Anche gli investimenti diretti, vale a dire e scopo produttivo, totali (detti stock) fra i due Paesi risultavano, a fine 2021 di buon livello e nettamente a favore dell’Italia con 11,3 miliardi di euro, contro 0,85 miliardi di Mosca, secondo l’annuario Istat e l’Agenzia Ice8, e nel dettaglio riguardavano in base ai dati più aggiornati, quelli al 31 dicembre 2017, 660 imprese operanti principalmente nei settori energetico, automobilistico, agroalimentare e telecomunicazioni impiegando 39.233 addetti con un fatturato complessivo di 8,8 miliardi di euro, secondo i dati della Banca Dati Reprint9.

Gli effetti delle sanzioni sul mercato dell’energia dei Paesi Ue

Le sanzioni hanno dunque inferto colpi letali all’interconnessione fra l’economia russa e quella comunitaria che si era sviluppata negli ultimi 3 decenni dopo la caduta dell’Urss. In particolare, le forniture di gas via conduttura con contratti pluriennali a prezzi contenuti hanno consentito alle principali 2 manifatture europee, Germania e Italia, di mantenere un elevato grado di competitività sui mercati internazionali anche di fronte all’emergere di nuovi agguerriti concorrenti.

In considerazione di ciò, la decisione degli Stati europei di rinunciare al carbone, al petrolio, a seguito delle sanzioni e, soprattutto, al gas russo tramite il piano comunitario REPowerEu10 varato, dalla Commissione il 18 maggio scorso, con l’obiettivo di “ridurre rapidamente la nostra dipendenza dai combustibili fossili russi” sembra non aver tenuto conto di alcuni fondamentali elementi per il proprio approvvigionamento energetico.

Il primo, già patrimonio dell’opinione pubblica nazionale, risulta l’impennata del costo delle materie prime, soprattutto quelle energetiche, in corso ormai da circa un anno dal momento dell’approvazione, quindi ben prima di febbraio 2022. In particolare, sul mercato del gas olandese Ttf (Title Transfer Facility) dove la quotazione media mensile delle negoziazioni da 20,50 euro a megawattora di aprile 2021, era salito a 87,47 euro ad ottobre, per arrivare a 125,42 euro a marzo 2022 all’indomani delle prime tranche di sanzioni, causata soprattutto dagli effetti dell’attività speculativa tramite la finanza derivata, e del fatto che le stesse sanzioni, innescando una carenza di offerta sui mercati dei Paesi Ue, non potevano che alimentare ulteriormente la compravendita di contratti a termine (detti future) a fini speculativi.

Altro fondamentale elemento che non poteva sfuggire ai politici nazionali e comunitari riguarda la diversificazione degli approvvigionamenti, opera assai complessa e non realizzabile nel breve periodo, in quanto gli altri gasdotti europei di approvvigionamento non sono in grado di sostituire in toto le forniture russe e che il Gas Naturale Liquefatto (Gnl) trasportato via mare, necessita di una congrua dotazione di rigassificatori che, ahinoi, non abbiamo a disposizione. In particolare, il Gnl statunitense del quale l’amministrazione Biden ha fornito garanzie di approvvigionamento ai poco avveduti Paesi europei, presenta problematiche non indifferenti visto che l’estrazione avviene con la tecnica del fracking (fratturazione idraulica delle rocce), devastante dal punto di vista geologico e ambientale, non in grado di offrire garanzie di continuità di forniture per il rapido esaurimento dei giacimenti e con costi di complessivi per l’acquirente decisamente superiori rispetto a quello russo. Su quest’ultimo aspetto iniziano a serpeggiare sempre meno velati malumori in seno all’Ue rispetto al vantaggio di competitività, oltre che commerciale, per le aziende statunitensi, il cui costo del gas risulta nettamente inferiore rispetto a quelle europee, tanto da aver indotto il Ministro francese, Bruno Le Maire, a dichiarare il 12 ottobre scorso all’Assemblea Nazionale di Parigi che “non possiamo accettare che il nostro partner americano ci venda il suo Gnl ad un prezzo 4 volte superiore a quello al quale vende agli industriali suoi connazionali“. Aggiungendo amaramente che “la guerra in Ucraina non deve sfociare in una dominazione economica americana e in un indebolimento dell’Unione Europea“.

La transizione energetica, infine, benché ad essa il governo Draghi avesse dedicato apposito Dicastero, il ministro incaricato, Roberto Cingolani, oltre ad aver brillato per inerzia si è anche contraddistinto per alcune anacronistiche proposte come il nucleare, a suo dire “pulito”, e la riapertura delle centrali a carbone ormai dismesse.

L’impatto delle sanzioni sulla Russia e sui Paesi Ue

Nell’intento di valutare l’effettiva ricaduta delle sanzioni rispetto al fine di sfiancare l’economia russa da parte dei Paesi che le hanno introdotte, risulta fondamentale, fra le varie, confrontare la variazione dell’interscambio commerciale con Mosca del primo semestre 2021 con quello del corrispondente periodo del 2022, quest’ultimo influenzato dai provvedimenti restrittivi.

Per quanto riguarda il nostro Paese nel periodo gennaio-giugno 2021, in condizioni di ristabilita normalità economica dopo la crisi del 2020, abbiamo esportato merci in Russia per un controvalore di 4,4 miliardi di euro, mentre ne abbiamo importati 8,1 miliardi con un saldo per noi negativo di circa 3,7 miliardi di euro, sostanzialmente in linea con i dati del 2019 (tab. 3). Nel primo semestre dell’anno in corso, invece, a seguito delle sanzioni e il piano REPowerEU, tramite i quali ci siamo preclusi attività economiche significative con Mosca, il nostro export è diminuito del 21% sotto i 3,5 miliardi di euro, mentre il valore del nostro import ha subito un aumento del 136,9%, da 8,1 miliardi di euro a 19,1, che ha affossato in tal modo il saldo negativo a 15,7 miliardi di euro, con un aggravio del disavanzo di oltre 12 miliardi.

Tabella 3: valore in miliardi di euro dell’interscambio commerciale Italia-Russia fra 2019 e 2021 e confronto fra 1° semestre 2021 e 2022. Fonte: infomercati esteri su dati Istituto del Commercio Estero (Ice)11

Export italiano verso la Russia2019202020211° semestre 20211° semestre 2022
Totale (mld. €)7,8827,1017,6964,4203,490
Variazione periodo precedente (%)+4,2-9,9+8,8
-21,0

Import italiano dalla Russia
2019202020211° semestre 20211° semestre 2022
Totale (mld. €)14,3249,32913,9848,10119,190
Variazione (%)-4,3-34,9+54,5
+136,9
Totale interscambio (mld. €)22,20616,43021,68012,52122,680
Saldo commerciale Italia (mld. €)-6,442-2,228-6,288-3,681-15,700

Trend decisamente negativo del nostro Paese che, peraltro, ha continuato ad aggravarsi nel mese di agosto, durante il quale, secondo i dati dell’Istat, il valore del saldo commerciale complessivo è sceso a -9,5 miliardi di euro, rispetto a un surplus di 1 miliardo del corrispondente mese dello scorso anno. Un pesante disavanzo sul quale hanno inciso sia il passivo della bilancia energetica, salito addirittura di 12 miliardi, sia la diminuzione del 16,7% dell’export verso la Russia12. Il vertiginoso aumento dei costi del gas e dell’energia elettrica, secondo lo stesso report, hanno influito sul gravoso deficit commerciale totale e ulteriormente sospinto il rialzo dell’inflazione sia nel nostro Paese, arrivato ormai su base annua all’11,9% ad ottobre13, che nell’Eurozona. Concomitanti fattori che, sommati al rialzo dei tassi della Bce (ormai giunti al 2% con il terzo rialzo consecutivo del 27 ottobre14), stanno creando un sensibile rallentamento delle economie occidentali come ci conferma l’ultimo report del Fmi del 18 ottobre, nel cui contesto il responsabile del Dipartimento europeo dell’Istituto di Washington, Alfred Kammer, vi afferma che “questo inverno più della metà dei Paesi nell’area dell’euro sperimenterà una recessione tecnica, con almeno due trimestri consecutivi” di variazione negativa del Pil con situazione particolarmente critica di Germania e Italia. Queste ultime, non casualmente, due fra i Paesi maggiormente dipendenti dal gas russo15, per i quali il report indica tre trimestri consecutivi di contrazione, tant’è che erano già previsti in recessione nel 2023, nel già citato Outlook di ottobre dello stesso Istituto, rispettivamente a -0,3% e -0,2%, e la Russia -2,3%, mentre l’Eurozona subirà un sensibile rallentamento a +0,5% e gli Usa una crescita modesta dell’ +1%.

Tabella 4: previsioni variazione Pil per il 2023. Fonte: World Economic Outlook Fmi ottobre 2022


GermaniaItaliaRussiaEurozonaUsaCina
Previsioni variazione Pil 2023
-0,3%

-0,2%

-2,3%

+0,5%

+1,0%

+4,4%

Le decisioni assunte, su pressioni di Washington, dai Paesi europei e dall’Unione Europea verso Mosca, alla luce dei dati mostrano un impatto negativo, seppur dimezzato rispetto alle prime previsioni, sull’andamento dell’economia russa, sortendo, invece, un effetto opposto sul saldo delle partite correnti che, secondo Boomberg16, è più che triplicato sfiorando di 167 miliardi di dollari fra gennaio e giugno 2022, rispetto ai 50 del corrispondente periodo del 2021, a seguito dell’aumento dei ricavi dell’export dell’energia e delle materie prime, alla diminuzione delle importazioni a causa delle sanzioni e all’apertura di nuovi mercati di sbocco asiatici che hanno compensato l’impatto delle sanzioni.

Se i provvedimenti restrittivi occidentali sembrano aver raggiunto solo parzialmente gli obiettivi prefissati ai danni della Russia, di altra entità risultano, invece, gli impatti negativi causati alle proprie economie che stanno registrando pesanti effetti in termini di deficit commerciale, elevata inflazione, alti tassi di interesse non che rallentamento economico con serie prospettive di recessione tecnica, come indicato dal Fmi.

Le otto tranche di sanzioni comminate, sino a questo momento, dagli Stati europei sembrano, dunque, assumere, sulla scorta dei dati e delle previsioni economiche, connotato di boomerang ancor più clamoroso rispetto a quelle del 2014.

I vertici politici comunitari e nazionali, fra cui il neogoverno Meloni, non possono, a nostro avviso esimersi, dal rendere conto all’opinione pubblica sia della propria consapevolezza rispetto alla loro scarsa efficacia sulla destinataria, che dei costi sociali che saranno causati dal rallentamento economico e dalla probabile recessione che sta insabbiando la ripresa post-covid. Costi che inevitabilmente verranno a ricadere in maniera più gravosa sui ceti popolari e sui lavoratori a causa: della chiusura di aziende che non sosterranno l’aumento dei costi energetici, dell’aumento della disoccupazione e della perdita di potere d’acquisto dei salari e degli stipendi innescata dell’impennata inflazionistica con conseguente, inevitabile, aumento della povertà, che nel nostro Paese già opprime 5,6 milioni di persone.

Come uscire dalla spirale guerra – sanzioni – crisi economica e sociale?

Nella complessità e nella gravità della situazione che si sta, giorno dopo giorno, delineando, riteniamo che solo una massiccia mobilitazione popolare possa indurre, il nostro e gli altri governi europei, ad una seria riflessione sui nefasti effetti interni delle proprie politiche internazionali e a prendere atto che la strada della totale subalternità agli interessi Washington sta spingendo l’economia comunitaria nel baratro e non sta generando alcun effetto fra quelli preventivati rispetto alla risoluzione del conflitto in corso.

E’ necessario che il grande assente di questi di primi 8 mesi di guerra, il movimento internazionale per la pace, prenda coscienza, si organizzi ed apra un fronte di lotta duraturo che spinga i soggetti, direttamente e indirettamente, coinvolti al cessate il fuoco, all’apertura di un concreto negoziato sotto l’egida dell’Onu, riprendendo la piattaforma degli accordi di Minsk I e II (che se fossero stati rispettati non avrebbe portato al disastro in corso) che porti ad un pace equa che consideri i diritti e le necessità di tutti gli attori coinvolti, al fine di evitare un’ulteriore pericolosa escalation del conflitto e una nuova grave crisi economica e sociale a soli due anni da quella pandemica.

Andrea Vento – 3 novembre 2022 – (*) Gruppo insegnanti di Geografia Autorganizzati

Carta 1: votazione dell’Assemblea Generale dell’Onu di condanna dell’invasione russa del 3 marzo 2022

Carta 2: gli stati applicano (in rosso) e che non applicano (in celeste) le sanzioni alla Russia

NOTE:

1 Per una panoramica dettagliata delle 8 tranche di sanzioni dell’Ue alla Russia consultare: https://www.confindustria.it/home/crisi-ucraina/sanzioni

2 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/tutti-i-buchi-delle-sanzioni-alla-russia-34533

3 “Crisi ucraina: il boomerang delle sanzioni europee” di Andrea Vento – Giga autoproduzioni 2014

4 https://www.infomercatiesteri.it/highlights_dettagli.php?id_highlights=16608

5 Calcolo effettuato allo stesso tasso di cambio medio annuo del 2019 che fra Usd/Eur era pari a 0,88

6 https://www.infomercatiesteri.it/public/osservatorio/interscambio-commerciale-mondo/Tabella%201%20-%20Interscambio%20commerciale%20dell’Italia_1666092101.pdf

7Principali prodotti del Made in Italy esportati in Russia: abbigliamento 244 mld (8,2%), mobili 122,7 mld (4,1%), calzature 99,7 mld (3,3%)

8 https://www.infomercatiesteri.it/public/osservatorio/schede-sintesi/federazione-russa_88.pdf

9 https://www.infomercatiesteri.it/public/osservatorio/schede-sintesi/federazione-russa_88.pdf

10 https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=COM%3A2022%3A230%3AFIN&qid=1653033742483

11 https://www.infomercatiesteri.it/scambi_commerciali.php?id_paesi=88#

12 https://www.istat.it/it/archivio/276078

13 https://www.istat.it/it/archivio/276683

14 https://www.ecb.europa.eu/press/pr/date/2022/html/ecb.mp221027~df1d778b84.it.html

15 Secondo i dati dell’Agenzia dell’Ue per la cooperazione tra i regolatori dell’energia, al 24 febbraio, la Germania importava il 49% del gas dalla Russia e l’Italia il 46%.

16 https://www.bloomberg.com/news/articles/2022-08-09/russia-more-than-triples-current-account-surplus-to-167-billion

La posizione della Germania nel Nuovo Ordine Mondiale americano

di Michael Hudson

La Germania è diventata un satellite economico della Nuova Guerra Fredda americana contro la Russia, la Cina e il resto dell’Eurasia. Alla Germania e ad altri Paesi della NATO è stato detto di imporre sanzioni commerciali e sugli investimenti che dureranno più a lungo dell’attuale guerra per procura in Ucraina. Il Presidente degli Stati Uniti Biden e i suoi portavoce del Dipartimento di Stato hanno spiegato che l’Ucraina è solo l’arena di apertura di una dinamica molto più ampia che sta dividendo il mondo in due serie opposte di alleanze economiche. Questa frattura globale promette di essere una lotta di dieci o vent’anni per determinare se l’economia mondiale sarà un’economia unipolare incentrata sui dollari degli Stati Uniti o un mondo multipolare e multivalutario incentrato sul cuore dell’Eurasia con economie miste pubbliche/private.

Il Presidente Biden ha caratterizzato questa divisione come una divisione tra democrazie e autocrazie. La terminologia è un tipico doppio senso orwelliano. Per “democrazie” intende gli Stati Uniti e le oligarchie finanziarie occidentali alleate. Il loro obiettivo è spostare la pianificazione economica dalle mani dei governi eletti a Wall Street e ad altri centri finanziari sotto il controllo degli Stati Uniti. I diplomatici statunitensi utilizzano il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale per chiedere la privatizzazione delle infrastrutture mondiali e la dipendenza dalla tecnologia, dal petrolio e dalle esportazioni alimentari statunitensi.

Per “autocrazia”, Biden intende i Paesi che resistono a questa finanziarizzazione e privatizzazione. In pratica, la retorica statunitense accusa la Cina di essere autocratica nel regolare la propria economia per promuovere la propria crescita economica e il proprio tenore di vita, soprattutto mantenendo la finanza e le banche come servizi pubblici per promuovere l’economia tangibile di produzione e consumo. In sostanza, si tratta di decidere se le economie saranno pianificate dai centri bancari per creare ricchezza finanziaria – privatizzando le infrastrutture di base, i servizi pubblici e i servizi sociali come l’assistenza sanitaria in monopoli – o di aumentare gli standard di vita e la prosperità mantenendo le banche e la creazione di denaro, la sanità pubblica, l’istruzione, i trasporti e le comunicazioni in mani pubbliche.

Il Paese che ha subito il maggior numero di “danni collaterali” in questa frattura globale è la Germania. In quanto economia industriale più avanzata d’Europa, l’acciaio, i prodotti chimici, i macchinari, le automobili e gli altri beni di consumo tedeschi sono i più dipendenti dalle importazioni di gas, petrolio e metalli russi, dall’alluminio al titanio e al palladio. Eppure, nonostante i due gasdotti Nord Stream costruiti per fornire alla Germania energia a basso prezzo, alla Germania è stato detto di tagliarsi fuori dal gas russo e di deindustrializzarsi. Questo significa la fine della sua preminenza economica. La chiave della crescita del PIL in Germania, come in altri Paesi, è il consumo di energia per lavoratore.

Queste sanzioni anti-russo rendono l’attuale Nuova Guerra Fredda intrinsecamente anti-tedesca. Il Segretario di Stato americano Anthony Blinken ha dichiarato che la Germania dovrebbe sostituire il gas russo a basso prezzo dei gasdotti con il gas GNL statunitense ad alto prezzo. Per importare questo gas, la Germania dovrà spendere rapidamente più di 5 miliardi di dollari per costruire una capacità portuale in grado di gestire le navi cisterna di GNL. L’effetto sarà quello di rendere l’industria tedesca non competitiva. I fallimenti si diffonderanno, l’occupazione diminuirà e i leader tedeschi favorevoli alla NATO imporranno una depressione cronica e un calo del tenore di vita.

La maggior parte della teoria politica presuppone che le nazioni agiscano nel proprio interesse personale. Altrimenti sono Paesi satellite, non in grado di controllare il proprio destino. La Germania sta subordinando la propria industria e il proprio tenore di vita ai dettami della diplomazia statunitense e all’interesse personale del settore petrolifero e del gas americano. Lo fa volontariamente, non grazie alla forza militare, ma per la convinzione ideologica che l’economia mondiale debba essere gestita dai pianificatori statunitensi della Guerra Fredda.

A volte è più facile comprendere le dinamiche odierne allontanandosi dalla propria situazione immediata per guardare agli esempi storici del tipo di diplomazia politica che si vede dividere il mondo di oggi. Il parallelo più vicino che riesco a trovare è la lotta dell’Europa medievale da parte del papato romano contro i re tedeschi – i Sacri Romani Imperatori – nel XIII secolo. Quel conflitto divise l’Europa lungo linee molto simili a quelle odierne. Una serie di papi scomunicò Federico II e altri re tedeschi e mobilitò gli alleati per combattere contro la Germania e il suo controllo dell’Italia meridionale e della Sicilia.

L’antagonismo occidentale contro l’Oriente fu incitato dalle Crociate (1095-1291), proprio come l’odierna Guerra Fredda è una crociata contro le economie che minacciano il dominio degli Stati Uniti sul mondo. La guerra medievale contro la Germania verteva su chi dovesse controllare l’Europa cristiana: il papato, con i papi che diventavano imperatori mondani, o i governanti secolari dei singoli regni, rivendicando il potere di legittimarli e accettarli moralmente.

L’evento principale dell’Europa medievale analogo alla Nuova Guerra Fredda americana contro Cina e Russia fu il Grande Scisma del 1054. Pretendendo un controllo unipolare sulla cristianità, Leone IX scomunicò la Chiesa ortodossa con sede a Costantinopoli e l’intera popolazione cristiana che vi apparteneva. Un unico vescovato, Roma, si isolò dall’intero mondo cristiano dell’epoca, compresi gli antichi patriarcati di Alessandria, Antiochia, Costantinopoli e Gerusalemme.

Questa separazione creò un problema politico per la diplomazia romana: Come tenere sotto il proprio controllo tutti i regni dell’Europa occidentale e rivendicare il diritto di ricevere da essi sussidi finanziari. Questo obiettivo richiedeva la subordinazione dei re secolari all’autorità religiosa papale. Nel 1074, Gregorio VII, Ildebrando, annunciò 27 dettati papali che delineavano la strategia amministrativa con cui Roma avrebbe potuto consolidare il suo potere sull’Europa.

Queste richieste papali sono sorprendentemente parallele all’odierna diplomazia statunitense. In entrambi i casi gli interessi militari e mondani richiedono una sublimazione sotto forma di spirito di crociata ideologica per cementare il senso di solidarietà che ogni sistema di dominio imperiale richiede. La logica è universale e senza tempo.

I Dettati papali furono radicali principalmente in due sensi. Innanzitutto, elevarono il vescovo di Roma al di sopra di tutti gli altri vescovati, creando il papato moderno. La clausola 3 stabiliva che solo il Papa aveva il potere di investitura per nominare i vescovi o per deporli o reintegrarli. A conferma di ciò, la clausola 25 attribuiva il diritto di nominare (o deporre) i vescovi al Papa e non ai governanti locali. La clausola 12 conferiva al Papa il diritto di deporre gli imperatori, seguendo la clausola 9 che obbligava “tutti i principi a baciare i piedi del solo Papa” per essere considerati legittimi governanti.

Allo stesso modo oggi i diplomatici statunitensi si arrogano il diritto di nominare chi debba essere riconosciuto come capo di Stato di una nazione. Nel 1953 hanno rovesciato il leader eletto dell’Iran e lo hanno sostituito con la dittatura militare dello Scià. Questo principio dà ai diplomatici statunitensi il diritto di sponsorizzare “rivoluzioni colorate” per il cambio di regime, come la sponsorizzazione di dittature militari latinoamericane che creano oligarchie clienti per servire gli interessi aziendali e finanziari degli Stati Uniti. Il colpo di Stato del 2014 in Ucraina è solo l’ultimo esercizio di questo diritto degli Stati Uniti di nominare e deporre i leader.

Più di recente, i diplomatici statunitensi hanno nominato Juan Guaidó come capo di Stato del Venezuela al posto del suo presidente eletto e gli hanno consegnato le riserve auree del Paese. Il presidente Biden ha insistito sul fatto che la Russia deve rimuovere Putin e mettere al suo posto un leader più favorevole agli Stati Uniti. Questo “diritto” di scegliere i capi di Stato è stato una costante della politica degli Stati Uniti nel corso della loro lunga storia di ingerenza politica negli affari politici europei a partire dalla Seconda Guerra Mondiale.

La seconda caratteristica radicale dei Dettati papali era l’esclusione di ogni ideologia e politica che divergesse dall’autorità papale. La clausola 2 affermava che solo il Papa poteva essere definito “Universale”. Qualsiasi disaccordo era, per definizione, eretico. La clausola 17 affermava che nessun capitolo o libro poteva essere considerato canonico senza l’autorità papale.

Una richiesta simile a quella avanzata dall’ideologia odierna, sponsorizzata dagli Stati Uniti, del “libero mercato” finanziarizzato e privatizzato, che significa la deregolamentazione del potere governativo di plasmare le economie secondo interessi diversi da quelli delle élite finanziarie e aziendali centrate sugli Stati Uniti.

La richiesta di universalità nella nuova guerra fredda di oggi è ammantata dal linguaggio della “democrazia”. Ma la definizione di democrazia nella Nuova Guerra Fredda di oggi è semplicemente “a favore degli Stati Uniti”, e in particolare della privatizzazione neoliberale come nuova religione economica sponsorizzata dagli Stati Uniti. Quest’etica è considerata “scienza”, come nel quasi Premio Nobel per le Scienze Economiche. Questo è l’eufemismo moderno per l’economia spazzatura neoliberista della Scuola di Chicago, i programmi di austerità del FMI e il favoritismo fiscale per i ricchi.

I Dettati Pontifici delineavano una strategia per mantenere il controllo unipolare sui regni secolari. Essi affermavano la precedenza del papato sui re del mondo, soprattutto sui Sacri Romani Imperatori tedeschi. La clausola 26 dava ai papi l’autorità di scomunicare chiunque non fosse “in pace con la Chiesa romana”. Questo principio implicava la clausola conclusiva 27, che permetteva al papa di “sollevare i sudditi dalla loro fedeltà a uomini malvagi”. Ciò incoraggiò la versione medievale delle “rivoluzioni colorate” per ottenere un cambiamento di regime.

Ciò che univa i Paesi in questa solidarietà era l’antagonismo verso le società non soggette al controllo papale centralizzato: gli infedeli musulmani che detenevano Gerusalemme, i catari francesi e chiunque altro fosse considerato eretico. Soprattutto c’era ostilità verso le regioni abbastanza forti da resistere alle richieste papali di tributi finanziari.

La controparte odierna di questo potere ideologico di scomunicare gli eretici che resistono alle richieste di obbedienza e tributo sarebbe l’Organizzazione Mondiale del Commercio, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale che dettano le pratiche economiche e stabiliscono le “condizionalità” che tutti i governi membri devono seguire, pena l’applicazione di sanzioni da parte degli Stati Uniti – la versione moderna della scomunica dei Paesi che non accettano la sovranità degli Stati Uniti. La clausola 19 dei Dettati stabiliva che il Papa non poteva essere giudicato da nessuno – proprio come oggi gli Stati Uniti si rifiutano di sottoporre le proprie azioni alle sentenze della Corte Mondiale. Allo stesso modo, oggi, ci si aspetta che i satelliti statunitensi seguano senza discutere i dettami degli Stati Uniti attraverso la NATO e altre armi (come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale). Come disse Margaret Thatcher a proposito della privatizzazione neoliberale che distrusse il settore pubblico britannico, There Is No Alternative (TINA).

Il mio intento è quello di sottolineare l’analogia con le odierne sanzioni statunitensi contro tutti i Paesi che non seguono le proprie richieste diplomatiche. Le sanzioni commerciali sono una forma di scomunica. Invertono il principio del Trattato di Westfalia del 1648 che rendeva ogni Paese e i suoi governanti indipendenti dalle ingerenze straniere. Il Presidente Biden caratterizza l’interferenza statunitense come garanzia della sua nuova antitesi tra “democrazia” e “autocrazia”. Per democrazia intende un’oligarchia clientelare sotto il controllo degli Stati Uniti, che crea ricchezza finanziaria riducendo gli standard di vita dei lavoratori, in contrapposizione alle economie miste pubblico-private che mirano a promuovere gli standard di vita e la solidarietà sociale.

Come ho già detto, scomunicando la Chiesa ortodossa di Costantinopoli e la sua popolazione cristiana, il Grande Scisma ha creato la fatidica linea di demarcazione religiosa che ha diviso “l’Occidente” dall’Oriente negli ultimi millenni. Questa divisione è stata così importante che Vladimir Putin l’ha citata nel suo discorso del 30 settembre 2022, descrivendo l’odierno distacco dalle economie occidentali centrate sugli Stati Uniti e sulla NATO.

I secoli XII e XIII videro i conquistatori normanni di Inghilterra, Francia e altri Paesi, insieme ai re tedeschi, protestare ripetutamente, essere scomunicati ripetutamente, ma alla fine soccombere alle richieste papali. Ci è voluto fino al XVI secolo perché Martin Lutero, Zwingli ed Enrico VIII creassero finalmente un’alternativa protestante a Roma, rendendo la cristianità occidentale multipolare.

Perché ci è voluto così tanto? La risposta è che le Crociate hanno fornito una forza di gravità ideologica. Era l’analogia medievale della nuova guerra fredda di oggi tra Oriente e Occidente. Le Crociate hanno creato un fulcro spirituale di “riforma morale” mobilitando l’odio contro “l’altro” – l’Oriente musulmano, e sempre più spesso gli ebrei e i cristiani europei dissidenti rispetto al controllo romano. Questa è l’analogia medievale con le odierne dottrine neoliberiste del “libero mercato” dell’oligarchia finanziaria americana e la sua ostilità nei confronti di Cina, Russia e altre nazioni che non seguono questa ideologia. Nella nuova guerra fredda di oggi, l’ideologia neoliberista dell’Occidente mobilita la paura e l’odio verso “l’altro”, demonizzando le nazioni che seguono un percorso indipendente come “regimi autocratici”. Il razzismo vero e proprio è promosso nei confronti di interi popoli, come è evidente nella russofobia e nella cultura di cancellazione che sta attraversando l’Occidente.

Proprio come la transizione multipolare della cristianità occidentale ha richiesto l’alternativa protestante del XVI secolo, la rottura del cuore dell’Eurasia dall’Occidente NATO centrato sulle banche deve essere consolidata da un’ideologia alternativa su come organizzare le economie miste pubbliche/private e le loro infrastrutture finanziarie.

Le chiese medievali in Occidente furono svuotate delle loro elemosine e delle loro dotazioni per contribuire con la moneta di Pietro e altri sussidi al papato per le guerre che combatteva contro i governanti che resistevano alle richieste papali. L’Inghilterra svolse il ruolo di vittima principale che oggi svolge la Germania. Le enormi tasse inglesi, apparentemente destinate a finanziare le Crociate, furono dirottate per combattere Federico II, Corrado e Manfredi in Sicilia. Questa sottrazione fu finanziata dai banchieri papali dell’Italia settentrionale (Longobardi e Cahorsin) e si trasformò in debiti reali trasferiti a tutta l’economia. I baroni inglesi scatenarono una guerra civile contro Enrico II nel 1260, ponendo fine alla sua complicità nel sacrificare l’economia alle richieste papali.

Ciò che pose fine al potere del papato sugli altri Paesi fu la fine della sua guerra contro l’Oriente. Quando i crociati persero San Giovanni d’Acri, la capitale di Gerusalemme, nel 1291, il papato perse il suo controllo sulla cristianità. Non c’era più “il male” da combattere e il “bene” aveva perso il suo centro di gravità e la sua coerenza. Nel 1307, il re di Francia Filippo IV (“il Bello”) si impadronì delle ricchezze del grande ordine bancario militare della Chiesa, quello dei Templari nel Tempio di Parigi. Anche altri governanti nazionalizzarono i Templari e i sistemi monetari furono tolti dalle mani della Chiesa. Senza un nemico comune definito e mobilitato da Roma, il papato perse il suo potere ideologico unipolare sull’Europa occidentale.

L’equivalente moderno del rifiuto dei Templari e della finanza papale sarebbe il ritiro dei Paesi dalla Nuova Guerra Fredda americana. Ciò sta avvenendo in quanto un numero sempre maggiore di Paesi vede la Russia e la Cina non come avversari, ma come grandi opportunità di reciproco vantaggio economico.

La promessa non mantenuta di un vantaggio reciproco tra Germania e Russia

La dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 aveva annunciato la fine della Guerra Fredda. Il Patto di Varsavia fu sciolto, la Germania fu riunificata e i diplomatici americani promisero la fine della NATO, perché non esisteva più una minaccia militare sovietica. I leader russi si sono lasciati andare alla speranza che, come ha detto il Presidente Putin, si sarebbe creata una nuova economia paneuropea da Lisbona a Vladivostok. La Germania, in particolare, avrebbe dovuto prendere l’iniziativa di investire in Russia e ristrutturare la sua industria secondo linee più efficienti. La Russia avrebbe pagato per questo trasferimento di tecnologia fornendo gas e petrolio, oltre a nichel, alluminio, titanio e palladio.

Non si prevedeva che la NATO sarebbe stata ampliata fino a minacciare una nuova guerra fredda, né tanto meno che avrebbe appoggiato l’Ucraina, riconosciuta come la cleptocrazia più corrotta d’Europa, che sarebbe stata guidata da partiti estremisti che si identificano con le insegne naziste tedesche.

Come spiegare perché il potenziale apparentemente logico di guadagno reciproco tra l’Europa occidentale e le economie ex sovietiche si sia trasformato in una sponsorizzazione di cleptocrazie oligarchiche. La distruzione del gasdotto Nord Stream riassume in poche parole la dinamica. Per quasi un decennio gli Stati Uniti hanno chiesto costantemente alla Germania di non dipendere più dall’energia russa. A queste richieste si sono opposti Gerhardt Schroeder, Angela Merkel e i leader economici tedeschi. Essi hanno sottolineato l’ovvia logica economica del reciproco scambio di manufatti tedeschi con le materie prime russe.

Il problema degli Stati Uniti era come impedire alla Germania di approvare il gasdotto Nord Stream 2. Victoria Nuland, il Presidente Biden e altri diplomatici statunitensi hanno dimostrato che il miglior modo per farlo era incitare all’odio verso la Russia. La nuova guerra fredda è stata inquadrata come una nuova crociata. In questo modo George W. Bush aveva presentato l’attacco americano all’Iraq per impadronirsi dei suoi pozzi di petrolio. Il colpo di Stato del 2014, sponsorizzato dagli Stati Uniti, ha creato un regime ucraino fantoccio che ha passato otto anni a bombardare le province orientali russofone. La NATO ha quindi incitato una risposta militare russa. L’incitamento ha avuto successo e la risposta russa desiderata è stata debitamente etichettata come un’atrocità non immotivata. La sua protezione dei civili è stata descritta dai media sponsorizzati dalla NATO come così sproporzionata da meritare le sanzioni commerciali e sugli investimenti imposte da febbraio. Questo è il significato di crociata.

Il risultato è che il mondo si sta dividendo in due campi: la NATO incentrata sugli Stati Uniti e l’emergente coalizione eurasiatica. Una conseguenza di questa dinamica è stata l’impossibilità per la Germania di perseguire una politica economica di relazioni commerciali e di investimento reciprocamente vantaggiose con la Russia (e forse anche con la Cina). Questa settimana il cancelliere tedesco Olaf Sholz si recherà in Cina per chiedere che il Paese smantelli il settore pubblico e smetta di sovvenzionare la sua economia, altrimenti la Germania e l’Europa imporranno sanzioni sul commercio con la Cina. Non c’è modo che la Cina possa soddisfare questa ridicola richiesta, così come gli Stati Uniti o qualsiasi altra economia industriale non smetterebbero di sovvenzionare i propri computer-chip e altri settori chiave.[1]

Il Consiglio Tedesco per le Relazioni Estere è un braccio neoliberale “libertario” della NATO che chiede la deindustrializzazione della Germania e la sua dipendenza dagli Stati Uniti per il commercio, escludendo Cina, Russia e i loro alleati. Questo si preannuncia come l’ultimo chiodo della bara economica della Germania.

Un altro sottoprodotto della Nuova Guerra Fredda americana è stato quello di porre fine a qualsiasi piano internazionale per arginare il riscaldamento globale. Una delle chiavi di volta della diplomazia economica statunitense è il controllo da parte delle sue compagnie petrolifere e di quelle dei suoi alleati della NATO delle forniture mondiali di petrolio e di gas, ovvero l’opposizione ai tentativi di ridurre la dipendenza dai combustibili a base di carbonio. La guerra della NATO in Iraq, Libia, Siria, Afghanistan e Ucraina riguardava gli Stati Uniti (e i loro alleati francesi, britannici e olandesi) per mantenere il controllo del petrolio. Non si tratta di una questione astratta come “democrazie contro autocrazie”. Si tratta della capacità degli Stati Uniti di danneggiare altri Paesi interrompendo il loro accesso all’energia e ad altri bisogni primari.

Senza la narrativa della Nuova Guerra Fredda “bene contro male”, le sanzioni statunitensi perderebbero la loro ragion d’essere in questo attacco degli Stati Uniti alla protezione dell’ambiente e al commercio reciproco tra Europa occidentale, Russia e Cina. Questo è il contesto della lotta odierna in Ucraina, che dovrà essere solo il primo passo della prevista lotta ventennale degli Stati Uniti per impedire che il mondo diventi multipolare. Questo processo imprigionerà la Germania e l’Europa nella dipendenza dalle forniture statunitensi di GNL.

Il trucco è cercare di convincere la Germania che dipende dagli Stati Uniti per la sua sicurezza militare. Ciò da cui la Germania ha veramente necessità di essere protetta è la guerra degli Stati Uniti contro la Cina e la Russia, che sta emarginando e “ucrainizzando” l’Europa.

I governi occidentali non hanno lanciato appelli per una fine negoziata di questa guerra, perché in Ucraina non è stata dichiarata alcuna guerra. Gli Stati Uniti non dichiarano guerra da nessuna parte, perché ciò richiederebbe una dichiarazione del Congresso secondo la Costituzione degli Stati Uniti. Quindi gli eserciti statunitensi e della NATO bombardano, organizzano rivoluzioni colorate, si intromettono nella politica interna (rendendo obsoleti gli accordi di Westfalia del 1648) e impongono le sanzioni che stanno facendo a pezzi la Germania e i suoi vicini europei.

Come possono i negoziati “porre fine” a una guerra che non ha una dichiarazione di guerra e che è una strategia a lungo termine di totale dominio unipolare del mondo?

La risposta è che non si può porre fine a questa guerra finché non si sostituisce un’alternativa all’attuale insieme di istituzioni internazionali incentrate sugli Stati Uniti. Ciò richiede la creazione di nuove istituzioni che riflettano un’alternativa alla visione neoliberista incentrata sulle banche, secondo cui le economie dovrebbero essere privatizzate con una pianificazione centrale da parte dei centri finanziari privati. Rosa Luxemburg ha descritto la scelta tra socialismo e barbarie. Ho delineato le dinamiche politiche di un’alternativa nel mio recente libro Il destino della civiltà.

NOTE:

[1] Si veda Guntram Wolff, “Sholz dovrebbe inviare un messaggio esplicito nella sua visita a Pechino”, Financial Times, 31 ottobre 2022. Wolff è direttore e CE del Consiglio tedesco per le relazioni estere.

(Questo articolo è stato presentato il 1° novembre 2022 sul sito web tedesco Brave New Europe.

https://braveneweurope.com/michael-hudson-germanys-position-in-americas-new-world-order

Il video del mio intervento sarà disponibile su YouTube tra una decina di giorni.)

Traduzione: Cambiailmondo.org

FONTE: https://www.unz.com/mhudson/germanys-position-in-americas-new-world-order/

L’Australia diventa una portaerei nucleare statunitense in Asia

di John Menadue (*) (1 novembre 2022)

Four Corners ieri sera ha mostrato come l’Australia stia diventando “un proxy” o “un patsy” per gli Stati Uniti in un possibile conflitto con la Cina. Le nostre azioni invitano a una risposta cinese. A volte mi chiedo perché i cinesi si preoccupino di ripristinare le relazioni quando ci comportiamo in modo così sciocco per volere degli Stati Uniti. La Cina non è una minaccia per l’Australia, ma il nostro “pericoloso alleato” continua a spingere la Cina a provocare una guerra.

Ieri sera Four Corners ha riferito:

  • Gli Stati Uniti si stanno preparando a schierare fino a sei bombardieri B-52 a capacità nucleare nel nord dell’Australia, una mossa provocatoria che, secondo gli esperti, ha come obiettivo la Cina.
  • I bombardieri fanno parte di un potenziamento molto più ampio dei mezzi di difesa nel nord dell’Australia, compresa un’importante espansione della base di intelligence di Pine Gap, che svolgerà un ruolo vitale in qualsiasi conflitto con Pechino.

Richard Tanter, ricercatore senior presso il Nautilus Institute e scrittore per Pearls and Irritations, ha affermato che il previsto dispiegamento dei bombardieri è più significativo della rotazione dei marines statunitensi a Darwin ogni anno. Ha detto che è “molto difficile pensare a un impegno più aperto che potremmo prendere. Un segnale più esplicito ai cinesi che stiamo assecondando i piani americani per una guerra con la Cina”.

La capacità della RAAF di ospitare bombardieri dell’USAF e di addestrarsi al loro fianco dimostra quanto siano integrate le nostre due forze aeree”, ha dichiarato un funzionario della difesa statunitense. Altrettanto importante per la crescente presenza degli Stati Uniti nel nord dell’Australia è la costruzione di undici giganteschi serbatoi di stoccaggio del carburante per jet a Darwin.

Richard Tanter ha dichiarato che la base di spionaggio vicino ad Alice Springs sta subendo un importante aggiornamento.

Questo avviene in un momento in cui il Parlamento australiano non è stato informato di nulla, né di dichiarazioni dei ministri, né di domande ai ministri”. Ha affermato che se dovesse scoppiare un conflitto tra Stati Uniti e Cina, Pine Gap giocherebbe un ruolo estremamente significativo. Sarebbe anche un obiettivo primario.

Ma c’è di più di quello che ci ha detto Four Corners.

Gli Stati Uniti hanno una serie di bombardieri più moderni e stealth che si esercitano da Amberley e che hanno come obiettivo il Mar Cinese Meridionale e oltre. La RAAF fornisce il rifornimento in volo a questi aerei statunitensi.

Come hanno sottolineato Richard Tanter e altri, non c’è alcun tentativo di informare l’opinione pubblica australiana su questi sviluppi epocali, con l’Australia che si impegna a “combattere una guerra di alto livello e a condurre operazioni militari combinate” con gli Stati Uniti nella nostra regione. Questo è ciò che i ministri statunitensi e australiani hanno concordato l’anno scorso.

Inoltre, non ho visto alcun segno che il governo australiano abbia discusso di questi temi con i Paesi dell’ASEAN. I nostri vicini regionali sono più preoccupati per le questioni economiche e per il cambiamento climatico. Stanno deliberatamente scegliendo di non schierarsi tra Cina e Stati Uniti. Sono esclusi dal QUAD e dall’AUKUS. Tutto questo deve far venire i brividi agli indonesiani e all’ASEAN. Se le nostre provocazioni militari non sono un’offesa sufficiente per i nostri vicini, ci siamo uniti agli Stati Uniti nell’escludere la Cina dalle istituzioni regionali.

Indottrinati dal flusso di Washington, la maggior parte dei nostri giornalisti è stata catturata dagli interessi stranieri su queste questioni strategiche. Si uniscono quotidianamente alla campagna anti-Cina condotta da Washington. Sono seguiti pedissequamente dai nostri politici, dagli alti funzionari pubblici, dalle agenzie di intelligence e dai “think tank” finanziati dagli Stati Uniti.

In quanto membri a pieno titolo del Club di Washington, Anthony Albanese e Richard Marles non mostrano alcun segno di cambiare la pericolosa rotta che stiamo seguendo. E Penny Wong è difficile da trovare!

La rapida militarizzazione dell’Australia settentrionale da parte degli Stati Uniti avviene in un momento in cui si presume che sia in corso la revisione strategica della difesa. Sembra una continua colonizzazione dell’Australia da parte degli Stati Uniti, con un’operazione di facciata per ciò che il Club di Washington si aspetta e vuole. Il Club non può accettare nient’altro che l’egemonia statunitense con la sua determinazione a rovesciare i governi e a scatenare guerre senza fine. Gli Stati Uniti sono uno degli imperi più violenti della storia umana. La violenza all’estero si riflette nella violenza e nel degrado interno.

Di seguito riporto un articolo che ho scritto su questi temi il 16 settembre di quest’anno.

(*) John Laurence Menadue  (8 febbraio 1935) ex alto funzionario pubblico e diplomatico. È stato Segretario del Dipartimento del Primo Ministro e del Gabinetto dal 1975 al 1976, sotto i governi Whitlam e Fraser. Successivamente è stato nominato da Malcolm Fraser ambasciatore australiano in Giappone, incarico che ha ricoperto dal 1977 al 1980. Successivamente Menadue è tornato in Australia ed è stato nominato Segretario del Dipartimento per l’Immigrazione e gli Affari Etnici dal 1980 al 1983. Successivamente, nel 1983, è diventato Segretario del Dipartimento del Ministro speciale di Stato e Segretario del Dipartimento del Commercio.


La Defence Strategic Review – Stiamo diventando un proxy o un patsy per gli Stati Uniti in un possibile conflitto con la Cina

La Defence Strategic Review deve mettere in guardia il Ministro Marles sulla pericolosa strada che sta percorrendo l’Australia. Stiamo diventando una portaerei per gli Stati Uniti.

Temendo che la loro egemonia mondiale sia messa in discussione, gli Stati Uniti spingono la Cina ad ogni occasione. La visita di Nancy Pelosi, presidente della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, a Taiwan è stata solo l’esempio più recente di questo incitamento.
La minaccia che ci viene dalla Cina è se continuiamo ad agire nella nostra regione come un proxy per gli Stati Uniti. Altri Paesi della regione non lo stanno facendo.

La minaccia “Cina” è una replica del vergognoso e precedente “pericolo giallo”. La Cina non è una minaccia militare per l’Australia.

Gli Stati Uniti sono il Paese più violento e aggressivo del mondo, quasi sempre in guerra. Il suo impero militare comprende 800 basi militari straniere.

Abbiamo bisogno di una forte presenza degli Stati Uniti nella nostra regione, ma non del comportamento provocatorio e pericoloso che vediamo continuamente.

Ci stiamo legando acriticamente a un egemone in declino ma pericoloso.

Il nostro “Club di Washington” è stato alimentato a goccia dall’America per molto tempo. Ha una mentalità “coloniale”. Accetta senza riflettere seriamente la visione statunitense del mondo.

L’Australia settentrionale sta diventando una colonia militare statunitense.

Questi punti sono sviluppati più avanti.

L’Australia settentrionale sta diventando una colonia militare statunitense

Nel 2011, in un momento di difficoltà politica, Julia Gillard era ansiosa che il Presidente Obama visitasse l’Australia e parlasse al Parlamento. Kim Beazley, il nostro ambasciatore a Washington, era molto desideroso di aiutare. Come parte dell’accordo per ottenere la visita di Obama, la Gillard acconsentì alla rotazione dei Marines a Darwin, con la speranza degli Stati Uniti di avere in futuro basi a Perth e a Cocos-Keeling.

Questa è stata la vera apertura della porta per gli americani.

Da allora la colonizzazione è proseguita a ritmo sostenuto, con un numero sempre maggiore di Marines a rotazione a Darwin e operazioni dell’USAF nell’Australia settentrionale.

Ma il piede sull’acceleratore della colonizzazione militare statunitense è arrivato nel settembre 2021.

Il 16 settembre 2021, il Segretario di Stato Antony Blinken e il Segretario alla Difesa Lloyd Austin hanno ospitato il Ministro degli Affari Esteri e Ministro delle Donne Marise Payne e il Ministro della Difesa Peter Dutton a Washington D.C. per le 31esime consultazioni ministeriali Australia-Stati Uniti (AUSMIN 2021). I segretari e i ministri hanno approvato le seguenti aree di cooperazione sulla postura delle forze:

  • Cooperazione aerea rafforzata attraverso il dispiegamento a rotazione di velivoli statunitensi di tutti i tipi in Australia e l’addestramento e le esercitazioni di velivoli appropriati.
  • Cooperazione marittima rafforzata attraverso l’aumento delle capacità logistiche e di supporto delle navi di superficie e subacquee statunitensi in Australia.
  • Rafforzare la cooperazione terrestre conducendo esercitazioni più complesse e integrate e un maggiore impegno congiunto con gli alleati e i partner della regione.
  • Creazione di un’impresa combinata per la logistica, il sostentamento e la manutenzione a supporto di operazioni belliche di alto livello e di operazioni militari combinate nella regione.

Si veda la dichiarazione congiunta delle consultazioni ministeriali Australia-USA (AUSMIN).

Ci siamo impegnati a “sostenere operazioni militari combinate e di guerra di alto livello e a garantire un accesso illimitato alle forze e alle piattaforme statunitensi” nell’Australia settentrionale e occidentale.

Solo ieri l’AFR ha sottolineato “l’attenzione degli Stati Uniti per l’Australia occidentale e settentrionale. L’ex consigliere di politica estera del presidente George W. Bush e nuovo direttore del Centro Studi degli Stati Uniti, Michael Green, prevede che gli Stati Uniti diventeranno sempre più dipendenti dall’Australia per le operazioni militari e di intelligence. Lo spostamento dell’attenzione della politica estera dall’Asia-Pacifico all’Indo-Pacifico significa che le aree dell’Australia occidentale e settentrionale saranno “critiche” per gli Stati Uniti e i loro alleati. ”Abbiamo bisogno di accesso: abbiamo bisogno di acquistare l’Oceano Indiano e, quindi, dal punto di vista geografico, tecnologico, delle operazioni militari e di intelligence, gli Stati Uniti dipenderanno sempre di più dall’Australia”, ha detto Green. Non ci sono due modi per evitarlo”.

Non abbiamo discusso o considerato seriamente le enormi e rischiosissime conseguenze di tutto questo. La nostra sovranità e la nostra integrità come nazione sono in gioco e al capriccio degli Stati Uniti, un Paese che non sa bene su quale strada si trovi: cripto-fascismo, guerra civile o anarchia.

In AUKUS, a costi enormi e con grande ritardo, stiamo progettando di fondere i nostri futuri sottomarini a propulsione nucleare con la Marina statunitense per operare nel Mar Cinese Meridionale contro la Cina.

Il Ministro Marles ci ha detto che non solo lavoriamo “in modo interoperativo” con le forze armate statunitensi in numerosi modi, ma che ora ci siamo impegnati a “interscambiabilità” con le forze statunitensi. Ci stiamo legando ancora di più a un “alleato pericoloso”. Il Ministro Marles sembra non preoccuparsi della strada pericolosa che stiamo percorrendo. Ancor peggio, sembra incurante di cedere la nostra sovranità nazionale. Dovrebbe essere osservato con molta attenzione.

Gli Stati Uniti sono il Paese più violento del mondo e quasi sempre in guerra.

Esiste un enorme e potente gruppo di elettori statunitensi impegnati in una guerra continua. Abbiamo partecipato alle guerre in Vietnam, Iraq, Afghanistan e Siria. Tutte sono state disastrose. Ora gli Stati Uniti continuano a incitare e provocare la Cina e vogliono che ci uniamo a loro. E noi lo facciamo.

Malcolm Fraser aveva ragione riguardo al “nostro pericoloso alleato”.

Gli Stati Uniti sono assuefatti dalla convinzione del loro eccezionalismo, si basano sull’aggressività e sulla violenza sia in patria che all’estero e hanno difficoltà ad ammettere gli errori.

Sul piano interno assomigliano sempre più a un treno in corsa al rallentatore.

A parte brevi periodi di isolazionismo, gli Stati Uniti sono stati quasi sempre in guerra.

I dati sono chiari. Più volte ci siamo lasciati trascinare nelle guerre imperiali del Regno Unito e poi degli Stati Uniti. Abbiamo perso la nostra autonomia strategica.

In due secoli, gli Stati Uniti hanno sovvertito e rovesciato numerosi governi. Hanno un complesso militare e imprenditoriale che dipende dalla guerra per la propria influenza e il proprio arricchimento. Finanziano il nostro War Memorial e l’Australian Strategic Policy Institute e molti altri fronti per gli interessi militari e commerciali statunitensi.

I dati dimostrano che gli Stati Uniti sono un Paese molto più aggressivo e violento della Cina.

Gli Stati Uniti si arrogano una superiorità morale che negano agli altri. Sono accecati dalle proprie illusioni ideologiche e dalla propria auto-giustizia.

Molte delle nostre élite politiche, burocratiche, imprenditoriali e mediatiche sono state alimentate a goccia a goccia dagli americani, come l’Australian America Leadership Dialogue, per così tanto tempo che hanno difficoltà a pensare a un mondo senza l’egemonia globale americana. In passato abbiamo avuto una visione simile e dipendente dal Regno Unito. La cosa è finita in lacrime a Singapore.

In questo blog, “La guerra è nel DNA americano?“, ho richiamato più volte l’attenzione sui rischi che corriamo nell’essere “uniti al fianco” di un Paese che è quasi sempre in guerra. I fatti sono chiari. Gli Stati Uniti non hanno mai avuto un decennio senza guerre. Dalla sua fondazione nel 1776, gli Stati Uniti sono stati in guerra per il 93% del tempo. Queste guerre si sono estese dal proprio emisfero al Pacifico, all’Europa e più recentemente al Medio Oriente. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno lanciato 201 dei 248 conflitti armati. Negli ultimi decenni la maggior parte di queste guerre non ha avuto successo. Gli Stati Uniti mantengono 800 basi o siti militari in tutto il mondo, compresa l’Australia. Nella nostra regione gli Stati Uniti hanno un massiccio dispiegamento di hardware e truppe in Giappone, nella Repubblica di Corea e a Guam. La Cina ha una base navale off shore a Gibuti, nel Corno d’Africa, principalmente per combattere i pirati.

Pensate alla frenesia degli Stati Uniti se la Cina avesse una serie di basi simili nei Caraibi o se le sue navi pattugliassero le Florida Keys.

Da un secolo gli Stati Uniti si intromettono ampiamente negli affari e nelle elezioni di altri Paesi. Hanno cercato di cambiare i governi di altri Paesi 72 volte durante la Guerra Fredda. Molti leader stranieri sono stati assassinati. Nel pezzo riprodotto in questo blog The fatal expense of US Imperialism, il professor Jeffrey Sachs ha affermato che:

“La portata delle operazioni militari statunitensi è notevole… Gli Stati Uniti hanno una lunga storia di utilizzo di mezzi occulti e palesi per rovesciare i governi ritenuti ostili agli Stati Uniti… Lo storico John Coatsworth conta 41 casi di cambio di regime guidato dagli Stati Uniti, per una media di un rovesciamento di governo da parte degli Stati Uniti ogni 28 mesi per secoli”.

I rovesciamenti o le interferenze nei governi stranieri sono diversi, tra cui Honduras, Guatemala, Iran, Haiti, Congo, Indonesia, Giappone, Vietnam, Cile, Iraq, Afghanistan e, più recentemente, Siria. Si confronti con la Cina!

E questa interferenza è continuata con l’indebolimento del governo filorusso in Ucraina da parte del colpo di Stato Maidan sostenuto dagli Stati Uniti nel 2014. Gorbaciov e Reagan avevano concordato che, permettendo la riunificazione della Germania, la NATO non si sarebbe estesa verso est. Ma con l’incoraggiamento degli Stati Uniti, la NATO si è ora estesa provocatoriamente fino ai confini della Russia. Non sorprende che la Russia si opponga.

Gli Stati Uniti hanno incoraggiato la recente insurrezione “democratica” di Hong Kong. È quasi riuscita.

Nonostante tutte le prove di guerre e ingerenze, l’Imperium americano continua senza essere controllato o messo in discussione in America o in Australia.

Ci sono diverse ragioni per cui questo approccio non è stato messo in discussione.

Il primo è quello che viene spesso descritto come il “destino manifesto” dell’America: il diritto, conferito da Dio, di interferire negli affari degli altri Paesi. Questo diritto non viene esteso agli altri perché molti americani si considerano più virtuosi e il loro sistema di governo migliore degli altri. Il Presidente degli Stati Uniti, Biden, oggi veste questo destino manifesto in termini di democrazia contro autocrazia. E Nancy Pelosi si lancia in un viaggio provocatorio a Taiwan. Che alleato!

L’ignoranza e il campanilismo dell’America comune e dei suoi politici di altri Paesi sono leggendari, ma forse altrettanto importante è la loro resistenza ad alleviare l’ignoranza. Questo può non sembrare insolito, ma è pericoloso per un Paese con un potere militare schiacciante impiegato in tutto il mondo.

Chiunque abbia avuto a che fare con un gruppo di viaggio di texani campanilisti sa cosa intendo!!!

La seconda ragione per cui l’Imperium americano continua ad essere largamente incontrollato è il potere di quello che il presidente Dwight Eisenhower una volta chiamò il “complesso militare e industriale” degli Stati Uniti. Nel 2021 aggiungerei “politici” che dipendono fortemente dai finanziamenti dei potenti produttori di armi e dal personale militare e civile di oltre 4.000 strutture militari. Il Congresso aumenta l’enorme budget militare anno dopo anno. Anche la comunità dei servizi segreti e molte università e think tank hanno un interesse personale nell’imperium americano.

L’Australia è intrappolata nell’imperium americano

Questo complesso coopta istituzioni e individui in tutto il mondo. Ha un’influenza enorme. Nessun presidente degli Stati Uniti, né tanto meno nessun primo ministro australiano, potrebbe sfidarlo. Morrison e Albanese hanno la stessa visione dell’imperium statunitense.

L’Australia si è chiusa in questo complesso. I nostri leader militari e della difesa dipendono fortemente dai Dipartimenti della Difesa e di Stato degli Stati Uniti, dalla CIA e dall’FBI per i loro consigli. Noi agiamo come loro filiali.

Ma questo va oltre la consulenza. Rispondiamo volentieri e ci uniamo agli Stati Uniti in disastri come l’Iraq e il Medio Oriente. Mentre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite vota a larga maggioranza sulla proliferazione nucleare, su Israele e su Diego Garcia, noi rimaniamo bloccati nella posizione degli Stati Uniti e di alcuni dei suoi mendicanti.

La nostra autonomia e indipendenza sono a forte rischio anche perché le nostre élite della difesa/sicurezza a Canberra hanno come santo graal il concetto di “interoperabilità” con gli Stati Uniti. Questo si riflette nei commenti dei funzionari e dei think tank statunitensi sul ruolo che vedono per noi nella nostra regione. Il nostro nuovo Ministro della Difesa Marles ora ha addirittura superato tutto questo. L’espressione “interoperabile” diventa ora “intercambiabile” e noi dobbiamo operare “senza soluzione di continuità” con le forze statunitensi.

L’influenza degli Stati Uniti e la nostra cooperazione sono così potenti che le nostre politiche estere sono state in gran parte emarginate e messe in secondo piano dalle opinioni in materia di difesa e sicurezza degli Stati Uniti e dei loro accoliti mediatici in Australia.

Il concetto di interoperabilità non si riferisce solo alle attrezzature. Significa anche personale, con un numero sempre maggiore di militari australiani incorporati nelle strutture militari e di difesa statunitensi, in particolare nel Comando del Pacifico alle Hawaii.

Il complesso militare e industriale statunitense e i suoi associati hanno un interesse acquisito nel fatto che l’America sia in guerra e il nostro establishment della difesa, il Dipartimento della Difesa, l’ADF, l’Australian Strategic Policy Institute e altri sono lealisti americani chiusi in casa.

L’AUKUS ci ha ingabbiati ancora di più. Con AUKUS stiamo effettivamente fondendo la nostra Marina con quella degli Stati Uniti, in modo da poter operare insieme nel Mar Cinese Meridionale e minacciare la Cina. Stiamo cedendo sempre più la nostra autonomia strategica incoraggiando gli Stati Uniti a utilizzare l’Australia settentrionale come base avanzata contro la Cina, come se gli Stati Uniti non avessero già abbastanza basi militari giganti che circondano la Cina in Giappone, Repubblica di Corea e Guam.

Un “ordine internazionale basato su regole”, ma non per l’America

La terza ragione del continuo dominio dell’Imperium americano è il modo in cui gli Stati Uniti si aspettano che gli altri si attengano a un “ordine internazionale basato su regole” che è stato in gran parte determinato a Bretton Woods dopo la Seconda Guerra Mondiale e incorporato in varie agenzie delle Nazioni Unite. Questo “ordine” riflette il potere e le opinioni dei Paesi dominanti negli anni Quaranta. Non riconosce gli interessi legittimi di paesi emergenti come la Cina, che ora insistono nel voler giocare un ruolo in un ordine internazionale basato sulle regole.

Gli Stati Uniti seguono un ordine internazionale basato su regole solo quando fa comodo ai propri interessi. Scelgono ciò che più conviene loro in quel momento. Spingono per un sistema basato su regole nel Mar Cinese Meridionale, ma si rifiutano di approvare l’UNCLOS (Diritto del Mare) o di accettare le decisioni della Corte Internazionale di Giustizia. L’invasione dell’Iraq è stato un classico caso di violazione delle regole. È stata illegale. La morte e la distruzione che ne sono derivate in Iraq soddisfano i criteri dei crimini di guerra. Ma i colpevoli sono usciti indenni. Solo Tony Blair ha subito un danno alla reputazione.

È un mito che le democrazie come l’America si comportino a livello internazionale con un livello di moralità superiore. I Paesi agiscono secondo i propri interessi, come li percepiscono. Dobbiamo ignorare le nobili idee espresse dagli americani su come gestiscono il loro Paese sul fronte interno e guardare invece a come trattano coerentemente gli altri Paesi.

Le affermazioni degli Stati Uniti su come gestiscono bene il proprio Paese sono messe in discussione su molti fronti. Accanto a grandi ricchezze e privilegi, oltre 40 milioni di cittadini statunitensi vivono in povertà, hanno una massiccia popolazione carceraria con le sue indelebili connotazioni razziste, le armi sono onnipresenti e si rifiutano di affrontare il problema. La violenza è americana come la torta di ciliegie. È radicata nel comportamento degli Stati Uniti sia in patria che all’estero. Donald Trump ha incitato un attacco al Campidoglio.

I documenti fondanti degli Stati Uniti ispirano gli americani e molte persone in tutto il mondo. “La terra dei liberi e la casa dei coraggiosi” è ancora un grido di allarme. Purtroppo, questi valori fondamentali sono stati spesso negati ad altri. Quando le Filippine hanno chiesto il sostegno degli Stati Uniti, sono state invase. Ho Chi Minh voleva il sostegno degli Stati Uniti per l’indipendenza, ma il Vietnam fu invaso.

Come in molte democrazie, compresa la nostra, il denaro, i media e gli interessi acquisiti stanno corrompendo la vita pubblica. Negli Stati Uniti la “democrazia” è stata sostituita da una “donocrazia”, che da decenni non prevede praticamente alcuna restrizione al finanziamento delle elezioni e al lobbismo politico. Gli elettorati della Camera dei Rappresentanti sono suddivisi in gruppi e gli elettori poveri e delle minoranze sono spesso esclusi dalle liste. La potente lobby ebraica, sostenuta dai cristiani fondamentalisti, ha portato la politica statunitense fuori dai binari su Israele e sul Medio Oriente. La potente industria delle assicurazioni sanitarie private ha impantanato gli Stati Uniti nei servizi sanitari più costosi e inefficienti del mondo.

Il Congresso degli Stati Uniti è paralizzato. La Corte Suprema è impilata.

Molte democrazie sono in difficoltà. La democrazia statunitense è più in difficoltà della maggior parte delle altre. C’è una cecità pervasiva. Sta andando alla deriva verso un’altra guerra civile, il fascismo o semplicemente l’anarchia?

I media derivativi aggravano la mancanza di autonomia dell’Australia

Una voce importante nell’articolare l’estremismo americano e l’imperium americano è Fox News e Rupert Murdoch, che esercitano la loro influenza non solo in America, ma anche nel Regno Unito e in Australia. Fox News ha sostenuto l’invasione dell’Iraq ed è incurante delle terribili conseguenze. Rupert Murdoch ha applaudito l’invasione dell’Iraq perché avrebbe ridotto i prezzi del petrolio. Fox e News Corp sono i principali scettici sul cambiamento climatico che minaccia il nostro pianeta.

Ma non è solo il ruolo distruttivo di News Corp negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Australia. I nostri media, compresa l’ABC, sono così derivativi. È così pervasivo ed esteso che non lo riconosciamo per la sua stessa natura. Abbiamo davvero un “media dell’uomo bianco”. Lo vediamo oggi, in modo più evidente, nel modo in cui i media tradizionali vomitano ogni giorno un nastro trasportatore infinito di storie anti-Cina.

I nostri media sono pieni di morte e distruzione in Ucraina, ma molto peggio è accaduto in Yemen per mano dell’Arabia Saudita, sostenuta dagli Stati Uniti. I nostri media dell’uomo bianco ci danno una visione del mondo da Washington/Londra. Molta è la propaganda occidentale.

Nonostante le continue guerre criminali e spesso infruttuose, il rovesciamento o la sovversione di governi stranieri e il declino dell’influenza economica statunitense, l’egemonia e il dominio degli Stati Uniti sul pensiero australiano continuano. Nonostante tutte le prove, perché continuiamo a negare l’evidenza?

Uno dei motivi è che come piccola comunità asiatica, isolata e prevalentemente bianca, abbiamo storicamente cercato un protettore esterno, prima il Regno Unito e, quando questo è fallito, gli Stati Uniti. La mentalità coloniale è ancora presente.

Spesso ci viene detto che abbiamo valori condivisi e istituzioni comuni prima con il Regno Unito e ora con gli Stati Uniti. Ma i Paesi agiscono sempre per i propri interessi, come stanno scoprendo gli agricoltori australiani quando gli Stati Uniti si accaparrano i nostri mercati in Cina. Non è certo un modo per proteggerci le spalle!

Un’altra ragione per cui neghiamo l’imperium americano è, come ho descritto, la saturazione dei nostri media con notizie, opinioni e intrattenimento statunitensi. Non abbiamo media indipendenti. Qualunque cosa i media statunitensi dicano sulla Cina o sulla difesa avrà inevitabilmente un buon riscontro nei nostri media derivati.

Un’altra ragione per la continua egemonia degli Stati Uniti sugli atteggiamenti australiani è la seduzione dei leader d’opinione australiani che per decenni hanno beneficiato della generosità e del sostegno americano – nei media, nella politica, nella burocrazia, nelle imprese, nei sindacati, nelle università e nei think-tank. Migliaia di australiani influenti sono stati cooptati dal denaro e dal sostegno degli Stati Uniti in viaggi, “dialoghi” come l’AALD, centri di studio e think tank. Questa è la vera “influenza straniera”. La Cina è un attore secondario accanto agli Stati Uniti.

Se la Cina è una minaccia lontana, lo sarebbe molto meno se non fossimo così asserviti agli Stati Uniti. Il grande rischio di una guerra con la Cina è se continuiamo ad agire per conto degli Stati Uniti. Pine Gap sarebbe il primo obiettivo cinese.

Siamo una nazione che nega di essere “legata a doppio filo” a un alleato pericoloso, irregolare e rischioso. A parte brevi periodi di isolazionismo, gli Stati Uniti sono stati quasi sempre in guerra. Il rischio militare più grande che corriamo è quello di essere portati per il naso in una guerra degli Stati Uniti con la Cina.

Joe Biden sta smussando alcune asperità, ma lui e i suoi consiglieri per gli affari esteri sono impantanati nel vecchio mito statunitense dell'”eccezionalismo“.

Stiamo abbandonando volontariamente la nostra autonomia strategica. Stiamo diventando un proxy e un vassallo degli Stati Uniti, un Paese molto aggressivo e violento.

La Dsr ha il dovere di farci tornare indietro dalla pericolosa rotta che abbiamo imboccato.

La minaccia militare che abbiamo di fronte non è la Cina, ma l’agire per procura degli Stati Uniti.

Kishore Mahbubani ha descritto con precisione il nostro dilemma di sicurezza. “L’Australia può scegliere di essere un ponte tra l’Oriente e l’Occidente nel secolo asiatico, oppure la punta della lancia che proietta il potere occidentale in Asia“.

Il Ministro Marles sta chiaramente scegliendo il ruolo di punta di lancia per gli americani.

Si rende conto dei grandi rischi che corre l’Australia nell’essere un volenteroso proxy e un tirapiedi di un alleato molto aggressivo e violento, un alleato che è quasi sempre in guerra e ci trascina in un disastro militare dopo l’altro?

Per saperne di più, leggete la nostra serie di articoli sulla Defence Strategic Review.

FONTE: https://johnmenadue.com/four-corners-australia-the-spear-carrier-for-the-us-in-our-region/

(Traduzione: Cambiailmondo.org)

Video di Four Corner:

Le tendenze del capitale nel XXI secolo, tra “stagnazione secolare” e guerra

di Domenico Moro

La realtà geopolitica dell’inizio del XXI secolo va studiata a partire dalla categoria di modo di produzione. Tale categoria definisce i meccanismi di funzionamento del capitale in generale, astraendo dalle singole economie e dai singoli Stati. Per questa ragione, dobbiamo far interloquire la categoria di modo di produzione con quella di formazione economico-sociale storicamente determinata, che ci restituisce il quadro dei singoli Stati e delle relazioni tra di loro in un dato momento.

Inoltre, il nostro approccio dovrebbe essere dialettico, basato cioè sull’analisti delle tendenze della realtà economica e politica. Tali tendenze non sono lineari, ma spesso in contraddizione con altre tendenze. Solo lo studio delle varie tendenze contrastanti può permetterci di delineare i possibili scenari futuri.

  1. La “stagnazione secolare”

L’economia capitalistica mondiale è entrata in una fase di “stagnazione secolare”. A formulare tale definizione è stato nel 2014 Laurence H. Summers, uno dei principali economisti statunitensi, ministro del Tesoro sotto l’amministrazione Clinton e rettore dell’Università di Harvard. Summers ha mutuato il termine di “stagnazione secolare” dall’economista Alvin Hansen, che lo coniò durante la Grande depressione degli anni ’30, che iniziò con la crisi borsistica del 1929. L’attuale “stagnazione secolare” inizia, invece, con la crisi del 2007-2009, seguente allo scoppio della bolla dei mutui subprime.

La “stagnazione secolare” consiste di una crescita del Pil molto ridotta, ben al di sotto del potenziale. Secondo Summers, la bassa crescita è dovuta alla riduzione degli investimenti di capitale. Del resto, la crescita precedente alla crisi dei mutui subprime è stata sempre dovuta a una politica fiscale e monetaria eccessivamente espansiva, basata sul mantenimento di tassi d’interesse molto bassi da parte della Fed, la banca centrare statunitense. In sostanza, rileva Summers, negli ultimi quindici o vent’anni non c’è stato un solo periodo in cui si sia verificata una crescita soddisfacente in condizioni finanziarie sostenibili. Questo problema, però, non ha riguardato solo gli Usa, ma anche l’area euro e il Giappone.

Quanto scriveva Summers nel 2014 ha trovato conferma in quanto avvenuto fino ad oggi. La crescita del Pil si è ridotta dappertutto e nel 2020 si è avuta, a seguito della pandemia, la più grave recessione dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tuttavia, il rallentamento è stato più accentuato nei principali Paesi avanzati e meno marcato in alcuni Paesi emergenti. Tale fenomeno può essere osservato mettendo a confronto i Paesi del G7 (Stati Uniti, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Canada) con i Brics (Cina, India, Brasile, Russia e Sud Africa), sia nel periodo precedente alla crisi dei mutui subprime, tra 1980 e 2007, sia nel periodo successivo, tra 2007 e 2021 (Tabella 1).

La crescita dei Paesi della Triade, che comprende le tre aree storicamente dominanti del capitalismo mondiale, il Nord America, l’Europa occidentale e il Giappone, era già inferiore a quella dei Brics nel periodo 1980-2007, ma dopo il 2007 si è dimezzata. Gli Usa, ad esempio, tra 1980 e 2007 fanno segnare una crescita media annua del 3,1%, che nel 2007-2021 si dimezza all’1,5%. Dall’altra parte, Cina e India registrano una crescita molto superiore rispetto a quella Usa nel periodo 1980-2007, rispettivamente del 10,1% e del 6,1% medio annuo. Nel periodo 2007-2021 la crescita di Cina e India si riduce, ma molto meno di quella statunitense, rispettivamente al 7% e al 5,5% medio annuo, rimanendo così molto superiore a quella statunitense.

Ancora peggiore, in confronto a quella degli Usa, è la performance di Giappone e Europa occidentale. La crescita del Giappone nel periodo 1980-2007 è stata del 2,5% medio annuo, cioè di quattro volte inferiore a quella cinese e meno della metà di quella indiana, azzerandosi nel periodo 2007-2021 (+0,1%). L’Europa occidentale (Germania, Regno Unito, Francia e Italia), che nel periodo 1980-2007 aveva registrato una crescita inferiore a quella statunitense, nel periodo 2007-2021 subisce una vera e propria stagnazione con una crescita media annua inferiore all’1%, che, per quanto riguarda l’Italia, si traduce in una decrescita del -0,5% medio annuo.

Come abbiamo detto, la crisi del 2020 ha visto una contrazione del Pil a livelli mai visti nel periodo post Seconda guerra mondiale. Per combatterla, le banche centrali, a partire dalla Fed e dalla Bce, hanno abbassato il costo del denaro fino a farlo arrivare in area negativa, e, allo stesso tempo, i governi hanno messo in campo politiche fiscali espansive di grande entità. Non è un caso che, allo scoppio della pandemia, Draghi abbia sostenuto che la crescita dell’indebitamento e del deficit statali fosse una necessità, come in guerra, e non più il male assoluto da evitare a ogni costo con politiche di austerity. L’economia, spinta dalle politiche espansive, nel 2021 è rimbalzata, ma nel 2022 la crescita si è già ridimensionata. Dunque, non solo viene confermata la “stagnazione secolare”, ma addirittura si prospetta uno scenario ancora peggiore: l’accoppiata tra crescita ridotta e alta inflazione, la cosiddetta “stagflazione”. L’aspetto più grave è che, per combattere l’inflazione, le banche centrali, in particolare la Fed statunitense e la Bce, hanno deciso di rialzare il costo del denaro e ridurre i programmi di acquisto di titoli di Stato. È la fine delle politiche espansive monetarie, che determina il rallentamento della ripresa e, secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, una probabile recessione nel 2023.

Ritornando a Summers, appare evidente dal suo ragionamento che il vero problema dell’economia mondiale non risiede nella carenza di liquidità, ma nel suo eccesso: le crisi finanziarie sono una conseguenza della sovrabbondanza o sovraccumulazione di capitale produttivo. Una sovrabbondanza che è relativa, cioè determinata dalla incapacità delle imprese private a impiegarla profittevolmente. Il calo del tasso reale d’interesse crea bolle borsistiche a ripetizione che, scoppiando, determinano una ricorrente situazione di instabilità finanziaria che si estende all’economia nel suo complesso. L’economia capitalistica si trova così presa nel circolo vizioso di recessione, politiche espansive monetarie e fiscali, creazione di bolle, scoppio delle bolle e ricaduta nella recessione.

La stagnazione, quindi, appare configurarsi come una caratteristica “secolare”, ossia di lungo periodo dell’economia capitalistica, specialmente nelle sue punte più avanzate, la Triade. Sorge a questo punto la domanda: come risolvere una tale “stagnazione secolare”? La risposta di Summers è che bisogna aumentare gli investimenti, ma questo non è possibile a meno del verificarsi di una condizione che si è ben lungi dall’augurarsi: “è certamente possibile che alcuni eventi esogeni possano intervenire ad aumentare la spesa e incentivare gli investimenti. Ma, guerra a parte, non appare chiaro quali potrebbero essere tali eventi.”[i] Quindi, solo una guerra e, in particolare, una guerra su larga scala come una guerra mondiale, potrebbe tirare fuori l’economia dei Paesi avanzati dalle secche in cui affonda. Del resto, è quello che è accaduto nella precedente “stagnazione secolare”, quella degli anni ’30. A risolvere la Grande depressione non fu il New Deal, varato dal presidente Franklin D. Roosvelt, ma furono le massicce spese belliche e gli investimenti per la ricostruzione, seguita alle enormi distruzioni della Seconda guerra mondiale, a determinare la ripresa dell’economia e a dare luogo all’espansione dei “trenta gloriosi”, fino alla crisi degli anni ’74-‘75.

  1. La caduta tendenziale del saggio di profitto e il crollo del capitalismo

Secondo quanto evidenziato da Marx, la tendenza tipica del modo di produzione capitalistico è la diminuzione della parte di capitale spesa in forza lavoro (capitale variabile) in rapporto alla parte spesa in mezzi di produzione e materie prime (capitale costante). In altri termini, si determina un progressivo aumento della composizione organica di capitale, cioè un aumento della parte di capitale costante in rapporto a quella di capitale variabile. Il fatto è che solo il capitale variabile, la forza lavoro, produce plusvalore. Ne deriva che, a parità di sfruttamento della forza lavoro (cioè a parità di saggio di plusvalore), la quantità di plusvalore tende a diminuire rispetto al capitale totale investito. Essendo il saggio di profitto dato dal rapporto tra plusvalore e capitale totale, si determina così una tendenza alla caduta del saggio di profitto.

In questo modo, si viene a creare una sovraccumulazione di capitale. Questo vuol dire che si è accumulato troppo capitale, in mezzi di produzione, rispetto alla capacità di generare un saggio di profitto adeguato alle necessità dei capitalisti. Quando la sovraccumulazione si viene a verificare nei settori principali dell’economia si ha una sovraccumulazione generale. A questo punto, i capitalisti, in assenza di un saggio elevato di profitto, riducono gli investimenti. Nello stesso tempo, la concorrenza tra singoli capitali si fa più spietata, e i capitali meno forti soccombono, generando una moria di imprese. In conseguenza di tutto ciò, si ha una contrazione della produzione generale che si traduce in crisi e recessioni.

Dal momento che l’aumento della composizione organica è più forte nei paesi capitalisticamente più sviluppati, la caduta del saggio di profitto tende a manifestarsi con più forza in questi Paesi. Per questa ragione, il tasso di crescita del Pil è minore nei Paesi capitalisticamente più sviluppati e maggiore in quelli meno sviluppati. Anche il rallentamento della crescita o il crollo della produzione, nel corso delle crisi, si determina con maggiore intensità nei paesi più avanzati, come abbiamo visto sopra nel confronto di lungo periodo tra i Paesi del G7, capitalisticamente più sviluppati, e i Paesi del Brics, capitalisticamente meno sviluppati.

Naturalmente, lo scoppio delle crisi e delle recessioni può avvenire per certe cause scatenanti, come lo scoppio di una bolla finanziaria, la penuria o l’aumento del prezzo di certe materie prime o di certi componenti o semilavorati, o per fattori esogeni all’economia, come una guerra o sanzioni economiche o una pandemia. Le crisi, inoltre, possono generarsi per uno squilibrio tra eccesso di merci prodotte e ristrettezza del mercato di assorbimento. Ciononostante, queste sono cause contingenti che accendono la miccia sul vero e proprio materiale esplosivo che è sottostante, ossia la sovraccumulazione di capitale e la caduta del saggio di profitto. La crisi generale è sempre da ricollegare a questa tendenza tipica del modo di produzione capitalistico.

Però, la caduta del saggio di profitto è una tendenza, importante sì, ma una tendenza. Marx scriveva che il problema teorico per gli economisti non è tanto capire il perché della caduta del saggio di profitto, bensì capire il perché una tale tendenza non sia più celere e accentuata, tramutandosi in crollo del sistema. In sostanza, dice Marx, “devono intervenire influenze antagonistiche che ostacolano o annullano l’attuazione della legge generale conferendole il carattere di una semplice tendenza; ed è per questa ragione che la caduta del saggio generale di profitto noi l’abbiamo chiamata tendenziale”[ii].

Al suo tempo, Marx evidenziava le seguenti influenze antagonistiche: l’aumento del grado di sfruttamento del lavoro, la riduzione del salario al di sotto del suo valore, la diminuzione di prezzo del capitale costante, la sovrappopolazione relativa, che porta alla creazione di un esercito industriale di riserva, ossia una massa di disoccupati, che, esercitando una pressione concorrenziale sugli occupati, permette una riduzione del salario. Tra i più importanti fattori c’è, poi, il commercio estero: sia l’esportazione dell’eccesso di merci, determinato dall’aumento della capacità produttiva del capitale, sia l’esportazione di capitale nei paesi periferici, dove il saggio di profitto è più alto a causa del minore sviluppo capitalistico e il lavoro viene sfruttato in maniera più intensa. Possiamo osservare come le stesse cause che producono la caduta del saggio di profitto determinano anche i fattori che la contrastano. Infatti, lo sviluppo tecnologico che porta alla sostituzione di forza lavoro con macchine, e cioè alla sostituzione di capitale variabile con capitale costante, se, da una parte, conduce all’aumento della composizione organica, dall’altra parte, genera l’aumento dello sfruttamento del singolo lavoratore e la creazione dell’esercito industriale di riserva.

Queste tendenze antagonistiche, che Marx evidenziava ai suoi tempi, sono ancora funzionanti a tutt’oggi. Da Marx a oggi, però, il capitalismo si è molto sviluppato: la sovraccumulazione di capitale è cresciuta a livelli talmente alti che, di fatto, il capitalismo sarebbe già crollato se non si fossero verificate delle condizioni nuove. Tra queste c’è la guerra mondiale: senza la Seconda guerra mondiale oggi il capitalismo forse non esisterebbe. C’è poi la finanziarizzazione, che consente, tramite tutta una serie di invenzioni speculative, di fare profitti senza passare per la produzione di merci. Per la verità, la finanziarizzazione viene rilevata anche da Marx, sebbene nella sua epoca non fosse arrivata agli estremi attuali. C’è, infine, l’intervento diretto dello Stato a sostegno dell’economia capitalistica. A causa dell’aumento della spesa pubblica, i debiti pubblici si sono rigonfiati a livelli mai visti prima in tempi di pace proprio perché nel corso dei decenni, soprattutto dopo i “trenta gloriosi”, lo Stato si è assunto il compito di stampella del capitalismo.

Tuttavia, questi nuovi fattori antagonistici presentano dei forti limiti: la finanza e il debito, pubblico e privato, oltre un certo livello rappresentano un forte fattore di instabilità e di crisi. Inoltre, il capitale ha già sfruttato tutte le leve, che, secondo Marx, ha a sua disposizione, dalla compressione del salario all’uso dell’esercito industriale di riserva alla esportazione di capitali dai paesi capitalisticamente più sviluppati verso quelli meno sviluppati. L’ulteriore accentuazione della contrazione del salario non fa che aggravare la crisi sul lungo periodo. Per questo, rientra in gioco l’aspetto della distruzione creatrice: la distruzione di capacità produttiva, che permette di ridurre la sovraccumulazione di capitale e rilanciare la produzione di profitto. Le stesse crisi sono un fattore di riduzione della sovraccumulazione mediante la distruzione di capitale, sotto forma di eliminazione di imprese e la centralizzazione, mediante fusioni e acquisizioni, di quelle che rimangono. Ma è soprattutto la guerra mondiale che si staglia sullo sfondo come elemento di ridefinizione delle condizioni di accumulazione mediante la distruzione di capitale.

Se la caduta del saggio di profitto fosse senza tendenze contrastanti, il modo di produzione capitalistico crollerebbe su sé stesso. Ma, come abbiamo visto, così non è. Tuttavia, per Marx, la caduta del saggio di profitto dimostra il carattere “ristretto, meramente storico, transitorio, del modo di produzione capitalistico: attesta che esso non costituisce affatto l’unico modo di produzione in grado di generare ricchezza, ma al contrario, arrivato a un certo punto, entra in conflitto con il suo stesso ulteriore sviluppo.”[iii] La tendenza del capitalismo al crollo è sempre più evidente e accentuata, sebbene non sia possibile pensare a un crollo automatico. Bisogna vedere cosa il capitale inventerà per spostare ancora una volta in avanti il suo redde rationem. A parte la carta della guerra, il capitale sembra volersi giocare la carta della transizione ecologica. Il passaggio alle fonti rinnovabili e trasformazioni radicali come il passaggio dal motore a combustione interna al motore elettrico rappresentano degli strumenti tesi a ridurre la sovrapproduzione di capitale e merci per rilanciare i profitti.

  1. Cambiamenti dei rapporti di forza mondiali

Come scriveva Lenin, il capitalismo concreto, cioè quello formato da un insieme di formazioni economico-sociali, è caratterizzato da una crescita diseguale[iv]. Le potenze egemoni, più “vecchie” dal punto di vista dello sviluppo capitalistico tendono a crescere meno, mentre quelle più “giovani” tendono a crescere più velocemente. Di conseguenza, i rapporti di forza economici tendono a modificarsi a favore di queste ultime. A un certo punto i nuovi rapporti di forza economici entrano in conflitto con i rapporti politici esistenti, generando una tendenza alla guerra.

La storia del capitalismo può essere letta come un avvicendarsi di cicli economici, più o meno secolari, che vedono il prevalere, di volta in volta, di una potenza egemone, attorno alla quale si determina l’accumulazione di capitale mondiale. È questa la teoria dei “cicli secolari”, ideata da Giovanni Arrighi, che definisce quattro cicli secolari del capitalismo, dal XVII al XXI secolo: quello ispano-genovese, quello olandese, quello britannico e, infine, quello statunitense[v]. La potenza economica si accompagna sempre alla potenza politico-militare: ad ogni ciclo gli Stati di volta in volta egemoni sono sempre più grandi e militarmente potenti. I cicli secolari sono divisi in due parti: una basata sulla produzione materiale e una sulla finanza. Fino a un certo punto gli Stati egemoni sono prevalenti dal punto di vista della produzione materiale, poi tale prevalenza viene meno, per la sovraccumulazione di capitale, e, allora, prevale l’aspetto finanziario di controllo dei flussi di capitale. Ma anche la crescita dei profitti trainata dalla finanza a un certo punto viene meno e, nel frattempo, emergono altre potenze che sfidano la potenza egemone. Si determina così un periodo di caos alla fine del quale, sempre dopo una guerra generale, la vecchia potenza egemone viene sostituita da una nuova potenza, attorno alla quale riprende il ciclo di accumulazione capitalistico.

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo la Gran Bretagna viene sopravanzata nella produzione e nella esportazione di beni da due potenze emergenti, la Germania e soprattutto gli Stati Uniti. La Prima e la Seconda guerra mondiale sono combattute per l’egemonia mondiale. Alla fine della lotta la Germania è sconfitta ma la Gran Bretagna è costretta a cedere il ruolo di potenza guida agli Usa.

Neanche gli Usa sfuggono, però, alle leggi storiche, incorrendo in una decadenza che si manifesta nel calo della crescita e nella drastica diminuzione della loro quota sul Pil e sulle esportazioni mondiali. Per la verità, oggi, la decadenza è riscontrabile anche negli altri Paesi che, insieme agli Usa, fanno parte del cosiddetto Occidente, cioè l’Europa occidentale e il Giappone. Come già accaduto alla Gran Bretagna, oggi gli Usa e gli altri Paesi centrali subiscono la forte concorrenza di alcuni emergenti, soprattutto quella della Cina (Graf.1).

Graf. 1 – Quota dei principali Paesi sul Pil mondiale (a parità di potere d’acquisto; in %)

Infatti, se consideriamo il Pil a parità di potere d’acquisto, la Cina ha superato gli Usa già nel 2016. La Cina negli ultimi trenta anni, tra 1991 e 2021, è passata dal 4,3% del Pil mondiale al 18,6%, mentre gli Usa sono calati dal 21% al 15,7%[vi]. Anche la quota dell’India è cresciuta dal 3,4% al 7%, mentre quella degli altri Paesi centrali, alleati degli Usa, è calata. Ad esempio, il Giappone è passato dal 9,2% al 3,8% e la Germania dal 6% al 3,3%. Uno stesso calo è riscontrabile anche nella quota sulle esportazioni mondiali di beni manufatti. Tra 1991 e 2021 gli Usa passano da una quota del 12% al 7,9%, mentre la Cina passa dal 2% al 15,1%. L’india passa dallo 0,5% all’1,8%, mentre il Giappone scende dal 9% al 3,4% e la Germania dall’11,5% al 7,3%. Bisogna, però, considerare che, sul piano del Pil pro capite (sempre a parità di potere d’acquisto), la Cina è ancora distante dagli Usa, pur essendo cresciuta enormemente negli ultimi venti anni. Il Pil pro capite della Cina rappresentava nel 1991 il 3,8% di quello degli Usa e nel 2021 il 27,8%, mentre quello dell’India nel 1991 rappresentava il 4,1% e nel 2021 il 10,3%.

In sostanza, possiamo osservare che i rapporti di forza mondiali sul piano economico sono cambiati e che, per la prima volta da circa un secolo e mezzo, la Cina ha ripreso il primato sul Pil mondiale che aveva sempre avuto storicamente fino all’epoca delle guerre dell’oppio intorno alla metà del XIX secolo. Anche sul piano tecnologico la Cina sta facendo molti passi in avanti, sfidando anche su questo terreno gli Usa. Questi, però, se non hanno più l’egemonia sulla produzione e sull’export mondiali mantengono una egemonia sia militare sia finanziaria, grazie al dollaro.

  1. Il ruolo egemonico del dollaro e la tendenza al suo declino

Gli Stati Uniti hanno ricalcato le orme della Gran Bretagna, sebbene con importanti differenze, soprattutto con la sostituzione del dollaro alla sterlina come moneta mondiale. Con la Prima guerra mondiale molti paesi abbandonarono il gold standard, stampando massicciamente denaro per finanziare le spese militari. Il Regno Unito, invece, mantenne la sterlina legata all’oro, per conservarle il ruolo di moneta mondiale, ma fu costretto, per la prima volta nella sua storia, a prendere a prestito denaro dall’estero. Il Regno Unito e gli altri Paesi alleati divennero così debitori degli Usa, che furono pagati in oro. In questo modo gli Usa alla fine della guerra divennero il principale possessore di riserve auree. Gli altri Paesi, privi delle loro riserve in oro, non poterono più ritornare al gold standard. Nel 1931 anche il Regno Unito abbandonò definitivamente il gold standard e il dollaro sostituì la sterlina come valuta di riserva mondiale.

Fu, però, solo con la Seconda guerra mondiale che il dollaro vide consacrato il suo ruolo di moneta mondiale grazie agli accordi di Bretton Woods (1944), in base ai quali si decise di abbandonare il gold standard: le valute mondiali non sarebbero più state agganciate all’oro bensì al dollaro, che a sua volta era agganciato all’oro. In caso di richiesta i paesi creditori in dollari sarebbero stati pagati dagli Usa in oro. In questo modo, le banche centrali dei Paesi aderenti a Bretton Woods anziché oro accumularono dollari. Il sistema, però, entrò in crisi alla fine degli anni ’60, perché gli Usa, per finanziare la guerra in Vietnam e i programmi di welfare interni, cominciarono a inondare il mercato di dollari. Preoccupati per la svalutazione del dollaro, i creditori degli Usa cominciarono a chiedere di essere pagati in oro. Temendo di perdere le proprie riserve auree, il presidente Richard Nixon nel 1971 sganciò il dollaro dall’oro. Il dollaro rimase la valuta mondiale ma con il vantaggio, per gli Usa, di garantirsi la possibilità di pagare le importazioni e il debito pubblico semplicemente stampando dollari.

Il dollaro rimane, fino ad ora, il re delle valute. Oltre a rappresentare la maggior parte delle riserve valutarie mondiali è moneta di scambio nel commercio internazionale, grazie al fatto che la maggior parte delle materie prime, inclusi il petrolio e il gas, sono comprate e vendute in dollari. Non a caso, lo status mondiale del dollaro negli anni ’60 è stato definito “l’esorbitante privilegio” degli Usa dal ministro delle finanze francese Valery Giscard d’Estaing. La domanda di dollari a livello mondiale permette agli Usa di finanziarsi a basso costo, pagando cioè tassi d’interesse ridotti agli acquirenti dei loro titoli di Stato. Grazie a questo, dal 1968, gli Usa hanno cominciato ad accumulare un crescente e quasi ininterrotto debito del commercio estero. Nel 2021 il debito commerciale (solo beni) statunitense ammontava alla colossale cifra di 1.182 miliardi di dollari[vii], mentre il debito pubblico raggiungeva, sempre nel 2021, i 30,5 trilioni di dollari, vale a dire il 133,3% rispetto al Pil e 2,7 trilioni di dollari in più rispetto all’anno precedente[viii].

La centralità del dollaro nei pagamenti internazionali aumenta anche il potere degli Usa di imporre sanzioni finanziarie. Infatti, ogni transazione che tecnicamente tocchi il suolo statunitense dà agli Usa giurisdizione legale e quindi la capacità di bloccare le transazioni indesiderate. Le sanzioni, però, hanno un effetto boomerang sul dollaro, visto che spingono i Paesi che ne sono oggetto a fare uso di valute alternative al dollaro. È da un paio di decenni che l’egemonia del dollaro si sta erodendo, a causa soprattutto dell’aumento degli scambi su scala regionale e come risposta dei Paesi che vogliono sottrarsi al dominio valutario degli Usa. Tra 1999 e 2021 le riserve in dollari detenute dalle banche centrali sono scese dal 71% al 59%[ix]. Inoltre, oggi, il dollaro conta per il 40% delle transazioni internazionali, l’euro per il 35%, la sterlina per il 6% e lo yuan per il 3%[x].

La guerra in Ucraina ha accelerato questa tendenza. La Russia ha reagito alle sanzioni occidentali reindirizzando verso altri Paesi, come l’India e la Cina, le esportazioni di petrolio e gas che andavano verso l’Ue e regolando le transazioni non più in dollari ma in altre valute, come rubli, yuan e rupie. L’uso del rublo verrà esteso anche alla commercializzazione di altri prodotti tipici dell’export russo, per esempio ai cereali destinati a Turchia, Egitto, Iran e Arabia saudita. Inoltre, la Cina ha intenzione di mettere a disposizione della Russia il Cross-border Interbank Payment System (Cips), il proprio sistema di pagamenti internazionali alternativo allo Swift, lanciato nel 2015 per ridurre la dipendenza dal dollaro, internazionalizzare la propria valuta (lo yuan renminbi) e spingerne l’uso fra i Paesi coinvolti nella Nuova via della seta. La Cina ha stipulato anche accordi con alcuni Paesi, come la Turchia e il Pakistan, per commercializzare beni in yuan.

La decisione di accogliere le richieste della Russia di essere pagata in valute differenti dal dollaro e l’aggiramento del sistema Swift ha fortemente irritato gli Usa. Il vice consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Daleep Singh, ha dichiarato: “Non vorremmo vedere sistemi progettati per sostenere il rublo o minare il sistema finanziario basato sul dollaro o per aggirare le nostre sanzioni…ci sono conseguenze per i Paesi che lo fanno.”[xi] A esprimere preoccupazioni sulla tenuta del dollaro come valuta mondiale è stato anche il Fondo monetario internazionale: “l’esclusione dal sistema di messaggistica Swift potrebbe accelerare gli sforzi per sviluppare alternative. Ciò ridurrebbe i vantaggi in termini di efficienza derivanti dall’avere un unico sistema globale, e potrebbe potenzialmente ridurre il ruolo dominante del dollaro nei mercati finanziari e nei pagamenti internazionali[xii].

  1. La tendenza alla guerra

Il dollaro non è soltanto uno strumento di guerra per gli Usa, ma rappresenta l’architrave stessa della loro egemonia mondiale: col dollaro gli Usa finanziano il loro Stato e indirettamente tutta la loro economia. Senza il dollaro gli Usa non potrebbero sostenere il loro enorme doppio debito, quello pubblico e quello commerciale. Quando il dollaro divenne moneta mondiale gli Usa producevano la metà del prodotto interno mondiale e detenevano il 21,6% delle esportazioni mondiali (1948)[xiii]. Oggi, la Cina ha scalzato gli Usa dal loro primato economico. In questa fase storica, l’economia statunitense ha un carattere fortemente parassitario. Anche più di quanto non accadesse all’epoca dell’egemonia britannica. L’imperialismo britannico poteva basarsi sulle risorse estorte alle colonie, in particolare all’India, dalla quale fluiva il surplus commerciale verso il centro finanziario di Londra[xiv]. Tuttavia, la sterlina era basata su qualcosa di tangibile, cioè sull’oro. Oggi, il dollaro non ha dietro di sé nulla di concreto e di reale che non siano le Forze armate statunitensi.

Dal momento che hanno perso la loro egemonia economica, gli Usa fanno sempre più affidamento sull’influenza geopolitica, che deriva in gran parte dal fatto che gli Usa possono disporre di una forza militare senza confronti. La spesa militare degli Usa è pari a 778 miliardi di dollari, mentre quella del secondo paese in classifica, la Cina, è di 252 miliardi, e quella della Russia è di 61,7 miliardi[xv]. In totale, il budget militare dei primi 10 Paesi del Mondo equivale a malapena al budget Usa.

Si innesca, a questo punto, un circolo vizioso: gli Usa mantengono l’egemonia del dollaro grazie alla forza militare e mantengono la forza militare, finanziandosi grazie al dollaro. Quindi, se il dollaro perde forza a livello mondiale risulta più difficile per gli Usa mantenere la loro forza militare e se viene meno quest’ultima viene meno anche l’egemonia del dollaro. Insomma, se si rompe il “giocattolo” del dollaro, gli Usa rischiano una crisi radicale.

Il peggioramento dei rapporti di forza economici e la necessità di mantenere, nonostante questo declino, l’influenza geopolitica spingono gli Usa verso la tendenza alla guerra. Una guerra che alcune volte viene combattuta direttamente, come in Iraq, e a volte indirettamente, come in Ucraina. Nella guerra attualmente in corso il vero oggetto del contendere è l’influenza geopolitica degli Usa e, attraverso di essa, la capacità del dollaro di mantenersi moneta di scambio e di riserva mondiale.


Note

[i] Lawrence H. Summers, Reflection on the New Secular Stagnation Hypothesis, p.36. Il corsivo è mio.
[ii] Karl Marx, Il capitale, Newton Compton editori, Roma 1996, p. 1070.
[iii] Ibidem, p.1077.
[iv] Lenin, L’imperialismo. Fase suprema del capitalismo, Editori Riuniti, Roma 1974.
[v] Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo, Il Saggiatore, Milano 2003.
[vi] International monetary fund, World economic outlook (april 2022).
[vii] Unctad, data center.
[viii]International monetary fund, Database.
[ix] International Monetary fund, The Stealth erosion of dollar dominance.
[x] G, Di Donfrancesco, “L’Fmi: le sanzioni alla Russia minano l’egemonia del dollaro”, Il Sole24ore, 1 aprile 2022.
[xi] G. Di Donfrancesco, “Lavrov in India per offrire greggio ma Washington lancia l’allarme”, Il Sole24ore, 1 aprile 2022.
[xii] Ibidem.
[xiii] Unctad, data center.
[xiv] Marcello de Cecco, Moneta e impero. Economia e finanza tra 1890 e 1914, Donzelli editore, Roma 2016.
[xv] https://worldpopulationreview.com/country-rankings/military-spending-by-country.

Su virus, vaccini e loro uso militare e geopolitico. Il Prof. TRITTO bannato definitivamente da Youtube

Ancora su virus, vaccini e uso militare e geopolitico delle biotecnologie: Dopo le affermazioni di Jeffrey Sachs, che presiede la commissione Covid-19 della prestigiosa rivista medica The Lancet, secondo il quale il COVID-19 “è frutto di un errore della biotecnologia, non di un incidente di percorso naturale” e che i database dei virus, i campioni biologici, le sequenze dei virus, le comunicazioni e-mail e i quaderni di laboratorio potrebbero aiutare a far luce sull’origine della pandemia, ma finora nessuno di questi materiali è stato sottoposto a una “revisione indipendente, oggettiva e scientifica”, il Prof. Joseph Tritto, ha presentato insieme a numerosi altri scienziati un dossier al Tribunale Penale Internazionale dell’Aia chiedendo l’incriminazione di altrettanti dirigenti di istituzioni internazionali che sovrintendono alla sicurezza sanitaria per non aver controllato o chiuso numerosi laboratori in diversi paesi che lavorano al potenziamento delle funzioni dei virus ignorando i gravissimi rischi per l’umanità.

Il prof. Tritto, presidente esecutivo della World Academy of BioMedical Sciences and Technologies aveva pubblicato un libro nel 2020 in cui riepilogava le sue tesi, dal titolo CINA, COVID-19, LA CHIMERA CHE HA CAMBIATO IL MONDO; più recentemente, dalla fine dello scorso anno aveva rilasciato una serie di interessanti interviste al giornalista Franco Fracassi che erano state viste da molti utenti su Youtube.

Dopo la comunicazione della recentissima presentazione del dossier al Tribunale penale internazionale de l’Aia, Youtube ha cancellato tutti i video e interviste al Prof. Tritto. La tesi di fondo del Prof. Tritto è che l’origine del Covid-19, come anche del Monkeypox, il cosiddetto vaiolo delle scimmie è artificiale ed è il prodotto di un uso militare e geopolitico delle operazioni di potenziamento dei virus e produzione dei relativi vaccini.

Si tratterebbe, per dirlo più chiaramente, dello sviluppo dell’idea di “DETERRENZA BIOLOGICA” che si sarebbe sostituita negli ultimi anni, ad altre forme di deterrenza, come quella nucleare, che è sottoposta a controlli molto più ferrei approdati, nel corso dei decenni, ad importanti accordi internazionali.

In questo campo, invece, non sussistono adeguati controlli e il fatto che tali tecnologie siano realizzabili con costi relativamente bassi in numerosi laboratori di molti paesi, espone l’umanità a rischi fuori controllo.

Gli elementi portati a sostegno di questa tesi sono diversi e vengono puntualmente illustrati con riferimenti inquietanti nelle citate interviste bannate improvvisamente da Youtube. Restano però ancora disponibili sul sito WWW.OVAL.MEDIA.

L’approccio proposto da Tritto, come anche da Sachs, è tutt’altro che un approccio no-vax, per intenderci, ma piuttosto ripropone un problema centrale della ricerca scientifica quando essa è controllata dalle grandi compagnie private, in stretto rapporto con gli apparati militari e politici delle maggiori potenze.

D’altra parte, la tempistica e la dinamica di distribuzione dei vaccini, il conflitto tra vaccini americani, europei e quelli russi o cinesi, il green pass rilasciato alle persone solo se vaccinate con determinati sieri piuttosto che con altri, avevano fatto già emergere molti dubbi e aperto un universo di contraddizioni non riconducibili alla scienza, ma piuttosto alla geopolitica e alla guerra: una guerra combattuta senza armi che, alla fine, è destinata inesorabilmente a sfociare in guerra senza esclusione di colpi.

A questa situazione è indispensabile porre rapidamente un freno nelle sedi opportune, a partire dall’ONU. La “scoperta” del monkeypox è, secondo Tritto, un altro passaggio di questo confronto che prevede la proliferazione di altri virus letali, magari anche orientati etnicamente, e il controllo geopolitico dei vaccini: praticamente, la competizione tra potenze prevede la creazione di chimere e la produzione esclusiva dei relativi vaccini. In riferimento al monkeypox, già brevettato in USA nel 2004 e al successivo vaccino di riferimento, Tritto ci dice che per la prima volta, la Cina “ha risposto” rendendo noto di aver realizzato un proprio virus monkeypox molto più aggressivo lasciando supporre che dispone anche del relativo vaccino.

Armi di distruzione di massa che si inseriscono nella competizione per l’egemonia mondiale a spese delle popolazioni. Uno sviluppo terrificante della logica di genocidio.


Le interviste a Joseph Tritto che andrebbero ascoltate e diffuse:

LA GUERRA SENZA COMBATTERE (I° e II° Parte)

La comunicazione di Franco Fracassi della cancellazione delle interviste da Youtube:


Le altre interviste rilasciate da Tritto a fine 2021 e nei mesi scorsi:

I PADRONI DEL GENOMA:

CHIMERE EMERGENTI:

DAL COVID AL MONKEYPOX:


Joseph Tritto è medico e ricercatore italiano, da anni lavora all’estero principalmente a Parigi, Londra e New York.

Professore di Microchirurgia and Microtecnologie all’Aston University di Birmingham, e in Micro e Nano Tecnologie, presso la BIB, Brunel University, di Londra.

Direttore di Nano Medicina, all’Amity University di New Delhi, India, Vice Primario alla Kamineni Institute of Medical Sciences, Hyderabad, India.

Presidente della World Academy of Biomedical Sciences and Technologies – WABT academia sotto l’egida dell’ INSULA/UNESCO). Presidente dell’ICET/International Council for Engineering and Technologies. Presidente WABIT – World Association of Bio Info Technologies. Presidente BioMiNT (WABT) – Micro and NanoTechnologies in BioMedicine.

FONTE: Su virus, vaccini e loro uso militare e geopolitico. Il Prof. TRITTO bannato definitivamente da Youtube

L’Ucraina è un trojan per la dipendenza della Germania (e Europa) dagli Stati Uniti

Intervista a Michael Hudson

Il mondo viene diviso in due parti. Il conflitto non è solo nazionale, Occidente contro Oriente, ma è un conflitto di sistemi economici: capitalismo finanziario predatorio contro socialismo industriale che mira all’autosufficienza per l’Eurasia e l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO). I paesi non allineati non sono stati in grado di “fare da soli” negli anni ’70 perché mancavano di una massa critica per produrre il proprio cibo, energia e materie prime. Ma ora che gli Stati Uniti hanno deindustrializzato la propria economia ed esternalizzato la produzione in Asia, questi paesi hanno la possibilità di non rimanere dipendenti dalla diplomazia del dollaro USA

* * * *

Prof. Hudson, il tuo nuovo libro “The Destiny of Civilization” è uscito ora. Questa serie di conferenze sul capitalismo finanziario e la Nuova Guerra Fredda presenta una panoramica unica della tua prospettiva geopolitica.
 Parli di un conflitto ideologico e materiale in corso tra paesi finanziarizzati e deindustrializzati come gli Stati Uniti contro le economie miste di Cina e Russia. Di cosa tratta questo conflitto e perché il mondo in questo momento si trova a un “punto di frattura” unico come afferma il tuo libro?

M. Hudson. L’odierna frattura globale sta dividendo il mondo tra due diverse filosofie economiche: negli Stati Uniti/NATO occidentali, il capitalismo finanziario sta deindustrializzando le economie e ha spostato la produzione alla leadership eurasiatica, soprattutto Cina, India e altri paesi asiatici insieme alla Russia fornendo materie prime e armi.

Questi paesi sono un’estensione fondamentale del capitalismo industriale che si evolve nel socialismo, cioè in un’economia mista con forti investimenti in infrastrutture governative per fornire istruzione, assistenza sanitaria, trasporti e altri bisogni di base trattandoli come servizi pubblici con servizi sovvenzionati o gratuiti per queste necessità. Nell’Occidente neoliberista USA/NATO, al contrario, questa infrastruttura di base viene privatizzata come monopolio naturale per l’estrazione di rendite. Il risultato è che l’Occidente USA/NATO resta un’economia ad alto costo, con le sue spese per l’alloggio, l’istruzione e le cure mediche sempre più finanziate con debiti, lasciando sempre meno reddito personale e aziendale da investire in nuovi mezzi di produzione (formazione di capitale) . Ciò pone un problema esistenziale per il capitalismo finanziario occidentale: come può mantenere il tenore di vita di fronte alla deindustrializzazione, alla deflazione del debito e alla ricerca di una rendita finanziarizzata che impoverisce il 99% per arricchire l’uno per cento?

Il primo obiettivo degli Stati Uniti è dissuadere l’Europa e il Giappone dal cercare un futuro più prospero in legami commerciali e di investimento più stretti con l’Eurasia e l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO, un modo più utile di pensare alla frattura globale dei BRICS). Per mantenere l’Europa e il Giappone come economie satellite, i diplomatici statunitensi insistono su un nuovo muro economico di sanzioni di Berlino per bloccare il commercio tra Est e Ovest.

Per molti decenni la diplomazia statunitense si è immischiata nella politica interna europea e giapponese, sponsorizzando funzionari filo-neoliberisti alla guida del governo. Questi funzionari sentono che il loro destino (e anche le loro fortune politiche personali) è strettamente alleato con la leadership statunitense. Nel frattempo, la politica europea è ora diventata sostanzialmente una politica della NATO gestita dagli Stati Uniti.

Il problema è come mantenere il Sud del mondo – America Latina, Africa e molti paesi asiatici – nell’orbita USA/NATO. Le sanzioni contro la Russia hanno l’effetto di danneggiare la bilancia commerciale di questi paesi aumentando drasticamente i prezzi di petrolio, gas e generi alimentari (oltre ai prezzi di molti metalli) che devono importare. Nel frattempo, l’aumento dei tassi di interesse statunitensi sta attirando risparmi finanziari e credito bancario in titoli denominati in dollari USA.

Ciò ha aumentato il tasso di cambio del dollaro, rendendo molto più difficile per i paesi SCO e del Sud del mondo pagare il servizio del debito in dollari in scadenza quest’anno.
Ciò costringe questi paesi a scegliere: o rinunciare a energia e cibo per pagare i creditori esteri – mettendo così gli interessi finanziari internazionali prima della loro sopravvivenza economica interna – o inadempiere ai loro debiti, come accadde negli anni ’80 dopo che il Messico annunciò nel 1982 di non poteva pagare obbligazionisti stranieri.

Come vede la guerra/operazione militare speciale in corso in Ucraina? Quali conseguenze economiche prevede?

La Russia si è assicurata l’Ucraina orientale di lingua russa e la sua costa meridionale del Mar Nero. La NATO continuerà a “colpire l’orso” con sabotaggi e nuovi attacchi in corso, in particolare da parte di combattenti polacchi.

I paesi della NATO hanno scaricato le loro armi vecchie e obsolete in Ucraina e ora devono spendere ingenti somme per modernizzare il loro equipaggiamento militare. Il deflusso dei pagamenti al complesso militare-industriale degli Stati Uniti eserciterà pressioni al ribasso sull’euro e sulla sterlina britannica, il tutto in aggiunta al loro crescente deficit energetico e alimentare. Quindi l’euro e la sterlina si stanno dirigendo verso la parità con il dollaro USA. L’euro è quasi arrivato ora (circa $ 1,07). Ciò significa un forte aumento dell’inflazione dei prezzi per l’Europa.

Ho letto e sentito informazioni contrastanti sulle nuove sanzioni. Alcuni esperti in Oriente e in Occidente ritengono che ciò danneggerà enormemente l’economia nazionale della Federazione Russa. Altri esperti tendono a credere che ciò si ritorcerà contro o avrà davvero un enorme effetto boomerang sui paesi occidentali.

La politica prevalente degli Stati Uniti è combattere contro la Cina, sperando di rompere le regioni degli uiguri occidentali e dividere la Cina in stati più piccoli. Per fare ciò, è necessario spezzare il supporto militare russo e delle materie prime alla Cina e, a tempo debito, suddividerlo in una serie di stati più piccoli (le grandi città occidentali, la Siberia settentrionale, un fianco meridionale, ecc.) .

Le sanzioni sono state imposte nella speranza di rendere le condizioni di vita così sgradevoli per i russi che avrebbero fatto pressioni per un cambio di regime. L’attacco della NATO in Ucraina è stato progettato per prosciugare la Russia militarmente, facendo in modo che i corpi degli ucraini esauriscano la scorta russa di proiettili e bombe dando la vita semplicemente per assorbire le armi russe.

L’effetto è stato quello di aumentare il sostegno del popolo russo a Putin, esattamente l’opposto di quanto previsto. C’è una crescente disillusione nei confronti dell’Occidente, dopo aver visto cosa hanno fatto gli Harvard Boys alla Russia quando gli Stati Uniti hanno appoggiato Eltsin per creare una classe cleptocratica domestica che ha cercato di “incassare” le sue privatizzazioni vendendo azioni di petrolio, nichel e servizi pubblici a l’Occidente, e poi spronando gli attacchi militari dalla Georgia e dalla Cecenia. C’è un accordo generale sul fatto che la Russia stia compiendo una svolta a lungo termine verso est invece che verso ovest.

Quindi l’effetto delle sanzioni statunitensi e dell’opposizione militare alla Russia è stato quello di imporre una cortina di ferro politica ed economica che blocca l’Europa alla dipendenza dagli Stati Uniti, mentre spinge la Russia verso la Cina invece di separarle. Nel frattempo, il costo delle sanzioni europee contro il petrolio e il cibo russi, a grande vantaggio dei fornitori di gas GNL e degli esportatori agricoli statunitensi, minaccia di creare un’opposizione europea a lungo termine alla strategia globale unipolare degli Stati Uniti. È probabile che si sviluppi un nuovo movimento “Ami go home”.

Ma per l’Europa il danno è già stato fatto, e né la Russia né la Cina dovrebbero credere che i funzionari del governo europeo possano resistere alla corruzione e alle pressioni personali provocate dall’interferenza degli Stati Uniti.

Qui in Germania ascolto il nuovo ministro dell’Economia, Robert Habeck dei Verdi, che parla di attivare il “gas di emergenza” federale e chiede risorse agli Emirati (questo “accordo” sembra già fallito). Vediamo la fine del North Stream II e l’enorme dipendenza di Berlino e Bruxelles dalle risorse russe. Come si riassumerà tutto questo?

In effetti, i funzionari statunitensi hanno chiesto alla Germania di suicidarsi economicamente e di provocare una depressione, prezzi al consumo più alti e standard di vita più bassi. Le aziende chimiche tedesche hanno già iniziato a chiudere la loro produzione di fertilizzanti, vista l’accettazione da parte della Germania delle sanzioni finanziarie che le impediscono di acquistare gas russo (la materia prima per la maggior parte dei fertilizzanti). E le case automobilistiche tedesche stanno soffrendo per i tagli all’offerta.

Queste carenze economiche europee sono un enorme vantaggio per gli Stati Uniti, che stanno realizzando enormi profitti sul petrolio più costoso (che è controllato in gran parte da società statunitensi, seguite da compagnie petrolifere britanniche e francesi). Il rifornimento di armi da parte dell’Europa che ha donato all’Ucraina è anche un vantaggio per il complesso militare-industriale degli Stati Uniti, i cui profitti sono alle stelle.

Ma gli Stati Uniti non stanno riciclando questi guadagni economici per l’Europa, che sembra il grande perdente.

I produttori arabi di petrolio hanno già respinto le richieste degli Stati Uniti di addebitare meno per il loro petrolio. Sembrano essere guadagni inaspettati dall’attacco della NATO sul campo di battaglia per procura dell’Ucraina.

Sembra improbabile che la Germania possa semplicemente restituire alla Russia il Nord Stream 2 e le affiliate di Gazprom che hanno condotto scambi commerciali con la Germania. La fiducia è stata infranta. E la Russia ha paura di accettare pagamenti dalle banche europee a causa del furto di 300 miliardi di dollari delle sue riserve estere. L’Europa non è più economicamente sicura per la Russia.

La domanda è quando la Russia smetterà semplicemente di rifornire l’Europa.

Sembra che l’Europa stia diventando un’appendice dell’economia statunitense, sopportando in effetti l’onere fiscale della Guerra Fredda 2.0 americana, senza alcuna rappresentanza politica negli Stati Uniti. La soluzione logica è che l’Europa si unisca politicamente agli Stati Uniti, rinunciando ai suoi governi ma almeno portando alcuni europei al Senato e alla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti.

Quale ruolo giocano la a) Nuova Guerra Fredda e b) il capitalismo finanziario neoliberista nell’attuale guerra tra Russia e Ucraina? Secondo la tua recente ricerca.

La guerra USA/NATO in Ucraina è la prima battaglia di quello che sembra un tentativo ventennale di isolare l’area del dollaro occidentale dall’Eurasia e dal sud del mondo. I politici statunitensi promettono di continuare la guerra in Ucraina a tempo indeterminato, sperando che questo possa diventare il “nuovo Afghanistan” della Russia. Ma questa tattica ora sembra che possa minacciare di essere l’Afghanistan dell’America. È una guerra per procura, il cui effetto è quello di bloccare la dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti e con l’euro come valuta satellite del dollaro.

La diplomazia statunitense ha cercato di disabilitare la Russia in tre modi principali. In primo luogo, isolandola finanziariamente bloccandola dal sistema di compensazione bancaria SWIFT. La Russia ha risposto passando senza intoppi al sistema di compensazione bancaria cinese. La seconda tattica consisteva nel sequestrare i depositi russi nelle banche statunitensi e le disponibilità di titoli finanziari statunitensi. La Russia ha risposto raccogliendo gli investimenti statunitensi ed europei in Russia a buon mercato mentre l’Occidente li ha scaricati. La terza tattica era impedire ai membri della NATO di commerciare con la Russia. L’effetto è stato che le importazioni russe dall’Occidente sono diminuite, mentre le sue esportazioni di petrolio, gas e cibo sono in aumento. Ciò ha alzato il tasso di cambio del rublo invece di danneggiarlo. E poiché le sanzioni bloccano le importazioni russe dall’Occidente, il presidente Putin ha annunciato che il suo governo investirà molto nella sostituzione delle importazioni. L’effetto sarà una perdita permanente dei mercati russi per i fornitori e gli esportatori europei.

Nel frattempo, le tariffe Trump contro le esportazioni europee verso gli Stati Uniti rimangono in vigore, lasciando all’industria europea opportunità commerciali in diminuzione. La Banca Centrale Europea potrebbe continuare ad acquistare azioni e obbligazioni europee per proteggere la ricchezza dell’1%, ma semmai taglierà la spesa sociale interna per rispettare il limite del 3% di deficit di bilancio che l’Eurozona si è imposta.
Nel medio e lungo periodo, quindi, le sanzioni USA/NATO sono rivolte principalmente all’Europa. E gli europei non sembrano nemmeno rendersi conto di essere le prime vittime di questa nuova guerra economica degli Stati Uniti per il predominio egoistico di energia, cibo e finanza.

In Germania il progetto Nord Stream II è ancora un grosso problema politico. Nel tuo recente articolo online “Il dollaro divora l’euro” hai scritto: “Ora è chiaro che l’odierna escalation della Nuova Guerra Fredda era pianificata più di un anno fa. Il piano americano di bloccare il Nord Stream 2 faceva davvero parte della sua strategia per impedire all’Europa occidentale (“NATO”) di cercare prosperità attraverso scambi e investimenti reciproci con Cina e Russia”. Potresti spiegarlo ai nostri lettori?

Ciò che definisci “blocco del Nord Stream 2” è in realtà una politica Buy-American. Gli Stati Uniti hanno convinto l’Europa a non acquistare gas al prezzo più basso, ma a pagare fino a sette volte di più per il suo gas dai fornitori statunitensi di GNL e a spendere 5 miliardi di dollari per espandere la capacità portuale, che non sarà nemmeno disponibile subito ma nei prossimi anni.

Ciò minaccia un interregno molto scomodo per la Germania e altri paesi europei che seguono i dettami degli Stati Uniti. Fondamentalmente, i parlamenti nazionali sono ora sottomessi alla NATO, le cui politiche sono gestite da Washington.

Un prezzo che l’Europa pagherà, come notato sopra, è il calo del tasso di cambio rispetto al dollaro USA. È probabile che gli investitori europei trasferiscano i loro risparmi e investimenti dall’Europa agli Stati Uniti per massimizzare i loro guadagni in conto capitale ed evitare semplicemente cali di prezzo per le loro azioni e obbligazioni misurate in dollari.

Prof. Hudson, diamo un’occhiata agli ulteriori sviluppi in Germania. A maggio il parlamento tedesco – Bundestag – ha approvato un nuovo disegno di legge: i legislatori tedeschi hanno approvato un possibile esproprio delle società energetiche. Ciò potrebbe consentire al governo di Berlino di mettere le società energetiche sotto amministrazione fiduciaria se non possono più svolgere i loro compiti e se la sicurezza dell’approvvigionamento è a rischio. Secondo REUTERS, la legge rinnovata – che deve ancora passare alla camera alta del parlamento – potrebbe essere applicata per la prima volta se non si trova una soluzione sulla proprietà della raffineria di petrolio PCK Refinery a Schwedt/Oder (Germania dell’Est), che ha come azionista di maggioranza la Rosneft, di proprietà statale russa.

Sembra che l’Europa e l’America confischeranno gli investimenti russi nei loro paesi e venderanno (o faranno confiscare alla Russia) gli investimenti dei paesi NATO in Russia. Ciò significa uno svincolo dell’economia russa dall’Occidente e un legame più stretto con la Cina, che sembra la prossima economia ad essere sanzionata dalla NATO poiché diventa un’Organizzazione del Trattato del Pacifico orientale che coinvolge l’Europa in questo confronto nel Mar Cinese.

Sarei sorpreso se la Russia riprendesse a vendere petrolio e gas all’Europa senza essere rimborsata per ciò che l’Europa (e anche gli Stati Uniti) ha sequestrato. Questa richiesta aiuterebbe a esercitare pressioni europee sugli Stati Uniti affinché restituiscano i 300 miliardi di dollari di riserve estere che hanno sequestrato.

Ma anche dopo un simile accordo di restituzione e riparazione, sembra improbabile che il commercio riprenda. Si è verificato un cambiamento di fase, un cambiamento nella consapevolezza di come il mondo si stia dividendo sotto gli attacchi diplomatici degli Stati Uniti contro alleati e avversari allo stesso modo.

La mia domanda sarebbe: il socialismo è un argomento importante nel tuo nuovo libro. Qual è la tua opinione su quelle misure “socialiste” prese ora da un paese capitalista come la Germania?

Un secolo fa, ci si aspettava che la “fase finale” del capitalismo industriale fosse il socialismo. C’erano molti diversi tipi di socialismo: socialismo di stato, socialismo marxista, socialismo cristiano, socialismo anarchico, socialismo libertario. Ma ciò che accadde dopo la prima guerra mondiale fu l’antitesi del socialismo. Era il capitalismo finanziario e un capitalismo finanziario militarizzato.

Il denominatore comune di tutti i movimenti socialisti, da destra a sinistra dello spettro politico, era una maggiore spesa per le infrastrutture del governo. La transizione al socialismo è stata guidata (negli Stati Uniti e in Germania) dallo stesso capitalismo industriale, che cercava di ridurre al minimo il costo della vita (e quindi il salario di sussistenza di base) e il costo delle attività economiche mediante investimenti del governo in infrastrutture di base, i cui servizi dovevano essere forniti gratuitamente, o almeno a prezzi agevolati.

Tale obiettivo eviterebbe che i servizi di base diventino opportunità di affitto monopolistico. L’antitesi era la dottrina Thatcher-neoliberista della privatizzazione. I governi hanno consegnato servizi di pubblica utilità a investitori privati. Le società sono state acquistate a credito, aggiungendo interessi e altri oneri finanziari ai profitti e pagamenti alla direzione. Il risultato è stato quello di trasformare l’Europa e l’America neoliberali in economie ad alto costo incapaci di competere nei prezzi di produzione con paesi che perseguono politiche socialiste invece del neoliberismo finanziarizzato.

Questa opposizione nei sistemi economici è la chiave per comprendere la frattura globale del mondo di oggi.

In questo momento sono al centro dell’attenzione soprattutto petrolio e gas russi. Mosca richiede pagamenti solo in rublo e sta ampliando il proprio campo di acquirenti riempiendolo di Cina, India o Arabia Saudita. Ma sembra che gli acquirenti occidentali possano ancora pagare in Euro o Dollaro USA. Qual è la tua opinione su questa guerra in corso sulle risorse? Il Rublo sembra essere un vincitore.

Il rublo è certamente in aumento. Ma questo non rende la Russia un “vincitore” se la sua economia viene sconvolta dalle sanzioni che bloccano le proprie importazioni necessarie per il corretto funzionamento delle sue catene di approvvigionamento.

La Russia finirà per vincere se riuscirà a organizzare un programma di sostituzione delle importazioni industriali e a ricreare infrastrutture pubbliche per sostituire ciò che è stato privatizzato sotto la direzione degli Stati Uniti dagli Harvard Boys negli anni ’90.

Vediamo la fine del petrodollaro e l’ascesa di una nuova architettura finanziaria in Oriente accompagnata da un rafforzamento dei BRICS e dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO)?

Ci saranno ancora petrodollari, ma anche una varietà di blocchi dell’area valutaria mentre il mondo de-dollarizza i suoi accordi internazionali di commercio e investimento. Alla fine di maggio, il ministro degli Esteri Lavrov ha affermato che l’Arabia Saudita e l’Argentina vogliono unirsi ai BRICS. Come ha recentemente osservato Pepe Escobar, BRICS+ potrebbe espandersi per includere il MERCOSUR e la Comunità di sviluppo sudafricana (SADC).

Questi accordi probabilmente richiederanno un’alternativa non statunitense al FMI per creare credito e fornire un veicolo per le riserve ufficiali in valuta estera per i paesi non NATO. Il FMI sopravviverà ancora per imporre l’austerità ai paesi satelliti degli Stati Uniti, sovvenzionando la fuga di capitali dai paesi del Sud del mondo e creando DSP per finanziare le spese militari statunitensi all’estero.

L’estate 2022 sarà un banco di prova poiché i paesi del Sud del mondo subiranno una crisi della bilancia dei pagamenti a causa dell’aumento del deficit petrolifero e alimentare insieme ai maggiori costi in valuta nazionale per sostenere i loro debiti in dollari esteri. Il FMI potrebbe offrire loro nuovi DSP per pagare gli obbligazionisti in dollari USA per mantenere viva l’illusione della solvibilità. Ma i paesi SCO possono offrire petrolio e cibo – i paesi IF danno garanzie di ripagare il credito ripudiando i loro debiti in dollari con l’Occidente.

Questa diplomazia finanziaria promette di introdurre “tempi interessanti”.

Nella tua recente intervista a Michael Welch ( “Crisi accidentale?” ) fai un’analisi specifica sull’attualità della guerra Ucraina/Russia: “La guerra non è contro la Russia. La guerra non è contro l’Ucraina. La guerra è contro l’Europa e la Germania”. Potresti per favore approfondire?

Come ho spiegato sopra, le sanzioni commerciali e finanziarie degli Stati Uniti stanno bloccando in Germania la dipendenza dalle esportazioni statunitensi di GNL e dall’acquisto di armi militari statunitensi per potenziare la NATO nell’autorità di governo europea de facto.

L’effetto è quello di distruggere ogni speranza europea di guadagni reciproci di scambi e investimenti con la Russia. Si sta trasformando nel partner junior (molto junior) nelle sue nuove relazioni commerciali e di investimento con gli Stati Uniti sempre più protezionisti e nazionalisti.

Il vero problema per gli Stati Uniti sembra essere questo: “L’unico modo per mantenere la prosperità se non puoi crearla in casa è ottenerla dall’estero”. Qual è la strategia di Washington?

Il mio libro Super Imperialismo ha spiegato come, negli ultimi 50 anni, da quando gli Stati Uniti hanno abbandonato l’oro nell’agosto 1971, lo standard del Treasury Bill ha dato agli Stati Uniti un passaggio gratuito a spese estere. Le banche centrali estere hanno riciclato il loro afflusso di dollari derivante dal disavanzo della bilancia dei pagamenti statunitense in prestiti al Tesoro statunitense, ovvero per acquistare titoli del Tesoro USA per detenere i propri risparmi. Questo accordo ha consentito agli Stati Uniti di intraprendere spese militari straniere per le sue quasi 800 basi militari intorno all’Eurasia senza dover svalutare il dollaro o tassare i propri cittadini. Il costo è stato sostenuto dai paesi le cui banche centrali hanno accumulato prestiti in dollari al Tesoro degli Stati Uniti.

Ma ora che è diventato pericoloso per i paesi detenere depositi bancari statunitensi o titoli di stato o investimenti denominati in dollari se “minacciano” di difendere i propri interessi economici o se le loro politiche divergono da quelle dettate dai diplomatici statunitensi, come può l’America continuare a fare “un giro” gratis?

In effetti, come può importare materiali di base dalla Russia per riempire parti della sua catena di approvvigionamento industriale ed economica che è stata scomposta dalle sanzioni?

Questa è la sfida per la politica estera degli Stati Uniti. In un modo o nell’altro, mira a tassare l’Europa e trasformare altri paesi in satelliti economici. Lo sfruttamento potrebbe non essere così palese come l’accaparramento da parte degli Stati Uniti delle riserve ufficiali venezuelane, afghane e russe. È probabile che implichi la riduzione dell’autosufficienza straniera per costringere altri paesi alla dipendenza economica dagli Stati Uniti, in modo che gli Stati Uniti possano minacciare questi paesi con sanzioni dirompenti se cercano di porre i propri interessi nazionali su ciò che i diplomatici statunitensi vogliono che facciano .

In che modo tutto ciò influenzerà la bilancia dei pagamenti dell’Europa occidentale (Germania / Francia / Italia) e quindi il tasso di cambio dell’euro rispetto al dollaro? E perché pensi che l’Unione Europea sia sulla buona strada per diventare il nuovo “Panama, Porto Rico e Liberia”?

L’euro è già una valuta satellite degli Stati Uniti. I suoi paesi membri non possono gestire deficit di bilancio interno per far fronte alla prossima depressione inflazionistica derivante dalle sanzioni sponsorizzate dagli Stati Uniti e dalla conseguente frattura globale.

La chiave si sta rivelando una dipendenza militare. Questa è la “condivisione dei costi” per la Guerra Fredda 2.0 sponsorizzata dagli Stati Uniti. Questa condivisione dei costi è ciò che ha portato i diplomatici statunitensi a rendersi conto che devono controllare la politica interna europea per impedire alle popolazioni e alle imprese di agire nel proprio interesse. La loro stretta economica è un “danno collaterale” alla Nuova Guerra Fredda di oggi.

Un filosofo svizzero ha scritto un saggio critico a metà marzo per il quotidiano socialista tedesco “Neues Deutschland”, ex testata giornalistica del governo della RDT. La signora Tove Soiland ha criticato la sinistra internazionale per i comportamenti attuali riguardo alla crisi ucraina e alla gestione del covid. La sinistra, dice, è troppo pro-governo/stato autoritario – e quindi copia i metodi dei tradizionali partiti di destra. Condividi questo punto di vista? O è troppo duro?

Come risponderesti a questa domanda , esp. per quanto riguarda la tesi del tuo nuovo libro: “… la via alternativa è in larga misura il capitalismo industriale a economia mista che porta al socialismo…”.

Il Dipartimento di Stato e il “potente Wurlitzer” della CIA si sono concentrati sull’acquisizione del controllo dei partiti socialdemocratici e laburisti europei, anticipando che la grande minaccia per il capitalismo finanziario incentrato sugli Stati Uniti sarà il socialismo. Ciò ha incluso le parti “verdi”, al punto che la loro pretesa di opporsi al riscaldamento globale si è rivelata ipocrita alla luce della vasta impronta di carbonio e dell’inquinamento della guerra militare della NATO in Ucraina e delle relative esercitazioni aeree e navali. Non puoi essere favorevole all’ambiente e alla guerra allo stesso tempo!

Ciò ha lasciato i partiti nazionalisti di destra meno influenzati dalle ingerenze politiche statunitensi. È da lì che viene l’opposizione alla NATO, come in Francia e in Ungheria.

E negli stessi Stati Uniti, gli unici voti contrari al nuovo contributo di 30 miliardi di dollari alla spesa militare contro la Russia sono arrivati ​​dai repubblicani. L’intera “squadra” del Partito Democratico di “sinistra” ha votato per la spesa bellica.

I partiti socialdemocratici sono fondamentalmente partiti borghesi i cui sostenitori sperano di salire nella classe rentier, o almeno di diventare investitori azionari e obbligazionari in miniatura. Il risultato è che il neoliberismo è stato guidato da Tony Blair in Gran Bretagna e dai suoi omologhi in altri paesi. Discuto di questo allineamento politico in The Destiny of Civilization.

I propagandisti statunitensi chiamano “autocratici” i governi che mantengono i monopoli naturali come servizi di pubblica utilità. Essere “democratici” significa lasciare che le aziende statunitensi abbiano il controllo di queste vette, essendo “libere” dalla regolamentazione del governo e dalla tassazione del capitale finanziario. Quindi “sinistra” e “destra”, “democrazia” e “autocrazia” sono diventati un vocabolario orwelliano sponsorizzato dall’oligarchia americana (che eufemizza come “democrazia”).

La guerra in Ucraina potrebbe essere un punto di riferimento per mostrare una nuova mappa geopolitica nel mondo? O il neoliberista Nuovo Ordine Mondiale è in ascesa? Come lo vedi?

Come ho risposto alla tua prima domanda, il mondo viene diviso in due parti. Il conflitto non è solo nazionale dell’Occidente contro l’Oriente, ma è un conflitto di sistemi economici: capitalismo finanziario predatorio contro il socialismo industriale che mira all’autosufficienza per l’Eurasia e la SCO.

I paesi non allineati non sono stati in grado di “fare da soli” negli anni ’70 perché mancavano di una massa critica per produrre il proprio cibo, energia e materie prime. Ma ora che gli Stati Uniti hanno deindustrializzato la propria economia e esternalizzato la produzione in Asia, questi paesi hanno la possibilità di non rimanere dipendenti dalla diplomazia del dollaro USA.

FONTE: https://www.acro-polis.it/2022/07/09/lucraina-e-un-trojan-per-la-dipendenza-della-germania-dagli-stati-uniti/

su Michael Hudson: https://www.acro-polis.it/author/michael-hudson/

GUERRA IN UCRAINA E NUOVO ORDINE MONDIALE: Gli effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali (III° Parte)

GUERRA IN UCRAINA E NUOVO ORDINE MONDIALE

Gli effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali

Terza parte atti del seminario

(QUI la prima e la seconda parte degli atti già pubblicati)

di Raffaele Picarelli

Inflazione, alti tassi, recessione

Il 31 maggio scorso i dati preliminari di Eurostat hanno mostrato che l’indice dei prezzi al consumo nell’Eurozona è salito all’ 8,1% su base annua, dal 7,4% di aprile, ben al di sopra del “consenso” degli analisti che era di un aumento del 7,7%.

In Germania l’inflazione a maggio ha toccato il 7,9% anno su anno come ai tempi della crisi petrolifera del 1973, in Spagna ha registrato un aumento dell’8,7%.

In Italia, dopo il lieve rallentamento di aprile, l’inflazione è tornata ad accelerare in maggio, portandosi al 6,9% anno su anno, un livello che non si registrava dal 1986.

In USA in aprile l’inflazione era all’8,3%. In maggio è cresciuta all’8,6%, nuovo massimo dal dicembre del 1981. Biden: “I nuovi dati dimostrano il perché l’inflazione è la mia priorità […]. I rialzi dei prezzi causati da Vladimir Putin hanno colpito duramente in maggio […]. Faremo il possibile per ridurre i prezzi.” (“Il Sole – 24 Ore” dell’11 giugno). Non c’è limite alla menzogna e alla spudoratezza! Le cause dell’inflazione sono varie e, si è detto, anteriori all’attuale conflitto in Ucraina, anche se la guerra, in alcuni casi, ha funzionato da acceleratore: prezzi energetici, rottura delle catene di approvvigionamento di materie prime, semilavorati e merci, “rarità” di alcune materie prime.

“Bisogna dare uno sguardo ai cambiamenti in atto. Il primo riguarda la globalizzazione: […] dopo aver […] guidato il mondo dagli anni ’80, si sta bruscamente invertendo. Ormai la maggior parte delle aziende ha capito che tenere catene globali delle forniture troppo lunghe rappresenta un rischio. Basta una pandemia, un porto chiuso o un conflitto che non arriva più nulla. Tanti stanno dunque accorciando le catene. O intendono farlo. Questo terrà alta l’inflazione. Stesso discorso per le materie prime: improvvisamente ci si accorge quanto siano scarse e dislocate nelle parti più instabili […]. Il 44% del palladio globale arriva dalla Russia. Idem per oltre il 16-17% del gas naturale e dei fertilizzanti. Scarsità, in economia, significa rincari. Prezzi alti. Insomma: inflazione […]. L’inflazione è diventata strutturale.” (M. Longo ne “Il Sole – 24 Ore” del 13 giugno). E ancora: “Per anni le aziende hanno aumentato i margini pur in un’economia stagnante, perché potevano tagliare i costi. Riuscivano a farlo perché potevano allungare le “supply chain” e sfruttare la manodopera dove il costo del lavoro era basso, oppure perché potevano usare materie prime anche di scarsa sostenibilità ambientale da qualche parte del mondo. Nessuno lo sapeva.” (R. Almeida di Mfs Investment Management, ibidem).

Ora tutto questo (sfruttamento selvaggio del lavoro, devastazione ambientale ecc) è più difficile. Allora “i costi salgono. E l’accorciamento delle catene globali fa il resto.” E “la domanda è: chi pagherà questi maggiori costi industriali? Le aziende riducendo i margini oppure i consumatori con prezzi più alti?” (Ibidem).

Un’analisi dell’ufficio studi di Intesa Sanpaolo (risalente a fine marzo) dimostra che oggi, in Europa, il balzo dei prezzi è in gran parte causato dall’energia. Prendendo come punto di partenza il maggio 2018, quando l’indice dei prezzi in Eurozona raggiunse l’obiettivo della BCE del 2%, Intesa Sanpaolo ha calcolato da cosa “è stata causata l’extra inflazione di oggi [fine marzo]. Si tratta di 3,9 punti percentuali in più [ora l’inflazione ufficiale è ancora più alta di almeno un punto]. Due terzi sono dovuti proprio alla componente energetica. E un’altra fetta importante (0,8 punti su 3,9) va cercata nel settore alimentare, anch’esso in gran parte gravato dai maggiori costi dell’energia e dei fertilizzanti. Insomma: senza il petrolio e il gas alle stelle, in Eurozona l’inflazione sarebbe ben più bassa.” (M. Longo, “Il Sole – 24 Ore” del 31 marzo).

Diversa la situazione in USA dove la componente energia ha causato solo un terzo del rincaro, mentre la parte più pesante è costituita dai rincari da domanda per consumi.

Di alcuni fattori che rendono strutturale il carovita abbiamo già trattato. La deglobalizzazione, è utile ribadirlo, è uno di questi. Il rischio di filiere produttive lunghe e globali concerne settori sensibili come i semiconduttori, l’energia, i prodotti farmaceutici, ed è opinione diffusa che. principalmente in questi settori, avverrà un rimpatrio delle produzioni (reshoring). E questo farà salire i prezzi. Altro fenomeno inflattivo è la transizione energetica: almeno per un certo lasso di tempo la transizione produce un aumento dei prezzi.

Giordano Lombardo della casa d’investimento Plenisfer, in un’intervista del 7 aprile scorso al giornale confindustriale dichiarava: “In un mondo che va verso una nuova divisione in blocchi è inevitabile che aumenti il potere geopolitico e negoziale di Paesi non allineati con il blocco occidentale ma fondamentali per l’approvvigionamento di materie prime. [E quindi aumentino i prezzi]”. In una realtà fatta “di blocchi antagonisti, uno guidato dalla Cina [e dalla Russia] e uno dall’Occidente, le supply chain (le catene di approvvigionamento) si devono accorciare. Ma […] questo farà salire l’inflazione”. Per il fattore inflattivo rappresentato dalla transizione energetica, il problema è che “da anni è in corso un deciso calo degli investimenti in tutti i combustibili fossili. Peccato che oggi proprio questi combustibili rappresentino ancora l’80% del fabbisogno energetico globale. Si stima che per soddisfarlo con altre fonti, bisognerebbe moltiplicare per tre l’energia nucleare esistente oggi, oppure per cinque quella solare, oppure per 10 quella eolica. Nel breve periodo è impossibile che queste fonti rinnovabili riescano a soddisfare le necessità”(Ibidem).

Allora, dato che in Europa l’inflazione non è da consumi ma quasi interamente causata da rincari eccezionali delle materie prime (accelerati, talora, dal conflitto in corso), si tratta di un’inflazione da costi, un’ “inflazione importata”. Essa riduce gli investimenti perché non sempre si è in grado di trasferire in tutto, ma anche in parte, l’aumento dei costi (prezzi di produzione) sul prezzo finale dei beni e dei servizi. E se questo avviene, l’inflazione riduce il potere d’acquisto dei ceti deboli, dei lavoratori a reddito fisso, dei pensionati, dei piccoli risparmiatori.

Scrive Luca Mezzomo, economista di Intesa Sanpaolo: “Quando l’inflazione dipende dal rincaro dell’energia e delle materie prime, si distruggono i consumi”. Inoltre, le politiche delle banche centrali sono poco efficaci quando l’inflazione è causata da energia e materie prime: per quanto alzino i tassi, i prezzi di petrolio e gas restano elevati. L’unica cosa che possono fare è causare una “devastante” recessione: diminuendo drasticamente i consumi, crolla la domanda di energia e materie prime e quindi, piano piano, anche i prezzi calano. Tutto questo processo, con conseguente aumento dei tassi, accade, non dimentichiamolo, in una fase di contrazione dell’economia europea e globale.

Ma “in Europa i salari non stanno salendo” e se aumenti ci saranno “non saranno elevati […]. Oggi invece l’occupazione è ben diversa: tanti lavoratori sono precari, a tempo determinato, impiegati nella gig economy e in generale meno sindacalizzati” (“II Sole – 24 Ore” cit.).

L’inflazione da costi è per definizione un massacro sociale.

Lo è direttamente perché distrugge redditi e consumi e, in certa misura, cioè nella misura in cui le aziende non riescono a trasferirla sui prezzi finali, anche gli investimenti. I più colpiti sono naturalmente i gruppi sociali più fragili.

Lo è indirettamente, con l’aumento dei tassi di interesse praticato dalle banche centrali e, a cascata, da tutto il sistema creditizio.

Questo aumento se, come si è detto, è vano direttamente contro l’inflazione importata, fa crollare più o meno rapidamente tutti i consumi (perché tende a propagarsi a tutti settori) e anche la domanda di energia e materie prime.

Quindi i prezzi cadono proprio attraverso e a causa di un massacro sociale.

Da qui il passo verso la recessione (forse attraverso una fase di stagflazione) è breve.

Le “stazioni” di tale massacro (riduzione del potere d’acquisto, impoverimento soprattutto dei ceti deboli, svalorizzazione dei risparmi e degli asset, liquidazione degli ultimi brandelli di welfare, disoccupazione, riduzione ulteriore degli investimenti, ulteriore disoccupazione, etc.), hanno anche un contraltare positivo per i governi molto indebitati: il debito pubblico (anche quello privato) con l’inflazione si svaluta.

A fronte di tutto questo, in Italia e non solo, i ceti popolari non hanno nessun valido strumento di protezione e recupero. Ma di ciò parleremo più avanti.

La dinamica dell’adozione dei tassi e delle condizioni finanziarie più restrittive

Il 10 giugno scorso la presidente Christine Lagarde ha anticipato gli aumenti dei prossimi mesi, “rebus sic stantibus”. Il 1 luglio terminerà il programma APP di acquisti netti di titoli pubblici da parte della BCE; il 21 luglio, alla prossima riunione del Consiglio della BCE, i tassi di riferimento saliranno dello 0,25% e di un altro 0,25 o 0,50% (a seconda dell’inflazione) alla riunione successiva dell’8 settembre.

Mercoledì 15 giugno la Federal Reserve ha deciso di alzare i tassi di 75 punti base (0,75%). È la prima volta dal novembre 1994 che un rialzo è così forte. E ulteriori consistenti rialzi sono previsti nei prossimi mesi.

Le borse mondiali hanno reagito con pesanti perdite, e titoli pubblici e corporate bond hanno visto aumentare in modo rilevante i rendimenti e scendere altrettanto cospicuamente i prezzi.

L’aumento dei tassi e la conseguente caduta della domanda non piace a Confindustria perché, in prospettiva, aumenta i costi di produzione e affievolisce le vendite. Per Carlo Bonomi l’aumento dei tassi della BCE “non è la soluzione per controllare l’inflazione […]. Il Paese è fermo, e abbiamo un debito pubblico enorme. Capisco che si debba controllare l’inflazione. Ma con il rialzo dei tassi avremo sicuramente dei problemi” (“Il sole-24 ore” 11 giugno).

Di fronte a possibili rivendicazioni salariali, il fuoco di sbarramento è la richiesta di soldi pubblici per il taglio del cuneo fiscale e contributivo.

Alla luce di quanto detto finora è semplicemente inconcepibile che un’inflazione da costi diventi, sic et simpliciter, un’ inflazione da domanda. Eppure la parola d’ordine in questi tempi del governo e della Banca d’Italia é di “non disancorare” l’inflazione e impedire la spirale prezzi-salari. Se i salari sono fermi, se non esistono meccanismi di indicizzazione e recupero, tali affermazioni surreali e spudorate che senso hanno? Hanno il senso di un fuoco di sbarramento contro ogni futura, possibile richiesta salariale.

E’ una menzogna, nella situazione attuale, evocare la spirale prezzi-salari. Nelle “Considerazioni finali” del 31 maggio scorso, il Governatore della Banca d’Italia Visco ammette che se è concepibile una spirale prezzi-salari in USA ove esiste un’inflazione da domanda, nell’area euro “la dinamica delle retribuzioni è sinora rimasta moderata”. Ciò nonostante, le richieste di adeguamenti salariali sarebbero accettabili solo se si risolvessero “in aumenti una tantum [perché in tal caso] il rischio di un circolo vizioso tra inflazione e crescita salariale sarebbe ridotto”. Anziché ad una “vana rincorsa tra prezzi e salari”, ci ricorda Visco, bisogna mettere mano alla produttività.

Il governo Draghi, in stretta assonanza, ribadisce il salvifico appello: “Sindacati, imprese e governo lavorino insieme”.

Indice IPCA / massacro sociale / un cenno ancora al gas

È giunto ora il momento di affrontare la questione dell’indice IPCA e della contrattazione collettiva. Ho presente al riguardo la pubblicazione online della collana “ADAPT – Scuola di alta formazione in relazioni industriali e di lavoro, numero del 2013”. La collana è (o almeno era) diretta da Michele Tiraboschi e si ispirava ad Ezio Tarantelli. Il paragrafo che ci interessa reca appunto il titolo “Indice IPCA e contrattazione collettiva”.

Vi leggiamo: “Le crisi petrolifere del 1973-74 e del 1979-1980 hanno restituito all’Italia degli anni Ottanta un’inflazione galoppante, contrastata dagli interventi di politica dei redditi studiati dal professor Ezio Tarantelli (lodo Scotti e decreto di San Valentino), volti ad arrestare la spirale prezzi-salari-prezzi e ridurre l’inflazione giocando una politica salariale d’anticipo in grado di programmare gli aumenti retributivi in linea con l’inflazione attesa”.

Si legge inoltre che, nel Protocollo sulla politica dei redditi e dell’occupazione e sugli assetti contrattuali del 1993, le parti sociali “abbandonarono definitivamente il meccanismo della scala mobile, concordando l’utilizzo dell’inflazione programmata nel primo livello di contrattazione e garantendo, quale elemento di tutela del potere d’acquisto dei lavoratori, il recupero dello scostamento tra inflazione programmata ed effettiva.

Al secondo livello di contrattazione spettava invece la regolazione delle retribuzioni sulla base dei risultati di produttività e redditività aziendale”.

Questo meccanismo ha funzionato fino al 2009, allorché, con l’Accordo Quadro sulla riforma degli assetti contrattuali, “governo e parti sociali hanno stabilito un nuovo indice previsionale di inflazione: l’indice dei prezzi al consumo armonizzato per i Paesi dell’Unione Europea (IPCA) depurato della dinamica dei prezzi dei beni energetici importati. L’elaborazione è stata affidata ad un soggetto terzo, identificato […] a partire dal 2011 […] nell’Istat”.

L’IPCA è una delle innovazioni più note dell’Accordo del 2009, (la Cgil non aderì denunciando la minore protezione fornita da questo indice al potere d’acquisto dei salari).

“L’Accordo ha confermato il sistema di salvaguardia del potere d’acquisto [?!] attraverso la verifica di eventuali scostamenti tra l’inflazione prevista [non più programmata] e quella reale effettivamente osservata”.

Quindi, tale indice istituzionalmente non contiene l’inflazione importata. I meccanismi dell’inflazione programmata prima e dell’inflazione prevista poi, prevedono recuperi degli altri tipi di inflazione ex post e solo in parte con l’inevitabile effetto che una parte del salario è sottratta ai lavoratori.

Se l’inflazione prevista non contempla, come non contempla, l’inflazione importata, quale strumento di difesa rimane ai lavoratori?

I rinnovi contrattuali che sono lenti, farraginosi, sempre rinviati.

Leggiamo su “Il Fatto Quotidiano” del 4 giugno scorso: “Quasi sette milioni di lavoratori italiani sono in attesa del rinnovo del contratto nazionale. Per dirla meglio, quasi sette milioni di persone aspettano un aumento in busta paga che permetta quantomeno di far fronte ai rincari. Non è tutto: oltre a questi, tanti altri lavoratori hanno ottenuto di recente il rinnovo, ma non ancorato all’inflazione [ora al 6,9%]. […]. Una serie di trattative sono in corso, ma di solito si ragiona prendendo come riferimento l’indice IPCA che non tiene conto dei rincari energetici importati […]. A marzo 2022, secondo l’Istat, il tempo medio di rinnovo dei contratti scaduti risulta pari a 30,8 mesi”.

Dall’abolizione della scala mobile, avviata con il referendum del 1985, i salari hanno molto perduto. La situazione si è aggravata negli ultimi trent’anni (è del 23 luglio 1993, abbiamo visto, il primo accordo interconfederale post scala mobile).

La massa salariale è scemata in modo esponenziale. l’Istat prevede che quest’anno il potere d’acquisto delle famiglie calerà almeno del 5% (la valutazione è benevola).

Secondo l’OCSE, l’Italia è l’unico Paese sviluppato nel quale durante gli ultimi trent’anni i salari sono calati del 3%, mentre in Germania sono aumentati del 34%, in Francia del 31% e in Spagna del 6% (Grafico 1).

Grafico 1: dinamica degli stipendi nei Paesi Ocse fra il 1990 e il 2020. Fonte Ocse

In conclusione, il governo e le elites dei gruppi capitalistici dominanti italiani ed europei (oltre gli USA) che hanno alimentato il carovita prima della guerra in Ucraina, e lo hanno incrementato con le loro politiche guerrafondaie e sanzionatorie nel corso del conflitto, stanno scaricando, e hanno in progetto di continuare a scaricare in futuro, tutto il peso della crisi sui subalterni, sulle masse popolari, le quali non dispongono in Italia (e non solo), di adeguati strumenti di difesa e di soggetti sociali e politici che abbiano la volontà e/o i mezzi per sostenerli.

Inflazione, riarmo, politiche monetarie restrittive, stagflazione, incipiente recessione (in alcuni paesi, esempio Regno Unito, già cruda realtà), disoccupazione, erosione dei risparmi, sostanziale estinzione dei pochi residui di welfare, è questo il quadro d’insieme che abbiamo davanti.

Solo un’ampia mobilitazione di massa dei lavoratori e dei pensionati contro il carovita e la guerra, per la difesa dei salari e delle pensioni, per il lavoro, può contrastare la deriva alla quale UE ed USA hanno condannato gran parte dei loro popoli.

Abbiamo precedentemente affrontato le dinamiche dei prezzi energetici e della loro riferibilità, se non in termini assai parziali, al conflitto in corso in Ucraina.

Dedichiamo ora un cenno al caso degli ultimi giorni del prezzo del gas e alle parziali sospensioni della sua erogazione, da parte di Gazprom, a Germania e Italia (totale la sospensione del poco gas erogato alla Francia).

Nelle ultime settimane l’UE ha proposto il piano REPower EU (confronta sopra) di chiusura strategica all’apporto del gas russo alle sue economie, ha stipulato accordi con l’Algeria per la fornitura di gas a parziale copertura di quello russo (gas che l’Algeria ha potuto fornire perché, per ragioni legate ai suoi rapporti bilaterali con la Spagna per la questione del Sahara Occidentale, lo ha completamente sottratto a quest’ultima). Sono stati stipulati accordi tra UE, Israele ed Egitto per la fornitura di GNL, trasformato dall’Egitto, ed arbitrariamente estratto come gas naturale da Israele nel Mediterraneo, senza intesa alcuna con altri Stati, come il Libano, che ne rivendicano pure la propria giurisdizione.

Tale accordo prelude a un ridisegno dell’area mediorientale con l’emarginazione definitiva di Libano e Siria dai grandi movimenti e interessi d’area e con l’allineamento, pressoché completo, (e questo è un fatto nuovo) delle politiche dell’UE e degli USA anche relativamente alla questione palestinese (a quando il riconoscimento di Gerusalemme capitale da parte della burocrazia di Bruxelles?).

È nota poi l’estensione della ricerca di fonti di approvvigionamento alternativo dell’UE a paesi africani e all’Azerbaigian.

Non si può sottacere inoltre che la Germania ha espropriato “Gazprom Germania”, nodo distributivo e finanziario importante di Gazprom nella diramazione del gas in Germania (e non solo).

L’UE ha varato, si è visto, la sesta tornata di sanzioni alla Russia per il petrolio e i prodotti petroliferi.

Dopo tutto questo, si attendeva dall’Occidente che tutto continuasse come prima da parte della Russia, in modo da permettere all’Occidente stesso di completare, in tempo utile per l’inverno, le operazioni di stoccaggio con il gas russo! Sembrano le pretese di un bambino prepotente che sottrae i giocattoli, tutti i giocattoli, a un altro bambino e vuole continuare, col consenso di quest’ultimo, a giocare con lui.

Inflazione e recessione: il caso emblematico dell’Inghilterra

All’inizio dell’anno la banconota britannica era ai massimi degli ultimi anni sull’euro. Nel giro di poche settimane la sterlina è di nuovo nel ciclone e sta perdendo rapidamente posizioni contro euro e dollaro. Ora il Pound è definito “il malato del mondo” tra le valute. Ha subito un calo del 10% sull’euro in tre mesi.

È una flessione molto rapida che si spiega con una scommessa al ribasso sul Paese: gli hedge fund hanno cambiato posizione sulla sterlina. I dati del mercato dei future statunitensi mostrano che i fondi speculativi hanno iniziato a scommettere contro la sterlina: una scommessa che ora vale quasi 5 miliardi di dollari.

Poco prima dell’inizio della guerra, il 24 febbraio, i dati della “Commodity Futures Trading Commission” hanno mostrato che i fondi detenevano una piccola posizione lunga scadenza sulla sterlina e la stessa valuta veniva scambiata a 1,4 sul dollaro. Nove settimane dopo, i fondi sono short (corti) in sterline per un totale di circa 59 mila contratti: è la più grande scommessa contro la sterlina da tempo.

La giravolta degli hadge fund è conseguenza dell’imminente recessione economica. La Banca d’Inghilterra teme una “apocalisse” economica nel 2022. Scrive ”Il Sole – 24 Ore” del 25 maggio: “Sono gli effetti del mondo post covid, che ha visto l’inflazione salire; e della guerra in Ucraina che ha dato una mazzata al costo dell’energia. Il costo della vita sta salendo a ritmi insostenibili: l’inflazione è attesa al 10% a fine anno, e i redditi delle famiglie sono erosi per pagare le bollette e gli affitti. Con meno consumi, in un’economia che vive di servizi, l’economia rallenta. Ecco che allora hedge fund fiutano la preda e [prendono] posizione. Il Regno Unito [che importa energia] ma anche molto cibo e semilavorati, ha fatto forza su accordi commerciali extra Ue per compensare le perdite del mercato unico. Accordi che finora hanno funzionato anche grazie una valuta forte. Per un paese importatore, significa potere d’acquisto. Ma con una sterlina debole […] diventa molto più costoso. E quindi, a cascata, ancora più inflazione e un’economia ancora più in difficoltà”.

E quindi ancora più vendite sulla valuta da parte dei fondi speculativi. Allora rialzo dei tassi e recessione.

Economia di guerra / armi / dollaro

L’Osservatorio del sulle spese militari italiane (Milex) – fondato nel 2016 con la collaborazione del Movimento Nonviolento, nell’ambito di attività della Rete italiana per il disarmo – il 16 marzo scorso riporta il voto a larghissima maggioranza (391 voti favorevoli su 421 presenti, 19 contrari) di un ordine del giorno collegato al decreto “Ucraina” proposto dalla Lega e sottoscritto da PD, FI, IV, M5S,e FdI. Il voto di tale odg impegna il governo ad avviare l’incremento delle spese per la “Difesa” verso il traguardo del 2% del Pil. Nella parte dispositiva del testo approvato, si legge che tale risultato dovrebbe essere raggiunto “predisponendo un sentiero di aumento stabile nel tempo, che garantisca al Paese una capacità di deterrenza e di protezione”. Mentre nell’immediato bisogna agire per “incrementare alla prima occasione utile il Fondo per le esigenze di difesa nazionale”. Ciò significherebbe, citando le cifre fornite dal ministro Guerini, passare da 25,8 miliardi l’anno attuali (68 milioni al giorno) ad almeno 38 miliardi l’anno (104 milioni al giorno).

L’indicazione di spese militari pari ad almeno il 2% del Pil in ambito Nato deriva da un accordo informale del 2006 dei Ministri della difesa dei Paesi membri dell’Alleanza atlantica, poi confermato e rilanciato al vertice dei Capi di Stato e di Governo del 2014 in Galles.

Era stato deciso che l’obiettivo dovesse essere raggiunto entro il 2024, con un 20% di spesa da destinare ad investimenti in nuovi sistemi d’arma.

La quota indicata del 2% del Pil non ha mai avuto una giustificazione specifica e di natura militare, cioè dettata da esigenze operative, ma è stata vista come spinta alla crescita della spesa. Accanto e oltre l’obiettivo del 2% dei paesi Nato, c’è un ulteriore fondo, “European Defence Fund” (Edf), per cofinanziare progetti transfrontalieri insieme ai bilanci nazionali.

L’Edf (cfr. “Il Fatto Quotidiano” del 26 maggio) ha il compito di assemblare le proposte della lobby delle armi di cui è espressione il Commissario europeo alla Difesa Thierry Breton.

“L’anno scorso Breton ha ufficialmente istituito un comitato di esperti in cui cura a porte chiuse i suoi rapporti personali con i giganti del business della guerra che ambiscono a spartirsi gli 8 miliardi stanziati dall’Edf dal 2021 al 2027”.

Al comitato partecipano 61 enti, la stragrande maggioranza produttori di armi. Tra questi l’italiana Leonardo, le francesi Thales e Safran, la spagnola Indra e Airbus, la società transeuropea con sede in Olanda.

Leonardo è tra i produttori di armi con cifre record per finanziamenti UE, spese di lobbyng ed export.

Nell’elenco dei primi 100 esportatori di armi al mondo, stilato nel dicembre 2021 dall’Istituto internazionale di ricerca sulla pace (Sipri) di Stoccolma, Leonardo occupa il 13º posto con vendite per un valore di 10,6 miliardi. In Europa è terza, alle spalle solo del britannica Bae Systems (22,7 miliardi) e della franco-tedesca Airbus (11,3 miliardi).

L’annunciato riarmo europeo (cfr. “Il Fatto Quotidiano” del 27 maggio), spingerà i Paesi a una ristrutturazione dell’industrie nazionali per sedersi al tavolo della futura Difesa comune, evitando duplicazioni nei programmi. Per questa ragione il governo sta mettendo a punto un “polo militare italiano”, secondo le parole di Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico, che potrebbe passare dalla fusione tra Fincantieri e Leonardo.

Se la guerra darà impulso al progetto di Difesa europea bisognerà presentarsi con gruppi solidi e punti di forza di fronte ai concorrenti e in tale quadro va vista la liquidazione di Giuseppe Bono di Fincantieri, considerato un ostacolo all’operazione (era proprio quel Bono della cena con D’Alema, quest’ultimo scoperto a fare da mediatore per una commessa alla Colombia di armi di Leonardo e Fincantieri).

Germania e armi

“Quello che non è riuscito all’ex presidente USA Donald Trump”, (“Il Fatto” del 5 giugno scorso) ”è riuscito al democratico Joe Biden. La Germania pagherà. Comincerà col fondo straordinario di 100 miliardi di euro [da spendere in 3-4 anni] […] per ammodernare le forze armate tedesche […]. Gran parte di questi soldi verranno usati per comprare armi prodotte da aziende americane, a partire dagli F-35.”

Il Parlamento federale ha approvato il 3 giugno scorso la modifica della Costituzione necessaria per creare, con nuovo debito pubblico, il fondo di 100 miliardi annunciato dal cancelliere Scholz il 27 febbraio. E’ pure confermato l’impegno ad aumentare lo stanziamento annuale per la difesa al 2% del Pil, prodotto che nel 2021 ha superato 3.500 miliardi di euro (il doppio di quello italiano). Il che significa che raggiungere il 2% entro il 2024 vuol dire spendere quasi 17 miliardi in più all’anno. Ne è conseguita naturalmente una grande impennata delle quotazioni delle industrie tedesche di armi, in primis la Rheinmetall, colosso degli armamenti terrestri, e poi la Hensoldt, che produce sensori elettronici per i caccia Eurofighter.

Giulio Da Silva sul “Fatto” cit., ci spiega che appunto buona parte (dei 100 miliardi) verrà usata per armi statunitensi. La Germania in marzo ha deciso di comprare 35 cacciabombardieri F-35 prodotti dalla Lockheed, gli unici in grado di trasportare bombe atomiche. E intende comprare anche 60 elicotteri pesanti da trasporto prodotti dalla Boeing. Dagli USA verranno comprati anche missili della Raytheon.

Se l’80% degli stanziamenti tedeschi sarà mandato altrove (USA in particolare), il 60% delle armi già comprate dai Paesi UE tra il 2007 e 2016 è di provenienza USA (e Israele).

Regime militare USA e dollaro

Il Sipri (Istituto Internazionale di Ricerche per Pace di Stoccolma) ha calcolato che i primi 100 produttori di armi del mercato mondiale hanno totalizzato nel 2020 vendite per 531 miliardi di dollari. Mentre la spesa militare mondiale del 2021 ha superato per la prima volta i 2.000 miliardi, tenendo conto di tutte le voci ad esempio il personale (Grafico 2).

Grafico 2: andamento delle spese militari mondiali dal 1988 al 2021. Fonte Sipri

Sempre nel 2021 il Paese che ha speso di più sono stati gli USA (801 miliardi di dollari), seguiti da Cina (293 miliardi), India (76,6 miliardi), Regno Unito e Russia (Grafico 3).

Grafico 3: la spesa militare per Stato nel 2021. Fonte Sipri

Dati più recenti che tengono conto dell’incremento poderoso delle spese militari nel corso dell’attuale conflitto, proiettano la spesa USA non lontana da 1.000 miliardi nel 2022.

Le aziende statunitensi dominano, sono 41 tra le prime 100.

I dati elaborati dal Sipri sono riferiti al 2020 e solo ai ricavi nelle “armi e servizi militari”. Al primo posto c’è Lockheed Martin: 58,2 miliardi di dollari di ricavi su 65,4 del gruppo; al secondo Raytheon, si è visto primo produttore mondiale di missili, quali i noti Patriot. Produce anche gli Stinger e, con Lockheed, i Javelin anticarro forniti anche, e abbondantemente, all’Ucraina.

Terza è la Boeing, 32,1 miliardi di ricavi nella difesa (produce aerei da caccia e armi da rifornimento).

La prima europea è la britannica Bae Systems, sesta con 24 miliardi di ricavi nel settore delle armi. Di Leonardo abbiamo già detto.

La strategia, ormai quasi ottantennale degli USA, di “costruire nemici”, meglio se stabili e di lunga durata, è propria delle logiche di ogni Stato e regime militare. Serve a più scopi rimasti nel tempo abbastanza invariati.

In primo luogo è utile ai fini interni per compattare la popolazione e ottenere consenso all’azione del regime. L’adesione acritica diffusa, infantile, della gran parte dei nordamericani è “costruita”, direi scientificamente, utilizzando le più moderne tecnologie e un apparato vasto e complesso di personale e competenze permanentemente mobilitati allo scopo. Spesso collegati o addirittura emanazione della CIA e delle altre strutture simili (negli ultimi trent’anni soprattutto nell’est Europa sotto la veste esteriore di Ong).

In secondo luogo è basilare per la per la riproduzione capitalistica USA, cioè per quella parte di essa, assai importante, che si fonda sul complesso militar-industriale. Una spesa militare di quasi 1.000 miliardi all’anno destinata in misura rilevante a commesse verso le proprie aziende militari le quali grazie anche al trasferimento dell’innovazione tecnologica realizzata con fondi pubblici facilitano l’export di armamenti che risulta una voce di primo piano del Pil statunitense e della sua bilancia dei pagamenti (Grafico 4).

Grafico 4: i principali 10 Paesi esportatori di armamenti nel quinquennio 2017-21. Fonte: Sipri.

Qual è lo strumento che si è rivelato storicamente più efficace non solo per il predominio geopolitico, ma per la supremazia valutaria e finanziaria su scala planetaria?

È la forza, la forza militare, la preponderanza strategico-militare. Che è (o è stata) anche preponderanza tecnologico-scientifica.

La forza del dollaro, la possibilità per gli USA di ottenere “in perpetuo” il finanziamento del proprio cronico deficit esterno mediante l’uso dell’avanzo delle bilance dei pagamenti degli altri Stati, cioè con il risparmio mondiale, dipendono dalla (finora) grande affidabilità del dollaro e dall’enorme movimento di capitali planetari verso i porti della finanza americana. E tutto questo discende da varie cose, di cui una è essenziale: la primazia militare.

Per tale ragione le opposizioni – quale quella russa per interposta Ucraina – all’ormai longevo modello statunitense, destano reazioni viscerali e un’aspra volontà di annichilimento dell’oppositore, meglio se attraverso conflitti (degli altri) di lunga durata.

Quindi opporsi ai disegni guerrafondai degli USA, per interposta Nato e con l’assistenza ancillare dell’UE, è opporsi a quel modello e al conseguente signoraggio del dollaro.

Quale Russia?

Due mesi e mezzo fa (a 45 giorni dall’inizio delle ostilità) erano state valutate in più di 600 le multinazionali che si supponeva avessero deciso o annunciato di uscire in tutto o in parte dalla Russia. Nei settori più diversi, da petrolio e hamburger all’high tech, media e banche.

Secondo Jeffrey Sonnenfeld, dell’Università di Yale, gran parte delle imprese in uscita era statunitense ed europea con alcune rilevanti eccezioni asiatiche come Samsung e Toyota.

Del complesso delle aziende alcune si ritirarono (all’aprile scorso 250), altre sospesero le attività (257), altre si ridimensionarono (72), altre ancora presero tempo (99), rinviando gli investimenti. Secondo Sonnenfeld erano 194 i gruppi, per così dire, “arroccati” in Russia. Tra questi la conglomerata USA Koch Industries, Astra-Zeneca, J&J (“Il Sole – 24 Ore”del 9 aprile scorso).

Tra le italiane, l’ad (Amministratore Delegato) di Intesa San Paolo, Carlo Messina, ebbe a dichiarare in aprile che l’impatto sulla banca fosse “assolutamente gestibile”, mentre la presenza in Russia fosse ormai “in fase di revisione strategica”. Intesa “sin dall’inizio della crisi […] non ha perfezionato nuovi finanziamenti con controparti russe e bielorusse e ha interrotto le attività di investimento in strumenti finanziari”. L’esposizione complessiva di Intesa San Paolo verso la Russia era al momento di circa 5,1 miliardi di euro.

Più significativa era l’esposizione di Unicredit Russia (13,3 miliardi), presente al Forum di San Pietroburgo del 15-18 giugno (Spief) con Vadim Aparkhov, membro del consiglio di amministrazione della controllata russa AO Unicredit Bank.

Andrea Orcel, ad di Unicredit, nei giorni a ridosso del Forum, a proposito dell’attività della banca in Russia, ha dichiarato: “La nostra esposizione in Russia è stata gestita in modo razionale: l’abbiamo ridotta, ma svalutare il business non è corretto e non è nemmeno in linea con le sanzioni”. In sostanza Unicredit non intende svendere le sue attività in Russia.

L’ad di Enel, Francesco Starace, nei mesi scorsi a più riprese ebbe a dichiarare che il gruppo “non poteva avere un ulteriore crescita in Russia”, ove controlla tre impianti di generazione a ciclo combinato e due impianti eolici. Tutte le strade per lui “erano percorribili”.

Il 16 giugno scorso (cfr. “Il Sole – 24 Ore” del 17 giugno), prima energy company, Enel ha concluso un accordo di vendita di tutti gli asset in Russia. I compratori sono Lukoil (la più importante società petrolifera russa e una delle principali al mondo) e il Fondo privato di investimento Gazprombank-Frezia, non colpiti dalle sanzioni. Enel ha ceduto per 137 milioni di euro il 56,43% che deteneva di Enel Russia. L’operazione deve ancora ottenere il via libera della Commissione governativa russa per il monitoraggio degli investimenti esteri, autorizzazione che non dovrebbe mancare perché, ci spiega Starace, “i compratori hanno già avuto un via libera quando hanno rilevato le catene di distribuzione che la Shell ha venduto in Russia”.

Gli azionisti di riferimento di Lukoil, fino alle dimissioni in aprile di Alekperov, erano appunto Vagit Alekperov (28,30%) e Leonid Fedun (9,32%). Alekperov era un giovanissimo dirigente d’azienda sovietico, il quale, nella veloce transizione dei primi anni Novanta è diventato dirigente dell’azienda privatizzata e poi socio di riferimento della medesima. Le dimissioni, apparentemente per dissenso con l’ “operazione speciale” in Ucraina, per molti in Russia, sono stati un “escamotage” per salvare Lukoil in caso di esito infausto per la Russia della vicenda Ucraina (e per salvare Alekperov stesso). Non si può dire. Vedremo.

Senz’altro la cessione degli importanti asset dell’Enel in Russia è avvenuta a favore di soggetti privati, uno dei quali è un soggetto finanziario.

Per come si presenta, sembrerebbe un’operazione in continuità con il passato.

Un brevissimo cenno a Eni, la quale ha dichiarato di essere pronta a cedere le quote in Blue Stream (detenute con Gazprom). Fermiamoci qui.

La Duma, la Camera bassa del Parlamento russo, il 25 maggio scorso ha approvato una legge che consente al governo russo di nominare un nuovo management e di fatto espropriare le società (soprattutto USA, giapponesi ed europee) che hanno interrotto la loro attività nel paese, dopo l’inizio del conflitto in Ucraina, non per motivi economici ma “per sentimenti antirussi” (“Il Sole 24 – Ore” del 26 maggio).

Secondo la Yale School of Management, a fine maggio, sono 500 le società che hanno deciso di lasciare la Russia. Esse rappresentano il 63% delle aziende straniere presenti nel territorio russo prima della guerra, con quasi 40 mila dipendenti e un fatturato di circa 7,5 miliardi di euro. “La lista nera stilata da Mosca comprende decine di multinazionali della logistica, dell’industria energetica, delle tecnologie, dell’automotive, della grande distribuzione: da Maersk a Msc; da Shell a Bp; da Volkswagen-Porsche a Toyota, Volvo e Renault; da Apple a Microsoft a Ibm; da McDonald’s a Starbuks, Levi’s, Ikea [etc.]. Molte di queste hanno sospeso le operazioni, […] altre hanno abbandonato tutto, nonostante i notevoli investimenti” (ib.).

Il 25° International Economic Forum di San Pietroburgo (SPIEF)

Il 6 giugno scorso, in un messaggio agli organizzatori del Forum, il presidente Putin ha parlato dei settori industriali in difficoltà. Si tratta in primo luogo del settore automobilistico sul quale pesa (oltre la partenza di importanti case straniere come Renault e Volkswagen), la mancanza, a causa delle sanzioni, di componenti importate. Ciò costringerà le fabbriche a chiudere via via che le scorte si esauriranno. Anche l’industria siderurgica rischia “sostanziali tagli produttivi nel medio termine”.

Entro fine luglio il Governo, secondo una direttiva presidenziale, dovrà definire una nuova impostazione del budget federale per i prossimi anni, che miri a ridare slancio alla crescita.

Sono molte le domande che nascono di fronte alla genericità del progetto di espropriazione delle realtà industriali dei “paesi ostili” e all’altrettale genericità del “nuovo” budget federale. A chi andranno le industrie espropriate o acquistate? Saranno puramente e semplicemente privatizzate? Chi costruirà i loro progetti industriali? Il management proverrà dal bacino del modello economico putiniano dei decenni precedenti? Le aziende pubbliche e/o pubblicizzate che ruolo avranno nella Russia del post-conflitto?

L’intervento di Putin del 17 giugno scorso alla sessione plenaria del Forum, qualche risposta (non molte) l’ha data.

Dividiamo il suo intervento in due parti: quella dell’attacco (fondato e condivisibile) all’Occidente e quella progettuale.

“Gli Stati Uniti si consideravano l’emissario di dio sulla terra ma ora la Russia sta prendendo il proprio posto in un nuovo ordine mondiale le cui regole sono stabilite da Stati forti e sovrani […]. L’era dell’ordine mondiale unipolare fondato sullo strapotere degli USA è finita”.

“Nulla sarà come prima, nulla è eterno” dice poi il presidente della federazione russa. “Il blitzkrieg economico contro la Russia non è riuscito, non aveva alcuna possibilità di riuscire fin dall’inizio”. Ed ora danneggerà di più chi ha imposto le sanzioni “folli e insensate”, una spada a doppio taglio che potrebbe far perdere all’UE più di 400 miliardi di dollari.

“La Russia” prosegue, “non ha alcuna responsabilità” per la crisi economica e per un’inflazione in Occidente le cui radici, sottolinea, risalgono a prima del conflitto. “La Russia perseguirà l’obiettivo di inflazione al 4% […]”.

“Abbiamo sentito parlare tutti di inflazione putiniana […]. Io penso: ma chi ha ideato questa stupidaggine? Chi non sa né leggere né scrivere. Ecco tutto”.

E ancora: “L’UE ha perso la sua sovranità politica, adottando sanzioni che le si sono ritorte contro e i cui costi ricadranno sulle popolazioni […]. Hanno fatto tutto con le loro mani”.

Per l’Europa poi già si intravede “un aggravamento delle disparità, delle tensioni sociali, dei radicalismi […] e in prospettiva il cambio delle elites al potere”.

Passando alla seconda parte, Putin dichiara che la Russia è “pronta ai cambiamenti globali e propone nuove soluzioni alla crisi”. Bisogna trasformare i problemi in possibilità. “Dobbiamo fare un lavoro sistemico, un piano di sviluppo a lungo termine impostato su alcuni principi chiave”.

In primis il rifiuto dell’isolamento: “La Russia si svilupperà come un’economia aperta, non imboccherà la strada dell’autarchia”.

Il secondo elemento fondamentale è l’appello al contributo degli imprenditori privati, come Oleg Deripaska, che ascolta in prima fila.

La Russia “deve essere in grado di produrre tecnologie chiave”. E’ fondamentale raggiungere “l’indipendenza” nelle alte tecnologie.

E, rivolto agli investitori, anche occidentali: “Il nostro Paese ha un enorme potenziale […] investite qui, investite nella creazione di nuove imprese […]”.

Un ruolo centrale nella Russia post-conflitto sembra destinato allora all’impresa privata interna ed esterna. L’inquietante presenza di gente come Deripaska, lascia aperto il dubbio che si tratti solo di un parziale rimescolamento di ceti capitalistici russi sempre interni al modello e alle caratteristiche proprie del ceto dirigente economico-finanziario russo degli ultimi decenni.

Non basta il riferimento, nella relazione, alle indicizzazioni che sono effettive, al mantenimento di una qualche forma di welfare e a misure di tutela dei ceti subalterni, quali i crediti agevolati, i sussidi, mutui a tassi bassi. Ne basta l’importante aumento (10%), operato nei mesi scorsi, di salari e pensioni medio-bassi per fronteggiare l’inflazione. Parte di tutto questo, e in misura certamente minore, lo vediamo anche in Occidente.

Non è visibile al momento, a giudicare dalle parole di Putin, una chiara volontà di costruire un’architettura economico-sociale “alla cinese”, con un ruolo importante deferito al capitale pubblico (e ai soggetti economici pubblici) e con la relativa capacità di orientamento e controllo, se e quando strettamente necessario, da parte del ceto politico nei confronti di un consistente e intraprendente ceto capitalistico.

Nel discorso di Putin al Forum, le aziende a partecipazione statale, per il futuro, sembrano relegate a un ruolo economicamente e politicamente non più rilevante di quello che occupano ora.

Ma esiste un progetto alternativo e di opposizione nella Russia post-bellica, escludendo, il dissenso dei ceti filo-occidentali delle grandi città legati, per rapporti materiali e culturali, alle multinazionali occidentali?

Non è dato sapere con chiarezza. Di certo il partito comunista di Gennadij Zjuganov ha mostrato da tempo subalternità rispetto al disegno e alla prassi politica dei partiti che hanno sostenuto i vari governi russi.

Concludo affermando che sarebbe un’occasione perduta, per la Russia e anche per le masse popolari dell’Occidente, se tutto o gran parte di quello che è successo e sta succedendo fuori dalla Russia e dentro la Russia si risolvesse alla fine in una operazione puramente geopolitica, oltre naturalmente che di difesa delle popolazioni vessate del Donbass e di resistenza all’aggressività della Nato per interposta Ucraina. E non favorisse i “cambiamenti strutturali” economico-sociali e politici (quantomeno verso un’economia mista del tipo cinese), con la comparsa di nuove soggettività, di nuove rivendicazioni e di nuova democrazia sociale, economica e politica.

Firenze, 22 giugno 2022

Raffaele Picarelli

La Nato globale e l’Europa

di Piero Bevilacqua

Com’è ormai emerso in questi ultimi 3 mesi grazie a una vasta documentazione, soprattutto di parte americana, l’allargamento della NATO agli ex Paesi del Patto di Varsavia rispondeva ad un preciso fine, che oggi appare perfettamente raggiunto:provocare un casus belli ai confini della Russia, far leva sull’orgoglio nazionalistico dei suoi gruppi dirigenti e impegnarla in una guerra aperta.

L’aggressione di Putin all’Ucraina è, con ogni evidenza, il risultato di tale strategia, un successo lungamente perseguito dall’amministrazione americana attraverso la NATO, che oggi mostra tutti i suoi frutti. Allargamento dell’Alleanza ad altri stati europei, incremento delle spese militari di tutti i Paesi membri, mobilitazione su vasta scala di mezzi e uomini, maggiore coesione politica e ideologica.

Senonché, come alcuni analisti avevano già fatto osservare – e tale aspetto è reso oggi più evidente dall’ingente impegno militare degli USA a sostegno dell’Ucraina – la “ guerra per procura” contro la Russia, è solo una tappa, un passaggio di un ben più ampio disegno strategico. Essa serve a destabilizzare uno dei contendenti dello spazio geopolitico mondiale, appunto il cuore dell’ex Unione Sovietica, ma l’obiettivo più ambizioso e più vasto è, fuori da ogni dubbio, la Cina.

E’ il grande Paese asiatico che con la spettacolare crescita delle sue economie manifatturiere, l’espansione mondiale dei suoi commerci, il successo crescente nell’ambito delle alte tecnologie, è osservato sempre più dagli USA come il contendente geopolitico più temibile e quindi – secondo la razionalità imperialista di gran parte dei suoi gruppi dirigenti – come il nemico da sconfiggere anche militarmente nel prossimo futuro.

Occorre avere ben chiara questa prospettiva, del resto esplicitamente dichiarata a latere del vertice NATO, iniziato il 28 giugno scorso a Madrid, dal suo segretario, Stoltenberg, (e confermata nel documento finale Strategic Concept 2022), che ha annunciato una <<nuova era di concorrenza strategica>> con Russia e Cina. Non a caso si sta sempre più configurando sulla stampa la nuova narrazione ideologica che deve fare da collante all’impresa, convincere le opinioni pubbliche europee.

Russia e Cina sono portatrici di valori incompatibili con le democrazie occidentali, rappresentano una minaccia alla nostra sicurezza e alla nostra civiltà. Dobbiamo dunque combatterle con tutti i mezzi.
Ebbene, occorre averlo ben chiaro questo nuovo scenario, perché nel giro di qualche mese il grande progetto dell’Unione Europea, di una confederazione di stati liberi, impegnati a non ripetere le guerre mondiali del ‘900, è stato sopraffatto dal nuovo disegno bellico della NATO: tutti i paesi che ne fanno parte devono impegnarsi, con un massiccio incremento di spesa in armamenti, mobilitazione di uomini, sanzioni economiche, iniziative diplomatiche, nella Grande Guerra del nuovo millennio.

Dunque, mentre la maggioranza delle popolazioni europee è contraria alla guerra, perfino nel caso dell’aggressione all’Ucraina, verso cui è pur solidale, ad essa viene imposto un nuovo corso politico, viene chiesto di immaginare per sé stessa un nuovo avvenire di conflitti mondiali, un destino storico che getta il Vecchio Continente nell’incubo di un futuro conflitto nucleare.

E’ un passaggio drammatico della nostra storia di cui la grande stampa fa finta di non accorgersi. E osserviamo che mai, forse neppure alla vigilia della prima guerra mondiale, si era verificata una cosi aperta divaricazione tra le élites dirigenti (imprenditori, partiti, intellettuali, stampa) e le popolazioni, una così conclamata subordinazione del ceto politico ai vertici militari. In questo caso ai vertici militari di un Paese esterno all’Europa, che sta al di là dell’Atlantico. Che cosa è accaduto alle classi dirigenti europee?

Naturalmente, quello appena tratteggiato è un progetto Nato, che trova al momento un apparente e generale consenso fra i vari governi del Continente. Il tempo mostrerà quante falle si apriranno all’interno di un fronte che oggi appare così compatto. Quel che qui interessa considerare è la situazione dell’Italia, che può servire tuttavia come specimen per gli altri stati europei.

Il nostro Paese sarà impegnato a portare al 2% del proprio PIL, pari a poco meno di 40 miliardi, la spesa annua in armamenti, che sempre Stoltenberg “promette” di considerare una “base di partenza”, per futuri incrementi. La pretese della NATO costituiscono dunque ora una voce rilevante del nostro bilancio statale, una componente della nostra politica economica.

Questo avviene in un Paese che è lacerato da una disuguaglianza sociale fra le più gravi dei paesi industrializzati, con oltre 5 milioni di poveri assoluti, la cui popolazione decresce di anno in anno – l’indice più significativo del declino di un Paese da quando esiste la scienza economica – a cui mancano decina di migliaia di medici, i cui giovani laureati e ricercatori emigrano all’estero, derubato da una evasione fiscale da “doppio Stato”, afflitto da una criminalità che controlla vasti territori e settori economici, un debito pubblico fra i più alti dei Paesi OCSE.

Davvero l’Italia si può caricare questo nuovo fardello imposto dal Grande Fratello americano in difesa dei suoi interessi imperiali? E ricordiamo en passant che le prospettive economiche prossime venture dell’economia nostra, europea e mondiale, non sono rosee. Intanto perché i problemi di approvvigionamento energetico, l’inflazione, la speculazione di borsa sui cereali, le sanzioni in atto, gli scontri diplomatici, e le incertezze create dal clima di conflitto generale, non gioveranno certo all’economia.

Ma soprattutto perché lo sviluppo economico dovrà fare i conti con una realtà che gli strateghi militari e anche il nostro modestissimo ceto politico non vogliono vedere: noi abbiamo mosso guerra al pianeta e sempre più le nostre economie dovranno muoversi tra le rovine di cui abbiamo disseminato la Terra: intere regioni desertificate, con connessa fuga delle popolazioni, fiumi disseccati, collasso di ghiacciai, innalzamento del livello dei mari, perdita di terre fertili, danni spesso ingenti da eventi estremi, esplosione dei consumi elettrici durante le estati sempre più torride, incendi devastanti dalla California alla Siberia.

Fra poco riprenderanno a bruciare i nostri boschi, con il corredo di danni a uomini, animali, paesi, perché nel frattempo nulla è stato fatto per contrastarli. E, tanto per uscire dal quadro generale e fissare lo sguardo a un problema oggi sul tappeto: in questo momento si grida “al lupo” davanti al Po che in certi punti è diventato un rigagnolo.

Ma se nel giro di pochi anni si scioglieranno i ghiacciai delle Alpi, le siccità congiunturali diventeranno perpetue, l’intera Pianura padana resterà senz’acqua. Il che non significa soltanto che non sarà più possibile coltivare il mais, ma che mancheranno le risorse idriche per produrre energia elettrica, verrà meno l’acqua per le attività industriali, per gli allevamenti, per lo smaltimento dei reflui, per gli usi civili. I settori più importanti dell’area ricca del Paese rischiano di collassare rovinosamente.

Dovrebbe bastare questa prospettiva, per nulla remota, per comprendere entro che genere di follia criminale vada collocato il disegno della NATO di nuova competizione-guerra del cosiddetto Occidente contro Russia e Cina. Ma è guardando al quadro politico italiano che la riflessione diventa interessante.

Com’è noto, l’intero ceto politico – salvo le contorsioni impotenti di Giuseppe Conte e di parte dei 5S – concorda con la posizione del governo Draghi, alfiere dell’atlantismo senza dubbi e paure. Perfino Fratelli d’Italia, partito formalmente all’opposizione aderisce – e non poteva essere diversamente – al progetto guerriero. Bene, noi siamo davvero ansiosi di osservare con quale protervia e capacità di tenuta i dirigenti politici italiani riusciranno a convincere i nostri connazionali, che ogni anno quasi 40 miliardi del bilancio statale vanno sottratti alla scuola, alla sanità (dove i malati di cancro muoiono prima di poter fare una risonanza), alla ricerca, al nostro territorio, al Sud, ai giovani disoccupati, ai comuni, alla manutenzione delle nostre città.

E’ evidente che in Italia, come nel resto d’Europa, il conflitto tra i disagi crescenti della popolazione e le politiche dell’élite è destinato a esplodere in forme imprevedibili. Di fronte al cambiamento di prospettiva storica dell’Europa anche la politica verrà sconvolta. I partiti politici tradizionali forse subiranno una sanzione definitiva non soltanto con l’astensionismo. Ma in questo quadro drammatico l’Italia può diventare un laboratorio di nuova politica, affidato a forze radicali capaci di unirsi in un progetto di mutamento degli attuali assetti disuguali della società, di redistribuzione della ricchezza, di investimenti pubblici nei settori fondamentali, entro una visione di assetto multilaterale del mondo, fondato sulla pace, come voleva il Manifesto di Ventotene, dalla cui ispirazione è sorta l’Europa.

Sarà la sinistra radicale – radicale sta per <<afferrare le cose alla radice>> (Marx) – se saprà lavorare con intelligenza e senso di responsabilità, senza settarismi ed estremismi, a difendere il progetto dell’Unione Europea di fronte all’opinione pubblica continentale, (l’unico che può salvarci da una guerra di sterminio), forza di opposizione contro vecchi e nuovi partiti che intendono asservirla agli interessi di una potenza straniera.

La “decolonizzazione” della Russia, nuova prospettiva strategica del “Lebensraum” anglosassone

Il conflitto ucraino e le classi dirigenti italiane: un test (radiofonico)

di Roberto Buffagni (da Facebook)

Stamattina ho fatto un test, obiettivo: capire che pensano le classi dirigenti italiane del conflitto ucraino.

Telefonato a “Prima Pagina” di RadioTre, conduttore F. Fubini. 

Sintesi mia domanda: “Che vuol dire ‘non possiamo permettere che la Russia vinca’? Quali sono gli obiettivi strategici occidentali nel conflitto ucraino? Il 23 giugno scorso la Commission on Security and Cooperation in Europe, nota anche come Helsinki Commission, un organismo del governo federale USA, ha tenuto un briefing dal titolo ‘Decolonizzare la Russia. Necessità morale e strategica di frammentare politicamente la Russia’, con tanto di cartina dove la Federazione Russa appare divisa in una decina di staterelli. D’altronde hanno implicato lo stesso obiettivo strategico di regime change e frammentazione politica della Russia anche i Ministri della Difesa e degli Esteri, e il Presidente degli Stati Uniti, che hanno dichiarato: ‘Dobbiamo indebolire la Russia e far sì che non possa mai più rifare qualcosa come l’invasione dell’Ucraina’. L’unico modo per raggiungere questo obiettivo è espellere la Russia dal novero delle grandi potenze, ossia frammentarla politicamente.

Questo è un obiettivo molto difficile da raggiungere, ammesso che sia possibile tentarlo senza innescare un confronto nucleare strategico tra Russia e USA; ma anche se fosse raggiunto, la frammentazione della Russia aprirebbe un buco nero geopolitico in Eurasia in cui precipiterebbe l’intero mondo. Domanda: ci abbiamo pensato seriamente, noi europei?”

Sintesi risposta Fubini: “Dobbiamo ammettere che sul terreno, la Russia sta ottenendo i suoi obiettivi. Pare che i territori del Donbass saranno integrati nel territorio russo, dopo un referendum bandito dai sindaci fantoccio imposti dai russi, quindi sarà impossibile toccarli perché sarebbe una minaccia esistenziale per la Russia [che reagirebbe con le armi nucleari, NdA]. Inoltre le sanzioni alla Russia, contrariamente a quel che anch’io pensavo, non stanno ottenendo l’effetto sperato di indebolire la Russia tanto da impedirle di proseguire la guerra, almeno entro 12 o 18 mesi. Però questa delle sanzioni è una scommessa sul lungo periodo, a lungo termine la Russia sarà indebolita economicamente e anche come potenzialità militari, per esempio perché manca di semiconduttori. Quindi la fermezza è importante e va mantenuta.”

Risultato test. Le classi dirigenti italiane non hanno capito, o fanno finta di non aver capito (la domanda permanente della nostra epoca), assolutamente niente.

Ragioni:

1) non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che gli obiettivi strategici dell’occidente li detta Washington, e punto. Non li detta il Corriere della Sera, non li detta il governo italiano, non li detta la UE.

2) non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che la linea strategica USA è affrontare INSIEME Russia e Cina. L’obiettivo strategico frammentazione della Russia è propedeutico al contenimento del nemico principale, la Cina.

3) non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che la linea strategica degli USA implica necessariamente a) la probabilità di un allargamento e una escalation del conflitto, tanto maggiore quanto più esso si prolunga b) la possibilità reale di una degenerazione nucleare, che inizierebbe con l’uso delle atomiche tattiche e potrebbe escalare a un conflitto nucleare strategico.

4) non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che per gli Stati europei è possibile modificare la linea strategica degli USA soltanto se vi si contrappongono apertamente, rompendo il fronte NATO-UE. I mormorii nei corridoi delle Cancellerie o le virgole allusive nelle dichiarazioni diplomatiche contano zero. Altrimenti resta solo pregare che la prossima Amministrazione presidenziale americana rinsavisca e inverta rotta (probabilità: molto bassa).

5) non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che i numeretti magici della Bocconi non spiegano niente e non decidono niente, in questo conflitto. L’economia vi ha un importante ruolo solo come “potenza latente” trasformabile in “potenza manifesta” militare, e la Russia con le sue risorse e la sua rete di alleanze, in primis la Cina, è economicamente inaffondabile.

6) Non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, che sia la Russia, sia gli USA, fanno sul serio, mortalmente sul serio. Non bluffano, non le sparano grosse per fini propagandistici. Gli obiettivi strategici americani sono quelli, frammentazione della Russia in vista del contenimento della Cina. Per la Russia configurano una minaccia esistenziale immediata. La Cina sa benissimo di essere il prossimo Stato nel mirino, e ne trae le conseguenze logiche.

6) insomma le classi dirigenti italiane non hanno capito, o fanno finta di non aver capito, un cao. Dio ci aiuti, anche se non ce lo meritiamo.


Un commento

Quello che segue è il testo di presentazione del briefing oggetto dell’intervento di Buffagni; al centro della discussione la questione della “decolonizzazione” della Russia, ovvero dello smembramento e suddivisione del suo territorio in una decina di repubbliche indipendenti, un obiettivo antico che ha attraversato il ‘900 e che fu anche abbozzato nell’operazione Barbarossa lanciata da Hitler nel 1943. Mentre allora la motivazione aperta e nota a tutti era costituita dalla conquista dello spazio vitale “Lebensraum” per la razza ariana a scapito del mondo slavo (schiavo), per cui quelle terre dovevano anche essere parallelamente epurate dalla antica presenza ebraica in modo da far posto ai tedeschi che sarebbero giunti da ovest per colonizzarle, oggi, in sintonia con la sperimentata narrazione della “superiorità morale” dell’occidente, si tratterebbe piuttosto di liberare le tante nazioni sottoposte al dominio russo dalla loro condizione di “colonie”.

L’intervento del superiore occidente si configurerebbe quindi come sostegno all’ansia di liberazione nazionale di quei popoli (prospettiva che era stata già stata considerata all’epoca di Jeltzin) con la frammentazione della Federazione Russa, analogamente a quanto già avvenuto in Jugoslavia e, all’inizio del ‘900, con la cancellazione dell’impero austro-ungarico, il grande impero multinazionale centro europeo abbattuto dalla logica nazionalista che aveva conquistato l’Europa.

La guerra in Ucraina non sarebbe dunque altro che uno step di un progetto molto più ampio, preparato lungamente e finanziato con decine di miliardi di dollari con la sollecitazione della presunta differenza etnica, linguistica, nazionale interna, con l’approntamento di corpi speciali, per arrivare alla guerra civile da esportare poi, quando la situazione di indebolimento lo consentirà, al resto della Federazione russa.

Il primato morale dell’Occidente si riconfigura quindi come un nuovo internazionalismo per la liberazione di popoli ed etnie che può essere usato in ogni contesto ove una potenza locale si ostini eccessivamente nel rivendicare la propria sovranità. E’ l’antico “divide et impera” come mostra anche, parallelamente, l’esito del processo di unificazione europeo, supportabile solo se compatibile con la superiorità e il controllo politico anglosassone, cioè solo – e, ormai è sufficientemente chiaro – se la soglia di unificazione economica non si traduce in unificazione politica dotata di autonomia. Quando tale soglia si avvicina, deve essere rapidamente rimessa in forse anche la sua capacità e forza economica in modo da tornare ad un livello più gestibile e controllabile.

E’ anche evidente che questa strategia è l’unica percorribile (per gli anglosassoni) per evitare uno scontro diretto immediato con la Cina, la quale anche può essere sottoposta alla stessa procedura, attraverso l’amplificazione delle frizioni interne nelle sue aree islamiche, nel Tibet, ecc.

La nuova narrazione di un occidente che si sostituirebbe all’URSS come garante dei processi di liberazione nazionale in senso anti-coloniale, modifica quindi, provvisoriamente, quella, troppo assertiva e fallimentare, dell’esportazione della democrazia, che può tornare in auge in un secondo momento, quando la destrutturazione di questi spazi politici è già avvenuta, in termini di un format riutilizzabile per la ricostruzione e il consolidamento delle nuove repubbliche, dopo l’inevitabile e salutare caos che ne conseguirà.

Una narrazione che deve celare ciò che è ovvio, il tentativo di perpetuazione dell’ordine unipolare, ricostruendo una coerenza meta-culturale cioè anche sul versante del riconoscimento delle “differenze”, su cui l’occidente ha investito enormi risorse nei singoli paesi, proponendo un sistema di identità posticce cui conformare gli individui, le tribù, i territori, gli spazi mentali, ad uso della completa distruzione della coscienza sociale e di classe, attraverso l’uso di un marketing mirato e generalizzato, che ha transitato, fin dall’inizio della globalizzazione neoliberista, dalla produzione orientata al mercato con i suoi prodotti personalizzati secondo le congenialità individuali creati dall’offerta, alla riproduzione finale delle stesse persone.

Questa ricercata coerenza tra opzioni geopolitiche e vissuto quotidiano dei soggetti gettati (dell’occidente), serve a riunificare una visione del mondo, dal micro al macro e viceversa, senza la quale alcune contraddizioni rischiano di emergere e di minare il consenso sulle inevitabili scelte che sono di fronte.

Ma sempre di narrazione si tratta, bisogna tenerlo presente. Perché forse vi è un altra ragione molto meno spirituale e molto più pregnante nella messa a punto della strategia per il mantenimento del dominio unipolare dell’occidente sul pianeta in questo secolo; si tratta appunto della terra: una terra piena di risorse di base per le produzioni industriali, ma soprattutto di enormi riserve naturali, a partire delle acque, dalle terre vergini e dalle immense foreste e biodiversità; non è una novità, ma appare oggi come insopportabile che questa ricchezza sia gestita da soli 150 milioni di persone (di oltre 100 etnie che parlano 150 lingue), nel momento più grave che l’umanità sta attraversando dall’inizio della sua storia: la crisi climatica, la progressiva desertificazione, l’innalzamento oceanico.

Nei prossimi decenni sono probabili sommovimenti di popolazioni senza pari nello scenario globale. Le terre meno aggredibili o più tardi aggredibili dalle catastrofi ecologiche sono le più appetibili. Chi controllerà l’Asia centrale e l’immensa Siberia avrà in mano lo scettro, molto più di quando lo pensavano Halford Mackinder e Zbigniew Brzezinski in riferimento all’Hearthland. E da questo punto di vista, la “liberazione coloniale” della Russia significa una vera e propria guerra di conquista che potrebbe addirittura mitigare gli altri conflitti in programma; la spartizione ipotizzata della Russia può placare gli appetiti di molti su quel lunghissimo confine fino alla Kamschakta e allo stretto di Bering, magari al punto di rendere superflui, per un certo tempo, altri scontri finali.

C’è uno scenario alternativo a questa terrorizzante prospettiva ? C’era, ed era quello di una cooperazione tra sovranità diverse che si riconoscevano e che era andata costruendosi faticosamente tra Europa e Russia a partire dalla Ost-Politik e poi tra Europa e Cina negli ultimi 30 anni. Ma era proprio questo che andava distrutto. La decolonizzazione della Russia, iniziata con la destabilizzazione dell’Ucraina, è ciò dovrebbe rendere impraticabile qualsiasi ritorno di fiamma in Eurasia.

La cooperazione euroasiatica andava cancellata con una operazione Barbarossa 2.0 a favore del Lebensraum anglosassone del XXI Secolo. Non sappiamo se il tentativo di denazificazione andrà in porto secondo i programmi russi. Ma alla luce dei contenuti dell’imperativo morale e strategico della Commissione per la sicurezza e la cooperazione in Europa-Commissione di Helsinki e alla continuità di tradizione che essa rappresenta, appare quantomeno comprensibile.

G.Giorgi


Di seguito presentazione e video dell’incontro.

WASHINGTON-La Commissione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, nota anche come Commissione di Helsinki, ha annunciato oggi il seguente briefing online:

DECOLONIZZARE LA RUSSIA
Un imperativo morale e strategico

Giovedì 23 giugno 2022
ore 10:00

“La barbara guerra della Russia contro l’Ucraina – e prima ancora contro la Siria, la Libia, la Georgia e la Cecenia – ha esposto al mondo intero il carattere ferocemente imperiale della Federazione Russa. La sua aggressione sta anche catalizzando una conversazione a lungo attesa sull’impero interno della Russia, dato il dominio di Mosca su molte nazioni indigene non russe e la misura brutale con cui il Cremlino ha soppresso la loro autoespressione e autodeterminazione nazionale.

Sono ora in corso discussioni serie e controverse sulla necessità di fare i conti con l’imperialismo di fondo della Russia e sulla necessità di “decolonizzare” la Russia per farla diventare un soggetto valido per la sicurezza e la stabilità europea. Come successore dell’Unione Sovietica, che ammantava la sua agenda coloniale con una nomenclatura anti-imperiale e anti-capitalista, la Russia non ha ancora attirato un’adeguata attenzione per le sue tendenze imperiali coerenti e spesso brutali.”

È prevista la partecipazione dei seguenti relatori:

Fatima Tlis, giornalista circassa
Botakoz Kassymbekova, docente, Università di Basilea
Erica Marat, Professore associato, Collegio degli Affari di Sicurezza Internazionale, Università della Difesa Nazionale
Hanna Hopko, presidente della Conferenza Democracy in Action; ex membro del Parlamento ucraino
Casey Michel, Autore, Kleptocrazia americana

Contatto con i media
Indirizzo e-mail
csce[dot]press[at]mail[dot]house[dot]gov

Phone:202.225.1901

FONTE: https://www.csce.gov/international-impact/events/decolonizing-russia

Guerra in Ucraina: effetti sull’economia, sulla finanza e nelle relazioni internazionali (II° Parte)

Seconda parte degli atti del seminario “Guerra in Ucraina: effetti sull’economia, sulla finanza e nelle relazioni internazionali.

(La prima parte è a questo link: https://cambiailmondo.org/2022/06/17/guerra-in-ucraina-e-nuovo-ordine-mondiale-gli-effetti-nelleconomia-nella-finanza-nelle-relazioni-internazionali-i-parte/#respond)

Il vero atto di nascita dell’incremento dei prezzi dell’energia, dell’inflazione e dell’aumento dei tassi.

Già nel secondo/terzo trimestre del 2021 di fronte al balzo dell’inflazione, soprattutto negli Stati Uniti, ci si domandava se essa fosse un fenomeno strutturale o temporaneo. Le banche centrali per mesi hanno sostenuto la narrazione che fosse un fenomeno temporaneo e frutto delle riaperture post-covid. Molti già allora fornivano interpretazioni opposte, per esempio Bruno Rovelli di Black Rock: “Riteniamo che l’inflazione in futuro sarà strutturalmente più alta rispetto all’ultimo decennio”.

Le cause dell’aumento dell’inflazione

La carenza di materie prime, non solo quelle energetiche.

Il covid aveva portato o si pensava che portasse a massicci investimenti infrastrutturali, in particolare nel campo tecnologico relativamente alla cosiddetta transizione digitale e, in subordine, a quella energetica. Tutto questo necessitava di grandi quantità di materie prime che già cominciavano a scarseggiare, con quotazioni sempre più elevati e tempi di attesa sempre più lunghi. Se è vero che i “colli di bottiglia” nelle catene globali delle forniture erano dovuti alle riaperture, è anche vero che l’offerta non solo aveva difficoltà di adattamento di fronte al massiccio incremento della domanda, ma subiva il controllo delle proprie supply chain, le proprie catene globali di fornitura, da parte di USA, UE, Cina. Il caso emblematico è quello dei microchip, “l’oro” del nuovo mondo digitale. La Cina ha attualmente un’autonomia del 20% nella produzione dei semiconduttori, ma punta ad arrivare al 70% entro il 2025. Gli USA mirano alla difesa della loro posizione. Dalla protezione delle catene delle forniture il passo è breve verso nuovi protezionismi e verso potenziali scontri anche militari (vedi Taiwan).

La domanda globale era stata potenziata dall’intervento, mai avvenuto in precedenza in questi termini, delle Banche centrali.

Nel caso del secondo e terzo trimestre del 2021 i bilanci della Federal Reserve USA (Fed), della BCE, della Bank of England (BoE), della Banca del Giappone e della Banca del Popolo cinese avevano superato i 30 mila miliardi di dollari: un oceano di liquidità (oggi siamo ancora oltre). Prima della grande crisi sistemica del 2007-8 e della grande deflazione, viaggiavano intorno a 7 mila miliardi. Nel 2019, dopo anni di progressiva crescita, si attestavano poco sotto i 20 mila miliardi. Poi, con la pandemia, il grande balzo.

I tassi sono passati da una media del 3,5% di fine anni ’90, al 2,1% fra il 2001 e il 2007, alla novità di un valore negativo di -1,1% tra il 2008 e il 2019, fino al -2% del post-covid.

Quindi, grande facilità del credito a buon mercato, crescita spaventosa di valore di tutti gli asset, in particolare di quelli finanziari. Incremento parossistico delle operazioni finanziarie, incremento del debito privato per l’uso ampio della leva (soprattutto da parte degli hedge fund). Paradiso per la speculazione di hedge, di società finanziarie, di banche; incremento di valore degli asset “in pancia” delle banche (in Italia soprattutto titoli del debito pubblico). Incremento reale e finanziario del settore tecnologico “growth” fondato più sulle prospettive future che sulle profittabilità e solidità attuali (con crescita spropositata del listino tecnologico Nasdaq).

A tutto ciò si aggiunga la spinta dell’intervento fiscale degli Stati soprattutto per assistenza diretta e indiretta all’accumulazione delle imprese (finanziamenti a fondo perduto, prestiti a zero o pressoché a zero con garanzia pubblica, rinvio delle scadenze fiscali, risparmi “forzosi” per il covid).

Da qui, alle riaperture, grande aumento della domanda di beni di investimento e di consumo (soprattutto in USA) e offerta claudicante per le ragioni sopra accennate: i prezzi aumentano.

Ancora sulle materie prime

Nell’ottobre 2021così scriveva Sissi Bellomo, esperta di questioni energetiche, su “Il Sole 24 Ore”: “Carenza di materie prime, microchip introvabili, trasporti via container diventati un incubo, con costi e tempi di spedizione da primato. Dovevano essere shock temporanei, proprio come le fiammate dell’inflazione. Ma le catene di rifornimento, sconvolte dal covid, sono tuttora nel caos […]. I problemi persistono e il ritorno alla normalità non sembra dietro l’angolo. Al contrario dall’autunno del 2020, quando la paralisi della pandemia si era temporaneamente interrotta e avevamo registrato una forte ripresa dell’attività industriale e della corsa al ristoccaggio, la situazione si sta aggravando, per es. per i semiconduttori come continuano a denunciare le case automobilistiche. Intanto i noli marittimi sono alle stelle. I contratti di trasporto vengono sottoscritti a prezzi più che doppi rispetto a un anno fa”. Le navi fanno la coda in attesa di scaricare nei principali terminal e “anche per le materie prime non si registra una vera svolta [oltre i prezzi], difficoltà di approvvigionamento per gomma, legname, acciaio e altri metalli. Nel frattempo sono infiammati sempre più i prezzi dell’energia. Il gas in particolare ha raggiunto prezzi mai visti nella storia, superando sui principali hub europei i 100 euro per megawattora, un prezzo quintuplicato da inizio anno [2021] ed equivalente – se si trattasse di petrolio – a 190 euro al barile, più del doppio rispetto alle quotazioni [di allora] del Brent. Da record è anche il prezzo del carbone che […] sta tornando in auge a causa dei rincari del gas. E il prezzo dei diritti UE per l’emissione di CO2, che ha superato 65 euro per tonnellata”.

Prima di affrontare il tema degli ETS, della loro finanziarizzazione e della loro grande influenza sulla formazione dei prezzi dei combustibili fossili, vorrei sottolineare il fattore strutturale di ogni rincaro dell’energia nel nostro tempo: le politiche e le modalità delle politiche della cosiddetta transizione verde e delle rinnovabili. Già prima dello stesso covid esiste, per usare le parole dell’esperto di questioni energetiche Tabarelli, un mercato corto, contratto, a causa di carenze di investimenti per le pressioni della finanza (ESG) e della politica (UE e nazionali), che chiedono l’abbandono dei combustibili fossili mentre le rinnovabili non sono ancora in grado di rimpiazzarli. La guerra ha solo accelerato processi ben radicati da tempo e dovuti a ragioni che nulla hanno a che vedere con la guerra stessa.

Gli European Union Emissions Trading Scheme (EU ETS)

È una questione poco nota, una questione finanziaria, che ha un ruolo importante nella generazione dei prezzi energetici. Il sistema per lo scambio di quote di emissioni di gas a effetto serra è stato concepito dall’UE con l’obiettivo di indurre le grandi imprese del vecchio Continente ad inquinare di meno. L’idea originaria era semplice: fissare un tetto massimo alle emissioni di alcuni agenti inquinanti. In particolare il biossido di carbonio (CO2), l’ossido di azoto (N2O) e iperfluorocarburi (PFC).

Le aziende che, per la loro attività, emettono tali sostanze, ricevono i cosiddetti “carbon credit” (o “quote di emissione”). In sostanza dei diritti ad inquinare: la direttiva UE ETS stabilisce che dal 2013 gli impianti di produzione di energia elettrica e gli impianti che svolgono attività di cattura, trasporto e stoccaggio del carbonio, devono approvvigionarsi all’asta di quote per l’intero proprio fabbisogno (assegnazione a titolo oneroso). Al contrario, gli impianti afferenti i settori manifatturieri hanno diritto all’assegnazione a titolo gratuito sulla base del loro livello di attività e degli standard di riferimento (benchmark). Una quota corrisponde all’autorizzazione di emettere una tonnellata equivalente di CO2. Le aziende poi possono acquistare le quotesul mercato ETS come se fossero un qualsiasi asset finanziario. I titoli che troveranno sono quelli posti in vendita da altre imprese, che hanno inquinato di meno e quindi non hanno, in tutto o in parte, utilizzato i loro diritti.

L’idea era stata introdotta dal protocollo di Kyoto firmato nel 1997 ed entrato in vigore nel 2005.

La ragione per cui fu introdotto un tetto fu quella di rendere il più possibile “rari” i diritti ad inquinare, cosa che avrebbe dovuto tenere alti i prezzi (per domanda e offerta) e fungere da deterrente. Le imprese in tal modo pur di non spendere quanto necessario per acquistare i titoli ETS avrebbero dovuto preferire investire per adottare tecnologie in grado di limitare le emissioni oppure riconvertire le loro produzioni.

È stato stabilito che ciascuno Stato membro elabori un proprio Piano Nazionale di allocazione delle quote e lo faccia approvare dalla Commissione europea, la quale avrebbe dovuto vigilare affinché il tetto globale non venisse superato. Secondo alcuni esperti, centrare gli obiettivi climatici significava un prezzo non inferiore a 40 euro. Il meccanismo ETS prevede che anche le banche d’investimento possano acquistare titoli, aprendo alla finanziarizzazione di tutto il settore.

Con gli effetti della crisi del 2008 e poi col covid lo schema è saltato. Numerose imprese hanno diminuito la loro produzione. Tale evento ha provocato un calo delle emissioni inquinanti. Di conseguenza molte aziende si sono trovate in mano carbon credit in eccesso, e hanno cercato di venderli. Tale aumento dell’offerta (anche se limitata solo nel suo complesso dal tetto globale) ha portato a un crollo dei prezzi degli ETS. E’ bene dire in questa sede che tale diminuzione coinvolse i prezzi energetici e fece orientare gli intermediari verso i prezzi spot all’epoca molto bassi con abbandono dei contratti a lungo termine. I fornitori dei vari mercati seguirono il movimento della finanza.

Con la ripresa rifiorirono le scommesse speculative sugli ETS con l’utilizzo dell’armamentario consueto in queste circostanze: posizioni rialziste sostenute da opzioni. Cioè la speculazione prevedendo la ripresa post-covid si è messa “long”. Secondo alcuni esponenti delle stesse istituzioni europee, la speculazione sugli ETS ha contribuito, già nell’autunno 2021, per un 30-35%, all’aumento dei prezzi di gas naturale, petrolio e carbone.

E’ certo che siano intervenuti gli hedge fund. Questi sono particolari fondi comuni di investimento caratterizzati da una gestione piuttosto rischiosa dei capitali privati. Possono essere istituiti dalle società di gestione del risparmio, in Italia con la dizione obbligatoria di fondo comune di investimento speculativo.

I fondi speculativi hanno la seguente strategia:

  1. compravendita simultanea di titoli collegati (arbitraggio);
  2. vendita allo scoperto (short selling) di titoli presi in prestito o non posseduti: speculazione al ribasso spesso sostenuta da opzioni put; speculazione al rialzo in genere operazione speculativa sui derivati;
  3. utilizzo ampio della leva finanziaria, grazie (generalmente) alla disponibilità del sistema bancario. Leva frequente: 1/5 e 1/10.

Opzioni

Diciamo ora qualcosa sulle opzioni (strumento derivato standard con finalità di speculazione).

Con il termine di opzione (option) si intende quel particolare tipo di contratto che conferisce al possessore la facoltà, e non l’obbligo (da qui opzione), di acquistare o vendere il titolo sul quale l’opzione è iscritta, che è lo strumento sottostante o semplicemente sottostante, a un determinato prezzo prestabilito (prezzo di esercizio o strike price) a una certa data (opzioni dette europee), a fronte di un premio pagato non recuperabile. Le opzioni possono avere i più diversi sottostanti: azioni, materie prime, tassi, etc..

Le opzioni call conferiscono la facoltà di acquistare, le opzioni put quella di vendere.

Nel caso di un’opzione call l’acquirente alla scadenza può scegliere se:

  • esercitare la facoltà di opzione acquistando il sottostante al prezzo di esercizio, se questo risulta inferiore al prezzo di mercato
  • rinunciare all’acquisto e al premio versato in caso contrario.

Nel caso di opzione put alla scadenza può scegliere se:

  • esercitare il diritto di opzione, vendendo al prezzo di esercizio, se questo risulta superiore al prezzo di mercato
  • rinunciare.

Acquistando opzioni call o vendendo opzioni put si assumono posizioni rialziste. Come è avvenuto nel caso degli ETS. Naturalmente le stesse opzioni sono sul mercato ed hanno un prezzo.

È proprio di questi giorni (8 giugno) il voto del Parlamento europeo, tra le altre cose, sugli ETS.

Il cosiddetto pacchetto “Fit-for-55”, cioè il taglio delle emissioni del 55% entro il 2030 rispetto al livello del 1990, per raggiungere la “neutralità climatica” entro il 2050, comprende la cosiddetta riforma degli ETS e la carbon tax alle frontiere.

Dopo un mare di discussioni nessun accordo è stato raggiunto. Leggiamo su “Il Sole – 24 Ore” del 9 giugno: “Il nodo più critico ha riguardato la riforma del mercato delle quote di emissioni nocive. L’esecutivo comunitario ha proposto di abolire, entro il 2035, il numero di quote distribuite gratuitamente alle imprese più inquinanti [ETS appunto], introducendo nel frattempo un dazio ambientale per i beni provenienti da paesi terzi”. Per contrasti tra i partiti (PPE, socialisti, liberali, verdi) la questione non è stata decisa ed è ritornata “sine die” in commissione ambiente “insieme alla proposta relativa al dazio ambientale che va a braccetto con la riduzione delle quote ETS gratuite”.

Guerra, gas e petrolio

Quali le conseguenze di un embargo sul gas russo?

Importare gas dagli USA? Il GNL (gas naturale liquefatto), presentato come alternativa al gas russo, costa il 50% in più, ma anche il quintuplo di quanto si pagherebbe a Gazprom, ci spiega l’esperta Sissi Bellomo su “Il Sole – 24 Ore” del 13 aprile scorso, “se invece di importare direttamente dai produttori americani [ci si rivolge] a un intermediario, ad esempio “Vitol” [multinazionale a base olandese], “Shell” [multinazionale a base GB] o a “Trafigura” [multinazionale con base a Singapore], colossi del commercio globale del gas liquefatto”.

Che il GNL sia più caro delle forniture via gasdotto è ovvio: dai giacimenti il gas deve essere trasferito in impianti speciali dove viene liquefatto ad una temperatura di 162° sotto zero che ne riduce il volume di circa 600 volte, poi c’è il trasporto su navi metaniere e infine, una volta a destinazione, bisogna rigassificare il carico. Ma in tutto quanto costa? Dipende da quando e da come si effettua l’acquisto di gas. Se si compra in modo occasionale sul mercato spot (vedi glossario) oppure con un contratto pluriennale che può durare anche 20 o 30 anni. I dettagli dei contratti sono coperti da segreto commerciale. Nello scorso maggio sono state denunciate speculazioni dallo stesso Bonomi, presidente di Confindustria, in particolare dell’Eni. Il governo ha mandato i contratti all’Arera (Autorità di Regolazione per Energia, Reti e Ambiente), ove, per quanto mi risulta, ancora giacciono. Impiegando dati ufficiali relativi al dicembre 2021, un carico di GNL USA è stato venduto in media per 28,7 milioni di dollari, prezzo FoB. Tutto il resto si paga a parte e il carico diventa di 35,3 milioni di dollari. La conclusione a cui si giunge è questa: il costo di 1000 metri cubi di gas USA immesso in rete è di 415 dollari contro i 273 di Gazprom. In altri termini, 34,5 euro per megawattora per il gas USA e 22,6 euro per quello russo.

Comprare il GNL USA è stato ancora più oneroso per chi non si è rivolto direttamente ai produttori (in Italia solo Enel, attraverso la controllata Endesa, ha un contratto per rifornirsi da un impianto texano). Se si compra spot da un intermediario (Vitol, Shell, Trafigura, Enel, Eni) lo si effettua a prezzi di mercato e il riferimento europeo è il TTF (Title Transer Facility) olandese (in USA il Nimex) che a dicembre indicava valori cinque volte più alti dei prezzi praticati da Gazprom.

Il conto fatto sopra saliva a più di 100 milioni di dollari per una metaniera USA, dei quali una gran parte finivano nelle tasche dell’intermediario.

La Vitol (ma anche le altre) sta facendo da molti mesi affari colossali comprando da Gazprom a prezzi scontati (in base a contratti di lunga durata) e rivendendo a prezzi quintuplicati sul mercato spot.

Il TTF è il mercato all’ingrosso del gas naturale.

Attraverso questa piattaforma avviene la compravendita del gas tra i più grandi operatori e trader del settore (detti i produttori e fornitori), che rispettivamente vendono e acquistano il gas naturale. I fornitori del mercato italiano acquistano il gas naturale per poi rivenderlo a loro clienti finali: aziende e utenti domestici. Il prezzo di acquisto, connesso strettamente all’indice TTF, è la base di partenza cui si aggiunge un margine, ossia il gAncora sulle mateuadagno del fornitore. Ripresa dell’economia e aspettative speculative, a partire dall’estate 2021, hanno determinato un aumento del prezzo del gas TTF (tabella 1).

Tabella 1: i prezzi spot del gas naturale sul mercato olandese del TTF fra settembre 2021 e maggio 2022


I prezzi spot del gas nel mercato TTF
MeseAnnoCosto in $ al mc
Agosto20210,472
Settembre20210,679
Ottobre20210,936
Novembre20210,874
Dicembre20211,178
Gennaio20220,895
Febbraio20220,889
Marzo20221,342
Aprile20220,990
Maggio20220,956

Il PUN è il Prezzo Unico Nazionale del mercato all’ingrosso dell’energia elettrica e viene associato al TTF.

Il PUN è il principale riferimento del nostro mercato e di tante “offerte luce” a prezzo variabile. L’andamento del prezzo PUN dell’energia elettrica è legato a quello del gas nel nostro Paese, poiché una buona parte dell’energia elettrica prodotta in Italia proviene proprio dalla combustione del gas metano. Il prezzo del gas quindi influenza molto quello dell’energia elettrica nelle dinamiche che avvengono nella borsa dell’elettricità.

Pertanto il prezzo che troviamo in bolletta è in grande misura il prodotto della speculazione finanziaria, ed è questa la ragione della mancata apposizione di un tetto al prezzo del gas.

Alcune offerte di gas a prezzo indicizzato seguono il TTF, altre invece seguono l’andamento del prezzo del gas PSV, Punto di Scambio Virtuale, che corrisponde all’indice del prezzo del gas in Italia, il mercato all’ingrosso italiano gestito dal GME (Gestore dei Mercati Energetici), società interamente partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dalla Snam che si occupa del trasporto del gas nazionale. I valori del prezzo del gas TTF spot e del PSV del 2021 e dei primi mesi 2022 sono pressoché identici.

Quando si parla di prezzo spot si considera il prezzo del gas consegnato a breve termine, generalmente il giorno successivo. La sua formazione è relativa al mese di riferimento (quello precedente il mese corrente) ed è la media aritmetica dei prezzi giornalieri.

Il prezzo spot è il prezzo di riferimento dei contratti di fornitura indicizzati al TTF (o PSV), prezzo per lungo tempo basso, che aveva invogliato a forniture spot. La Russia aveva messo in guardia dall’autunno 2021 dall’affidarsi agli andamenti della finanza e aveva invitato gli importatori occidentali a stipulare contratti di media/lunga durata. Già da allora, da parte del governo russo, era stata respinta la narrazione ideologica occidentale della Russia come causa dell’aumento dei prezzi dell’energia e non invece la speculazione.

I prezzi futures riguardano le consegne più lontane nel tempo, una previsione a lungo termine.

I prezzi, basati sui contratti futures, sono quelli utilizzati nelle offerte di forniture del gas a prezzo fisso.

A causa della speculazione negli ultimi mesi si è verificato l’inconsueto fenomeno che le offerte a prezzo fisso sono state di misura inferiore a quelle a prezzo variabile.

Il prezzo al TTF è ormai completamente dissociato dai costi produttivi e risente anche del costo crescente delle coperture dei trader, che alimenta la spirale rialzista.

I russi hanno costi di estrazione tra i più bassi del mondo e politiche commerciali diverse dagli USA.

Gazprom vende quasi tutto via gasdotto con contratti pluriennali che prevedono un volume minimo di forniture da pagare se non vengono ritirate: il noto “take or pay” che farebbe violare i contratti in caso di embargo o riduzione repentina dell’import dalla Russia, e che saremmo comunque costretti a pagare. Il prezzo spot del gas russo è agganciato solo per una parte al TTF (60-70%).

I contratti futures (strumento derivato): breve cenno

Gli strumenti derivati, istituzionalizzati nei prezzi futures delle consegne di gas più a lungo termine, sono ampiamente utilizzati anche nel mercato spot. L’andamento di tutti i prezzi del gas dipende in misura più o meno grande dalle scommesse speculative le quali, si badi bene, si fondano su elementi di previsione reali che vengono però, a seconda delle convenienze, manipolati: talora enfatizzati, talora sottaciuti. Il rialzo di benzine e altri combustibili di questi giorni è legato speculativamente (ma c’è anche una base reale) alla sesta tornata di sanzioni a carico della Russia.

I prezzi sono immediatamente cresciuti: il Brent, sostenuto dall’allentamento del lockdown in Cina, ha superato i 125 dollari al barile. Nei giorni successivi i prezzi si sono stabilizzati a 120-121 dollari al barile. E anche se la Russia sta vendendo a prezzi scontati (l’Ural costa 30 dollari in meno del Brent), Bloomberg stima che l’embargo dovrebbe costare alla Russia non più di 10 miliardi di dollari di mancati introiti sui 270 miliardi che il governo si aspetta dall’export di prodotti energetici.

La guerra (e l’atteggiamento ancillare agli USA dell’UE e degli altri Paesi occidentali) favorisce l’incremento della produzione americana di gas naturale. Ma sullo sfondo del nuovo output della fonte fossile di energia ricavata con la tecnica del fracking resta aperta la grande questione ambientale. La frantumazione idraulica è nefasta ecologicamente per le emissioni di metano, le quali aggravano l’effetto serra, e per l’inquinamento delle falde acquifere, a causa dell’uso sotterraneo di fluidi e sostanze chimiche. La concentrazione di metano nell’atmosfera ha conosciuto il balzo maggiore nel 2021. Le emissioni di metano, delle quali le compagnie petrolifere e di gas naturale sono le maggiori responsabili, hanno ripercussioni di decine di volte superiori all’anidride carbonica in termini di surriscaldamento dell’atmosfera.

Un quarto dell’effetto serra è oggi attribuibile alle emissioni di metano. A metà maggio (11/5) “iI Sole – 24 Ore” ci ha informato che le importazioni di GNL USA (in Europa) sono letteralmente esplose: il vecchio continente (incluse R.U. e Turchia) ne ha ricevuto 16,1 milioni di tonnellate nel primo trimestre, che in forma rigassificata equivalgono a 22,1 miliardi di metri cubi: consegne quasi quadruplicate rispetto un anno fa e che si confrontano con i 22,2 milioni di tonnellate dell’intero 2021. Oggi l’Europa è di gran lunga la prima destinazione, con una quota del 71% tra gennaio e marzo. Da aprile la tendenza si è accentuata e gli acquisti hanno accelerato il passo. In aprile “S e P Global” ha contato 104 metaniere in arrivo in Europa.

Glossario:

Mercato spot: è il prodotto nel quale lo scambio dei prodotti trattati (merci, titoli, valute ecc) avviene con liquidazione(consegna dei titoli e pagamento del controvalore) immediata cioè con differimento di pochi giorni. Il mercato spot è anche denominato a pronti, mercato contante o mercato cash poiché la liquidazione dei contratti di compravendita negoziati in ogni giornata è eseguita con un differimento molto breve (pochi giorni). Il differimento è legato solo a ragioni tecniche (tempo richiesto per portare a termine il processo di liquidazione); l'acquirente deve disporre del denaro e il venditore degli strumenti negoziati il giorno stesso nel quale lo scambio è effettuato
I contratti futures sono simili a contratti a termine. Si tratta di contratti che comportano l'obbligo di acquistare o vendere merci o attività finanziarie a una certa data e un certo prezzo prefissato.
A differenza dei contratti a termine, i futures sono contratti standardizzati per quanto riguarda importi e scadenze e, inoltre, si riferiscono a merci o attività finanziarie indicate solo nelle caratteristiche, non ad attività specificamente individuate.
I futures si distinguono in:
Financial futures, che hanno un sottostante di natura finanziaria, distinti in:
  • interest rate future per titoli a reddito fisso;
  • currency future per le valute;
  • stock index future per gli indici azionari.
Commodity futures, contratti che hanno come sottostante generi alimentari (riso, grano, caffè, etc.), metalli (oro, argento, rame, etc.), prodotti energetici e, altre materie prime. 

Alcune considerazioni sull’atteggiamento del governo e dello stesso Draghi

Intanto Draghi, Cingolani e Franco, hanno costruito un muro di omertà sulla questione della formazione dei prezzi del gas in generale (TTF) e, quando ne hanno accennato, lo hanno fatto in maniera incomprensibile e sibillina con espressioni tipo: “dobbiamo scollegare il prezzo della bolletta dal metano” ed altre simili. Nulla hanno fatto se non mettere “pecette” perlopiù a carico dei contribuenti con interventi su accise e Iva (il resto in piccola parte finanziato con extra profitti dei produttori di energie rinnovabili, prodotte a costi più bassi ma vendute per la produzione di energia elettrica come se fosse gas e ai prezzi di quest’ultimo; e con gli extra guadagni, a determinate condizioni, delle altre aziende produttrici di energia dovuti all’altissimo livello dei prezzi energetici). Ai lavoratori e agli italiani in genere, non è stato naturalmente raccontata la dinamica, tutta ferocemente capitalistica e finanziaria, del mercato del gas, ma è stato detto che viene fatto tutto il possibile in sede UE per apporre un tetto al prezzo dell’energia e che purtroppo ci sono forti resistenze (chissà perché?).

Lo stesso Paolo Descalzi, amministratore delegato dell’Eni, è giunto a dire (“Il Sole – 24 Ore” del 9 giugno): “Quest’inverno non sarà semplice senza un tetto sul prezzo del gas”. E non lo sarà perché se “i volumi ci saranno, le bollette si dimostreranno ugualmente pesanti per le aziende come per i consumatori”, gonfiate da “distorsioni” sul mercato che richiederebbero “l’adozione di tetti ai prezzi”. Sono rincari “quelli in atto, ingiustificati”, dove si fa sentire “la distorsione speculativa del mercato”. Ohibò! Ma non era tutta colpa della Russia? E invita Mario Draghi a “insistere” su questo fronte, nonostante le resistenze. Il nodo da sciogliere, prosegue Descalzi, non è legato ai volumi. “Per l’inverno visto che il gas russo c’è ancora, non esiste un problema di flussi bensì di prezzi. Senza ragione abbiamo un prezzo che è più alto di 6-7 volte rispetto al 2019. Un tetto alle quotazioni, “pari a livelli [per carità!] sempre nettamente superiori ai costi di produzione, vuol dire ridurre il prezzo dell’elettricità e garantire la sicurezza energetica”.

Draghi al discorso di apertura della sessione ministeriale dell’OCSE a Parigi il 9 giugno, parla del rincaro delle materie prime e mette nel carnet dei propri successi che: “il Consiglio UE ha approvato di considerare di imporre un tetto dei prezzi per le importazioni di gas russo [?!]: questo potrebbe limitare l’incremento dell’inflazione e ridurre i flussi finanziari verso Mosca [??]” (“Il Sole – 24 Ore” del 10 giugno). Ma l’importazione è solo di gas russo? Ma non abbiamo detto che le importazioni dalla Russia avvengono prevalentemente sulla base di contratti (a clausole spesso segrete) o, se spot, a un prezzo di riferimento solo parzialmente (60-70%) collegato al TTF?

La falsificazione della realtà operata da Draghi è ben più vistosa di quella di Descalzi, che pure con i compari Vitol, Shell ed altri, è tra i pescecani del mercato del gas.

Dulcis in fundo, Draghi, esperto di strumenti finanziari UE chiede, anche per il caro-energia, l’intervento del SURE (strumento temporaneo europeo approvato dalla Commissione e dal Consiglio durante il primo lockdown per supportare gli Stati Membri nella protezione dei posti di lavoro messi a rischio dalla crisi pandemica). La UE, egli ha detto a Parigi, deve valutare di replicare strumenti come il SURE “che ci hanno aiutato a riprenderci rapidamente dalla pandemia”. Uno strumento simile, ha aggiunto Draghi, “potrebbe garantire ai paesi vulnerabili più spazio per aiutare i propri concittadini in un momento di crisi, rafforzerebbe il sostegno popolare al nostro sforzo sanzionatorio congiunto e contribuirebbe a preservare la stabilità finanziaria in tutta l’area dell’euro”. Peccato che la provvista del SURE, con l’emissione di obbligazioni, la garantiscano gli Stati membri e il rimborso delle obbligazioni lo pagano i cittadini italiani e degli altri Stati membri!

Anche il petrolio USA guadagna quote di mercato in Europa. Bloomberg stima che dai maggiori terminal del Texas e della Louisiana ci siano stati spediti 48,8 milioni di barili di greggio ad aprile: in media 1,6 mgb, un record da quando gli USA nel 2015 hanno rimosso il divieto di esportazione.

Arriva greggio anche dalle riserve strategiche USA: un paradosso, visto che la Casa Bianca aveva decretato l’utilizzo delle riserve per raffreddare i prezzi alla pompa a vantaggio dei cittadini americani.

L’export complessivo del greggio USA ha toccato punte superiori a 4 mbg (milioni di barili al giorno) ad aprile (dati Eia). Nel primo trimestre la media era di 3,3 mbg secondo il “Census Bureau”, le cui statistiche evidenziano che il boom di esportazioni energetiche – unito ai prezzi record – stia fornendo ossigeno alla bilancia dei pagamenti USA in perenne e pesante deficit: petrolio e carburanti hanno generato entrate per 56,7 miliardi di dollari nel primo trimestre (di cui 22,9 miliardi a marzo), quasi il doppio rispetto allo stesso periodo del 2021. L’export di gas ha invece fruttato 21 miliardi, circa un terzo in più del 2021.

Nel 2021 l’Italia ha importato dalla Russia il 38,2% del gas che consuma. Si tratta di 29,07 miliardi di metri cubi di gas naturale. E questo dopo l’adesione della Crimea alla Russia; infatti precedentemente la percentuale era del 44%.

L’Italia estrae il 4,4% del gas che consuma. In sostanza produciamo 3,34 miliardi di metri cubi di gas naturale, ma ne utilizziamo 76,1 miliardi all’anno.

Dati 2020: l’Italia ha importato l’11,1% del suo fabbisogno petrolifero dalla Russia. L’import dei prodotti raffinati è sceso al 12,5%.

La Germania ha importato il 34% del suo greggio dalla Russia contro il 28,7% del 2000 e quasi il 30% dei prodotti raffinati.

Il sesto pacchetto di sanzioni approvato dal Consiglio europeo.

Esso prevede l’embargo, non dal 1° gennaio, come è stato ripetutamente detto, ma tra 6 mesi per il greggio e 8 mesi per i prodotti raffinati del petrolio russo e dei prodotti raffinati provenienti via mare (i 2/3), con una deroga temporanea senza specifica scadenza per il greggio proveniente via oleodotto Druzhba (il restante 1/3). La deroga è stata ottenuta dai paesi più dipendenti dalla Russia e privi di sbocchi sul mare (Ungheria, Cechia, Slovacchia). Tali paesi sono serviti dal ramo sud dell’oleodotto Druzhba. Il braccio nord serve Germania e Polonia.

Il greggio via terra costa il 30% in meno circa di quello sotto embargo. Di questa situazione hanno provato ad approfittare la Germania e la Polonia col sostegno della Francia di Macron. Olanda Belgio e Italia si sono opposte perché le prime due sono grandi importatrici di petrolio via mare e tutte e tre perché, con la Germania in campo, si creerebbero squilibri fra Stati membri con penalizzazioni dei sistemi produttivi concorrenti con la Germania, e di quello italiano in particolare.

La Germania ha dapprima fatto il pesce in barile, ma poi è stata costretta dagli altri a mettere per iscritto l’impegno ad uniformarsi comunque all’embargo. E questo giustificherebbe l’affermazione di von der Leyen che lo stop al greggio russo dovrebbe arrivare al 90%. È ritenuto invece tollerabile il vantaggio competitivo di Ungheria, Cechia e Slovacchia (anche se la Commissione vigilerà).

La più volte citata esperta di economia energetica Sissi Bellomo ci dice, e giustamente, che l’impalcatura sanzionatoria è fragile per le seguenti ragioni.

In primo luogo il fattore prezzi: se, a causa delle sanzioni, i combustibili, come stiamo vedendo, diventeranno più cari, questo potrebbe limitare o azzerare per la Russia l’effetto di un calo delle proprie esportazioni.

In secondo luogo, c’è il fattore tempo, con una gradualità nell’avvio dell’embargo che non agevola solo gli europei nella ricerca di fornitori alternativi, ma anche la Russia, che si sta già organizzando con successo per servire i nuovi clienti come l’India.

In terzo luogo, l’aggiramento delle sanzioni (trasferimenti ship-to-ship in alto mare), i vari tipi di triangolazione ed altro.

Il piano REPower EU (e altro)

La rottura strategica con la Russia

Il 18 maggio scorso l’intera Commissione europea ha firmato il piano REPower EU.

Cosa prevede il piano? Quali sono i suoi obiettivi?

L’obiettivo di fondo è ridurre la dipendenza dalla Russia per mezzo di alcune azioni ritenute indispensabili.

Il piano REPower EU è la concreta decisione dell’UE è di allontanarsi dalle fonti fossili provenienti dalla Russia. Tale percorso è stabilito compiersi nei prossimi cinque anni.

I punti cardine del piano si riassumono nelle seguenti azioni:

  1. cambiare i fornitori per il gas e dotarsi delle infrastrutture necessarie (es. rigassificatori);
  2. sostenere la crescita delle rinnovabili con l’obiettivo elevato al 45% entro il 2030;

3) concretizzare l’impegno verso un cospicuo risparmio energetico;

4) triplicare i siti di stoccaggio di energia per il prossimo inverno.

C’è un quinto obiettivo: la strategia solare che tocca il tema del fotovoltaico.

Queste sono le misure chiave con cui il la Commissione europea “risponde all’invasione russa per accelerare la transizione energetica”.

A tal riguardo sono stati stanziati 300 miliardi di euro, di cui 225 in sovvenzioni e 75 come prestiti.

Il complesso delle misure del piano REPower EU definitivo (iniziative legislative, schemi non vincolanti, raccomandazioni dell’esecutivo ai paesi membri), mira all’azzeramento della dipendenza energetica dalla Russia entro il 2027, incominciando già da quest’anno con l’abbattimento di quasi 2/3 delle importazioni di gas dalla Russia. Una grandissima parte delle somme stanziate andranno a finanziare la transizione energetica europea.

E’ poi ritenuto necessario ridurre la domanda di energia.

Nel breve termine, i tagli alla domanda giungono sotto forma di una comunicazione da parte della Commissione: si tratta di indicazioni sui comportamenti da tenere per famiglie e industrie e dovrebbero contribuire a tagliare circa il 5% della dipendenza europea da petrolio e gas russi. Per esempio: ridurre i limiti di velocità in autostrada, fare buon uso dei propri condizionatori (do you remember, Draghi?) e apparecchi elettrici domestici. Nel frattempo la commissione predispone un’iniziativa legislativa per aumentare la quota di veicoli a zero emissioni e rendere più sostenibile il traffico commerciale.

La EU Energy Platform sarà il veicolo chiave per la diversificazione delle forniture di gas ora provenienti dalla Russia.

È un meccanismo volontario per mettere in comune la domanda, negoziare con i partner internazionali per facilitare gli acquisti comuni di gas, GNL e idrogeno.

Una parte degli investimenti (10 miliardi) verrà riservata all’adeguamento delle infrastrutture in particolare tramite il raddoppio del Tap (Trans Adriatic Pipeline), il potenziamento del Corridoio Sud del gas che è il corridoio progettato come espansione del gasdotto del Caucaso meridionale, chiamato Bakù-Tbilisi-Erzurum Shah Deniz 2 , così come la costruzione del gasdotto TANAP in Turchia e la sua estensione in Europa: il gasdotto trans-adriatico,  lungo 878 chilometri, che interessa Grecia, Albania e Italia dove a Brindisi si connette alla rete Snam. 

Carta 1: i gasdotti Shah Deniz 2 – Tanap

Con la EU Solar Strategy l’Unione punta a rendere obbligatoria l’istallazione dei tetti fotovoltaici, sia pure gradualmente: tutti i nuovi edifici residenziali dovranno avere tetti solari dal 2029.

Marcello Messori (“Il Sole – 24 Ore” del 26 maggio) fa un po’ di conti.

Il piano della Commissione riguarda non solo la transizione energetica, REPower EU, ma anche il sostegno di liquidità e la “ricostruzione” dell’Ucraina.

Gli investimenti, richiesti fino al 2027 per il raggiungimento di questi obiettivi, sono dell’ordine di 280 miliardi; si tratta di risorse che si aggiungono ai 390 miliardi necessari fino al 2030 per realizzare gli impegni del programma sul clima (“Fit-for-55”).

Per coprire i 280 miliardi aggiuntivi, si prevede di trasferire al “Dispositivo di ripresa e resilienza” (il “Recovery and Resilience Facility” o RRF), 20 miliardi di euro provenienti dalla vendita degli ETS, attualmente nella riserva per la stabilizzazione del mercato.

Sono poi disponibili i prestiti non utilizzati del RRF (prestiti del “Piano di Ripresa e Resilienza o RRF, erogati agli Stati e da questi in tutto o in parte non utilizzati) che ammontano oggi a 225 miliardi di euro.

Per favorirne il completo utilizzo, la Commissione propone di redistribuire fra i Paesi dell’Unione europea i prestiti già destinati dal RRF a singoli Stati membri, ma non inseriti nei relativi PNRR. Entro 30 giorni dall’approvazione del nuovo regolamento RRF, gli Stati potranno richiedere i loro eventuali prestiti residui; dopo quella data, i prestiti eccedenti saranno redistribuibili agli altri Paesi (quindi anche all’Italia) anche oltre il tetto massimo dei prestiti, oggi fissato al 6,8% del PIL.

Ogni paese può inoltre trasferire, su base volontaria, fino al 12% delle riserve dei propri fondi di coesione (per un massimo di 45 miliardi) e dei propri fondi legati alla politica agricola comune (per un massimo di 7,5 miliardi).

Fondi di carattere sociale e destinati all’agricoltura mobilitati in funzione antirussa!

Oltre al REPower EU, la Commissione ha proposto di accrescere l’assistenza macro finanziaria all’Ucraina per le necessità di liquidità aggiungendo 9 miliardi agli 1,2 miliardi già stanziati.

La Commissione ha poi delineato un vero e proprio “Piano Marshall”, per la “ricostruzione” dell’Ucraina dopo la fine della guerra. Per finanziarlo la Commissione propone che la UE si indebiti sul mercato in base alle garanzie fornite dagli Stati membri (seguendo la linea del programma di sostegno dei disoccupati temporanei per la pandemia: SURE) e/o emetta titoli a margine di un rafforzato bilancio pluriennale europeo (seguendo l’iter dell’RRF, in Italia PNRR). La cifra non è nota. Verosimilmente qualche centinaio di miliardi a peso della collettività nazionale! Con l’immissione di una nuova montagna di titoli sul mercato finanziario! L’Europa, cioè i cittadini europei che pagano le tasse, dovrà ricostruire l’Ucraina, non gli USA!

Firenze, 13 giugno 2022

Raffaele Picarelli


Aggiornamento

La falsa narrazione

Negli ultimi giorni i gruppi capitalistici dominanti e il governo Draghi stanno diffondendo una narrazione totalmente falsa dell’aumento del prezzo del gas e dei combustibili fossili in generale. Si vuole accreditare la leggenda metropolitana che è tutto causato dalla presunta preparazione pluriennale dei Russi alla guerra in Ucraina. Anche una persona preparata e normalmente corretta come Franco Bernabe’, ha dichiarato, qualche giorno fa, nel corso di una trasmissione televisiva, che i Russi, in una lunghissima prospettiva bellica, avrebbero abbandonato il mercato spot del gas presso la borsa di Amsterdam per farne aumentare i prezzi. Quest’affermazione è spudoratamente falsa e smentisce quanto detto e scritto fino a pochi giorni fa dallo stesso Bernabe’.

I Russi sono sempre stati contrari ad affidare movimento giornaliero della finanza, ai movimenti su larga scala dei pescecani europei del gas (Vitol, Shell, Eni ed altri), alle speculazioni degli hedge fund e della finanza derivata nella formazione dei prezzi.

Anzi, hanno sempre messo in guardia gli operatori europei e la stessa UE dai pericoli d’instabilità per il mercato del gas di affidarsi alla borsa per le operazioni spot, consigliando le proprie controparti europee a porre in essere con la stessa Russia contratti pluriennali (anche trentennali) a prezzi fissi o comunque concordati. Nel mio saggio ciò è abbondantemente trattato e spiegato, spero chiaramente.

Lo scopo di questo cambiamento repentino nella narrazione dei gruppi dominanti è il seguente: essi temono una catastrofe economico-sociale nei prossimi mesi e cercano un facile capro espiatorio nel “nemico”. Come in tutte le guerre e in tutte le economie di guerra. Hanno raccontato il falso sull’esproprio colossale delle bollette, con le quali scaricano sulla popolazione italiana i guadagni stratosferici dei pescecani del gas. Temono che l’iperinflazione in arrivo e il conseguente massacro sociale possano far saltare le fondamenta dell’attuale regime.

Diamante (Cs),

26 giugno 2022

Raffaele Picarelli

Il popolo italiano deve decidere se accetta o no l’entrata in guerra

di Gabriele Giorgi

L’ora delle decisioni irrevocabili si sta rapidamente avvicinando. Anzi è già stata presa. Resta da stabilire la data della comunicazione ufficiale. Non a Piazza Venezia, ma a reti unificate, appoggiata da un’azione sui social già iniziata mesi fa, che si farà pressante verso la fine dell’estate. Dichiarazione al popolo e, solo in seconda istanza, al Parlamento, visto che da tempo, si governa per decreti e l’urgenza è diventata la prassi consueta, analogamente a quanto avviene per le condannabili autocrazie che ci apprestiamo a sconfiggere.

Per chi, tra le elìtes istituzionali, si oppone all’entrata in guerra, vi è una sola possibilità: lavorare alla caduta del Gran Consiglio del Draghismo, dichiarare la neutralità e la sospensione dell’adesione alla Nato, seguendo le indicazioni della maggioranza del popolo italiano che ha capito da tempo l’obiettivo del variegato movimento guerrafondaio: una nuova, lunga stagione di oppressione dei lavoratori e lavoratrici, dipendenti o autonomi, dei precari, dei giovani, degli studenti, dei pensionati, che deve durare decenni; per salvaguardare gli interessi, ma soprattutto il potere, dei rappresentanti della grande impresa, di grandi banche, del capitale finanziario e speculativo, di tutti coloro che per sopravvivere devono continuare ad avere la possibilità di salassare i produttori reali.

La secessione del ministro degli esteri Di Maio – con la contemporanea convergenza di Fratelli d’Italia a sostegno di Draghi – è stata la mossa preventiva per ovviare al potenziale inconveniente della caduta del Gran Consiglio. Ne seguiranno altre. Si tenta cioè di chiudere ogni via parlamentare “legittima” al possibile posizionamento del paese contro la partecipazione diretta alla guerra in Europa e ad una terza guerra mondiale pienamente dispiegata.

Sono i seguiti di quanto deciso un mese prima dell’invasione russa dell’Ucraina, in occasione della rielezione di Mattarella alla Presidenza della Repubblica, quando si è riusciti a bloccare ogni opzione che non fosse di piena garanzia per gli anglosassoni e per il loro prediletto giocattolo, la Nato.

E’ immaginabile che, in vista del voto di marzo 2023, in considerazione del succedersi degli eventi, si stiano valutando diverse altre possibilità di contenimento di pericolosi orientamenti che tentino di mettere in forse l’applicazione pedissequa del canovaccio già scritto; fino al possibile rinvio della campagna elettorale e delle elezioni o al varo di un governo provvisorio di salute pubblica che gestisca l’emergenza energetica, inflazionistica e bellica (causate ovviamente dai cattivi russi).

E’ già evidente che abbiamo solo due/tre mesi di autonomia energetica, dopodiché la riduzione o la chiusura del flusso di gas dalla Russia provocherà la sospensione di altrettante fabbriche nei settori produttivi più esposti all’aumento dei prezzi, disoccupazione di ingenti masse di lavoratori, razionamento energetico nelle case, aumento vertiginoso dell’inflazione con parallela svalutazione dei redditi da lavoro e dei profitti delle piccole imprese (quelle che resteranno in campo) e della perdita di competitività generale di un sistema paese orientato all’export sui mercati internazionali.

Si tratta di uno scenario che prevede solo due opportunità: la guerra appunto, oppure una generale revisione da attuare in più passaggi, il primo dei quali non può che essere quello di uscire dalla logica di guerra. Poi si vedrà.

Come mostrato dai risultati delle elezioni politiche in Francia, la questione non riguarda solo noi. E gli effetti accennati coglieranno in pieno, assieme all’Italia, anche la Germania. Il vagone ferroviario del treno da Varsavia a Kiev, che ospitava Draghi, Macron e Schulz, da questo punto di vista, è l’immagine storica di un fallimento. La soluzione che i tre hanno proposto e che oggi è stata confermata dall’UE, di accettazione della candidatura dell’Ucraina, è una mossa incerta per prendere tempo in attesa di vedere come si evolvono le cose e per verificare la possibilità di un parziale sganciamento di Kiev dai solidi fili manovrati da Washington e Londra.

Ma l’inserimento nell’agenda dell’adesione anche della Moldavia (e già si preannuncia della Georgia) e la chiusura del transito ferroviario tra Bielorussia e l’enclave russa di Kalinigrad, a sole 48 ore dalla missione dei tre leader a Kiev, mostra che gli angloamericani e i loro non pochi sodali nella UE, hanno rilanciato in modo drastico facendo risalire la tensione ai livelli più alti.

Ammesso che Francia, Germania e Italia tentino convintamente di giocare una carta parzialmente autonoma negli scenari di guerra, essa è tardiva e contraddetta dai fatti. Sarebbe peraltro strano che due paesi che ospitano le più grandi basi Nato in Europa e nel mondo (e una in chiaro declino) possano essere in grado di mutare in extremis un’agenda euroatlantica alla quale si lavora da oltre un decennio.

Le redini dello scontro sono saldamente in mano a Usa/Uk e Russia. Entrambi giocano il loro gioco sul campo ucraino e allo stesso tempo in Europa, che costituiscono un unico anche se diversificato obiettivo: per la Russia si tratta di capire se l’Europa o parte di essa può tornare a costituire in tempi medi, un partner, dopo l’imposizione della chiusura del Nord Stream-2. Per gli anglosassoni si tratta di evitare definitivamente e per un tempo molto lungo che ciò possa accadere, pena la loro crescente marginalizzazione e perdita di influenza nello scenario globale.

La compenetrazione e il comando delle elìtes neoliberiste delle economie euroatlantiche non lascia molto spazio a dubbi: per Francia, Germania e Italia non c’è, dentro il quadro istituzionale e politico attuale, nessuna convincente opportunità; chi ha provato a perseguire questo disegno sembra esserne uscito sconfitto. La narrazione mediatica della immaginaria mediazione di Draghi appare in questo contesto, financo ridicola: essa si sarebbe dispiegata a partire dall’incontro con Biden fino al viaggio in treno a Kiev; ma Draghi ha dovuto ricordare e ricorda in ogni occasione che la decisione finale su quale pace sia possibile, spetta a Kiev, cioè a Biden e Johnson.

Dunque, a parte l’escamotage di un attivismo di propaganda, le porte sono chiuse e tutti lo sanno. A Di Maio deve essere stato chiarito in diversi briefing sollecitando una sua opzione esplicita a garanzia di un suo futuro politico.

Gli eventi vanno inesorabilmente verso il diretto coinvolgimento dell’Europa nel conflitto, via Lituania, Polonia, Nato; questa è la sola condizione, per gli angloamericani, di poter saggiare, da lontano e senza gravi rischi, se la Russia può essere messa in ginocchio o fortemente indebolita e, insieme, l’occasione di uno stress-test sul progetto Brics di ricomposizione multipolare dell’ordine mondiale, prima di avventurarsi nello scontro diretto con la Cina.

Gli altri attori non resteranno certamente con le mani in mano, aspettando che si concluda definitivamente quel nuovo secolo americano inaugurato nel 2001.

Per evitare la fine dell’Europa (o quella anticipata del mondo), non abbiamo altre opportunità che non siano quelli della caduta dei gran consigli nel continente. Uno di questi, niente affatto secondario, è quello italiano.

GUERRA IN UCRAINA E NUOVO ORDINE MONDIALE. Gli effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali (I° parte)

Atti del seminario “Guerra in Ucraina: effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali” tenuto da Raffaele Picarelli

Proponiamo gli atti della prima tranche del seminario  “Guerra in Ucraina: effetti nell’economia, nella finanza e nelle relazioni internazionali” tenuto dal dr Raffaele Picarelli al Circolo Arci di San Giuliano Terme sabato 4 giugno suiniziativa del Comitato Popolare Sangiulianese in collaborazione con le seguenti associazioni:Ita-nica di Livorno, il Laboratorio della solidarietà di Livorno, Codice Rosso e la Libera Università Popolare di Livorno.

Raffaele Picarelli, saggista ed esperto di questioni economico-finanziarie e di relazioni internazionali, ha offerto una approfondita e organica disamina a 360° dei processi in corso ormai da anni nell’economia occidentale e degli effetti provocati dalla guerra in Ucraina e, soprattutto, dalle sanzioni comminate alla Russia dai Paesi occidentali che consente di comprendere parte delle verità sottaciute dalla narrazione mediatica main stream, ma anche di avere una quadro organico delle dinamiche geopolitiche che sottostanno al conflitto.

Questo il breve abstract della prima parte della relazione che risulta estremamente utile oltre che per la comprensione degli scenari in essere, anche per fornire strumenti di analisi e di lotta politica per gli attivisti.

“La guerra in Ucraina ha amplificato e accelerato processi già in corso in Occidente, legati agli anni della pandemia ed agli effetti della crisi sistemica cominciata nel 2008.

Inflazione, primi segni di recessione, blocco o difficoltà nelle catene di approvvigionamento di materie prime, semilavorati e merci, aumento dei tassi di interesse, caduta di valore di tutti gli asset finanziari: queste tendenze risultavano già in atto a partire dal terzo trimestre del 2021.

Cosa è successo di veramente nuovo con la guerra? Il tentativo di riaffermare la supremazia del modello Usa di riproduzione capitalistica basato su industria delle armi, controllo dell’energia, forza del dollaro e macroscopica finanziarizzazione a fronte del grave indebolimento del progetto capitalistico europeo a base tedesca, fondato su approvvigionamento energetico a basso costo e modello industriale deflattivo.

Insieme al tentativo di liquidazione della possibilità di integrazione  tra manifattura, tecnologia e finanza europee ed energia, tecnologie e  grandi mercati russo e cinese.

Un disperato e feroce tentativo dell’imperialismo a base angloamericana di “perpetuatio ad infinitum”, a mezzo di una guerra per procura, del proprio dominio mondiale da tempo in crisi e in declino.

Un incontro partecipato da circa 50 persone che è risultato interessante non solo per lo spessore culturale e l’assoluto livello di competenze del relatore ma anche perché ha consentito di fornire un quadro abbastanza nitido delle cause e degli effetti della guerra in Ucraina sull’andamento preesistente dell’economia mondiale.

E’ possibile fruire della videoregistrazione dell’incontro dalla pagina Facebook del Comitato Popolare Sangiulianese tramite il link: https://fb.watch/dvlB6lmcnM/

Il presidente del Comitato Popolare Sangiulianese

Andrea Vento


GUERRA IN UCRAINA E NUOVO ORDINE MONDIALE.

Gli effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali

1. Quadro macroeconomico generale e contesto geopolitico

La guerra in Ucraina ha amplificato e accelerato processi già in corso in Occidente, legati al perdurare di numerosi effetti della crisi sistemica emersa nel 2007-2008 e alle ripercussioni della pandemia. Tuttavia, sussistono fatti nuovi e assai profondi che, in questa introduzione, mi limiterò solo ad enunciare.

In primo luogo l’approfondimento della rottura della mondializzazione capitalistica e del suo ineguale incedere per circa un trentennio. Dico approfondimento perché una prima frattura si era precedentemente verificata con la vasta apposizione di dazi commerciali e di altre misure restrittive alla Cina da parte degli USA, a partire dalla seconda metà del decennio passato. E con il covid.

Ora tale processo nel suo incedere delinea un futuro assetto mondiale policentrico, ripartito in macroaree più o meno integrate e conflittuali, policentrismo che si contrappone al trentennale unilateralismo statunitense.

Da parte di Washington è in atto il tentativo, attraverso la guerra per procura (proxy war) che si combatte sul suolo ucraino, di mantenere e riaffermare nel medio/lungo periodo la supremazia del modello USA di riproduzione capitalistica basato sulla guerra permanente, sull’egemonia del complesso militar-industriale, sul controllo dell’energia, sulla centralità internazionale del dollaro, su una macroscopica finanziarizzazione dell’economia e, naturalmente, sul controllo delle catene del valore e delle nuove tecnologie.

Da parte della Russia e di molta parte del “resto del mondo” c’è la volontà di opporsi a tale disegno contrastando il signoraggio del dollaro in nome di nuove centralità valutarie esistenti o progettate (rublo, yuan, sur latinoamericano del progetto del presidente “in pectore” brasiliano Ignacio Lula).

In questo senso la guerra in Ucraina è anche una guerra contro il dollaro. E di riappropriazione del pieno controllo delle proprie materie prime e delle proprie catene di approvvigionamento e valore.

Sussiste inoltre la volontà di opporsi al nuovo “piano Brzezinski” portato avanti dai suoi eredi “politico-intellettuali”, Victoria Nuland e Tony Blinken, che ha come obiettivo l’annichilimento della Russia usando l’Ucraina come ariete: una versione aggiornata della dottrina Brzezinski sull’impossibilità di un “impero euroasiatico senza l’Ucraina”.

Dicevamo che la guerra in Ucraina ha accelerato processi già in corso: inflazione, primi segni di recessione, blocco o difficoltà nelle catene di approvvigionamento di materie prime, semilavorati e merci, aumento dei tassi, caduta di valore degli asset finanziari, costituivano fenomeni già marcatamente presenti a partire dal terzo trimestre del 2021 e dei quali cercheremo di analizzarne lo sviluppo delle rispettive dinamiche nell’ambito del conflitto e tenteremo di delinearne gli scenari post-conflitto.

Ma è solo la Russia l’obiettivo della politica bellica statunitense? Ci pare oltremodo evidente che gli USA, all’interno del campo occidentale, tendano ad indebolire e, se possibile, addirittura a liquidare il progetto europeo a base “renana” che, in termini molto generali, possiamo considerare fondato su un approvvigionamento energetico a basso costo e un modello industriale deflattivo. Con il corollario di liquidare ogni duratura possibilità di integrazione tra manifattura e finanza europea ed energia, materie prime, tecnologia e grandi mercati russo e cinese. E di bloccare ogni espansione e radicamento della manifattura tedesca e italiana nei mercati russo, cinese e “degli altri”.

A tale evidente, e talora dichiarato, intendimento USA di deindustrializzazione europea, l’Europa (con l’eccellenza italiana) ha risposto con il proprio suicidio economico e geopolitico.

Nel contesto dell’analisi, cercherò inoltre di dare rilievo ad un aspetto quasi sempre sottaciuto nella narrazione corrente del conflitto, per interposta Ucraina, USA-Russia: il ruolo importante della finanza, e in particolare della finanza derivata, anche in questa guerra, e della propria capacità di accelerazione bellica di processi preesistenti, concernenti la determinazione e la crescita dei prezzi di energia, materie prime e “inflazione di fondo”.

Di contro, cercherò di analizzare i progetti, ancora “in nuce”, di una reindustrializzazione russa dopo la devastazione eltsiniano-statunitense della manifattura sovietica dei primi anni Novanta e l’instaurazione in Russia di una “monocoltura estrattivista” dell’energia e delle materie prime.

Infine, a fronte del dissolvimento, nelle intenzioni USA, di quella sorta di utopia nata dall’incontro dell’Ostpolitik tedesca (Willy Brandt 1970) e delle ultime leadership sovietiche di una “Europa dagli Urali all’Atlantico”, proporremo l’analisi dei nuovi scenari che sembrano nascere da questa asperrima vicenda bellica.

Con una scelta chiara: opporsi alla “perpetuatio ad infinitum”, a mezzo di una guerra per procura, del dominio dei vecchi “signori del mondo”, ormai in declino, e ampliare lo sguardo verso nuove ed emergenti potenze mondiali.

2. Banca Centrale Russa, rublo, falso default, finanza derivata.

Un nuovo Gold standard in Russia?

Lunedì 18 aprile la governatrice della Banca centrale russa Elvira Nabiullina, abile tessitrice della difesa finanziaria ed economica del rublo, ha affermato in una pubblica audizione che gli effetti delle sanzioni occidentali si sentiranno maggiormente a partire dai mesi estivi e che bisogna attrezzarsi fin da ora per gestirli. L’economia reale russa, ha proseguito, dovrà affrontare “cambiamenti strutturali”.

Era chiaro il riferimento alla ricostruzione di un’industria e di una manifattura nazionali russe, devastate negli anni Novanta del Novecento dagli USA e dai governi Elsin e in parte “appaltate”, negli anni successivi, sia pure in partnership, ad imprese soprattutto europee (automotive, industrie di trasformazione, semilavorati, etc). La primazia energetica e delle materie prime, nell’ultimo decennio dello scorso secolo una vera monocoltura, l’utilizzo dell’eccedenza negli ultimi vent’anni per la ricostruzione di un apparato difensivo caduto in rovina, la permanenza di forme decenti, anche se non eccelse, di welfare nel campo della sanità, dell’istruzione e della previdenza, l’esistenza di eccellenze nel campo della ricerca e della tecnologia, non sono più un modello sufficientemente sostenibile nell’età delle sanzioni e dello scontro generale con l’Occidente. La guerra e le sanzioni richiedono “cambiamenti strutturali”. Una situazione in forte cambiamento, in forte movimento è alle viste. Quale ne sarà l’esito? Non è facile prevederlo. Molto dipenderà dalle forze politiche e dal popolo russo, molto dalle relazioni internazionali. Vedremo.

Ritorniamo adesso all’oggetto di questo paragrafo.

Per la prima volta in assoluto dal 28 febbraio è stato deciso di applicare le sanzioni ad una banca centrale di un paese del G20: la Banca Centrale della Federazione Russa (CBR, Central Bank of Russian Federation, Bank Rossij). L’idea di congelare gli asset della Banca centrale è stata di Draghi, anche se era già stata applicata dagli USA, da ultimo nei confronti dell’Afghanistan, dopo la presa di Kabul da parte dei Talebani.

Le riserve russe alla fine di febbraio 2022 ammontavano a complessivi 630 miliardi di dollari in valute estere (euro, dollari, yen, sterline, yuan), titoli e oro (grafico 1).

Erano lievitate a tale valore dai 368 miliardi di dollari del post-Crimea. Nel 2018 la Banca Centrale russa aveva venduto una notevole quantità di T-bond americani. All’8 aprile le riserve ammontavano a circa 609 miliardi di dollari, di cui 478 in valute estere e 131 in oro. Il 28 febbraio i rappresentanti di Usa, Giappone e UE in una dichiarazione congiunta affermarono di essere determinati ad imporre sanzioni per isolare la Russia dal sistema finanziario internazionale. Oltre il 50% delle riserve della CBR presso altre Banche centrali (soprattutto presso Bundesbank) e anche banche commerciali (soprattutto J.P. Morgan) furono resi indisponibili, non confiscati (in gergo giornalistico “congelati”).

Rimanevano riserve non toccate dalle sanzioni: il 13% delle riserve costituite da yuan (renmimbi/RMB) e il 22% da oro. Restavano esclusi dalle sanzioni i pagamenti in favore delle società russe fornitrici di energia.

Il 13% di yuan è detenuto in Cina. Come è noto, la Cina è l’unico paese emittente di una valuta di riserva a livello internazionale a non aver partecipato alle sanzioni, giudicate prive di “basi legali”.

Sebbene un Paese possa naturalmente detenere le proprie riserve presso le proprie banche, le banche centrali (e i governi) spesso scelgono di mantenere le proprie riserve all’estero per evitare costose transazioni transfrontaliere e ottenere l’accesso diretto ai mercati delle valute estere e del debito estero.

Come è noto le riserve in valute estere sono essenziali per gestire l’inflazione interna e i pagamenti dell’import. L’indisponibilità totale o parziale delle proprie riserve impedisce a una banca centrale di difendere la propria valuta, che tende a deprezzarsi e quindi, negli acquisti dall’estero, a “importare inflazione” all’interno del Paese. Crollo del rublo, inflazione elevata all’interno della Russia, sconvolgimenti complessivi del sistema economico: era ciò a cui miravano i Paesi che hanno dichiarato e applicato le sanzioni.

Grafico 1: Valore in miliardi di Dollari e luogo di deposito delle riserve valutarie della Banca Centrale Russa

Sul rublo e sul debito estero russo torneremo fra poco.

Ora alcuni cenni a questioni di contorno, comunque rilevanti.

E’ noto che in campo commerciale, a metà marzo, l’Occidente e il Giappone hanno revocato alla Russia lo status di “nazione più favorita”, ossia hanno revocato l’uguale trattamento riservato ad ogni Paese membro del WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio), con la conseguenza che ora le merci russe possono essere soggette a dazi aggiuntivi.

UE, Regno Unito e Stati Uniti hanno vietato l’export in Russia di una vasta quantità di beni strumentali, di uso comune e di lusso e l’import di molti prodotti fra cui, importanti, i prodotti in ferro e in acciaio. Sono chiusi alle navi russe i porti di UE, UK, USA, Canada e Nuova Zelanda. E’ stato posto il divieto di noleggiare navi di altri Paesi e di assicurare le merci in viaggio.

I dati del commercio estero russo relativi al primo trimestre 2022 (che risentono solo in parte delle sanzioni) evidenziano conseguentemente un calo dell’8% del valore dell’export e del 17% dell’import rispetto agli ultimi tre mesi del 2021.

La previsione del FMI, coincidente con quella della Banca centrale russa, è di un calo del PIL russo di quest’anno tra il 7,5 e l’8,5%.

In campo energetico discuteremo più avanti della sesta tornata di sanzioni aventi ad oggetto il petrolio e i prodotti petroliferi. Diciamo ora che gli USA, forti della scarsa dipendenza dalla Russia, hanno imposto un divieto totale dell’acquisto di petrolio, prodotti petroliferi, gas, carbone russi. Il Regno Unito ha annunciato lo stop al petrolio entro la fine dell’anno (periodo, vedremo, che più o meno coincide temporalmente con quello UE).

Prima della sesta tornata di sanzioni, l’UE, importatrice nel 2021 del 25% del grezzo, per un valore superiore ai 70 miliardi, il 40% del gas (55% per la Germania) pari a 16,3 miliardi e il 49% del carbone dalla Russia, aveva trovato l’accordo solo sul divieto di importazione del carbone, a partire da agosto.

E’ il caso di fare appena un cenno all’esclusione delle principali banche russe dal sistema di pagamento internazionale SWIFT (alle prime sette si è aggiunta all’inizio di giugno la Sberbank), per lo scambio di informazioni e pagamenti tra istituzioni finanziarie (conti accentrati, conti reciproci tra banche, conti su terze banche, etc.). Diventa molto difficile effettuare o ricevere pagamenti da banche occidentali, tranne le eccezioni come Gazprombank, perché legata alle fonti energetiche essenziali per l’Occidente. Come è appena il caso di dire che sono state prese una serie di misure mirate a escludere la Russia dal mercato dei capitali (collocamenti nei paesi occidentali, prestiti, etc.).

Ma torniamo al rublo.

A partire dal 24 febbraio il rublo ha cominciato a deprezzarsi fino a giungere al suo punto più basso il 7 marzo: per un dollaro occorrevano 139 rubli. Era questo il primo effetto di quella congerie di provvedimenti dei primi giorni di guerra (downgrade del debito russo, sanzioni ed altro). Era diventato, diceva Biden, una valuta “rubble”, cioè spazzatura, e valeva meno di un “cent”.

Ai primi di giugno il rublo è la migliore valuta del 2022, quella con il maggior rialzo nei confronti del dollaro: oltre il 14% (seguono il real brasiliano e il peso messicano). Sono negative rispetto al dollaro tutte le altre valute. Perché?

Per prima cosa l’avanzo di parte corrente della bilancia dei pagamenti russa.

A fine 2022, secondo la rivista tedesca “Die Welt”, potrebbe superare i 250 miliardi di dollari. Grazie al rialzo dei prezzi di gas e petrolio, leggiamo sull’“Economist”, nel primo trimestre del 2022 le entrate da idrocarburi sono aumentate dell’80% anno su anno. Tra gennaio e aprile il surplus commerciale è stato di 96 miliardi di dollari, quasi quadruplicato rispetto ai 27 miliardi di un anno fa. E’ il surplus più alto dal 1994. Rammentiamo che l’“Economist” è controllato al 43% da Exor, la finanziaria della famiglia Agnelli, la stessa che possiede l’89% di Gedi che edita “La Repubblica”, “La Stampa” ed il “Secolo XIX”.

Sempre l’“Economist” afferma che se è vero che i prezzi al consumo in Russia sono aumentati (17,5% a maggio) per il calo dell’offerta dovuto al ritiro di molte aziende occidentali, è anche vero che i consumi elettrici sono diminuiti di poco e che regge la domanda per beni di consumo.

Al momento le condizioni dell’economia reale fanno apparire eccessive le previsioni degli enti occidentali di una caduta del PIL russo (dal 10 al 15%) e le stesse previsioni del Ministero russo dello Sviluppo Economico del 7,8% nel 2022.

Ma ci sono altri fattori alla base dell’apprezzamento del rublo:

A) Il controllo sul movimento dei capitali. E’ stato introdotto il limite di 10 mila dollari, poi portato a 50 mila per persona al mese, al trasferimento di valuta estera verso Paesi terzi. Che il limite sia stato elevato testimonia che cominciano ad affiorare preoccupazioni per la forza del rublo, soprattutto in relazione alle società orientate all’export che spendono in rubli sul mercato interno.

Le aziende russe che incassano valuta estera devono convertirne l’80% in rubli entro tre giorni.

Il meccanismo del doppio conto delle imprese straniere importatrici di energia russa presso Gazprombank porta alla conversione del 100% della valuta pervenuta dagli acquirenti esteri, essenzialmente per l’acquisto di gas e petrolio.

B) L’ancora alto tasso di interesse passato dal 20 agli inizi della guerra, gradualmente al 17, al 14 e infine all’11%. La Banca Centrale russa in data 9 giugno ha ulteriormente ridotto il tasso di riferimento al 9,5%.

La CBR ha dichiarato che il tasso d’inflazione è calato e il rallentamento della crescita ad aprile è stato inferiore al previsto. Anche se l’economia russa ha ancora davanti diversi venti contrari. L’alto tasso iniziale ha frenato la fuoriuscita dei capitali. Dopo il taglio di tre punti del 26 maggio il valore del rublo è sceso di quasi il 10% per poi risalire. Il taglio del 9 giugno ha comportato una perdita di oltre il 3% della valuta russa. L’inflazione tendenziale, pur scesa al 17,5% in maggio (e ridotta al 17% i primi di giugno), è coperta al 60% dell’aumento medio del 10% di salari e pensioni medio-bassi (misura strutturale, non “una tantum”).

C) Rapporto ottimale debito/PIL sotto il 20%.

La forza prospettica della valuta russa risiede in altri fattori.

La Banca centrale russa all’inizio del conflitto disponeva di 130 miliardi di dollari di riserve auree. Negli ultimi mesi l’Istituto ha avviato nuovi acquisti di oro dalle banche locali: prima al prezzo fisso di 5000 rubli al grammo e successivamente a un valore negoziato. E’ questo il primo passo importante, come più volte il governo ha dichiarato, verso una convertibilità, quantomeno parziale, del rublo in oro.

La Russia sta accumulando riserve auree che potrebbero costituire in tutto o in parte una garanzia per la sua moneta. Il rublo in tal modo potrebbe avere grandi possibilità di essere accettato come valuta di pagamento nelle transazioni internazionali.

Non dimentichiamo che la Russia è il terzo produttore e il quinto detentore mondiale di oro. Il regolamento in valute locali (e non in dollari) degli scambi si è accentuato in questi mesi (l’India paga in rupie il petrolio che acquista a prezzi scontati dalla Russia). La Russia, per tale ragione, vuole una valuta forte che appaia più stabile anche all’esterno.

È lecito pensare che non sia così lontana dall’orientamento della leadership russo-cinese una nuova Bretton Woods con baricentro spostato nelle economie provviste di materie prime minerarie, energetiche e agricole? Certo che possiamo pensarlo perché tali sono in misura diversa la Russia e la Cina, dotate tra l’altro di tecnologie avanzate.

E’ fantasia e pura illusione oppure è il senso di individuare i processi qualitativi per come si delineano a una osservazione attenta e interessata?

Potrebbe essere questo, “in nuce”, un elemento del Nuovo Ordine Mondiale con baricentro in Russia, Cina e nei Paesi che non hanno aderito alle sanzioni e non le hanno sostenute.

Il debito estero russo verso i paesi “ostili” ammonta a 49 miliardi dollari. A questo va aggiunto il debito privato che è di molto superiore (non ne conosco l’ammontare. Ho letto di 150 – 200 miliardi di dollari), con ampio flusso cedolare che coinvolge principalmente Gazprom e Rosneft. Per il servizio del debito estero teoricamente basterebbe alla Russia il 13% delle riserve denominate in yuan, ma ovviamente ora più che mai esse sono strategiche per mantenere aperto un legame tra la Russia e il resto del mondo. Un utilizzo delle riserve significherebbe dirottare le entrate energetiche (un miliardo di euro al giorno) per il servizio del debito anziché per l’acquisto di risorse necessarie all’economia russa. E questo sarebbe un controsenso. Da qui la battaglia quasi completamente vinta dalla Russia per il pagamento del gas in rubli (fanno eccezione Olanda, Danimarca, Polonia, Finlandia e Bulgaria, alle quali le forniture sono state sospese).

Le sanzioni imposte alla Russia dagli USA, in un primo momento erano accompagnate da una serie di “licenze generali” che hanno consentito lo svolgimento di transazioni altrimenti vietate. La licenza “9c” ha permesso ai russi, a marzo, di utilizzare i fondi in dollari del Ministero delle Finanze presso la banca J.P. Morgan di New York e trasferirli ai creditori. Si trattava di titoli a scadenza e cedole su obbligazioni. A inizio aprile il provvedimento di “licenza” veniva modificato dagli USA e i conti venivano definitivamente bloccati. Giungevano a scadenza a fine aprile un eurobond denominato in dollari e un coupon su obbligazione con scadenza aprile 2042, per un totale di 649,2 milioni di dollari. Il rischio di default era evidente con tutte le sue conseguenze (assai prolungato e definitivo non accesso ai mercati, difficoltà estrema di rifinanziamento, suoi costi esorbitanti, diventare un “paria” della comunità finanziaria oltre l’inaccettabilità politica per la Russia dell’insolvenza “coattiva”).

In questa circostanza la Russia ha utilizzato, per pagare, i conti della società finanziaria “Dom. R F” non sottoposta a sanzioni.

Tuttavia, la “licenza” è scaduta il 24 maggio scorso e non è stata rinnovata dagli USA. La Russia ha offerto il pagamento in anticipo sulla scadenza (27 maggio). Nulla da fare. Era stata tolta alla Russia la possibilità di pagare. Sta ora decorrendo il periodo di “comporto” di 30 giorni, decorso inutilmente il quale si sarà verificato l’“evento” default.

Intanto, nella concitazione delle prime settimane di guerra, era stato permesso a fondi ed hedge, statunitensi e non solo, di portare a casa i soldi degli interessi e delle cedole su bond emessi dalla Banca Centrale russa, dal Fondo sovrano per gli investimenti e dal Ministero delle Finanze. L’“evento” default “artificiale”, provocato dagli USA, consentirebbe ai creditori, soprattutto statunitensi, di attivare i CDS.

“Abbiamo sia i soldi che il desiderio di effettuare i pagamenti”, ha dichiarato a fine maggio il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov. E questo vuole esserci impedito. “Poiché la mancata estensione della licenza ci rende impossibile rispettare il servizio del debito in dollari, i pagamenti saranno effettuati nella valuta russa”, con la possibilità di convertirla in un secondo momento nella valuta di partenza dell’emissione utilizzando un Istituto finanziario russo come agente di pagamento.

Tuttavia, con l’ultimo pacchetto di sanzioni adottate formalmente il 3 giugno scorso (quelle della sesta tornata), l’UE si è perfettamente allineata agli USA. “[Si tratta] di una decisione che avvicina ulteriormente la Russia al default, malgrado la determinazione del governo [russo] di rispettare gli impegni presi […]. Bruxelles ha infatti aggiunto alla lista di individui e organizzazioni sanzionate il National Settlement Depository, organismo a cui il Ministero delle Finanze russo contava di affidare i pagamenti sugli eurobond in scadenza, comprese due emissioni che Mosca ha cercato di rimborsare entro il 27 maggio scorso. Pagamenti bloccati, tuttavia: al termine del periodo di grazia, a fine giugno, scatterà il default” (“Il Sole 24 Ore” del 4 giugno scorso).

Grande soddisfazione della finanza statunitense ed europea aver impedito il pagamento a un debitore che ha fatto tutto il possibile per pagare.

Ma questo perché? Torniamo ai CDS.

Si può dire che le due deroghe avevano fatto lievitare i CDS sulle obbligazioni e permesso ai possessori statunitensi ed europei di incassare cedole e capitale e poi garantirsi e attivare la protezione.

Cosa sono i CDS? Il “credit default swap” (CDS) è uno swap, cioè uno strumento derivato, che ha la funzione di trasferire il rischio di credito, cioè il rischio di insolvenza. È il più comune dei derivati creditizi, quello che il megafinanziere Warren Buffet, proprietario di una pluralità di fondi, hedge e quant’altro, chiamò “l’arma di distruzione di massa” della finanza.

Lo schema di base di un CDS è il seguente: un investitore A vanta un credito nei confronti di una controparte debitrice B e vuole proteggersi dal rischio che B non paghi e il credito diventi inesigibile. A tal fine si rivolge a una terza parte C, disposta ad accollarsi tale rischio. C agisce come se fosse una assicurazione, e nel gergo tecnico è definito “protection seller” ovvero “venditore di protezione”.

La parte A (protection buyer) si impegna a versare a C un importo periodico il cui ammontare è il prezzo della copertura. In cambio di tale flusso di cassa, il venditore di protezione C (di solito una banca, una società finanziaria, un buyer) si impegna a rimborsare ad A il valore nominale del titolo di credito nel caso in cui il debitore B diventi insolvente (evento definito “credit default”).

Lo stesso discorso vale per il mancato pagamento di cedole e/o interessi. I CDS, nati per scambiare protezione come avviene per le valute o le materie prime, sono utilizzabili, come ogni derivato, soprattutto per scopi speculativi, e tale era fin dall’inizio lo scopo della banca d’affari J. P. Morgan, che li creò nei primi anni Novanta.

Nel mercato dei CDS è pratica comune che si possa speculare comprando protezione dal rischio pur non avendo nulla da proteggere, ma aspettandosi che il rischio aumenti, magari esagerandolo o addirittura costruendolo artificialmente e dunque la protezione acquistata valga man mano di più. I CDS si comprano nei mercati “over the counter” (OTC), mercati paralleli fuori borsa che rappresentano una fetta importante degli scambi finanziari alternativi alle borse ufficiali. Tali mercati sono gestiti da un’associazione privata chiamata ISDA (International Swaps and Derivatives Association), con più di 800 aderenti (banche, assicurazioni, società finanziarie, governi, enti sovranazionali). Tale associazione è fuori da ogni controllo politico.

I CDS sulla Russia, sull’onda delle reiterate dichiarazioni dei media e sulle cattive notizie propalate riguardanti il pagamento, sono cresciuti di valore. La parte A, a questo punto, potrà rivendere i CDS sul mercato OTC prima della loro naturale scadenza, lucrando la differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita. Oppure può acquistare il “sottostante”, cioè i titoli garantiti, per esempio BTP, pagandoli però meno, perché le voci o le dichiarazioni di imminente default dell’ente debitore ne hanno svilito il prezzo (per esempio 40 su 100 di nominale rimborsabile). Ma poi appunto, essendo garantito il nominale, una volta avvenuto il default, A riceverà dal “protection seller” l’intero, nel nostro caso 100. Anche se non è il caso della Russia, il cui default, se ci sarà, sarà causato da un atto arbitrario e illegale, le speculazioni per esempio sul debito sovrano di un Paese, possono accelerare, come è accaduto molte volte in passato, la crisi del paese stesso e il suo tracollo, alla maniera di una profezia autoavverantesi.

Ciò, su scala assai larga, è avvenuto con il default del debito sovrano greco.

Ai possessori dei CDS, soprattutto le grandi istituzioni finanziarie, è stata destinata una parte significativa dei prestiti della famigerata “troika” (BCE, FMI, UE), finalizzata al rimborso dei titoli garantiti.

Regista di tale operazione fu, come è noto, l’allora governatore della BCE Mario Draghi, mentre vittima della stessa fu la gran parte della popolazione greca, portata alla fame.

Firenze, 13 giugno 2022 Raffaele Picarelli

L’imminente frattura globale causata dallo scontro tra diversi ordini economici

Intervista a Michael Hudson

Il post che segue è la traduzione di un’intervista al prof. Michael Hudson pubblicata su The Unz Review. Un’altra analisi essenziale per comprendere gli avvenimenti epocali che stiamo vivendo e orientarci in un mondo che si fa sempre più complesso, oltre che “grande e terribile”. L’originale lo puoi trovare qui.

Prof. Hudson, è uscito il suo nuovo libro “Il destino della civiltà”. Questo ciclo di conferenze sul capitalismo finanziario e la nuova guerra fredda presenta una panoramica della sua particolare prospettiva geopolitica.

Lei parla di un conflitto ideologico e materiale in corso tra Paesi finanziarizzati e deindustrializzati come gli Stati Uniti contro le economie miste di Cina e Russia. In che cosa consiste questo conflitto e perché il mondo si trova in questo momento in un “punto di frattura” particolare, come afferma il suo libro?

L’attuale frattura globale sta dividendo il mondo tra due diverse filosofie economiche: Nell’Occidente USA/NATO, il capitalismo finanziario sta deindustrializzando le economie e ha spostato l’industria manifatturiera verso la leadership eurasiatica, soprattutto Cina, India e altri Paesi asiatici, insieme alla Russia che fornisce materie prime di base e armi.

Questi Paesi sono un’estensione di base del capitalismo industriale che si sta evolvendo verso il socialismo, cioè verso un’economia mista con forti investimenti governativi nelle infrastrutture per fornire istruzione, assistenza sanitaria, trasporti e altre necessità di base, trattandole come servizi di pubblica utilità con servizi sovvenzionati o gratuiti per queste necessità.

Nell’Occidente neoliberale degli Stati Uniti e della NATO, invece, questa infrastruttura di base viene privatizzata come un monopolio naturale che estrae rendite.

Il risultato è che l’Occidente USA/NATO è rimasto un’economia ad alto costo, con le spese per la casa, l’istruzione e la sanità sempre più finanziate dal debito, lasciando sempre meno reddito personale e aziendale da investire in nuovi mezzi di produzione (formazione del capitale).

Ciò pone un problema esistenziale al capitalismo finanziario occidentale: come può mantenere il tenore di vita di fronte alla deindustrializzazione, alla deflazione del debito e alla ricerca di rendite finanziarizzate che impoveriscono il 99% per arricchire l’1%?

Il primo obiettivo degli Stati Uniti è dissuadere l’Europa e il Giappone dal cercare un futuro più prospero in legami commerciali e di investimento più stretti con l’Eurasia e l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO). Per mantenere l’Europa e il Giappone come economie satelliti, i diplomatici statunitensi insistono su un nuovo muro di Berlino economico fatto di sanzioni per bloccare il commercio tra Est e Ovest.

Per molti decenni la diplomazia statunitense si è intromessa nella politica interna europea e giapponese, sponsorizzando funzionari filo-neoliberali alla guida dei governi. Questi funzionari sentono che il loro destino (e anche la loro fortuna politica personale) è strettamente legato alla leadership statunitense. Nel frattempo, la politica europea è diventata fondamentalmente una politica della NATO gestita dagli Stati Uniti.

Il problema è come tenere il Sud globale – America Latina, Africa e molti Paesi asiatici – nell’orbita USA/NATO. Le sanzioni contro la Russia hanno l’effetto di danneggiare la bilancia commerciale di questi Paesi, aumentando drasticamente i prezzi del petrolio, del gas e dei prodotti alimentari (nonché di molti metalli) che devono importare. Nel frattempo, l’aumento dei tassi di interesse statunitensi sta attirando i risparmi finanziari e il credito bancario verso i titoli denominati in dollari. Questo ha fatto aumentare il tasso di cambio del dollaro, rendendo molto più difficile per i Paesi della SCO e del Sud globale pagare il servizio del debito in dollari in scadenza quest’anno.

Ciò impone a questi paesi una scelta: o rimanere senza energia e cibo per pagare i creditori stranieri – anteponendo così gli interessi finanziari internazionali alla loro sopravvivenza economica interna – o andare in default sul debito, come è successo negli anni ’80 dopo che il Messico ha annunciato nel 1982 di non essere in grado di pagare gli obbligazionisti stranieri.

Come vede l’attuale guerra/operazione militare speciale in Ucraina? Quali conseguenze economiche prevede?

La Russia ha messo in sicurezza l’Ucraina orientale russofona e la costa meridionale del Mar Nero. La NATO continuerà a “punzecchiare l’orso” con sabotaggi e nuovi attacchi in corso, soprattutto da parte di combattenti polacchi.

I Paesi della NATO hanno scaricato in Ucraina le loro armi vecchie e obsolete e ora devono spendere somme immense per modernizzare il loro hardware militare. Il deflusso dei pagamenti al complesso militare-industriale statunitense eserciterà una pressione al ribasso sull’euro e sulla sterlina britannica – il tutto in aggiunta ai loro deficit energetici e alimentari in aumento. Pertanto, l’euro e la sterlina si dirigono verso la parità con il dollaro statunitense. L’euro ci è quasi arrivato (circa 1,07 dollari). Ciò significa un forte aumento dell’inflazione dei prezzi in Europa.

Ho letto e sentito informazioni contrastanti sulle nuove sanzioni. Alcuni esperti, sia a Est che a Ovest, ritengono che questo danneggerà enormemente l’economia nazionale della Federazione Russa. Altri esperti tendono a credere che si ritorceranno contro o avranno un enorme effetto boomerang sui Paesi occidentali.

La politica degli Stati Uniti è quella di lottare contro la Cina, sperando di separare le regioni occidentali degli Uiguri e di dividere la Cina in Stati più piccoli. A tal fine, è necessario eliminare il sostegno militare e di materie prime della Russia alla Cina – e, a tempo debito, suddividerla in una serie di Stati più piccoli (le grandi città occidentali, la Siberia settentrionale, un fianco meridionale, ecc.)

Le sanzioni sono state imposte nella speranza di rendere le condizioni di vita dei russi così sgradevoli da spingerli a cambiare regime. L’attacco della NATO in Ucraina è stato progettato per prosciugare militarmente la Russia – facendo sì che i corpi degli ucraini esaurissero le scorte di proiettili e bombe della Russia, dando le loro vite semplicemente per assorbire le armi russe.

L’effetto è stato quello di aumentare il sostegno russo a Putin, proprio il contrario di ciò che si voleva ottenere. C’è una crescente disillusione nei confronti dell’Occidente, dopo aver visto ciò che gli Harvard Boys hanno fatto alla Russia quando gli Stati Uniti hanno appoggiato Eltsin per creare una classe cleptocratica interna che ha cercato di “incassare” le sue privatizzazioni vendendo all’Occidente azioni del petrolio, del nichel e dei servizi pubblici, per poi stimolare gli attacchi militari dalla Georgia e dalla Cecenia. È opinione comune che la Russia stia compiendo una svolta a lungo termine verso est anziché verso ovest.

L’effetto delle sanzioni e dell’opposizione militare degli Stati Uniti alla Russia è stato quindi quello di imporre una cortina di ferro politica ed economica che ha costretto l’Europa a dipendere dagli Stati Uniti, mentre ha spinto la Russia a unirsi alla Cina invece di separarle. Nel frattempo, il costo delle sanzioni europee contro il petrolio e i prodotti alimentari russi – a tutto vantaggio dei fornitori di gas LNG e degli esportatori agricoli statunitensi – minaccia di creare un’opposizione europea a lungo termine alla strategia globale unipolare degli Stati Uniti. È probabile che si sviluppi un nuovo movimento “Ami go home”.

Per l’Europa, però, il danno è già stato fatto e né la Russia né la Cina probabilmente confidano che i funzionari governativi europei possano resistere alla corruzione e alle pressioni personali esercitate dall’interferenza statunitense.

Qui in Germania sto ascoltando il nuovo ministro dell’Economia, Robert Habeck del partito dei Verdi, che parla di attivare l’”emergenza gas” federale e chiede risorse agli Emirati (questo “accordo” sembra già fallito, dicono le notizie). Vediamo la fine del North Stream II e l’enorme dipendenza di Berlino e Bruxelles dalle risorse russe. Come si concluderà tutto questo?

In effetti, i funzionari statunitensi hanno chiesto alla Germania di commettere un suicidio economico e di provocare una depressione, un aumento dei prezzi al consumo e un abbassamento del tenore di vita. Le aziende chimiche tedesche hanno già iniziato a chiudere la produzione di fertilizzanti, dato che la Germania ha accettato le sanzioni commerciali e finanziarie che le impediscono di acquistare il gas russo (la materia prima per la maggior parte dei fertilizzanti). E le aziende automobilistiche tedesche stanno soffrendo per i tagli alle forniture.

Queste carenze economiche europee sono un enorme vantaggio per gli Stati Uniti, che stanno realizzando enormi profitti grazie al petrolio più costoso (che è controllato in gran parte da compagnie statunitensi, seguite da compagnie petrolifere britanniche e francesi). Il rifornimento di armi che l’Europa ha donato all’Ucraina è anche una manna per il complesso militare-industriale statunitense, i cui profitti sono in aumento.

Ma gli Stati Uniti non stanno riciclando questi guadagni economici verso l’Europa, che sembra la grande perdente.

I produttori di petrolio arabi hanno già respinto le richieste degli Stati Uniti di far pagare meno il loro petrolio. Si prevede che saranno i primi a guadagnare dall’attacco della NATO sul campo di battaglia per procura dell’Ucraina.

Sembra improbabile che la Germania possa semplicemente restituire alla Russia il Nord Stream 2 e le affiliate di Gazprom che hanno condotto scambi commerciali con la Germania. La fiducia è venuta meno. E la Russia ha paura di accettare pagamenti dalle banche europee dopo il furto di 300 miliardi di dollari delle sue riserve estere. L’Europa non è più economicamente sicura per la Russia.

La domanda è quanto presto la Russia smetterà di rifornire l’Europa.

Sembra che l’Europa stia diventando un’appendice dell’economia statunitense, sopportando di fatto il peso fiscale della Guerra Fredda 2.0 americana, senza alcuna rappresentanza politica negli Stati Uniti. La soluzione logica è che l’Europa si unisca agli Stati Uniti dal punto di vista politico, rinunciando ai propri governi ma ottenendo almeno qualche europeo nel Senato e nella Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti.

Quale ruolo giocano a) la nuova guerra fredda e b) il capitalismo finanziario neoliberale nell’attuale guerra tra Russia e Ucraina? Secondo la vostra recente ricerca.

La guerra USA/NATO in Ucraina è la prima battaglia di quello che sembra un tentativo ventennale di isolare l’Occidente dell’area del dollaro dall’Eurasia e dal Sud globale. I politici statunitensi promettono di mantenere la guerra in Ucraina a tempo indeterminato, sperando che questa possa diventare il “nuovo Afghanistan” della Russia. Ma questa tattica sembra ora minacciare di diventare l’Afghanistan dell’America. È una guerra per procura, il cui effetto è quello di bloccare la dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti come oligarchia cliente, con l’euro come valuta satellite del dollaro.

La diplomazia statunitense ha cercato di mettere fuori gioco la Russia in tre modi principali. In primo luogo, isolandola finanziariamente escludendola dal sistema di compensazione bancaria SWIFT. La Russia ha risposto passando senza problemi al sistema di compensazione bancaria della Cina.

La seconda tattica è consistita nel sequestrare i depositi russi nelle banche statunitensi e i titoli finanziari americani. La Russia ha risposto raccogliendo gli investimenti statunitensi ed europei in Russia a basso costo, mentre l’Occidente li scaricava.

La terza tattica è stata quella di impedire ai membri della NATO di commerciare con la Russia. L’effetto è stato che le importazioni russe dall’Occidente sono diminuite, mentre le esportazioni di petrolio, gas e cibo sono aumentate. Questo ha fatto aumentare il tasso di cambio del rublo, invece di danneggiarlo. Mentre le sanzioni bloccano le importazioni russe dall’Occidente, il Presidente Putin ha annunciato che il suo governo investirà pesantemente nella sostituzione delle importazioni. L’effetto sarà una perdita permanente dei mercati russi per i fornitori e gli esportatori europei.

Nel frattempo, i dazi di Trump contro le esportazioni europee negli Stati Uniti rimangono in vigore, lasciando all’industria europea opportunità commerciali sempre più ridotte. La Banca Centrale Europea potrebbe continuare a comprare azioni e obbligazioni europee per proteggere la ricchezza dell’1%, ma soprattutto taglierà la spesa sociale interna per rispettare il limite del 3% di deficit di bilancio che l’eurozona si è imposta.

Nel medio e lungo periodo, le sanzioni USA/NATO sono quindi rivolte principalmente contro l’Europa. E gli europei non sembrano nemmeno rendersi conto di essere le prime vittime di questa nuova guerra economica degli Stati Uniti per il dominio energetico, alimentare e finanziario.

In Germania lo stop al progetto energetico Nord Stream II è ancora una grande questione politica. Nel suo recente articolo online “Il dollaro divora l’euro” lei ha scritto: “È ormai chiaro che l’odierna escalation della nuova guerra fredda è stata pianificata più di un anno fa. Il piano dell’America di bloccare il Nord Stream 2 era in realtà parte della sua strategia per impedire all’Europa occidentale (“NATO”) di cercare la prosperità attraverso il commercio e gli investimenti reciproci con la Cina e la Russia”. Può spiegare questo ai nostri lettori?

Quello che lei definisce “blocco del Nord Stream 2” è in realtà una politica tesa a favorire i prodotti americani. Gli Stati Uniti hanno convinto l’Europa a non acquistare sul mercato al prezzo più basso, ma a pagare fino a sette volte di più per il gas proveniente dai fornitori statunitensi di LGN e a spendere 5 miliardi di dollari per l’espansione della capacità portuale, che non sarà disponibile prima di un anno.

Questo minaccia un interregno molto scomodo per la Germania e gli altri Paesi europei che seguono i dettami degli Stati Uniti. In sostanza, i parlamenti nazionali sono ora asserviti alla NATO, le cui politiche sono gestite da Washington.

Un prezzo che l’Europa pagherà, come già detto, è il calo del tasso di cambio rispetto al dollaro americano. È probabile che gli investitori europei spostino i loro risparmi e investimenti dall’Europa agli Stati Uniti per massimizzare i guadagni in conto capitale ed evitare semplicemente il calo dei prezzi delle loro azioni e obbligazioni misurati in dollari.

Prof. Hudson, diamo un’occhiata agli ulteriori sviluppi in Germania. A maggio il Parlamento tedesco – Bundestag – ha approvato una nuova legge: I legislatori tedeschi hanno approvato la possibilità di espropriare le aziende energetiche. Ciò potrebbe consentire al governo di Berlino di mettere le aziende energetiche sotto amministrazione fiduciaria se non sono più in grado di svolgere i loro compiti e se la sicurezza dell’approvvigionamento è a rischio. Secondo REUTERS, la legge rinnovata – che deve ancora passare la Camera alta del Parlamento – potrebbe essere applicata per la prima volta se non si trova una soluzione sulla proprietà della raffineria di petrolio PCK Refinery a Schwedt/Oder (Germania dell’Est), che è di proprietà della società statale russa Rosneft.

Sembra che l’Europa e l’America confischeranno gli investimenti russi nei loro Paesi e venderanno (o faranno confiscare dalla Russia) gli investimenti dei Paesi NATO in Russia. Ciò significa un distacco dell’economia russa dall’Occidente e un legame più stretto con la Cina, che sembra essere la prossima economia a essere sanzionata dalla NATO, in quanto quest’ultima diventerà un’Organizzazione del Trattato del Pacifico Orientale che coinvolgerà l’Europa nel confronto nel Mar Cinese.

Sarei sorpreso se la Russia riprendesse a vendere petrolio e gas all’Europa senza essere rimborsata per ciò che l’Europa (e anche gli Stati Uniti) hanno sequestrato. Questa richiesta aiuterebbe l’Europa a fare pressione sugli Stati Uniti affinché restituiscano i 300 miliardi di dollari di riserve estere di cui si sono impossessati.

Ma anche dopo tale accordo di restituzione e risarcimento, è improbabile che il commercio riprenda. Si è verificato un cambiamento di fase, un cambiamento di coscienza su come il mondo si stia dividendo sotto gli attacchi diplomatici degli Stati Uniti sia agli alleati che agli avversari.

La mia domanda sarebbe: Il socialismo è un tema importante nel suo nuovo libro. Qual è la sua opinione sulle misure “socialiste” adottate ora da un Paese capitalista come la Germania?

Un secolo fa si pensava che lo “stadio finale” del capitalismo industriale fosse il socialismo. Esistevano diversi tipi di socialismo: Socialismo di Stato, socialismo marxiano, socialismo cristiano, socialismo anarchico, socialismo libertario. Ma ciò che si verificò dopo la Prima Guerra Mondiale fu l’antitesi del socialismo. Era il capitalismo finanziario e un capitalismo finanziario militarizzato.

Il denominatore comune di tutti i movimenti socialisti, da destra a sinistra dello spettro politico, era il rafforzamento della spesa pubblica per le infrastrutture. La transizione verso il socialismo era guidata (negli Stati Uniti e in Germania) dallo stesso capitalismo industriale, che cercava di ridurre al minimo il costo della vita (e quindi il salario di base) e il costo dell’attività economica attraverso investimenti statali nelle infrastrutture di base, i cui servizi dovevano essere forniti gratuitamente, o almeno a prezzi sovvenzionati.

Questo obiettivo avrebbe impedito ai servizi di base di diventare opportunità di rendita monopolistica. L’antitesi era la dottrina Thatcher-neoliberista della privatizzazione. I governi cedettero i servizi pubblici agli investitori privati. Le aziende sono state acquistate a credito, aggiungendo interessi e altri oneri finanziari ai profitti e ai pagamenti al management. Il risultato è stato quello di trasformare l’Europa e l’America neoliberiste in economie ad alto costo, incapaci di competere nei prezzi di produzione con i Paesi che perseguono politiche socialiste invece del neoliberismo finanziarizzato.

Questa contrapposizione tra sistemi economici è la chiave per comprendere l’attuale frattura mondiale.

Soprattutto il petrolio e il gas russi sono al centro dell’attenzione in questo momento. Mosca richiede pagamenti solo in rubli e sta ampliando il suo campo di acquirenti con Cina, India o Arabia Saudita. Ma sembra che gli acquirenti occidentali possano ancora pagare in euro o in dollari. Qual è la sua opinione su questa guerra delle risorse in corso? Il rublo sembra essere il vincitore.

Il rublo sta certamente salendo. Ma questo non fa della Russia un “vincitore” se la sua economia viene sconvolta dalle sanzioni che bloccano le importazioni necessarie al buon funzionamento delle sue catene di approvvigionamento.

La Russia risulterà vincente se sarà in grado di organizzare un programma di sostituzione delle importazioni industriali e di ricreare infrastrutture pubbliche per sostituire quelle che sono state privatizzate sotto la direzione degli Stati Uniti dagli Harvard Boys negli anni Novanta.

Vediamo la fine del petrodollaro e l’ascesa di una nuova architettura finanziaria a est, accompagnata dal rafforzamento dei BRICS e della Shanghai Cooperation Organization (SCO)?

Ci saranno ancora i petrodollari, ma anche una serie di blocchi di aree valutarie, man mano che il mondo de-dollarizza i suoi accordi di commercio e investimento internazionale. A fine maggio, il ministro degli Esteri Lavrov ha dichiarato che l’Arabia Saudita e l’Argentina vogliono unirsi ai BRICS. Come ha recentemente osservato Pepe Escobar, il BRICS+ potrebbe espandersi fino a includere il MERCOSUR e la Comunità di sviluppo del Sudafrica (SADC).

Questi accordi probabilmente richiederanno un’alternativa non statunitense al FMI per creare credito e fornire un veicolo per le riserve ufficiali di valuta estera per i Paesi non appartenenti alla NATO. Il FMI sopravviverà ancora per imporre l’austerità ai Paesi satellite degli Stati Uniti, sovvenzionando al contempo la fuga di capitali dai Paesi del Sud globale e creando DSP per finanziare le spese militari statunitensi all’estero.

L’estate del 2022 sarà un banco di prova, poiché i Paesi del Sud globale subiranno una crisi della bilancia dei pagamenti a causa dell’aumento dei deficit petroliferi e alimentari e dei maggiori costi in valuta nazionale per il mantenimento del debito in dollari. Il FMI potrebbe offrire loro nuovi DSP per pagare gli obbligazionisti in dollari per mantenere l’illusione della solvibilità. Ma i Paesi della SCO possono offrire petrolio e cibo – SE i Paesi garantiscono di ripagare il credito ripudiando i loro debiti in dollari con l’Occidente.

Questa diplomazia finanziaria promette di introdurre “tempi interessanti”.

Nella sua recente intervista con Michael Welch (“Accidental Crisis?“) lei ha un’analisi specifica sugli attuali eventi in Ucraina/Russia: “La guerra non è contro la Russia. La guerra non è contro l’Ucraina. La guerra è contro l’Europa e la Germania”. Potrebbe approfondire questo punto?

Come ho spiegato in precedenza, le sanzioni commerciali e finanziarie degli Stati Uniti stanno costringendo la Germania a dipendere dalle esportazioni statunitensi di GNL e dall’acquisto di armi militari statunitensi per trasformare la NATO in un’autorità di governo europea de facto.

L’effetto è quello di distruggere ogni speranza europea di guadagni reciproci in termini di commercio e investimenti con la Russia. L’Europa si sta trasformando in un junior partner (molto junior) nelle sue nuove relazioni commerciali e di investimento con gli Stati Uniti, sempre più protezionisti e nazionalisti.

Il vero problema degli Stati Uniti sembra essere questo: “L’unico modo per mantenere la prosperità se non si riesce a crearla in patria è ottenerla dall’estero”. Qual è la strategia di Washington?

Il mio libro Super Imperialismo ha spiegato come, negli ultimi 50 anni, da quando gli Stati Uniti hanno abbandonato l’oro nell’agosto del 1971, lo standard dei Buoni del Tesoro americano abbia dato agli Stati Uniti un giro gratuito a spese dell’estero. Le banche centrali straniere hanno riciclato l’afflusso di dollari derivante dal deficit della bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti in prestiti al Tesoro americano, cioè nell’acquisto di titoli del Tesoro americano per custodire i propri risparmi. Questo accordo ha permesso agli Stati Uniti di intraprendere spese militari all’estero per le loro quasi 800 basi militari in Eurasia senza dover deprezzare il dollaro o tassare i propri cittadini. Il costo è stato sostenuto dai Paesi le cui banche centrali hanno accumulato prestiti in dollari al Tesoro americano.

Ma ora che è diventato pericoloso per i Paesi detenere depositi bancari o titoli di Stato o investimenti statunitensi denominati in dollari se “minacciano” di difendere i propri interessi economici o se le loro politiche divergono da quelle dettate dai diplomatici statunitensi, come può l’America continuare ad avere un giro gratis?

Infatti, come può importare materiali di base dalla Russia per riempire parti della sua catena di approvvigionamento industriale ed economico che è stata interrotta dalle sanzioni?

Questa è la sfida per la politica estera degli Stati Uniti. In un modo o nell’altro, essa mira a tassare l’Europa e a trasformare altri Paesi in satelliti economici. Lo sfruttamento potrebbe non essere così palese come l’accaparramento da parte degli Stati Uniti delle riserve ufficiali venezuelane, afghane e russe. È probabile che si tratti di ridurre l’autosufficienza estera per costringere altri Paesi a dipendere economicamente dagli Stati Uniti, in modo che questi ultimi possano minacciare sanzioni dirompenti se cercano di anteporre i propri interessi nazionali a ciò che i diplomatici statunitensi vogliono che facciano.

Come influirà tutto questo sulla bilancia dei pagamenti dell’Europa occidentale (Germania / Francia / Italia) e quindi sul tasso di cambio dell’euro rispetto al dollaro? E perché pensa che l’Unione Europea si stia avviando a diventare una nuova “Panama, Porto Rico e Liberia”?

L’euro è già una moneta satellite degli Stati Uniti. I suoi paesi membri non sono in grado di gestire i deficit di bilancio interni per far fronte all’imminente depressione inflazionistica derivante dalle sanzioni sponsorizzate dagli Stati Uniti e dalla conseguente frattura globale.

La chiave si sta rivelando la dipendenza militare. Si tratta di una “condivisione dei costi” per la Guerra Fredda 2.0 sponsorizzata dagli Stati Uniti. Questa condivisione dei costi è ciò che ha portato i diplomatici statunitensi a rendersi conto di dover controllare la politica interna europea per impedire alle popolazioni e alle imprese di agire nel proprio interesse. La loro compressione economica è un “danno collaterale” dell’attuale Nuova Guerra Fredda.

Una filosofa svizzera ha scritto a metà marzo un saggio critico per il giornale socialista tedesco “Neues Deutschland”, ex organo di informazione del governo della DDR. Tove Soiland ha criticato la sinistra internazionale per l’attuale comportamento in merito alla crisi ucraina e alla gestione del Covid. La sinistra, a suo dire, è troppo favorevole a governi/stati autoritari, copiando così i metodi dei tradizionali partiti di destra. Condividete questo punto di vista? O è troppo severa?

Come risponderebbe a questa domanda, soprattutto per quanto riguarda la tesi del suo nuovo libro: “… il percorso alternativo è un capitalismo industriale a economia mista che porta al socialismo…”.

Il Dipartimento di Stato e il “potente altoparlante” della CIA si sono concentrati sull’acquisizione del controllo dei partiti socialdemocratici e laburisti europei, prevedendo che la grande minaccia al capitalismo finanziario incentrato sugli Stati Uniti sarebbe stato il socialismo. Questo ha incluso i partiti “verdi”, al punto che la loro pretesa di opporsi al riscaldamento globale si è dimostrata ipocrita alla luce della vasta impronta di carbonio e dell’inquinamento della guerra militare della NATO in Ucraina e delle relative esercitazioni aeree e navali. Non si può essere a favore dell’ambiente e della guerra allo stesso tempo!

Questo ha lasciato i partiti nazionalisti di destra meno influenzati dall’ingerenza politica degli Stati Uniti. È da qui che proviene l’opposizione alla NATO, come in Francia e in Ungheria.

E negli stessi Stati Uniti, gli unici voti contrari al nuovo contributo di 30 miliardi di dollari alle spese militari contro la Russia sono arrivati dai repubblicani. L’intera “squadra di sinistra” del Partito Democratico ha votato a favore della spesa bellica.

I partiti socialdemocratici sono fondamentalmente partiti borghesi i cui sostenitori sperano di entrare nella classe dei rentier, o almeno di diventare investitori in azioni e obbligazioni in miniatura. Il risultato è che il neoliberismo è stato guidato da Tony Blair in Gran Bretagna e dai suoi omologhi in altri Paesi. Discuto di questo allineamento politico in Il destino della civiltà.

I propagandisti statunitensi definiscono “autocratici” i governi che mantengono i monopoli naturali come servizi pubblici. Essere “democratici” significa lasciare che le imprese statunitensi controllino queste altezze di comando, essendo “libere” dalla regolamentazione governativa e dalla tassazione del capitale finanziario. Così “sinistra” e “destra”, “democrazia” e “autocrazia” sono diventati un vocabolario orwelliano in doppia lingua sponsorizzato dall’oligarchia americana (che eufemizza come “democrazia”).

La guerra in Ucraina potrebbe essere un punto di riferimento per mostrare una nuova mappa geopolitica del mondo? Oppure il Nuovo Ordine Mondiale neoliberista è in ascesa? Come lo vede?

Come ho spiegato nella domanda n. 1, il mondo si sta dividendo in due parti. Il conflitto non è solo nazionale, Occidente contro Oriente, ma è un conflitto di sistemi economici: il capitalismo finanziario predatorio contro il socialismo industriale che mira all’autosufficienza dell’Eurasia e della SCO.

I Paesi non allineati non erano in grado di “andare avanti da soli” negli anni ’70 perché non avevano una massa critica per produrre autonomamente cibo, energia e materie prime. Ma ora che gli Stati Uniti hanno deindustrializzato la propria economia ed esternalizzato la produzione in Asia, questi Paesi hanno la possibilità di non rimanere dipendenti dalla diplomazia del dollaro statunitense.

FONTE: https://pensieriprovinciali.wordpress.com/

BENVENUTI NEL NUOVO MONDO

di Vittorio Stano

… Tu sei al sicuro, io sono al sicuro !

“ L’Umanità è un tutto e la Terra è una patria. Di fronte alle sfide comuni, nessuno o nessun paese può sopravvivere da solo e l’unica via d’uscita per l’Umanità è aiutarsi a vicenda e vivere in armonia”. Una simbiosi che ha tre livelli: realizzazione di sè, realizzazione reciproca e realizzazione del mondo. (1)

Xi Jinping

Un Paese e un esercito senza comunicazioni fanno molta fatica a organizzare difesa e resistenza. L’Ucraina in guerra sembra contraddire questo principio. Infrastrutture tradizionali fuori uso, centrali telefoniche, antenne tv/telefonia mobile e connessioni Internet bombardate, eppure il governo ucraino e i militari, non ancora completamente domati, si connettono ai parlamenti e a redazioni di giornali di mezzo mondo. Come è possibile? Come ha fatto il sergente Leonid Kuznetsov della Guardia Nazionale Ucraina, asserragliato da giorni insieme ai suoi uomini del battaglione nazista Azov dentro l’acciaieria Azovstal di Mariupol, a comunicare con un giornalista del New York Times raccontando la sua storia e inviando un filmato? Come ha fatto a trovare una connessione Internet funzionante a Mariupol ? E’ tutto merito dei satelliti Starling dell’imprenditore sudafricano con cittadinanza canadese-naturalizzato statunitense, Elon Reeve Musk, CEO e CTO della compagnia aerospaziale SpaceX, CEO della casa automobilistica TESLA, cofondatore e CEO di Neuralink, proprietario di Twitter, presidente di SolarCity, fondatore di The Boring Company, cofondatore di PayPal, Open AI e…

I satelliti Starling da due mesi stanno garantendo l’accesso alla rete alla popolazione ucraina, in gran parte del paese. Lo scorso 26 febbraio il governo ucraino aveva inviato un appello via Twitter a Elon Musk, invitandolo a mettere a disposizione della popolazione colpita dalla guerra la rete di satelliti per telecomunicazioni Starling. Musk aveva immediatamente risposto dicendo che la rete Starling era già attiva su tutta l’Ucraina e che SpaceX avrebbe inviato le antenne e i terminali necessari per garantire la connettività. Starling prevede il lancio di migliaia di piccoli satelliti per telecomunicazioni così da formare una fitta rete tutta attorno alla Terra. Questo rende possibile che sopra le nostre teste ci sia, sempre, almeno un satellite in grado di garantire la connessione a Internet. Il sistema per funzionare ha bisogno di una parabola e uno speciale router. In una foto pubblicata su Twitter il vice premier ucraino Fedorov mostra l’arrivo in Ucraina di un camion che trasporta centinaia di queste piccole stazioni. Nel giro di pochi giorni l’azienda di Musk ha accelerato l’accensione dell’infrastruttura. Si tratta di uno dei progetti più ambiziosi del miliardario americano. Quindi è il miliardario Musk che sta consentendo di resistere agli ucraini filoamericani e alle decine e decine di migliaia (…forse più di 100mila) di contractors (2) al soldo della Blackwater e altre “aziende” anglosassoni che arruolano mercenari da mandare a combattere in Ucraina. Sono i satelliti Starling, a volte osservabili nelle notti più limpide, che permettono a politici e militari di collegarsi a Internet anche in caso di attacco alle infrastrutture tradizionali.

Il conflitto tra Russia e Ucraina è senza dubbio il più tecnologico mai combattuto, non solo per le armi più o meno sofisticate messe in campo dai due schieramenti.

ZELENSKY & Co.

L’entourage dell’ex attore-comico ucraino, osservato da vicino, è costituito da soggetti, tutti mediamente giovani. Molti hanno studiato o lavorato in Gran Bretagna, qualcuno negli Stati Uniti. Alcuni di loro, presentati dalle reti televisive occidentali o tramite video online, sono dotati di capacità argomentativa non banale, sono coordinati tra loro e sembrano usciti da una riunione briefing in cui tutti hanno condiviso una identica linea. Sembra evidente che Zelensky & Co. sia un gruppo coeso ed omogeneo di soggetti che condividono una precisa strategia politica per tenersi al potere in Ucraina. Ma per conto di chi ?, e soprattutto, per quale fine ?

Sappiamo quali siano i partners interessati: USA, GB, parte dell’Europa orientale, i vertici della burocrazia euro-unionista, il miliardario ucraino Kolomoinskyi (3), la NATO. Senza il sostegno attivo di questi importanti apparati politici, economici e militari che da più di 20anni finanziano e riempiono di armi il paese, l’Ucraina si sarebbe arresa ai Russi dopo 24 ore di combattimenti (4). Questo gruppo è diventato un partito politico poco prima che finisse la terza stagione della serie televisiva “Servant of the people” che vedeva Zelensky come protagonista. Senza avere un programma di governo, né piani per affrontare gli immani problemi del paese, basandosi su video virali, concerti di cabaret e battute al posto di una normale campagna elettorale, otteneva il 30% dei consensi.

Lo scenario politico ucraino era così articolato: ad ovest i nazionalismi di Poroshenko-Timoshenko, a est i filorussi schierati a sinistra, Zelensky allocato al centro. Il gruppo dei giovani di Zelenski era stato “confezionato” con tecniche di marketing e comunicazione mediatica molto occidentali. E’ accertata la collaborazione sul campo dei più esperti spin-doctors operanti nel mercato statunitense. Questi rendono la “speranza” di Zelenski realtà. Prima del 24 febbraio 2022 questa speranza stava scemando. Il gradimento di Zelenski era in discesa; la rielezione nel 2024 era improbabile. Questi giovani rampanti sembrano un gruppo di giovani europei occidentali e filo-anglosassoni che sono stati paracadutati in un complicato e declinante paese ex-sovietico. Sono svegli, non c’è dubbio. Sono dei “manipolati”? Delle marionette degli anglo-sassoni? Certo che lo sono, ma perché? Per fare cosa?

PRIMA DEL 24 FEBBRAIO 2022

Prima della guerra l’Ucraina era il 133° paese su 190 al mondo per PIL pro-capite. Si classificava tra il Guatemala e El Salvador. La Bulgaria, che ha la media più bassa nell’UE, è 84°. Già questo non avrebbe mai consentito all’Ucraina di entrare nell’UE. Inoltre con gli indicatori qualitativi come trasparenza, corruzione, sostenibilità e prospettive era ancora peggio: rendevano impossibile la sua ammissione all’UE. Dal 2000 al 2021 ha perso 6 milioni di abitanti (15% della popolazione) per migrazioni, scarsa fertilità (la più bassa d’Europa) ed elevata mortalità tra gli anziani. È dal 1994 che l’U. perde popolazione. Ha perso anche la Crimea e le Repubbliche Popolari del Donbass e forse bisognerà aggiungere gli abitanti dei diversi territori che continueranno a perdere durante il conflitto in corso. L’ultimo censimento (2000) attestava 42milioni di abitanti, ma altre stime più aggiornate, fatte dagli ucraini stessi, il numero di abitanti scendeva a 32milioni. Dal 24 febbraio 2022 fino ad oggi, in poco più di due mesi, altri 6 milioni di ucraini sono scappati come profughi. È da vedere poi quanti di questi resteranno nei paesi d’accoglienza o ritorneranno alle loro case. Intanto sono sempre di più quelli che vanno via. L’U. ha la più alta percentuale di popolazione femminile e il più alto indice di disuguaglianza di genere in Europa: 88° posto su 189 paesi (dati ONU). L’U. è al 2° posto in Europa per mortalità, dopo la Bulgaria. L’alto tasso di mortalità è dovuto all’inquinamento atmosferico, all’alcol, al tabagismo, alla cattiva alimentazione e alla cattiva qualità del sistema sanitario nazionale. La composizione etnica è mista: all’estremo occidente la popolazione è pienamente ucraina e tendenzialmente di cultura balto-slava europea. All’estremo oriente è più russofona. Il fiume Dnepr taglia in due il continuum ucraino e funge da separatore tra due diverse composizioni socio-demografiche. In U. è storicamente attiva la tratta di giovani donne avviate alla prostituzione. Altro ambito in cui la criminalità organizzata è attiva è il traffico d’armi, a partire dal 1991, quando inizia la grande svendita degli asset militari sovietici. Il rapporto del 2021 del Global Organized Crime Index indica l’U. come il principale mercato d’armi d’Europa. Soprattutto armi di piccolo e medio calibro e relative munizioni derivate dall’incessante flusso d’armamenti provenienti dagli USA da almeno 20anni. Queste armi venivano distribuite al terrorismo e alla criminalità di mezzo mondo. L’attuale flusso proveniente dall’Europa restia ad impegnarsi su armi più potenti e sofisticate, darà ancora più impulso al malefico traffico. Il rapporto del 2013 del dipartimento di Stato americano INCSR (International Narcotic Control Strategy Report) classifica l’U. come uno dei paesi chiave per il traffico di droga internazionale. Eroina e cocaina entrano in Europa tramite i porti di Odessa e Mariupol. La mafia ucraina è in solidi affari (armi, droga, prostituzione) con la ‘ndrangheta calabrese. La vaccinazione anti-covid19 è tra le più basse al mondo (38%). Nella speciale classifica del The Economist condotta nel 2006 l’U. era all’80° posto del Democracy Index, tra le isole Fiji e il Senegal. Era qualificata come “regime ibrido”. Dal 2020, il governo ha intrapreso una serrata lotta con la Corte Costituzionale per amministrare con più “disinvoltura” e per poter saltare le cautele costituzionali.

Da 2 mesi, complice la guerra, ha potuto arrestare e far sparire molta gente scomoda, silenziando i media non conformisti, mettendo fuori legge i partiti “nemici”. È in vigore la legge marziale.

L’Ucraina verso la fine degli anni ’90 era già un paese fallito. Troppo grande, troppo poco popolato, troppo etnicamente disomogeneo, troppo asimmetrico nei generi, troppo povero, troppo agro-industriale mentre l’occidente si è sviluppato nei servizi, troppo vicina ai minacciosi russi. Troppi interessi contrastanti, come quelli degli oligarchi, tra i quali vi è un congruo numero di veri e propri delinquenti dediti al traffico di donne, armi e droga, spesso proprietari di vari mezzi di informazione. L’oligarca Kolomoinski è proprietario di media, industrie, banche, squadre di calcio e… da moderno “capitano di ventura” anche un esercito privato di 12mila nazisti in armi, il famigerato battaglione Azov, che obbediscono ai suoi ordini. Da qualche settimana il battaglione Azov è stato integrato nelle forze armate ucraine. Ma non cambia nulla: nazisti erano e rimangono!, anche se ultimamente assurti a “eroi della patria ucraina”.

Un sistema del genere non aveva nessun futuro. Come avrebbe fatto ad entrare nell’UE ? un sistema del genere non interessava a nessuno, nemmeno all’entourage di Zelenski. E ora, che fare ?

L’OBIETTIVO DI ZELENSKI: “FARE DELL’UCRAINA UNA GRANDE ISRAELE”

Zelenski lo ha dichiarato ai primi di aprile: fare dell’Ucraina una Grande Israele. L’obiettivo non ha niente di religioso ma è geopolitico e strategico economico. È tutta farina del suo sacco ? Certo che no . Israele è un paese che non ha mai conosciuto la pace. È circondato da nemici. Per difendersi ha dovuto militarizzare la vita civile e asservire la direzione economica a questa. Nel 2009 Israele fu definita una Start up Nation. I primati tecnologici, di brevetto e sviluppo nelle nuove tecnologie è universalmente riconosciuto. Le ricadute positive sul comparto civile sono anche importanti, ma tutto parte dalle strategie militari. I Palestinesi sono le loro povere vittime.

Zelenski si candida a ospitare qualcosa di simile sul suolo ucraino restante dopo la fine di questa guerra ? La guerra l’Ucraina l’ha già persa. Se i Russi arrivano fino a Odessa, città russa per antonomasia, l’Ucraina non avrà più sbocco al mare. Attraverso l’Ucraina gli Stati Uniti vogliono costringere l’UE nella morsa atlantica, bloccare le vie della seta e tornare al duello Est-ovest. Lo scambio USA-UE prevede il riarmo della Germania. Una volta ottenuto, l’UE si è lanciata in prima linea, dopo un’ apparente perplessità iniziale. Intanto la balcanizzazione dell’Europa orientale è ormai cosa fatta. Ma il futuro non è scritto…

I biolaboratori in conto terzi di cui si vocifera l’esistenza già oggi in Ucraina (30 sarebbero quelli gestiti dai soli americani) disegnano una possibilità di ospitare le forme di ricerca più avanzate ma anche più rischiose, ad esempio sull’AI (Artificial Intelligenz). Elon Musk ha già portato i terminali per Starling. La ricerca avanzata in questi campi è rischiosa per paesi come USA, GB, Francia, e Germania, per cui delocalizzare i rischi in Ucraina preserva i propri cittadini da questi rischi e le autorità da sicure proteste degli stessi.

Gli investimenti militari e una mentalità orientata all’efficienza digitale, necessaria per qualunque guerra, potrebbero rappresentare lo stesso motore d’innovazione per l’Ucraina, che già conta 4 Innovation Park, a Kiev e a Charkiv, che aiutano talenti, inventori e imprenditori a incontrarsi e a farli interagire organicamente tra loro, creando spazio per una rapida crescita e partneship vantaggiose per tutti. L’ecosistema Unit.City di Kiev e Charkiv contempla nelle sue strutture anche collaudati strumenti di networking internazionale e potenziamento aziendale, inclusi programmi di sovvenzione e tutoraggio di Amazon e dell’Università di Berkeley. Unit.City a Kiev è già oggi il più importante parco tecnologico dell’Europa orientale. Ma, come nel caso israeliano, questo tipo di sviluppo economico, centrato sull’ICT (Information and Communication Technologies), può reggere solo su una demografia più giovane e contenuta di quella precedente.

Se per realizzare questo disegno Zelenski sta mettendo in conto la fuga di milioni di suoi concittadini e la morte di chissà quanti altri, dandoli in pasto ai carrarmati russi, è un cinico criminale. Da quando è stato eletto la scia di sangue ucraino si fa copiosa sotto i suoi piedi e più persevera e più si allargherà.

Zelenski & Co. si sono mostrati pronti al conflitto e lo stanno gestendo, aiutati da abili spin doctors americani, in modo davvero abile. Le sue apparizioni televisive e i videomessaggi mandati in giro per il mondo sembrano spesso trailer di film gialli e di gangster. Allucinante quello rivolto al parlamento greco: il “nostro eroe” è apparso tra due sgherri del battaglione Azov mummificati e armati. La protesta dei parlamentari greci è stata veemente.

Sembra che Zelenski & Co. avevano e hanno bisogno della guerra per far fare ai russi, operazioni di semplificazione dell’Ucraina. Rimpicciolire un territorio ingestibile e irriformabile. Una prova è non essere interessati alla pace. A far fallire gli ipotetici tavoli di trattativa ci pensano gli americani, con il loro senile e russofobo presidente e gli inglesi con il loro rozzo e oltranzista premier-gaffeur. Zelenski è il “servant” degli anglo-sassoni, prono a considerare questa guerra una sorta di operazione senza anestesia, necessaria ma dolorosa, per i regolamenti di conti nella battaglia di grande strategia tra bipolarismo e multilateralismo. Naturalmente non sono loro a dirigere le danze. Da chi le dirige, Z.&Co. cercano protezione, gratitudine ed investimenti futuri, oltre che i necessari piani Marshall per la ricostruzione. Z. ha già detto che vuole almeno 500 miliardi di dollari per ricostruire la mini Ucraina/Grande Israele in conflitto permanente con russi e ucraini filo-russi (5). Chi pagherà ?

Nella fase di retrazione del globalismo dell’impero americano, che sta richiamando una parte dei propri tentacoli, per consolidarsi e arroccarsi sulle posizioni più facilmente difendibili per l’occidente egemonizzato e colonizzato da loro stessi. Gli spaventosi costi economici li pagheranno i Paesi che sono alla periferia dell’impero, in proporzione al potere contrattuale delle varie parti. L’Italia è tra questi. Questa fase durerà certamente diversi anni. La demonizzazione di Putin, e dei russi in toto, è funzionale a creare una barriera nel sentire popolare, che induca nel lungo periodo a separare Russia ed Europa, riconducendo economicamente l’Europa pienamente sotto l’ala americana.

L’Europa, cui gli USA avevano allentato la catena negli ultimi 30anni, lasciando che dopo il trattato di Maastricht essa divenisse un polo neoliberale autonomo, viene chiamata all’ordine. L’idea, cullata da molti europeisti, che l’UE fosse il nucleo di una forza mondiale autonoma viene riportata alla dura realtà: salvo i fratelli minori degli USA nel Regno Unito, l’Europa dal 1945 non è mai stata altro che una colonia americana, territorio occupato. Dal 1945 60mila soldati americani occupano permanentemente il suolo europeo. (6)

L’americanizzazione culturale ha proceduto in maniera capillare a tutti i livelli, sempre però all’ombra silente di una dipendenza militare assoluta (cui solo la Francia ha occasionalmente opposto qualche mugugno). Così si spiega anche il compattamento europeo attorno alla posizione americana. L’UE ha preso coscienza del fatto che la sconfitta del nazionalismo filo-europeista ucraino l’avrebbe costretta a fare i conti con la Russia in altro modo, rispettandone il ruolo di grande potenza e ponendo fine al tentativo di rovesciarne gli equilibri interni per farne un terreno di caccia del tipo di quello aperto a suo tempo da Eltsin e Gorbabaciov. Adesso che il conflitto è aperto, gli appelli alla trattativa non hanno basi reali. Gli esiti dipenderanno da quello che si determinerà sul campo di battaglia e dalla forma che prenderà la guerra. Su questo possiamo metterci l’anima in pace…

…Bisogna dunque rassegnarsi con fatalismo alla guerra ? Certamente no. Occorre invece intervenire, ma nel modo giusto, avendo coscienza di qual è il nemico, capendo che bisogna rovesciare la logica di chi vede l’Ucraina aggredita dai Russi e i Russi responsabili dell’aggressione, e APRENDO LO SCONTRO CON UN GOVERNO COME IL NOSTRO CHE COLLABORA ALLA GUERRA. La PACE si conquisterà tanto più rapidamente quanto più si riuscirà a indebolire la posizione di chi la guerra l’ha voluta realmente e lungamente preparata.

In Italia il governo Draghi ha calato l’elmetto anche a quel 60% di Italiani contrario alla guerra. Inoltre un solido 30% di elettori democratici e pacifisti non si sente rappresentato da nessun partito dell’arco costituzionale. In 2 anni siamo passati dallo Stato di diritto allo Stato dei permessi. Il 90% della popolazione è stato convinto a vaccinarsi anche grazie all’operato congiunto di tv e virologi. Adesso tra una pubblicità e l’altra, la solita tv sostituisce i virologi con “esperti militari” che danno la linea per interpretare la realtà raccontando quello che avviene in Ucraina.

…Non la vedo bene per la Pace. Nel senso che questa volta gli USA o vincono o perdono. Russia e USA giocheranno “cinicamente” le loro carte sulla pelle dell’intera Europa, per ora quella orientale, ma di riflesso su quella occidentale, ovviamente. Economicamente verrà colpita tutta. Le popolazioni europee sono allo sbando. Nessuna di loro controlla le proprie élites. Sono manipolate, divise ,usate e impoverite. Sostanzialmente cacciate in una “guerra civile” del “si salvi chi può” . Non ne sono consapevoli, quando lo saranno, sarà troppo tardi. Non si può sapere quanto lungo sarà questo processo. Dipenderà da molti fattori in movimento. Il più importante sarà dato dal grado di convinzione che Francia, Germania e Italia metteranno nel loro appoggio agli USA. Se diventerà accordo globale alla conquista della Russia, sarà guerra atomica. Il destino dell’Europa è nelle sue mani. In questo momento l’Europa si sta suicidando. Per la terza volta. Niente fa pensare che sceglierà un’altra strada.

…Ma, proprio per questo, io credo che ha senso farsi delle domande lecite:

  • Ha senso che per far esistere la NATO e far entrare altri paesi andiamo verso la guerra nucleare, la fame, la miseria ?
  • Ha senso avere la NATO e dover fare la fame ?
  • HA SENSO LA NATO ?
  • Davvero l’Ucraina non può vivere come la Finlandia e dobbiamo fare una guerra mondiale per farla entrare nella NATO ?
  • Dobbiamo razionare il cibo e la corrente perché l’Ucraina non può essere neutrale e deve entrare per forza nella NATO ? Quando ? Quando saremo morti ?
  • Ha senso una terza guerra mondiale (nucleare) per far entrare l’Ucraina nella NATO ? Ci entreranno da morti?

È LA NATO IL PERICOLO !!!

… SCIOGLIERE LA NATO E… FUORI LA GUERRA DALLA STORIA !!!!!!!!!!

VITTORIO STANO

Note

  1. Nella cultura cinese l’ordine cosmologico non può essere “perfezionato” dalla technè, perché è sempre anche un ordine morale. Ne segue che la verità non può derivare dalla violenza, ma solo dall’armonia. Incarnando l’armonia. Quindi la relazione tra umani è pensata a partire dalla risonanza, anziché come nel pensiero greco sulla guerra (polemos) e il conflitto (eris). Nel taoismo il principio del governo sarà wu wei zhi zhi , governare senza intervenire, ovvero lasciare che le cose siano, si sviluppino, diventino se stesse e raggiungano il proprio potenziale. Avremmo da imparare se sapessimo essere con l’altro. Il tema al cuore della filosofia cinese non è l’ “essere” , quanto il vivente.
  2. Contractors : mercenari arruolati da aziende private anglosassoni; armati ,finanziati e addestrati da USA, Francia, Gran Bretagna e Canada. Sono di almeno 19 nazionalità (Svizzera compresa). Sono peggiori dei nazisti. Nel 2014 Newsweek li associava all’ISIS. Contano più di 102mila uomini (Reuters). Dal 2020 costituiscono il 40% delle forze armate ucraine. Le aziende che li arruolano sono: Blackwater (USA), STAM (GranBretagna), G4S (GranBretagna/Londra). I mercenari ricevono armi, vitto, alloggio, uniformi gratuiti e un salario. Il salario base è di 1000 $ al mese +30% (1400 $) per introdurre armi europee dai confini porosi (Ungheria, Romania, paesi baltici, …) +70% azioni pericolose: 2500 -3000 $ al mese. Chi paga? La NATO? La CIA di sicuro! La Blackwater arruola circa 35mila unità all’anno. Lavorano a contratto con il Pentagono o con il Ministero della Difesa Britannico. La Polonia è il punto di raccolta della “brigata volontari per l’Ucraina”. I mercenari sono arrivati dal Canada, Giappone, Finlandia, Gran Bretagna, Francia, Sudan, USA, …
  3. Kolomoinskji : miliardario ucraino, signore e padrone di Dnipro (centro di produzione degli armamenti di tutta l’ex-URSS), proprietario di media, industrie, banche, squadre di calcio e… da moderno “capitano di ventura”, anche un esercito privato di 12mila nazisti in armi (il famigerato battaglione Azov) che obbediscono ai suoi ordini. Da alcune settimane queste bande di assassini sono state integrate nelle forze armate ucraine. Ma che cambia ? sempre nazisti sono !, anche se assurti a “eroi della patria ucraina”. Kolomoinski è anche il finanziatore di Zelenski. Dopo aver finanziato la fortunata serie televisiva “Servant of the people”, finanzia il partito e anche Zelenski stesso: nei “Pandora papers” resi pubblici da Julian Assange spunta un conto cifrato intestato a lui con 40milioni di dollari. Alla faccia del Servant of the people.
  4. Esercito ucraino: teoricamente composto da 300mila uomini era nell’ottobre 2018 in uno stato disastroso. Aveva perso 2700 uomini nel Donbass (di cui: 897 per malattia, 318 in incidenti stradali, 177 in altri incidenti, 175 per droghe, alcol, 182 per incauto maneggio d’armi, 288 per omicidio, 615 per suicidio). Dal 2014 operavano nel paese i mercenari che tesero a cittadini, forze regolari e polizia la trappola di Piazza Maidan durante il colpo di Stato. In seguito i mercenari si spostarono nel Donbass per massacrare i separatisti. Il Ministero ucraino si rivolse alla NATO per rendere le sue forze più presentabili. Così per compensare la mancanza di soldati, il governo ucraino e la NATO hanno rafforzato le milizie paramilitari. Il Donbass è un pretesto. Se si trattasse di colpire direttamente la Russia allora si potrebbe sacrificare l’Europa intera: Fuck the EU!, Victoria Nuland, 2014.
  5. Soldi all’Ucraina 1991-2022 : dal 1991 al 2014 , 7,5 miliardi di $ USA (6,5 mld Congresso Americano; 1 mld Fondo Fiduciario Nato /FFN ; 2 mld di sterline GB donati a Kiev ; 10 mld di $ da Eric Prince fondatore di Blackwater ; 500 milioni di € dall’UE per il riarmo di Zelenski/fine marzo 2022 ; USA/Biden, marzo 2022 , 2 miliardi ; ITALIA, fine marzo 2022 , 110 milioni di € , per difesa Kiev . Dal 1991 ad oggi: circa 300 miliardi di dollari sono arrivati in Ucraina. A questi vanno aggiunti quelli che arrivano da febbraio 2022 (+ Euro e sterline) Fonte: Cumpanis
  6. USA grande esportatore… di disastri : dal 1945 al 2001 ci sono stati 248 conflitti armati in 153 regioni, di questi ben 201 sono stati avviati dagli Stati Uniti ; dalla fine della guerra fredda : 80 operazioni armate all’estero , 800mila morti (335mila civili) + 21 milioni di emigrati.

L’imminente rivoluzione finanziaria globale: la Russia segue il copione americano

Ellen Brown ha scritto un articolo imperdibile che spiega con rara lucidità quale sia la posta in gioco dello scontro in atto tra Russia e Stati Uniti. Se in Italia esistesse ancora un giornalismo economico (o anche solo un giornalismo), di questo si dovrebbe parlare.
Nessun paese ha sfidato con successo l’egemonia globale del dollaro USA prima d’ora.
L’articolo originale in inglese è nel suo blog e qui di seguito eccone la traduzione.

I critici stranieri hanno sempre stigmatizzato il “privilegio esorbitante” che ha il dollaro USA come valuta di riserva globale. Gli Stati Uniti possono emetterla sostenuti nient’altro che dalla “piena fede e credito degli Stati Uniti “. I governi stranieri, avendo bisogno di dollari, non solo li accettano nel commercio, ma acquistano titoli statunitensi, finanziando efficacemente il governo statunitense e le sue guerre estere.
Ma nessun governo è stato abbastanza potente da rompere quell’accordo fino ad ora. Come è successo e cosa significherà per gli Stati Uniti e le economie globali?

L’ascesa e la caduta del petrodollaro

Innanzitutto, un po’ di storia: il dollaro USA è stato adottato come valuta di riserva globale alla conferenza di Bretton Woods nel 1944, quando il dollaro era ancora sostenuto dall’oro sui mercati globali. L’accordo prevedeva che l’oro e il dollaro sarebbero stati accettati in modo intercambiabile come riserve globali, i dollari sarebbero stati convertibili in oro su richiesta a $ 35 l’oncia. I tassi di cambio di altre valute sono stati fissati rispetto al dollaro.

Ma quell’accordo è stato rotto dopo che la politica “guns and butter” del presidente Lyndon Johnson ha esaurito le casse degli Stati Uniti finanziando sia la guerra in Vietnam che i suoi programmi sociali “Great Society” all’interno. Il presidente francese Charles de Gaulle, sospettando che gli Stati Uniti stessero finendo i soldi, cambiò gran parte dei dollari francesi in oro. Altri paesi seguirono il suo esempio o minacciarono di farlo.

Nel 1971, il presidente Richard Nixon pose fine alla convertibilità del dollaro in oro a livello internazionale (nota come “chiusura della finestra dell’oro”), al fine di evitare il prosciugamento delle riserve auree statunitensi.

Il valore del dollaro è poi crollato rispetto ad altre valute negli scambi globali. Per sostenere la situazione, Nixon e il Segretario di Stato Henry Kissinger fecero un accordo con l’Arabia Saudita e i paesi OPEC i quali avrebbero venduto petrolio solo in dollari e che tali dollari sarebbero stati depositati nelle banche di Wall Street e della City di Londra. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero difeso militarmente i paesi OPEC.

Il ricercatore economico William Engdahl ha presentato anche le prove di una ‘promessa’ per la quale il prezzo del petrolio avrebbe dovuto quadruplicarsi. Una crisi petrolifera innescata da una breve guerra mediorientale fece quadruplicare il prezzo del petrolio e l’accordo OPEC fu finalizzato nel 1974.

L’accordo è rimasto in essere fino al 2000, quando Saddam Hussein lo ruppe vendendo petrolio iracheno in euro. Il presidente libico Omar Gheddafi seguì l’esempio. Entrambi i presidenti furono assassinati e i loro paesi furono distrutti da una guerra con gli Stati Uniti. Il ricercatore canadese Matthew Ehret osserva :

Non dobbiamo dimenticare che l’alleanza Sudan-Libia-Egitto, sotto la guida combinata di Mubarak, Gheddafi e Bashir, si era mossa per stabilire un nuovo sistema finanziario garantito dall’oro al di fuori del FMI/Banca mondiale per finanziare uno sviluppo su larga scala in Africa.

Se questo programma non fosse stato minato dalla distruzione della Libia guidata dalla NATO, dalla spartizione del Sudan e dal cambio di regime in Egitto, il mondo avrebbe assistito all’emergere di un importante blocco regionale di stati africani che modellava i propri destini al di fuori dei giochitruccati della finanza controllata dagli anglo-americani per la prima volta nella storia.

L’ascesa del PetroRublo

La prima sfida di una grande potenza a quello che divenne noto come il petrodollaro è arrivata nel 2022. Nel mese successivo all’inizio del conflitto in Ucraina, gli Stati Uniti e gli alleati europei hanno imposto pesanti sanzioni finanziarie alla Russia, in risposta all’invasione militare.

Le misure occidentali includevano il congelamento di quasi la metà dei 640 miliardi di dollari USA di riserve finanziarie della banca centrale russa, l’espulsione di molte delle più grandi banche russe dal sistema di pagamento globale SWIFT, l’imposizione di controlli sulle esportazioni volti a limitare l’accesso della Russia alle tecnologie avanzate, la chiusura del loro spazio aereo e portuale ad aerei e navi russi, oltre a istituire sanzioni personali contro alti funzionari russi e magnati di alto profilo. I russi preoccupati si sono affrettati a ritirare i rubli dalle loro banche e il valore del rublo è precipitato sui mercati globali proprio come il dollaro USA nei primi anni ’70.

Le certezze riposte nel dollaro USA come valuta di riserva globale, sostenuta “dalla piena fiducia e dal credito degli Stati Uniti”, erano state completamente infrante.
Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato, in un discorso del 16 marzo, che gli Stati Uniti e l’UE non hanno rispettato i loro obblighi e che il congelamento delle riserve russe aveva segnato la fine dell’affidabilità dei cosiddetti ‘asset di prima classe’.
Il 23 marzo Putin ha annunciato che il gas naturale russo sarebbe stato venduto a “paesi ostili” solo in rubli russi, anziché in euro o dollari attualmente utilizzati. Quarantotto nazioni sono considerate “ostili” dalla Russia, inclusi Stati Uniti, Gran Bretagna, Ucraina, Svizzera, Corea del Sud, Singapore, Norvegia, Canada e Giappone (e Italia n.d.t.)

Putin ha osservato che più della metà della popolazione mondiale rimane “amica” della Russia. I paesi che non hanno votato per sostenere le sanzioni includono due grandi potenze, Cina e India, insieme al Venezuela, Turchia e altri paesi del “sud globale”. I paesi “amici”, ha detto Putin, ora possono acquistare dalla Russia in varie valute.

Il 24 marzo, il parlamentare russo Pavel Zavalny ha affermato in una conferenza stampa che il gas potrebbe essere venduto in Occidente per rubli o oro e in paesi “amici” per valuta nazionale o bitcoin.

I ministri dell’Energia delle nazioni del G7 hanno respinto la richiesta di Putin, sostenendo che violava i termini del contratto del gas che richiedevano la vendita in euro o dollari. Ma il 28 marzo, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha affermato che la Russia “non è impegnata in beneficenza” e non fornirà gas all’Europa gratuitamente (cosa che farebbe se le vendite fossero in euro o dollari che attualmente non può utilizzare nel commercio). Le stesse sanzioni sono una violazione degli accordi sulla disponibilità delle valute sui mercati globali.

Bloomberg riferisce che il 30 marzo Vyacheslav Volodin, presidente della Camera bassa del parlamento russo, ha suggerito in un post su Telegram che la Russia potrebbe ampliare l’elenco delle merci per le quali richiede il pagamento dall’Occidente in rubli (o oro) per includere il grano, petrolio, metalli e altro.

L’economia russa è molto più piccola di quella degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, ma la Russia è un importante fornitore globale di materie prime chiave, inclusi non solo petrolio, gas naturale e cereali, ma anche legname, fertilizzanti, nichel, titanio, palladio, carbone, azoto e metalli delle terre rare utilizzati nella produzione di chip per computer, veicoli elettrici e aeroplani.

Il 2 aprile, il colosso russo del gas Gazprom ha ufficialmente interrotto tutte le consegne in Europa attraverso il gasdotto Yamal-Europa, un’arteria fondamentale per le forniture energetiche europee.

Il professore di economia britannico Richard Werner definisce la mossa russa intelligente, una replica di ciò che fecero gli Stati Uniti negli anni ’70. Per ottenere materie prime russe, i paesi “ostili” dovranno acquistare rubli, facendo salire il valore del rublo sugli scambi globali proprio come il bisogno di petrodollari sostenne il dollaro USA dopo il 1973. Infatti, entro il 30 marzo, il rublo era già tornato ai livelli di un mese prima.

Una pagina al di fuori della sceneggiatura del “sistema americano”.

La Russia sta seguendo gli Stati Uniti non solo nell’agganciare la sua valuta nazionale alla vendita di un bene fondamentale, ma in un protocollo precedente, quello che i leader americani del 19 ° secolo chiamavano il “Sistema Americano” di moneta e credito sovrano.

I suoi tre pilastri erano:
(a) sussidi federali per miglioramenti interni e per finanziare le industrie nascenti della nazione;
(b) dazi per proteggere quelle industrie;
(c) credito facile emesso da una banca nazionale.

Michael Hudson, un ricercatore professore di economia e autore tra l’altro di “Super-Imperialism: The Economic Strategy of American Empire”, osserva che le sanzioni stanno costringendo la Russia a fare ciò che è stata riluttante a fare da sola: tagliare la dipendenza dalle importazioni e sviluppare le proprie industrie e infrastrutture. L’effetto, dice, è equivalente a quello dei dazi protettivi.

In un articolo intitolato “The American Empire Self-destructs”, Hudson scrive delle sanzioni russe (che in realtà risalgono al 2014):

La Russia era rimasta affascinata dall’ideologia del libero mercato per adottare misure per proteggere la propria agricoltura o industria. Gli Stati Uniti hanno fornito l’aiuto necessario imponendole l’autosufficienza interna (tramite sanzioni). Quando gli stati baltici hanno perso il mercato russo del formaggio e di altri prodotti agricoli, la Russia ha rapidamente creato il proprio settore caseario mentre diventava il principale esportatore mondiale di cereali…

La Russia sta scoprendo (o è sul punto di scoprirlo) che non ha bisogno di dollari americani come supporto per il tasso di cambio del rublo. La sua banca centrale può creare i rubli necessari per pagare i salari interni e finanziare la formazione di capitale. Le confische statunitensi potrebbero quindi portare la Russia a porre fine alla filosofia monetaria neoliberista, come Sergei Glaziev ha sostenuto a lungo secondo la Modern Monetary Theory …

I politici americani stanno costringendo i paesi stranieri a fare ciò che non hanno avuto il coraggio di fare da loro stessi, cioè a sostituire il FMI, la Banca Mondiale e altre armi della diplomazia statunitense. Invece i paesi dell’Europa, del Vicino Oriente e del Sud del mondo che si non seguono i loro stessi interessi economici a lungo termine, l’America li sta allontanando, come ha fatto con Russia e Cina.

Glazyev e il reset eurasiatico

Sergei Glazyev, menzionato sopra da Hudson, è un ex consigliere del presidente Vladimir Putin e del ministro per l’integrazione e la macroeconomia della Commissione economica dell’Eurasia, l’organismo di regolamentazione dell’Unione economica eurasiatica (EAEU). Ha proposto di utilizzare strumenti simili a quelli del “Sistema americano”, inclusa la conversione della Banca centrale russa in una “banca nazionale” che emette la propria valuta russa e fornisce credito per lo sviluppo interno. Il 25 febbraio, Glazyev ha pubblicato un’analisi delle sanzioni statunitensi intitolata “Sanctions ande Sovereignty”, in cui affermava:

[Il] danno causato dalle sanzioni finanziarie statunitensi è indissolubilmente legato alla politica monetaria della Banca di Russia… La sua essenza si riduce a uno stretto legame della questione del rublo con gli utili dell’export e con il tasso di cambio rublo-dollaro. Si crea, infatti, nell’economia un’artificiale penuria di denaro, e la rigida politica della Banca Centrale porta a un aumento del costo dei prestiti, che uccide l’attività imprenditoriale e ostacola lo sviluppo delle infrastrutture nel Paese.

Glazyev ha affermato che se la banca centrale sostituisse i prestiti in essere con i suoi partner occidentali con prestiti propri, la capacità di credito russa aumenterebbe notevolmente, prevenendo un calo dell’attività economica senza creare inflazione.

La Russia ha accettato di vendere petrolio all’India nella sua valuta sovrana, la rupia; in Cina in yuan; e alla Turchia in lire turche. Queste valute nazionali possono quindi essere spese per i beni e i servizi venduti da quei paesi.

Auspicabilmente, ogni paese dovrebbe essere in grado di commerciare nei mercati globali nella propria valuta sovrana; ecco cos’è una valuta fiat: un mezzo di scambio sostenuto dall’accordo tra le persone come misura del valore dei propri beni e servizi, sostenuto dalla “piena fede e credito” della nazione.

Ma questo tipo di sistema di baratto globale potrebbe crollare, proprio come fanno i sistemi di baratto locali, se una parte del commercio non volesse più i beni o i servizi dell’altra. In tal caso sarebbe necessaria una valuta di riserva intermedia per fungere da mezzo di scambio.

Glazyev e le sue controparti ci stanno lavorando. In un’intervista tradotta pubblicata su The Saker, Glazyev ha dichiarato:

Attualmente stiamo lavorando a una bozza di accordo internazionale sull’introduzione di una nuova valuta di regolamento mondiale, ancorata alle valute nazionali dei paesi partecipanti e ai beni scambiati che determinano i valori reali. Non avremo bisogno di banche americane ed europee. Nel mondo si sta sviluppando un nuovo sistema di pagamento basato sulle moderne tecnologie digitali con blockchain, dove le banche stanno perdendo importanza.

Russia e Cina hanno entrambe sviluppato alternative al sistema di messaggistica SWIFT da cui alcune banche russe sono state sospese. Il commentatore londinese Alexander Mercouris fa l’interessante osservazione che uscire dallo SWIFT significa che le banche occidentali non possono tracciare le operazioni russe e cinesi.

L’analista geopolitico Pepe Escobar riassume i piani per un reset finanziario eurasiatico/cinese in un articolo intitolato “Salute all’oro russo e al Petroyuan cinese”. Lui scrive:

Ci è voluto molto tempo, ma finalmente stanno emergendoalcuni lineamenti chiave delle nuove fondamenta del mondo multipolare.

Venerdì 1 marzo, dopo una riunione in videoconferenza, l’Eurasian Economic Union (EAEU) e la Cina hanno concordato di progettare il meccanismo per un sistema monetario e finanziario internazionale indipendente. L’EAEU, composta da Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Bielorussia e Armenia, sta stabilendo accordi di libero scambio con altre nazioni eurasiatiche e si sta progressivamente interconnettendo con la Chinese Belt and Road Initiative (BRI).

A tutti gli effetti pratici, l’idea viene da Sergei Glazyev, il più importante economista indipendente della Russia.
Abbastanza diplomaticamente, Glazyev ha attribuito il concretizzarsi della sua idea alle comuni sfide e ai rischi associati al rallentamento economico globale e alle misure restrittive contro gli stati dell’EAEU e la Cina”.

Traduzione: poiché la Cina è una potenza eurasiatica tanto quanto la Russia, devono coordinare le loro strategie per aggirare il sistema unipolare degli Stati Uniti.

Il sistema eurasiatico sarà basato su “una nuova valuta internazionale”, molto probabilmente con riferimento allo yuan, calcolato come indice delle valute nazionali dei paesi partecipanti, nonché dei prezzi delle materie prime.

Il sistema eurasiatico è destinato a diventare una seria alternativa al dollaro USA, poiché l’EAEU potrebbe attrarre non solo le nazioni che hanno aderito alla BRI ma anche i principali attori della Shanghai Cooperation Organization (SCO) e dell’ASEAN. Gli attori dell’Asia occidentale, Iran, Iraq, Siria, Libano, saranno inevitabilmente interessati.

Privilegio esorbitante o onere esorbitante?

Se quel sistema avrà successo, quali saranno gli effetti sull’economia statunitense?
La ‘stratega degli investimenti’ Lynn Alden scrive, in un’analisi dettagliata intitolata “The Fraying of the US Global Currency Reserve System”, che ci sarà dolore a breve termine, ma, a lungo termine, la cosa andrà a beneficio dell’economia statunitense.

L’argomento è complicato, ma la linea di fondo è che il predominio del dollaro come valuta di riserva ha portato alla distruzione della nostra base manifatturiera e all’accumulo di un enorme debito federale. La condivisione dell’onere della valuta di riserva avrebbe l’effetto che le sanzioni stanno avendo sull’economia russa: di alimentare le industrie nazionali come farebbero dazi, consentendo la ricostruzione della base manifatturiera americana.

Altri commentatori affermano anche che essere l’unica valuta di riserva globale è più un onere esorbitante che un privilegio esorbitante. La perdita di tale status non porrebbe fine all’importanza del dollaro USA, che è troppo fortemente radicato nella finanza globale per essere rimosso, ma potrebbe significare la fine del petrodollaro come unica valuta di riserva globale e la fine delle devastanti guerre petrolifere finanziate per mantenere il suo dominio.

FONTE: https://storiasegreta.com/2022/04/10/limminente-rivoluzione-finanziaria-globale-la-russia-segue-il-copione-americano/

Lo zar russo della geoeconomia, Sergey Glazyev, introduce il nuovo sistema finanziario globale

di Pepe Escobar (Traduzione da The Cradle)

Il nuovo sistema monetario mondiale, sostenuto da una valuta digitale, sarà sostenuto da un paniere di nuove valute estere e risorse naturali. E libererà il Sud del mondo sia dal debito occidentale che dall’austerità indotta dal FMI.

Sergey Glazyev è un uomo che vive proprio nell’occhio del nostro attuale uragano geopolitico e geoeconomico. Uno degli economisti più influenti al mondo, membro dell’Accademia delle scienze russa ed ex consigliere del Cremlino dal 2012 al 2019, negli ultimi tre anni ha guidato il portafoglio super strategico di Mosca come ministro incaricato dell’integrazione e Macroeconomia dell’Unione economica dell’Eurasia (EAEU).

La recente produzione intellettuale di Glazyev è stata a dir poco trasformativa, sintetizzata dal suo saggio Sanzioni e sovranità e da un’ampia discussione sul nuovo paradigma geoeconomico emergente in un’intervista a una rivista economica russa.

In un altro dei suoi recenti saggi, Glazyev commenta come “sono cresciuto a Zaporozhye, vicino al quale sono in corso pesanti combattimenti per distruggere i nazisti ucraini, che non sono mai esistiti nella mia piccola Patria. Ho studiato in una scuola ucraina e conosco bene la letteratura e la lingua ucraina, che da un punto di vista scientifico è un dialetto russo. Non ho notato nulla di russofobo nella cultura ucraina. Nei 17 anni della mia vita a Zaporozhye, non ho mai incontrato un solo Banderista.

Glazyev è stato gentile a prendersi del tempo dal suo fitto programma per fornire risposte dettagliate a una prima serie di domande in quella che ci aspettiamo diventi una conversazione in corso, incentrata soprattutto sul Sud del mondo. Questa è la sua prima intervista con una pubblicazione straniera dall’inizio dell’Operazione Z. Mille grazie ad Alexey Subottin per la traduzione russo-inglese.

The Cradle: Sei in prima linea in uno sviluppo geoeconomico rivoluzionario: la progettazione di un nuovo sistema monetario/finanziario attraverso un’associazione tra EAEU e Cina, bypassando il dollaro USA, con una bozza che sarà presto conclusa. Potresti forse anticipare alcune delle caratteristiche di questo sistema – che non è certo un Bretton Woods III – ma sembra essere una chiara alternativa al consenso di Washington e molto vicino alle necessità del Sud del mondo?

Glazyev: In un attacco di isteria russofobica, l’élite dominante degli Stati Uniti ha giocato il suo ultimo “asso della briscola” nella guerra ibrida contro la Russia. L’aver “congelato” le riserve valutarie russe nei conti di deposito delle banche centrali occidentali, i regolatori finanziari degli Stati Uniti, dell’UE e del Regno Unito ha minato lo status del dollaro, dell’euro e della sterlina come valute di riserva globali. Questo passo ha fortemente accelerato il continuo smantellamento dell’ordine economico mondiale basato sul dollaro.

Oltre un decennio fa, i miei colleghi dell’Astana Economic Forum ed io abbiamo proposto di passare a un nuovo sistema economico globale basato su una nuova valuta commerciale sintetica basata su un indice delle valute dei paesi partecipanti. Successivamente, abbiamo proposto di espandere il paniere valutario sottostante aggiungendo una ventina di materie prime negoziate in borsa. Un’unità monetaria basata su un paniere così esteso è stata modellata matematicamente e ha dimostrato un elevato grado di resilienza e stabilità.

Più o meno nello stesso periodo, abbiamo proposto di creare un’ampia coalizione internazionale di resistenza nella guerra ibrida per il dominio globale che l’élite finanziaria e di potere degli Stati Uniti ha scatenato sui paesi che sono rimasti fuori dal suo controllo. Il mio libro The Last World War: the USA to Move and Lose , pubblicato nel 2016, ha spiegato scientificamente la natura di questa guerra in arrivo e ne ha sostenuto l’inevitabilità, una conclusione basata su leggi oggettive dello sviluppo economico a lungo termine. Basandosi sulle stesse leggi oggettive, il libro sosteneva l’inevitabilità della sconfitta del vecchio potere dominante.

Attualmente, gli Stati Uniti stanno lottando per mantenere il loro dominio, ma proprio come in precedenza la Gran Bretagna, che ha provocato due guerre mondiali ma non è stata in grado di mantenere il suo impero e la sua posizione centrale nel mondo a causa dell’obsolescenza del suo sistema economico coloniale, è destinata a fallire. Il sistema economico coloniale britannico basato sul lavoro degli schiavi è stato superato dai sistemi economici strutturalmente più efficienti degli Stati Uniti e dell’URSS. Sia gli Stati Uniti che l’URSS erano più efficienti nella gestione del capitale umano in sistemi integrati verticalmente, che dividevano il mondo nelle loro zone di influenza. Dopo la disintegrazione dell’URSS è iniziata una transizione verso un nuovo ordine economico mondiale. Questa transizione sta ora raggiungendo la sua conclusione con l’imminente disintegrazione del sistema economico globale basato sul dollaro, che ha fornito le basi del dominio globale degli Stati Uniti.

Il nuovo sistema economico convergente emerso nella RPC (Repubblica Popolare Cinese) e in India è la prossima inevitabile fase di sviluppo, combinando i vantaggi sia della pianificazione strategica centralizzata e dell’economia di mercato, sia del controllo statale dell’infrastruttura monetaria e fisica e imprenditoria. Il nuovo sistema economico ha unito vari strati delle loro società attorno all’obiettivo di aumentare il benessere comune in un modo sostanzialmente più forte delle alternative anglosassoni ed europee. Questo è il motivo principale per cui Washington non sarà in grado di vincere la guerra ibrida globale che ha iniziato. Questo è anche il motivo principale per cui l’attuale sistema finanziario globale incentrato sul dollaro sarà sostituito da uno nuovo, basato sul consenso dei paesi che aderiscono al nuovo ordine economico mondiale.

Nella prima fase della transizione, questi paesi ricorrono all’utilizzo delle loro valute nazionali e ai meccanismi di compensazione, supportati da swap bilaterali in valuta. A questo punto, la formazione dei prezzi è ancora principalmente guidata dai prezzi in varie borse, denominati in dollari. Questa fase è quasi finita: dopo che le riserve russe in dollari, euro, sterlina e yen sono state “congelate”, è improbabile che un paese sovrano continui ad accumulare riserve in queste valute. La loro sostituzione immediata sono le valute nazionali e l’oro.

La seconda fase della transizione coinvolgerà nuovi meccanismi di tariffazione che non fanno riferimento al dollaro. La formazione dei prezzi nelle valute nazionali comporta sostanziali spese generali, tuttavia, sarà ancora più interessante rispetto alla determinazione dei prezzi in valute “non ancorate” e traditrici come dollari, sterline, euro e yen. L’unico candidato valutario globale rimasto, lo yuan, non prenderà il loro posto a causa della sua inconvertibilità e del limitato accesso esterno ai mercati dei capitali cinesi. L’uso dell’oro come riferimento del prezzo è vincolato dall’inconveniente del suo utilizzo per i pagamenti.

La terza e ultima fase della transizione del nuovo ordine economico riguarderà la creazione di una nuova valuta di pagamento digitale fondata attraverso un accordo internazionale basato sui principi di trasparenza, equità, buona volontà ed efficienza. Mi aspetto che il modello di tale unità monetaria che abbiamo sviluppato svolga il suo ruolo in questa fase. Una valuta come questa può essere emessa da un pool di riserve valutarie dei paesi BRICS, a cui tutti i paesi interessati potranno aderire. Il peso di ciascuna valuta nel paniere potrebbe essere proporzionale al PIL di ciascun paese (basato sulla parità del potere d’acquisto, ad esempio), alla sua quota nel commercio internazionale, nonché alle dimensioni della popolazione e del territorio dei paesi partecipanti.

Inoltre, il paniere potrebbe contenere un indice dei prezzi delle principali materie prime negoziate in borsa: oro e altri metalli preziosi, metalli industriali chiave, idrocarburi, cereali, zucchero, nonché acqua e altre risorse naturali. Per fornire sostegno e rendere la valuta più resiliente, a tempo debito possono essere create rilevanti riserve di risorse internazionali. Questa nuova valuta verrebbe utilizzata esclusivamente per pagamenti transfrontalieri ed emessa nei paesi partecipanti sulla base di una formula predefinita. I paesi partecipanti userebbero invece le loro valute nazionali per la creazione di credito, al fine di finanziare gli investimenti nazionali e l’industria, nonché per le riserve di ricchezza sovrana. I flussi transfrontalieri in conto capitale rimarrebbero disciplinati dalle normative valutarie nazionali.

The Cradle: Michael Hudson chiede specificamente che se questo nuovo sistema consente alle nazioni del Sud del mondo di sospendere il debito in dollari e si basa sulla capacità di pagare (in valuta estera), questi prestiti possono essere legati a materie prime o, per la Cina, una partecipazione tangibile nell’infrastruttura di capitale finanziata da crediti esteri non in dollari?

Glazyev: La transizione al nuovo ordine economico mondiale sarà probabilmente accompagnata dal sistematico rifiuto di onorare gli obblighi in dollari, euro, sterline e yen. A questo proposito, non sarà diverso dall’esempio dato dai paesi emittenti queste valute che hanno ritenuto opportuno rubare riserve valutarie di Iraq, Iran, Venezuela, Afghanistan e Russia per un importo di trilioni di dollari. Dal momento che gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’UE e il Giappone si sono rifiutati di onorare i loro obblighi e hanno confiscato la ricchezza di altre nazioni che era detenuta nelle loro valute, perché altri paesi dovrebbero essere obbligati a ripagarli e a pagare i loro prestiti?

In ogni caso, la partecipazione al nuovo sistema economico non sarà vincolata dagli obblighi del vecchio. I paesi del Sud del mondo possono partecipare a pieno titolo al nuovo sistema indipendentemente dai loro debiti accumulati in dollari, euro, sterline e yen. Anche se dovessero adempiere ai loro obblighi in quelle valute, ciò non avrebbe alcun effetto sul loro rating creditizio nel nuovo sistema finanziario. Allo stesso modo, la nazionalizzazione dell’industria estrattiva non provocherebbe interruzioni. Inoltre, se questi paesi riservassero una parte delle loro risorse naturali per il sostegno del nuovo sistema economico, il loro rispettivo peso nel paniere valutario della nuova unità monetaria aumenterebbe di conseguenza, fornendo a quella nazione maggiori riserve valutarie e capacità di credito. 

The Cradle: In uno dei tuoi ultimi saggi, The Economics of the Russian Victory , chiedi “una formazione accelerata di un nuovo paradigma tecnologico e la formazione di istituzioni di un nuovo ordine economico mondiale”. Tra le raccomandazioni, si propone in particolare la creazione di “un sistema di pagamento e regolamento nelle valute nazionali degli Stati membri dell’EAEU” e lo sviluppo e l’attuazione di “un sistema indipendente di regolamenti internazionali nell’EAEU, SCO e BRICS, che potrebbe eliminare la dipendenza critica della Sistema SWIFT controllato dagli USA”. È possibile prevedere una spinta congiunta concertata da parte dell’EAEU e della Cina per “vendere” il nuovo sistema ai membri della SCO, ad altri membri BRICS, ai membri dell’ASEAN e alle nazioni dell’Asia occidentale, dell’Africa e dell’America Latina? E ciò si tradurrà in una geoeconomia bipolare: l’Occidente contro il resto?

Glazyev: In effetti, questa è la direzione in cui siamo diretti. Purtroppo, le autorità monetarie russe fanno ancora parte del paradigma di Washington e rispettano le regole del sistema basato sul dollaro, anche dopo che le riserve valutarie russe sono state prese dall’Occidente. D’altra parte, le recenti sanzioni hanno spinto a un’estesa ricerca interiore tra il resto dei paesi senza blocco del dollaro. Gli “agenti di influenza” occidentali controllano ancora le banche centrali della maggior parte dei paesi, costringendole ad applicare le politiche suicide prescritte dal FMI. Tuttavia, tali politiche a questo punto sono così ovviamente contrarie agli interessi nazionali di questi paesi non occidentali che le loro autorità stanno giustamente crescendo preoccupate per la sicurezza finanziaria.

Evidenzia correttamente i ruoli potenzialmente centrali di Cina e Russia nella genesi del nuovo ordine economico mondiale. Sfortunatamente, l’attuale leadership della CBR (Banca Centrale di Russia) rimane intrappolata all’interno del cul-de-sac intellettuale del paradigma di Washington e non è in grado di diventare un partner fondatore nella creazione di un nuovo quadro economico e finanziario globale. Allo stesso tempo, la CBR doveva già affrontare la realtà e creare un sistema nazionale per la messaggistica interbancaria che non dipendesse da SWIFT, e lo ha aperto anche alle banche estere. Le linee di scambio di valute incrociate sono già state istituite con le principali nazioni partecipanti. La maggior parte delle transazioni tra gli Stati membri dell’EAEU sono già denominate in valute nazionali e la quota delle loro valute nel commercio interno sta crescendo rapidamente.

Una transizione simile sta avvenendo nel commercio con Cina, Iran e Turchia. L’India ha indicato di essere pronta a passare anche ai pagamenti in valute nazionali. Viene fatto un grande sforzo nello sviluppo di meccanismi di compensazione per i pagamenti in valuta nazionale. Parallelamente, è in corso uno sforzo per sviluppare un sistema di pagamento digitale non bancario, che sarebbe collegato all’oro e ad altre materie prime scambiate in borsa: le “stablecoin”.

Le recenti sanzioni statunitensi ed europee imposte ai canali bancari hanno causato un rapido aumento di questi sforzi. Il gruppo di paesi che lavora al nuovo sistema finanziario deve solo annunciare il completamento del quadro e la disponibilità della nuova valuta commerciale e da lì il processo di formazione del nuovo ordine finanziario mondiale accelererà ulteriormente. Il modo migliore per realizzarlo sarebbe annunciarlo alle riunioni regolari SCO o BRICS. Ci stiamo lavorando.

The Cradle: questa è stata una questione assolutamente chiave nelle discussioni di analisti indipendenti in tutto l’occidente. La Banca centrale russa stava consigliando ai produttori d’oro russi di vendere il loro oro sul mercato londinese per ottenere un prezzo più alto di quello che avrebbero pagato il governo russo o la Banca centrale? Non c’era alcuna previsione che l’imminente alternativa al dollaro USA dovesse basarsi in gran parte sull’oro? Come definiresti quello che è successo? Quanti danni pratici ha inflitto questo all’economia russa a breve ea medio termine?

Glazyev: La politica monetaria della CBR, attuata in linea con le raccomandazioni del FMI, è stata devastante per l’economia russa. I disastri combinati del “congelamento” di circa $ 400 miliardi di riserve valutarie e di oltre un trilione di dollari sottratti all’economia dagli oligarchi nelle destinazioni offshore occidentali, sono avvenuti sullo sfondo di politiche altrettanto disastrose della CBR, che includevano tassi reali eccessivamente alti combinati con un flottante gestito del tasso di cambio. Stimiamo che ciò abbia causato un sotto investimento di circa 20 trilioni di rubli e una sottoproduzione di circa 50 trilioni di rubli in beni.

Seguendo le raccomandazioni di Washington, la CBR ha smesso di acquistare oro negli ultimi due anni, costringendo di fatto i minatori d’oro nazionali ad esportare pieni volumi di produzione, che hanno aggiunto fino a 500 tonnellate di oro. In questi giorni l’errore e il danno che ha causato sono molto evidenti. Attualmente, la CBR ha ripreso gli acquisti di oro e, si spera, continuerà con solide politiche nell’interesse dell’economia nazionale invece di “mirare l’inflazione” a beneficio degli speculatori internazionali, come era avvenuto nell’ultimo decennio.

The Cradle: La Fed e la BCE non sono state consultate sul congelamento delle riserve estere russe. Si dice a New York e Francoforte che si sarebbero opposti se gli fosse stato chiesto. Ti aspettavi personalmente il congelamento? E la leadership russa se lo aspettava?

Glazyev: Il mio libro, The Last World War, che ho già menzionato, pubblicato nel lontano 2015, sosteneva che la probabilità che ciò accada alla fine è molto alta. In questa guerra ibrida, la guerra economica e la guerra informativa/cognitiva sono i principali teatri di conflitto. Su entrambi questi fronti, gli Stati Uniti e i paesi della NATO hanno una schiacciante superiorità e non avevo alcun dubbio che ne avrebbero tratto pieno vantaggio a tempo debito.

Ho discusso a lungo per la sostituzione di dollari, euro, sterline e yen nelle nostre riserve valutarie con l’oro, prodotto in abbondanza in Russia. Sfortunatamente, gli agenti di influenza occidentali che occupano ruoli chiave nelle banche centrali della maggior parte dei paesi, così come le agenzie di rating e le pubblicazioni chiave, sono riusciti a mettere a tacere le mie idee. Per fare un esempio, non ho dubbi sul fatto che alti funzionari della Fed e della BCE siano stati coinvolti nello sviluppo di sanzioni finanziarie antirusse. Queste sanzioni sono state costantemente intensificate e vengono applicate quasi istantaneamente, nonostante le ben note difficoltà con il processo decisionale burocratico nell’UE.

The Cradle: Elvira Nabiullina è stata riconfermata alla guida della Banca Centrale Russa. Cosa faresti diversamente rispetto alle sue azioni precedenti? Qual è il principale principio guida implicato nei tuoi diversi approcci?

Glazyev: La differenza tra i nostri approcci è molto semplice. Le sue politiche sono un’attuazione ortodossa delle raccomandazioni del FMI e dei dogmi del paradigma di Washington, mentre le mie raccomandazioni si basano sul metodo scientifico e sull’evidenza empirica accumulata negli ultimi cento anni nei principali paesi.

The Cradle: il partenariato strategico Russia-Cina sembra essere sempre più corazzato, come ribadiscono costantemente gli stessi presidenti Putin e Xi. Ma ci sono voci contrarie non solo in Occidente, ma anche in alcuni circoli politici russi. In questo momento storico estremamente delicato, quanto è affidabile la Cina come alleato per tutte le stagioni della Russia?

Glazyev: Il fondamento del partenariato strategico russo-cinese è il buon senso, gli interessi comuni e l’esperienza di cooperazione di centinaia di anni. L’élite dirigente statunitense ha avviato una guerra ibrida globale volta a difendere la propria posizione egemonica nel mondo, prendendo di mira la Cina come principale concorrente economico e la Russia come principale forza di contrappeso. Inizialmente, gli sforzi geopolitici statunitensi miravano a creare un conflitto tra Russia e Cina. Gli agenti dell’influenza occidentale stavano amplificando le idee xenofobe nei nostri media e bloccando qualsiasi tentativo di transizione verso i pagamenti nelle valute nazionali. Da parte cinese, agenti dell’influenza occidentale stavano spingendo il governo ad allinearsi con le richieste degli interessi statunitensi.

Tuttavia, gli interessi sovrani di Russia e Cina hanno logicamente portato alla loro crescente partnership strategica e cooperazione, al fine di affrontare le minacce comuni provenienti da Washington. La guerra tariffaria degli Stati Uniti con la Cina e la guerra delle sanzioni finanziarie con la Russia hanno convalidato queste preoccupazioni e hanno dimostrato il pericolo chiaro e presente che i nostri due paesi stanno affrontando. Interessi comuni di sopravvivenza e resistenza stanno unendo Cina e Russia, e i nostri due paesi sono economicamente in gran parte simbionti. Si integrano e aumentano i vantaggi competitivi reciproci. Questi interessi comuni persisteranno nel lungo periodo.

Il governo e il popolo cinese ricordano molto bene il ruolo dell’Unione Sovietica nella liberazione del proprio Paese dall’occupazione giapponese e nell’industrializzazione della Cina nel dopoguerra. I nostri due paesi hanno una solida base storica per un partenariato strategico e siamo destinati a collaborare strettamente nei nostri interessi comuni. Mi auguro che il partenariato strategico tra Russia e RPC, rafforzato dall’accoppiamento della One Belt One Road con l’Unione economica eurasiatica, diventi la base del progetto del Presidente Vladimir Putin del Greater Eurasian Partnership e il nucleo del nuovo ordine economico mondiale.

Una nuova valuta commerciale di Russia e Cina tra le pieghe del conflitto.

La possibile apparizione di una nuova moneta internazionale alternativa al dollaro non è una sorpresa. Ma potrebbe stupire chi crede che gli eventi importanti accadano all’improvviso, senza la necessaria e lunga preparazione. Ora rischiamo di trovarci di fronte a un fatto che è andato maturando negli anni, mentre i competenti organismi internazionali si sono ben guardati dal riformare il sistema monetario globale, nonostante le varie crisi finanziarie e le richieste avanzate da più parti.

di Mario Lettieri, già Sottosegretario all’economia (governo Prodi)

e Paolo Raimondi, Economista

A metà marzo si è tenuto in Armenia l’incontro “Nuova fase della cooperazione monetaria, finanziaria ed economica tra l’Unione economica euroasiatica (Uee) e la Repubblica popolare cinese”, organizzato dall’Unione economica euroasiatica e dall’Università Renmin di Pechino per definire i contorni di un nuovo sistema monetario e finanziario internazionale, almeno per quanto riguarda la parte orientale del mondo.

    L’Uee è l’unione economica e commerciale cui partecipano la Russia, la Bielorussia, il Kazakistan, la Kirghisia e l’Armenia con un Pil di circa 1.700 miliardi di dollari. Essa è molto proiettata verso una stretta collaborazione con la Belt and Road Initiative, la nuova “Via della seta” voluta dalla Cina. Già nel 2020 la Cina aveva aumentato di circa il 20% il suo turnover commerciale con l’Uee, mentre l’utilizzo delle monete nazionali rappresentava solo il 15% dell’interscambio totale.

    Sul tavolo vi è la creazione di una “nuova moneta” basata su un paniere di valute, tra cui il rublo e lo yuan, ancorata anche al valore di alcune materie prime strategiche, incluso l’oro. 

    Pensare che sia solo la reazione disperata alla recente imposizione di super sanzioni nei confronti della Russia, sarebbe una valutazione fuorviante. Si tratta, invece, di un progetto in campo da molti, molti anni, sia in Russia sia in Cina.

    Il progetto fu reso pubblico già nell’ottobre del 2020 dall’economista russo Sergei Glazyev, membro del consiglio e ministro incaricato dell’Integrazione e della Macroeconomia della Unione economica euroasiatica. Egli aveva sollecitato a creare nuovi strumenti nazionali di pagamento per accantonare l’utilizzo di “valute di Paesi terzi”, intendendo ovviamente soprattutto il dollaro e l’euro, nelle transazioni commerciali e monetarie tra i membri dell’Unione euroasiatica e la Cina.

    Glazyev affermava che l’idea era la risposta “alle sfide e ai rischi comuni associati al rallentamento economico globale e alle misure restrittive contro gli Stati dell’Uee e la Cina”. Si trattava di un piano per superare il sistema unipolare del dollaro, già in atto dopo le sanzioni imposte alla Russia a seguito dell’annessione della Crimea nel 2014.

    L’economista russo sosteneva che l’infrastruttura finanziaria e di pagamento era già stata creata ed era necessario sviluppare un sistema d’incentivi per favorirne l’utilizzo nelle relazioni commerciali ed economiche.

    Il ministro dell’Unione economica euroasiatica proponeva:

1)  sviluppare dei meccanismi per stabilizzare i tassi di cambio delle valute nazionali dei Paesi membri, riducendo le commissioni bancarie e gli interessi sui prestiti;

2) creare dei meccanismi per determinare i prezzi delle merci nelle valute nazionali nell’ambito degli accordi tra l’Uee e la Belt and Road Initiative, coinvolgendo in seguito anche altri Paesi, eventualmente quelli della Shanghai Cooperation Organization (Sco) e quelli dell’Asean.

    Naturalmente in tale processo s’inserisce anche la recente richiesta di Putin di esigere il pagamento in rubli per le forniture del gas, i cui contorni sono ancora da chiarire.

    Riconoscendo l’incapacità del dollaro di sostenere l’intero sistema monetario e finanziario globale, già prima della grande crisi finanziaria del 2008 avevamo proposto l’idea di creare, in modo lungimirante e concordato, un nuovo sistema internazionale basato su un paniere di monete importanti, tra cui il dollaro, l’euro, lo yuan e il rublo. In un mondo erroneamente creduto unipolare, purtroppo, non se n’è fatto niente. Il sistema del dollaro, e gli interessi geoeconomici a esso connessi, non l’hanno permesso.

    La recente proposta russo-cinese di creare una loro nuova moneta basata su un paniere di valute e di materie prime è un dato di fatto da analizzare. Possiamo solo affermare che, in questo modo separato, purtroppo non potrà che approfondirsi la divisione tra Est e Ovest e aggravare ulteriormente la pericolosa situazione attuale. 

    Pesanti, secondo noi che ne scriviamo da anni, sono le responsabilità dei competenti organismi internazionali, come il G20, che non hanno mai voluto affrontare con determinazione la questione, nonostante le varie crisi finanziarie e le richieste avanzate da più parti.

FONTE: Emigrazione Notizie

Gas e rubli, l’economia di carta davanti al baratro

di Francesco Piccioni – Guido Salerno Aletta

A qualche giorno di distanza, la decisione russa di far pagare in rubli ai “paesi ostili” le esportazioni di gas e petrolio, anziché in dollari o euro, appare decisamente meno bislacca o “ricattatoria” di quanto scritto dai propagandisti neoliberisti.

Per quanto motivata da un’esigenza “politico-militare” – la necessità di sottrarre le entrate russe all’erosione del valore di cambio di una moneta “paria”, che nessuno accetta (o accetterebbe) più – questa mossa dice molto su come sta cambiando il sistema internazionale.

Ci facciamo aiutare ancora una volta dalle acute osservazioni di Guido Salerno Aletta, in un editoriale di TeleBorsa, che centrano il punto.

Abbiamo scritto spesso che l’economia occidentale degli ultimi venti o trenta anni è stata segnata dal prevalere assoluto della finanziarizzazione, ossia dalla centralità delle attività finanziarie su quelle dell’economia reale, sulla produzione di merci fisiche, servizi, beni “immateriali” ma concretissimi come il software, ecc.

Con un’immagine efficace, è il prevalere dell’economia di carta su quella fisica.

Di questa prevalenza, monete come il dollaro, e in misura minore euro-sterlina-yen, sono state il pilastro fondamentale, visto che anche che il sistema dei pagamenti internazionali (lo Swift) è sotto controllo paramilitare degli Stati Uniti. Le “sanzioni”, detto altrimenti, sono effettive solo per questo motivo, perché vengono impediti gli scambi con una serie di account sospesi o cancellati.

Chi controlla questo mondo virtuale, da decenni, può permettersi l’enorme privilegio di pagare con “carta” stampata a volontà merci e beni che vengono prodotti-estratti con fatica e sudore.

Il limite di questo sistema era ed è tutto politico (e militare): teoricamente è ed era possibile usare altri mezzi e piattaforme di pagamento, ma era altamente sconsigliabile farlo perché si sarebbe stati automaticamente esclusi dalla possibilità di compravendere con le economie più ricche del pianeta (stati Uniti ed Europa). Il micro-guadagno fatto aggirando dollaro e Swift sarebbe stato pagato con macro-perdite di lungo periodo.

E’ chiaro che questo sistema funziona se è l’unico. Se, insomma, esiste una superpotenza egemone su un mondo altamente interconnesso (la cosiddetta “globalizzazione”), se questo dominio viene riconosciuto e accettato da tutti i soggetti principali (Stati, imprese multinazionali, ecc), se non ci sono alternative.

La crescita impetuosa dell’economia cinese e asiatica, l’autonomia energetica degli Stati Uniti (chennon comprano più o quasi petrolio dal Golfo), i contrasti di interesse tra vecchi subfornitori ormai maturati a competitor globali… hanno cominciato a produrre alternative.

Per esempio la piattaforma Cips, di matrice cinese, cui si rivolgono non solo i paesi “sotto tiro” statunitense, ma anche economie (asiatiche, fondamentalmente) che non vedono più un motivo, o un vantaggio, nel passare sotto la mediazione del dollaro o altre monete che devono comprare a caro prezzo, ma che vengono stampate (elettronicamente) ad libitum.

E proprio anni di quantitative easing – quelle “iniezioni di liquidità” euro-atlantiche che avevano fatto passare Greenspan, Bernanke, Draghi, ecc, come dei “geni” – hanno infine prodotto la necessità per molte economie diverse tra loro di trovare altri modi per regolare le transazioni commerciali vitali.

Così come anni di espansione ad Est della Nato hanno prodotto una reazione certamente brutale e violentissima, ma altamente spiazzante per coloro che si erano abituati a vedere il capitalismo neoliberista occidentale procedere come un rullo compressore sul resto del mondo.

Così come la guerra mette fine a quel procedere incontrastato, così la decisione di far pagare gas e petrolio in rubli mette fine a un monopolio monetario fondato sulla potenza politica e militare a supporto di una economia fondata sul debito e la “stampa di moneta”.

La “fine della globalizzazione” – accertata ormai anche da boss del calibro di Larry Fink, ceo del fondo BlackRock, su La Stampa di oggi – comporta, tra l’altro, il bisogno di individuare un “sottostante” fisico per ogni moneta. E’ infatti fin troppo comodo – un privilegio imperiale, dicevamo – pagare beni fisici con carta straccia o, peggio ancora, righe di codice su un sistema informatico.

Quel sottostante, per la Russia, è fatto di idrocarburi. Se li vogliono, i “clienti” devono pagare con valuta russa, anziché americana o europea. In un colpo solo, svuota di senso offensivo le “sanzioni” e cancella ogni effetto svalutazione del rublo.

Non è un “colpo di genio” da giocatore di scacchi. E’ una necessità che segnala come il sistema mondiale nato dalla caduta del Muro e dell’Unione Sovietica sia ormai alle fasi finali.

Ma non sarà una passeggiata di salute…

FONTE: https://contropiano.org/news/news-economia/2022/03/25/gas-e-rubli-leconomia-di-carta-davanti-al-baratro-0147829

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Rublo, Commodity based Currency

Guido Salerno AlettaAgenzia Teleborsa

Occorre riflettere sulla natura delle monete, per come si è evoluta da una dozzina di anni a questa parte. Da qui bisogna partire, prima di affrontare il nodo politico ed analizzare le questioni finanziarie e monetarie che derivano dalla decisione della Russia di accettare solo pagamenti in rubli per le forniture di gas acquistate dai Paesi ostili, quelli che le hanno imposto sanzioni per la guerra in Ucraina, non accettando più né dollari né euro.

C’è un primo punto preliminare: le cryptovalute, che da qualche anno proliferano numerose, fiorenti ed incontrollabili, denotano su base tecnologica una esigenza che non è affatto nuova: quella di una moneta che sia in qualche modo difficile da creare, soprattutto per le complesse tecniche di criptazione che sono necessarie per crearle, della architettura informatica indispensabile per la loro circolazione, del consumo di energia elettrica e dei lunghi tempi di calcolo.

La offerta di cryptovalute è dunque tendenzialmente limitata dai costi legati alla loro produzione e transazione.

Le cryptovalute rappresentano dunque una sorta di reazione rispetto alle politiche monetarie ultra espansive e non convenzionali che sono state adottate dopo la Grande Crisi Finanziaria del 2008.

La seconda questione su cui occorre riflettere è rappresentata infatti dalla crescita smisurata della liquidità creata in questi anni da parte di quasi tutte le banche occidentali: solo la Banca del Popolo cinese e la Banca nazionale russa si sono attenute alle politiche monetarie ortodosse.

Si è andata diffondendo tra le Banche centrali occidentali, replicandolo senza limiti, quell’intervento straordinario, eccezionale e limitato al solo dollaro che per anni era stato soprannominato la “Greenspan Put“: l’immissione di dollari, che era stata teorizzata dall’omonimo Governatore della Federal Reserve, come unico rimedio alle crisi che mettevano in pericolo la stabilità finanziaria internazionale.

Agli interventi di assoluta emergenza della Fed si è sostituita la consuetudine delle “politiche monetarie non convenzionali“: da eccezione, è diventata la regola.

Gli obiettivi della crescita economica, della piena occupazione o anche solo della stabilità monetaria che corrisponde ad un livello minimo di inflazione, vicino ma non superiore al 2% annuo, hanno determinato la creazione di liquidità aggiuntiva senza altro limite se non quello del raggiungimento degli obiettivi.

La moneta in circolazione non era ritenuta mai sufficiente, se non quando e nella misura in cui questi obiettivi macroeconomici e di inflazione venivano raggiunti.

Dopo la Fed, anche la Banca di Inghilterra, la Banca del Giappone e poi la Banca Centrale Europea hanno cominciato ad adottare queste politiche monetarie non convenzionali comprando ogni genere di titoli sul mercato: non solo quelli del debito pubblico ma anche le obbligazioni private sul mercato secondario o primario, anche senza margini a garanzia del rischio.

La Banca del Giappone ha addirittura ipotizzato un Qe illimitato, con il solo obiettivo di tenere a zero il tasso di interesse dei titoli di Stato a 10 anni: altro che tsunami di liquidità.

I portafogli delle Banche centrali hanno assunto così dimensioni gigantesche, mai viste prima, soprattutto se misurato in proporzione alla economia reale.

Veniamo dunque al rublo, ed alla decisione del governo russo.

Affrontiamo subito la questione della svalutazione del rublo che è stata determinata sul mercato dalla notizia delle sanzioni, con tanti cittadini russi preoccupati per i loro risparmi, e che vendevano rubli per acquistate valute forti come dollaro ed euro.

Sono state prese due misure per scoraggiare queste operazioni: obbligando gli esportatori a cedere l’80% delle disponibilità di valuta straniera; aumentando il tasso di interesse sul rublo al 20%.

Se ora si deve pagare in rubli, per sdebitarsi di una obbligazione contratta in euro o in dollari, occorre comprarne comunque la quantità necessaria sulla base del cambio. Non ha alcuna importanza se per “fare” un dollaro oppure un euro servano 80 rubli oppure 100: la svalutazione o meno del rublo non incide. A seconda dei casi, dovrò pagare 80 rubli oppure 100 per sdebitarmi di un euro o di un dollaro.

Veniamo ad una seconda questione: mentre la Russia vende all’estero il gas, un bene reale che è limitato nella sua disponibilità, finora è stata pagata in dollari oppure in euro, monete che abbiamo visto essere state replicate a dismisura e senza sosta, solo scrivendo le cifre sui sistemi elettronici di contabilità.

Le Banche centrali che immettono denaro virtuale, senza alcun limite quantitativo, forniscono senza alcuno sforzo al mercato, e dunque agli acquirenti, i mezzi necessari per pagare un prodotto fisico limitato.

Si aggiunga il fatto che gli interessi reali sui prestiti in dollari e quelli anche nominali sui prestiti in euro sono negativi: il denaro in dollari ed in euro è praticamente senza costo. Anzi, ad indebitarsi ci si guadagna, e con la somma presa a prestito si compra il gas russo: è un paradosso.

Ed è da questo paradosso che bisogna partire.

Le sanzioni hanno congelato la disponibilità in valuta estera detenute dalla Banca centrale russa presso le corrispondenti dei Paesi che le hanno irrogate. Praticamente, i rubli in circolazione sono iscritti al passivo dello stato patrimoniale a fronte solo di quella parte dell’attivo che consiste nell’oro delle riserve e nelle valute estere detenute direttamente.

Questo è stato l’attacco portato al rublo, cui si è reagito con le misure sopra descritte e ora con la decisione di farsi pagare il gas in rubli.

Per ipotesi di scuola, immaginiamo che venga accettata la decisione della Russia di accettare solo rubli per il pagamento delle sue forniture di gas: il sistema monetario internazionale cambierebbe completamente.

Il primo problema, infatti, è quello di procurarsi i rubli sul mercato. Siccome non ce ne sono a sufficienza rispetto a questa nuova consistente richiesta, e poiché non ci sono rapporti di swap in valuta tra la Banca centrale russa e le corrispondenti per cui la prima fornisce rubli in cambio di euro o di dollari, e visto che la Banca centrale russa è stata anche esclusa dai lavori della Banca dei Regolamenti Internazionali – quella che è soprannominata “la Banca centrale delle Banche centrali” – bisogna chiedere i rubli ad una banca russa che ne abbia la disponibilità o che per acquisirla ne faccia richiesta alla Banca centrale russa.

In entrambi i casi, non si tratta di una vendita di rubli a fronte della cessione di valuta straniera al tasso di cambio del giorno, ma di un prestito di valuta, a fronte di adeguati collaterali messi a garanzia, euro o dollari, che è soggetto al pagamento dei tassi di interesse previsti per queste operazioni, che sono stati alzati dal 9,5% al 20%.

Se si agisse diversamente, vendendo nuovi rubli a fronte di ogni richiesta ed acquistando euro o dollari in cambio, non si farebbe altro che creare altrettanta moneta virtuale. Il fatto invece di dover prendere i rubli solo a prestito crea l’obbligo di rimborsarli, e questo si può fare solo esportando beni e servizi alla Russia ed ottenendo rubli in cambio. Sono i rubli presi a prestito e che si devono restituire.

Da una moneta sempre più virtuale, legata alla finanza, come sono diventati progressivamente i dollari, gli euro o gli yen, si tornerebbe ad una moneta legata alla economia reale, al rublo, che serve innanzitutto agli scambi.

Diceva Franco Bernabè, qualche giorno fa, che “il dollaro è una moneta che gli Usa utilizzano come un’arma”. Aggiungiamoci il controllo dello Swift (il sistema di registrazione dei pagamenti internazionali) e abbiamo il “dispositivo militare” che permette a Washington di decidere sanzioni per singole persone o interi paesi, in barba a qualsiasi legge internazionale.

Già, perché secondo quelle leggi – invocate ma evidentemente non conosciute – c’è una sola organizzazione internazionale abilitata ad erogare sanzioni: l’Onu. Che ovviamente non ne ha erogato alcuna verso la Russia; anzi nessun paese (neanche gli Stati Uniti) ha avanzato una richiesta del genere in quella sede. Ovvio che se il paese da sanzionare possiede il diritto di veto (e anche la Cina), nessuna perde tempo a chiedere qualcosa di irrealizzabile.

Sta di fatto, dunque, che le “regole internazionali” di cui si parla sui media occidentali sono semplicemente le “regole dell’Occidente”, unilaterali e arbitrarie, che si impongono solo grazie alla forza politica e militare. Anche in questo caso, però, se “il diritto” è solo l’abito elegante vestito dalla forza, allora l’efficacia di qualsiasi sanzioni unilaterale dipende dal rapporto di forza che esiste tra le parti.

Una cosa è, insomma, sanzionare la Libia o l’Iraq, tutt’altra è fare lo stesso con Cina e Russia.

L’idea di fondo di Biden & co. nel decidere sanzioni per Mosca era in fondo semplice: far crollare il rublo e l’economia russa, in modo da facilitare un cambio ai vertici del Cremlino o comunque ridurlo a più miti consigli, usando le armi del dollaro e dello Swift.

Il problema, dicevamo, è che davanti non hai un piccolo paese, ma una potenza nucleare. Un po’ decaduta, certo, ma non proprio defunta. Una potenza capitalistica, per di più, che ragiona esattamente come gli Usa, ma con interessi chiaramente contrastanti.

Una potenza che usa le armi che possiede, la prima delle quali è il gas. E in questi giorni abbiamo visto che il rublo – precipitato da 80 a 140 in cambio di un dollaro – è risalito ai suoi livelli normali (81 per dollaro) in base al solo annuncio di Putin di voler ricevere rubli invece che euro o dollari in cambio del suo gas. Era prevedibilissimo… Solo la stupida iattanza da colonialisti impediva di vedere che quel potere di determinare ogni cosa in base ai propri interessi stava evaporando.

Il principale effetto delle sanzioni occidentali è insomma svanito come neve al sole. Restano innumerevoli problemi per l’economia russa, certo, ma lo squilibrio principale – una moneta che non vale nulla e uno sbilancio impressionante nell’import-export – è stato annullato.

Il cerino è ora in mano ai paesi europei. Gli Usa, infatti, non hanno bisogno del gas o del petrolio russi, anzi hanno da guadagnare vendendo il loro – il gnl , molto più caro – agli europei. I quali, tra loro, hanno anche interessi diversi, in proporzione alla quantità di gas russo importato e, al momento, insostituibile (abbiamo spiegato più volte il perché).

Le prime risposte al decreto firmato ieri da Putin – “dal primo aprile i paesi ostili dovranno pagare il nostro gas in rubli” – sono state quelle tipiche del gioco delle parti (“inaccettabile”, “un ricatto”, ecc).

La più ridicola è quella che ripete anche Mario Draghi: “è una violazione del contratto”. Cui la Russia potrebbe rispondere, perculando un po’, “fateci causa” (in quale tribunale?). Oppure, più seriamente, spiegando che anche le sanzioni occidentali sono una violazione del diritto internazionale (se l’unico soggetto legittimo è l’Onu, ogni altro provvedimento è arbitrario e “illegale”).

Ma, appunto, in una dinamica di guerra – di rapporti di forza su ogni aspetto delle relazioni – discutere di “diritto” è menare il can per l’aia. Contano i fatti concreti.

E qui casca l’asino neoliberista. La centralità del dollaro e lo Swift sono sistemi tutto sommato virtuali, dunque sostituibili (è quanto sta avvenendo da tempo, anche se con grande lentezza).

Il gas (e il petrolio, i fertilizzanti, molti metalli, ecc) è fisico; materia, non righe di codice su un computer. Se non ti arriva più, e nelle quantità che sei abituato a consumare per far girare tutto il tuo sistema di vita (elettricità, autotrazione, riscaldamento, cucina, ecc), semplicemente smetti di funzionare. Ti fermi, o rallenti moltissimo razionando quel che ricevi da altri fornitori che non possono – fisicamente – soddisfare il tuo fabbisogno (pure la promessa Usa – 15 miliardi di metri cubi l’anno – è appena il 10% delle importazioni europee dalla Russia).

Sarà per questo che molti interpretano le piccole smagliature nel decreto di Putin (tempi dilazionabili, conti correnti in doppia valuta, ecc) come il risultato di una trattativa sotterranea tra Mosca e le capitali europee: “in non vi taglio le forniture, ma voi vedete di smarcarvi da Washington quel tanto che basta a concludere un accordo sull’Ucraina”.

L’economia reale prevale sempre, alla fin fine, su quella di carta. Con buona pace delle chiacchiere ideologiche sui “diritti”, la “libbbertà”, “un paese sovrano” e via cianciando.

FONTE: https://contropiano.org/news/internazionale-news/2022/04/01/il-gas-russo-si-paga-in-rubli-non-e-un-bluffe-svuota-le-sanzioni-0148052

Guerra Ucraina: note sul punto di vista dell’altra metà del mondo.

di Alessandro Visalli

Con 141 voti favorevoli, 5 contrari e 35 astenuti è passata all’Onu una risoluzione che condanna l’invasione russa dell’Ucraina. Hanno votato contro la Russia, la Bielorussia, la Corea del Nord, l’Eritrea e la Siria, voleva votare anche il Venezuela, ma gli è stato impedito con un cavillo. Gli astenuti, posizione molto difficile in questo contesto, sono la Cina, l’India, l’Iran, l’Iraq, il Pakistan, l’Algeria, l’Angola, l’Armenia, il Bangladesh, la Bolivia, il Burundi, la Repubblica Centro Africana, il Congo, El Salvador, il Kazakistan, il Kyrgystan, il Madagascar, il Mali, la Mongolia, il Mozambico, la Namibia, il Nicaragua, il Senegal, il Sud Africa, il Sud Sudan, il Tajikistan, l’Uganda, la Tanzania, il Vietnam, lo Zinbabwe. Quindi molti paesi asiatici, africani e sudamericani.

La risoluzione chiedeva la fine della guerra ed il ritiro delle forze di invasione.

Si sono espressi con un’astensione paesi che complessivamente comprendono oltre quattro miliardi di persone. Proviamo a vedere quali ragioni avevano.

Sulla stampa cinese. Maria Siow su South Csulina Morning Post[1] si chiede se il rifiuto della Cina e dell’India di condannare la Russia danneggerà la loro reputazione nell’Asean (che ha votato a favore della risoluzione dell’Onu con l’astensione, oltre che di Cina e India, solo di Vietnam e Laos). La posizione cinese è quindi descritta come ambivalente, dal ministero degli esteri che accusa gli Usa di aver provocato la guerra allo stesso Ministro che, tuttavia, si dichiara addolorato per il conflitto e le perdite civili.

Il China Daily[2] descrive, come tutte le altre testate, l’apertura della 13° sessione del NPC nella quale Xi ha proposto l’ampliamento del budget militare del 7,1% (la Cina spende ca 250 miliardi di dollari, gli Usa 780 e la Russia 61 miliardi, l’India 72, la Ue 378 miliardi). Quindi in un articolo di commento di Zhang Zhouxiang vengono descritte le posizioni propagandate dal New York Times[3]. Secondo le fonti di intelligence citate dal giornale americano la Cina avrebbe chiesto alla Russia di spostare la guerra a dopo le olimpiadi. Ne deriverebbe che conosceva i piani russi. Questa illazione viene respinta fermamente, ricordando come l’intelligence occidentale avesse dato pessima prova nella guerra irachena. L’intensificazione della crisi è, invece, interamente attribuita alla continua espansione della Nato verso Est e quindi le “politiche aggressive degli Stati Uniti”. Secondo il motto cinese per il quale “un nodo può essere sciolto solo dalla persona che lo ha fatto” è tempo quindi che gli Usa assumano la propria responsabilità.

Una linea che è ripresa da un durissimo articolo di Lui Ruo “Dove ancora l’America vuole portare il fuoco?” nel quotidiano Beijing Ribao[4], che è il quotidiano organo ufficiale del Partito Comunista di Pechino. lo spunto viene dalla visita di Mike Pompeo a Taiwan nella quale l’ex esponente dell’amministrazione Usa ha dichiarato che dovrebbe essere riconosciuta la regione cinese come stato autonomo. Inoltre viene ricordato il passaggio del cacciatorpediniere USS Johnson nello stretto. Ovviamente la cosa è inscritta nel quadro della ricerca dei democratici di acquisire consensi in vista delle elezioni di medio termine, ma anche della costante “intenzione di creare controversie e disastri” della potenza americana. Gli Stati Uniti sono, infatti, “il più grande esportatore di disastri”; dal 1945 al 2001 dei 248 conflitti armati in 153 regioni ben 201 sono stati avviati dagli Stati Uniti, dalla fine della guerra fredda in 80 casi sono state condotte operazioni armate all’estero e più di 800.000 persone sono morte a causa di ciò (di queste 335.000 erano civili). Le guerre hanno causato 21 milioni di emigrati. Nell’articolo si continua dichiarando che gli iniziatori del conflitto tra Russia e Ucraina sono ancora gli Usa, a causa della persistente espansione verso Est della Nato, promossa dal complesso militare-industriale. Espansione che “ha minato l’architettura ed il pensiero della sicurezza europea”.

In Asia Times[5] David Goldman afferma invece che la strategia della Russia per distruggere l’esercito ucraino procede secondo i piani[6], avvolgendo l’esercito nemico in una serie di sacche (come fecero nella grande offensiva durante la seconda guerra mondiale). D’altra parte dalla stampa indiana si ricava che gli Stati Uniti stanno lanciando una campagna “in grande scala” per reclutare piloti militari privati e da Francia e Germania, oltre che dal Regno Unito, la Danimarca, la Lettonia, Polonia e Croazia sono in arrivo mercenari o combattenti in Ucraina[7]. Il premier Modi sta coordinando in questo momento incontri di alto livello per assumere una posizione e sono in corso l’evacuazione dei cittadini indiani.

Nello stesso giornale l’astensione dell’India dal voto del Consiglio di Sicurezza è dichiarata “coerente con il fermo sostegno di Nuova Dehli al suo alleato di lunga data”[8]. Alleato dal quale l’India acquista il 60% delle proprie armi.

In “The Indian Express” un interessante articolo[9] sulle prospettive di accordo tra Russia e Ucraina cita l’opinione di Gustav Gressel dell’ECFR e di Marcel Röthig, Capo dell’ufficio della Fondazione Ebert a Kiev. Quest’ultimo sostiene che si potrebbe arrivare ad una Ucraina federale, con autonomia per il Donetrsk e Luhansk, o alla fine alla diretta cessione a Mosca delle tre aree (Crimea inclusa). Infine una neutralità garantita internazionalmente. Ma segnala correttamente che un compromesso troppo doloroso per l’Ucraina potrebbe portare ad un esito simile a quello che il Trattato di Versailles portò in Germania (ovvero essere la causa di radicalizzazione delle forze nazionaliste, e alla crescita di un nuovo focolare di nazismo in Europa).

Sulla stampa pakistana viene riportata[10] la risposta del governo alle minacce americane seguite al volto all’Onu. Il Pakistan ha dichiarato in risposta di “sostenere un cessate il fuoco e negoziati”, precisando che non ha aderito alla risoluzione per conservare uno spazio diplomatico tra le due parti. Del resto nella regione dell’Asia meridionale solo il Nepal ha votato a favore. L’articolo prosegue dichiarando che la nazione “vede la Cina come il suo più stretto alleato” e, come per il Bangladesh, la percezione della “forte posizione filo-russa della Cina” (come scrivono) ha influenzato la decisione. Per quanto riguarda l’India si tratterebbe (ma su questo anche la stampa cinese sembra concorde) piuttosto di una indecisione tra il vecchio alleato, la Russia, e il nuovo partner strategico (in chiave anticinese). Munir Akram, ambasciatore pakistano alle Nazioni Unite ha spiegato del resto l’astensione in quanto la mozione tralasciava alcuni punti chiave. Precisamente che la Russia era legittimamente preoccupata per l’espansione Nato ai suoi confini, ed era quindi “in un certo senso unilaterale”. Il Pakistan “vuole un approccio equilibrato e ritiene che questa controversia debba essere risolta attraverso negoziati”. Continuando ha confermato di condannare sempre le morti di civili, siano esse in Ucraina, nel Kashmir o in Afganistan, ma che “c’è molta propaganda e notizie false”.

Nell’articolo di fondo del 21 febbraio, “Costruisci vivamente una comunità futura con un futuro condiviso per l’umanità[11], non firmato e dunque posizione del Partito, viene richiamata la dichiarazione di Xi Jinping per la quale “La comunità con un futuro condiviso per l’umanità, come suggerisce il nome, è che il futuro e il destino di ogni nazione e paese sono strettamente legati. La grande famiglia armoniosa ha trasformato il desiderio di una vita migliore di persone provenienti da tutto il mondo nella realtà”. Ora, il concetto di “grande famiglia armoniosa” è uno dei concetti chiave della cultura cinese e dovremo tornarci brevemente. Nell’articolo viene declinato l’universalismo nella visione cinese, per il quale l’umanità ha un “destino condiviso”, cosa che implica che un mondo universalmente sicuro discende dalla condivisione della sicurezza di tutti, secondo lo slogan: “tu sei al sicuro, io sono al sicuro”. Xi Jinping ha sottolineato durante le conferenze dei giochi olimpici: “L’umanità è un tutto e la terra è una patria. Di fronte alle sfide comuni, nessuno o nessun paese può sopravvivere da solo e l’unica via d’uscita per l’umanità è aiutarsi a vicenda e vivere in armonia”. Una “Simbiosi” che ha tre livelli: realizzazione di sé, realizzazione reciproca e realizzazione del mondo.

Ciò significa anche che costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità è una pratica contemporanea di “comunità di persone libere”. Sapendo che i gruppi umani sono collegati e che l’associazione di uomini liberi rappresentata da Marx è un concetto concepito al di là dell’alienazione dell’uomo nell’era dell’economia industriale. 

La posizione cinese potrà divenire più chiara forse lunedì 7 marzo, quando, alle 15.00, nella Quinta Sessione del 13° Congresso Nazionale del Popolo (una delle più importanti assemblee consultive periodiche del complesso sistema di governo cinese) il Ministro degli Esteri Wang Yi discuterà con la stampa cinese ed estera della “Politica estera e delle relazioni della Cina”.

Intanto alcuni spunti possono essere desunti sia dal concetto cinese di Tianxia, sul quale torniamo alla fine, sia dalla lettura di due documenti recenti: una dichiarazione del Ministro Wang del 26 febbraio, e il protocollo firmato tra Russia e Cina in occasione delle recenti olimpiadi invernali.

Il Ministro Wang ha dichiarato[12] che la posizione si articola in cinque punti:

  • In primo luogo, la Cina sostiene fermamente il rispetto e la salvaguardia della sovranità e dell’integrità territoriale di tutti gli Stati, attenendosi con serietà agli scopi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite. La posizione della Cina è coerente, chiara e si applica anche alla questione dell’Ucraina.

Commento: il primo punto non arruola automaticamente la Cina nella guerra di invasione russa, che all’epoca aveva contorni ancora meno definiti, individuando come linea rossa l’integrità territoriale (cfr. Dombass? Taiwan, che, ricordo, è rivendicato dai cinesi come proprio territorio?). In altre parole, con le armi non si spostano i confini.

  • In secondo luogo, la Cina sostiene il concetto di sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile. La Cina ritiene che la sicurezza di un Paese non possa venire a scapito di quella degli altri e che la sicurezza regionale non possa essere garantita rafforzando e persino espandendo i blocchi militari. Inoltre, le ragionevoli preoccupazioni di sicurezza di tutti gli Stati dovrebbero essere rispettate. Dopo le cinque occasioni consecutive di espansione verso est dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, le richieste legittime della Russia in merito alla sicurezza dovrebbero essere considerate seriamente e risolte in modo adeguato.

Commento: questo è un punto molto denso di teoria ed in linea con la tradizionale linea cinese, la sicurezza non è di uno, è un bene di tutti, quindi è ‘comune, globale, cooperativa e sostenibile’, ogni parola conta. Non è sicurezza quella della Nato che ritiene di essere sicura se sviluppa una soverchiante capacità di minaccia verso un vicino subalterno. Espandendo, appunto, senza limiti il proprio blocco militare. Senza rispettare le ‘ragionevoli preoccupazioni di sicurezza’ di tutti. Quindi cinque e successive espansioni della Nato verso Est determinano ‘legittime richieste di sicurezza’ da parte della Russia.

  • In terzo luogo, la Cina ha seguito l’evoluzione della questione ucraina e la situazione attuale è qualcosa che il Paese asiatico non vuole vedere. È assolutamente indispensabile che tutte le parti esercitino la necessaria moderazione per evitare che la situazione in Ucraina possa peggiorare o addirittura finire fuori controllo. La sicurezza delle vite e delle proprietà della gente comune dovrebbe essere efficacemente salvaguardata, e in particolare, devono essere evitate crisi umanitarie su larga scala.

Commento: la Cina, in quanto grande potenza emergente non ha alcun interesse a veder precipitare il mondo nella guerra indiscriminata (che non potrebbe evitare di coinvolgerla, arrestando il suo sviluppo) prima che il percorso di crescita si compia. A giungere ad un redde rationem prima che si compia sono, casomai, interessati altri (è sempre stata una delle linee difese da parte dell’establishment Usa, fino ad ora minoritaria). La paura che tutto finisca ‘fuori controllo’ (ovvero che tutto finisca) è depositata qui.

  • In quarto luogo, la parte cinese sostiene e incoraggia tutti gli sforzi diplomatici che portano alla soluzione pacifica della crisi ucraina e il Paese asiatico accoglie con favore i colloqui diretti e i negoziati tra la Russia e l’Ucraina, da svolgersi il più presto possibile. La questione ucraina si è evoluta in un complesso contesto storico. L’Ucraina dovrebbe essere un ponte di comunicazione tra l’Est e l’Ovest, invece di essere il fronte di scontro tra grandi Paesi. La Cina sostiene anche l’Europa e la Russia nei propri sforzi per tenere un dialogo su un piano di parità sulla questione della sicurezza europea e alla fine formare un meccanismo di sicurezza europeo equilibrato, efficace e sostenibile.

Commento: deriva dal primo e soprattutto dal secondo punto che la Cina chiede un accordo. L’accordo non potrà che essere, giunti a questo punto della cosa, globale e terrà a battesimo (se eviteremo il peggio) il nuovo mondo multipolare. Ovvero, abbastanza inevitabilmente dato l’atteggiamento americano e nostro, terrà a battesimo la nuova guerra fredda che farà da transizione tra il mondo unipolare occidentale e il mondo futuro. Sarà il caso di ricordare che la guerra fredda è stata tale perché esisteva un sottostante accordo di civiltà che fu probabilmente stipulato al termine della Guerra di Corea. Più specificamente la dottrina cinese individua due poli (‘Est e Ovest’), iscrivendo implicitamente sé stessa e la Russia (ma anche Iran, Pakistan e probabilmente India, per quanto ciò sia iperdifficile) in un campo. Inoltre individua come soluzione la sicurezza europea come problema comune sia della Russia sia della Ue e soci, evidentemente senza gli Usa. Auspica, in altre parole, la dissoluzione della Nato. Sarebbe la cosa giusta (se non avessimo 60.000 soldati occupanti permanentemente sul suolo europeo dal 1945).

  • In quinto luogo, la Cina ritiene che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe svolgere un ruolo costruttivo nella risoluzione della questione ucraina e che la pace e la stabilità regionali, così come la sicurezza di tutti i Paesi, dovrebbero essere messe al primo posto. Le azioni intraprese dal Consiglio di Sicurezza dovrebbero quindi ridurre la tensione, piuttosto che gettare benzina sul fuoco, e dovrebbero aiutare a far avanzare la soluzione della questione attraverso mezzi diplomatici, piuttosto che aggravare ulteriormente la questione. La Cina è sempre contraria a citare intenzionalmente il Capitolo VII nelle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza per autorizzare l’uso della forza e delle sanzioni”.

Commento: contro la tradizione di utilizzare l’Onu come proprio utile servitore (salvo ignorarlo quando non si allinea) degli Usa, la Cina individua quindi negli organismi internazionali (nei quali, se la IIWW effettivamente terminasse potrebbe essere molto ben rappresentata insieme ai suoi alleati) il punto di equilibrio decisivo della transizione egemonica di potenza in corso.

Insomma,

  • La Cina aderisce alla via della pace, dello sviluppo ed è impegnata a costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità. Il Paese asiatico continuerà a respingere fermamente tutte le egemonie e i poteri forti, a salvaguardare fermamente i diritti, gli interessi legittimi e legali degli Stati in via di sviluppo, specialmente di quelli di piccole e medie dimensioni.

Invece la Dichiarazione Congiunta del 4 febbraio[13] i due paesi, Russia e Cina, recita così:

Dichiarazione congiunta della Repubblica popolare cinese e della Federazione russa sulle relazioni internazionali e lo sviluppo sostenibile globale nella nuova era

Su invito del presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping, il presidente Vladimir Putin della Federazione Russa visiterà la Cina il 4 febbraio 2022. I due capi di stato hanno tenuto colloqui a Pechino e hanno partecipato alla cerimonia di apertura delle 24 Olimpiadi invernali.

La Repubblica popolare cinese e la Federazione russa (di seguito denominate le “Parti”) dichiarano quanto segue:

Attualmente, il mondo sta attraversando grandi cambiamenti e la società umana è entrata in una nuova era di grande sviluppo e grande cambiamento. La multipolarizzazione mondiale, la globalizzazione economica, l’informatizzazione sociale e la diversificazione culturale hanno continuato a svilupparsi, il sistema di governance globale e l’ordine internazionale hanno continuato a cambiare, l’interconnessione e l’interdipendenza dei paesi sono state notevolmente approfondite, la distribuzione del potere internazionale è tesa da ristrutturare, e le preoccupazioni della comunità internazionale per la pace e L’appello per uno sviluppo sostenibile è ancora più forte. Allo stesso tempo, l’epidemia di COVID-19 continua a diffondersi in tutto il mondo, la situazione della sicurezza internazionale e regionale sta diventando sempre più complessa e le minacce e le sfide globali sono in aumento. Alcune forze internazionali continuano a perseguire ostinatamente l’unilateralismo, a ricorrere alla politica di potere, a interferire negli affari interni di altri paesi, a ledere i diritti e gli interessi legittimi di altri paesi, a creare contraddizioni, differenze e scontri e ad ostacolare lo sviluppo e il progresso della società umana . La comunità internazionale non lo accetterà mai.

Le due parti invitano tutti i paesi a rafforzare il dialogo, rafforzare la fiducia reciproca, creare consenso, salvaguardare i valori comuni di pace, sviluppo, equità, giustizia, democrazia e libertà per tutta l’umanità e rispettare i diritti delle persone di tutti i paesi a scegliere autonomamente i propri percorsi di sviluppo e la sovranità e la sicurezza di tutti i paesi Sviluppare interessi, difendere il sistema internazionale con al centro le Nazioni Unite e l’ordine internazionale basato sul diritto internazionale, praticare un vero multilateralismo in cui le Nazioni Unite e la Sicurezza delle Nazioni Unite Il Consiglio svolge un ruolo centrale di coordinamento, promuove la democratizzazione delle relazioni internazionali e realizza lo sviluppo della pace, della stabilità e della sostenibilità nel mondo.

uno

Le due parti hanno convenuto che la democrazia è il valore comune di tutta l’umanità, non il brevetto di pochi paesi.Promuovere e salvaguardare la democrazia è la causa comune della comunità internazionale.

Le due parti credono che la democrazia sia un modo per i cittadini di partecipare alla gestione dei propri affari e mira a migliorare il benessere delle persone e realizzare il dominio delle persone sul paese. La democrazia dovrebbe essere un intero processo e orientato verso tutte le persone, riflettere gli interessi e la volontà di tutte le persone, proteggere i diritti delle persone, soddisfare i bisogni delle persone e salvaguardare gli interessi delle persone. La pratica delle istituzioni democratiche non è rigida e dovrebbe tenere conto dei sistemi socio-politici e delle caratteristiche storiche, tradizionali e culturali dei diversi paesi. Le persone di tutti i paesi hanno il diritto di scegliere le forme ei metodi di pratica democratica che si adattano alle loro condizioni nazionali. Se un paese è democratico o meno può essere giudicato solo dalla sua gente.

Le due parti hanno sottolineato che Cina e Russia, in quanto potenze mondiali con lunghe tradizioni storiche e culturali, hanno profonde tradizioni democratiche radicate nell’esperienza di sviluppo del millennio e sono ampiamente sostenute dal loro stesso popolo, riflettendo i bisogni e gli interessi dei loro cittadini. Cina e Russia hanno assicurato che il loro popolo abbia il diritto di partecipare alla gestione dello stato e degli affari sociali attraverso vari canali e forme in conformità con la legge. Le persone dei due paesi hanno piena fiducia in se stessi sulla strada e rispettano i sistemi democratici e le tradizioni degli altri paesi.

Le due parti hanno sottolineato che i principi democratici dovrebbero riflettersi non solo nella governance interna ma anche nella governance globale. Alcuni paesi tentano di tracciare linee ideologiche, costringere altri paesi ad accettare gli “standard democratici” di questi paesi e monopolizzare il diritto di definire la democrazia mettendo insieme vari piccoli gruppi e alleanze “situazionali”. Questo è in realtà un calpestare la democrazia e il spirito di democrazia e tradimento dei veri valori democratici. Tale ricerca dell’egemonia rappresenta una seria minaccia alla pace e alla stabilità regionale e globale e danneggia la stabilità dell’ordine internazionale.

Le due parti credono fermamente che la difesa della democrazia e dei diritti umani non debba essere usata come strumento per esercitare pressioni su altri paesi. Le due parti si oppongono all’abuso dei valori democratici da parte di qualsiasi paese, all’ingerenza negli affari interni dei paesi sovrani con il pretesto della salvaguardia della democrazia e dei diritti umani e alla provocazione della divisione e del confronto mondiale. Le due parti hanno invitato la comunità internazionale a rispettare la diversità delle culture e delle civiltà ei diritti all’autodeterminazione dei popoli di paesi diversi. Le due parti sono disposte a collaborare con tutti i paesi disponibili per promuovere la vera democrazia.

Le due parti hanno sottolineato che la Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione universale dei diritti umani hanno stabilito obiettivi elevati e principi di base per la causa globale dei diritti umani, che dovrebbero essere seguiti e praticati da tutti i paesi. Allo stesso tempo, ogni Paese ha diverse condizioni nazionali, e ci sono differenze nella storia, nella cultura, nel sistema sociale e nel livello di sviluppo economico e sociale.È necessario aderire alla combinazione dell’universalità dei diritti umani e delle condizioni reali di vari paesi e proteggere i diritti umani in base alle loro condizioni nazionali e alle esigenze delle persone. La promozione e la protezione dei diritti umani è la causa comune della comunità internazionale e tutti i paesi dovrebbero prestare uguale attenzione e promuovere sistematicamente vari tipi di diritti umani. La cooperazione internazionale in materia di diritti umani dovrebbe essere discussa da tutti i paesi sulla base di un dialogo paritario. Tutti i paesi dovrebbero godere dello stesso diritto allo sviluppo. Tutti i paesi dovrebbero svolgere la cooperazione e la cooperazione in materia di diritti umani sulla base dell’uguaglianza e del rispetto reciproco e rafforzare la costruzione del sistema internazionale dei diritti umani.

due

Le due parti credono che la pace, lo sviluppo e la cooperazione siano la corrente principale dell’odierno sistema internazionale. Lo sviluppo è la chiave per raggiungere il benessere delle persone. La continua diffusione dell’epidemia di COVID-19 ha portato gravi sfide all’attuazione globale dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite 2030. È fondamentale migliorare il partenariato globale per lo sviluppo e spingere lo sviluppo globale verso una nuova fase di equilibrio, coordinamento e inclusività .

Le due parti promuoveranno attivamente la cooperazione tra la costruzione congiunta della “Cintura e della strada” e l’Unione economica eurasiatica e approfondiranno la cooperazione pratica tra la Cina e l’Unione economica eurasiatica in vari campi. Migliorare il livello di connettività nelle regioni Asia-Pacifico ed Eurasiatica. Le due parti sono disposte a continuare a promuovere lo sviluppo parallelo e coordinato della costruzione congiunta della “Belt and Road” e del “Greater Eurasian Partnership”, promuovere lo sviluppo delle organizzazioni regionali e il processo di integrazione economica bilaterale e multilaterale, e a beneficio delle persone di tutti i paesi del continente eurasiatico.

Le due parti hanno convenuto di approfondire ulteriormente la cooperazione pragmatica nello sviluppo sostenibile dell’Artico.

Le due parti rafforzeranno la cooperazione nei meccanismi multilaterali come le Nazioni Unite, promuoveranno la comunità internazionale a porre lo sviluppo in una posizione importante nel coordinamento delle politiche macro globali, inviteranno i paesi sviluppati ad adempiere seriamente ai loro obblighi APS, forniranno ai paesi in via di sviluppo maggiori risorse, e risolvere problemi di sviluppo tra paesi e all’interno dei paesi, squilibri e altre questioni e promuovere lo sviluppo globale e la cooperazione internazionale allo sviluppo. La parte russa ha ribadito la sua volontà di continuare a svolgere un lavoro rilevante sulla promozione dell’iniziativa di sviluppo globale proposta dalla parte cinese, inclusa la partecipazione alle attività del “Gruppo di amici dell’iniziativa di sviluppo globale” sulla piattaforma delle Nazioni Unite. Entrambe le parti invitano la comunità internazionale a concentrarsi sulla riduzione della povertà, la sicurezza alimentare, l’antiepidemia e i vaccini, il finanziamento dello sviluppo, il cambiamento climatico, lo sviluppo verde e sostenibile, l’industrializzazione, l’economia digitale, la connettività, ecc. e ad intraprendere azioni pratiche per accelerare il attuazione dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile.

Le due parti chiedono alla comunità internazionale di creare un ambiente aperto, equo, giusto e non discriminatorio per lo sviluppo scientifico e tecnologico, accelerare la trasformazione delle conquiste scientifiche e tecnologiche in vere forze produttive e sfruttare un nuovo slancio per la crescita economica.

Le due parti chiedono ai paesi di rafforzare la cooperazione nel campo del trasporto sostenibile, svolgere attivamente lo sviluppo delle capacità di trasporto e lo scambio di conoscenze, compresi i trasporti intelligenti, il trasporto sostenibile, lo sviluppo e il funzionamento delle vie navigabili artiche, ecc., Per aiutare la ripresa globale dopo l’epidemia .

Le due parti hanno adottato misure forti per affrontare il cambiamento climatico e hanno dato importanti contributi. Le due parti hanno commemorato congiuntamente il 30° anniversario della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, hanno riaffermato la loro adesione agli obiettivi, ai principi e alle disposizioni della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici e del suo Accordo di Parigi, in particolare il principio delle responsabilità comuni ma differenziate , e si è impegnata a promuovere congiuntamente la “Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici” e il relativo accordo di Parigi. L’accordo di Parigi è pienamente ed efficacemente attuato. Le due parti adempiranno ai rispettivi impegni e si aspettano che i paesi sviluppati attuino seriamente i 100 miliardi di dollari annuali di sostegno finanziario per il clima ai paesi in via di sviluppo. Le due parti si oppongono all’istituzione di nuove barriere commerciali internazionali sulla base della lotta al cambiamento climatico.

Le due parti promuovono fermamente la cooperazione internazionale e gli scambi sulla biodiversità, partecipano attivamente al processo di governance globale della biodiversità e promuovono congiuntamente lo sviluppo coordinato dell’uomo e della natura e la trasformazione verde e contribuiscono allo sviluppo sostenibile globale.

I capi di stato di Cina e Russia hanno affermato la fruttuosa cooperazione bilaterale e multilaterale tra le due parti in risposta alla pandemia globale di COVID-19 e salvaguardando la vita e la salute delle persone dei due paesi e del mondo. Le due parti continueranno a rafforzare la cooperazione nello sviluppo e nella produzione di vaccini e nuovi farmaci contro il coronavirus e ad approfondire la cooperazione nei settori della salute pubblica e della medicina moderna. Le due parti rafforzeranno il coordinamento e l’allineamento delle misure di prevenzione delle epidemie per fornire una forte garanzia per la salute, la sicurezza e gli scambi ordinati di personale tra i due paesi. Le due parti hanno commentato positivamente il lavoro svolto dai dipartimenti e dalle località competenti dei due paesi per garantire la prevenzione dell’epidemia nelle aree di confine e il funzionamento stabile dei porti, istituendo un meccanismo congiunto di prevenzione e controllo nelle aree di confine, coordinando la promozione di prevenzione e controllo delle epidemie, condivisione delle informazioni e costruzione di infrastrutture nei porti frontalieri e miglioramento continuo dell’efficienza delle spedizioni portuali.

Le due parti hanno sottolineato che rintracciare l’origine del nuovo coronavirus è una questione scientifica, che dovrebbe essere svolta in collaborazione con scienziati di tutto il mondo sulla base di una prospettiva globale, e opporsi alla politicizzazione della questione della ricerca dell’origine. La Russia accoglie favorevolmente la ricerca congiunta sulla tracciabilità condotta da Cina e OMS e sostiene il rapporto di ricerca sulla tracciabilità congiunta Cina-OMS. Entrambe le parti chiedono alla comunità internazionale di mantenere congiuntamente la natura scientifica e la serietà della ricerca sulla tracciabilità.

La Russia sostiene la Cina nell’ospitare con successo le Olimpiadi e le Paralimpiadi invernali di Pechino 2022.

Le due parti hanno parlato molto del livello di cooperazione tra i due paesi nello sport e nei Giochi Olimpici e sono disposte a promuovere ulteriormente lo sviluppo di una cooperazione pertinente.

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Le due parti hanno espresso profonda preoccupazione per le gravi sfide che devono affrontare la situazione della sicurezza internazionale e hanno creduto che le persone di tutti i paesi condividano un destino comune e che nessun paese può e non deve raggiungere la propria sicurezza staccandosi dalla sicurezza mondiale e a spese della sicurezza di altri paesi. La comunità internazionale dovrebbe partecipare attivamente alla governance della sicurezza globale per ottenere una sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile.

Le due parti hanno ribadito di sostenere fermamente gli interessi fondamentali reciproci, la sovranità nazionale e l’integrità territoriale e si oppongono alle interferenze esterne negli affari interni dei due paesi.

La parte russa ha ribadito che si attiene al principio della Cina unica, riconosce che Taiwan è una parte inalienabile del territorio cinese e si oppone a qualsiasi forma di “indipendenza di Taiwan”.

Cina e Russia si oppongono alle forze esterne che minano la sicurezza e la stabilità delle aree circostanti comuni dei due paesi, si oppongono a forze esterne che interferiscono negli affari interni dei paesi sovrani con qualsiasi pretesto e si oppongono alle “rivoluzioni colorate” e rafforzeranno la cooperazione nei suddetti aree citate.

Le due parti hanno condannato il terrorismo in tutte le sue forme, esortato la comunità internazionale a istituire un fronte unito globale antiterrorismo incentrato sulle Nazioni Unite e rafforzato il coordinamento politico multilaterale e la cooperazione costruttiva nel campo dell’antiterrorismo. Si oppone alla politicizzazione e alla strumentalizzazione delle questioni antiterrorismo e all’attuazione di “doppi standard” e condanna l’uso di organizzazioni terroristiche ed estremiste e l’interferenza negli affari interni di altri paesi in nome della lotta al terrorismo internazionale e all’estremismo per raggiungere obiettivi geopolitici .

Le due parti ritengono che i singoli paesi, alleanze o alleanze politico-militari cerchino la superiorità militare unilaterale diretta o indiretta, danneggino la sicurezza di altri paesi attraverso la concorrenza sleale e altri mezzi, intensifichino la concorrenza geopolitica, esagerino la rivalità e il confronto, minano gravemente l’ordine di sicurezza internazionale , e minano la stabilità strategica globale. Le due parti si oppongono alla continua espansione della NATO e chiedono alla NATO di abbandonare l’ideologia della Guerra Fredda, rispettare la sovranità, la sicurezza, gli interessi e la diversità delle civiltà, della storia e della cultura di altri paesi e considerare lo sviluppo pacifico di altri paesi in modo obiettivo ed equo. Le due parti si oppongono all’instaurazione di un sistema di alleanze chiuse nella regione Asia-Pacifico e alla creazione di un campo di confronto, e sono molto vigili sull’impatto negativo della “strategia indo-pacifica” promossa dagli Stati Uniti sulla pace e la stabilità della regione. La Cina e la Russia si sono sempre impegnate a costruire un sistema di sicurezza nella regione dell’Asia-Pacifico che sia equo, aperto, inclusivo e non mirato ai paesi terzi, e mantenga pace, stabilità e prosperità.

Le due parti hanno accolto con favore la pubblicazione della Dichiarazione congiunta dei leader dei cinque Stati dotati di armi nucleari sulla prevenzione della guerra nucleare e sull’evitare una corsa agli armamenti e hanno affermato che tutti gli Stati dotati di armi nucleari dovrebbero abbandonare la mentalità della guerra fredda e il gioco a somma zero, ridurre il ruolo delle armi nucleari nelle politiche di sicurezza nazionale e ritirarsi Le armi nucleari dispiegate all’estero non consentono lo sviluppo illimitato del sistema antimissilistico globale, riducendo efficacemente il rischio di guerra nucleare e qualsiasi conflitto militare tra paesi con forze nucleari militari .

Le due parti hanno ribadito che il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari è la pietra angolare del sistema internazionale di disarmo e non proliferazione nucleare, una parte importante del sistema di sicurezza internazionale del dopoguerra, e il suo ruolo nella promozione della pace e dello sviluppo nel mondo è insostituibile. La comunità internazionale dovrebbe promuovere i tre pilastri del trattato in modo equilibrato e mantenere congiuntamente l’autorità, l’efficacia e l’universalità del trattato.

Le due parti hanno espresso seria preoccupazione per l’istituzione del “Partenariato trilaterale per la sicurezza” (AUKUS) tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia, in particolare per la cooperazione nei settori della stabilità strategica come i sottomarini a propulsione nucleare, aggravando il pericolo di una corsa agli armamenti regionale e ponendo un serio rischio di proliferazione nucleare. Le due parti condannano fermamente atti simili ed esortano gli stati membri dell’AUKUS ad adempiere rigorosamente ai loro obblighi per prevenire la proliferazione nucleare e missilistica e mantenere la pace, la stabilità e lo sviluppo regionali.

Le due parti hanno espresso seria preoccupazione per il previsto scarico nell’oceano da parte del Giappone di acqua radioattivamente inquinata dall’incidente della centrale nucleare di Fukushima e il suo potenziale impatto ambientale, sottolineando che il Giappone deve consultarsi pienamente con i paesi vicini e le altre parti interessate e le istituzioni internazionali pertinenti, e condurre dimostrazione aperta, trasparente, scientifica, Smaltire correttamente l’acqua contaminata radioattivamente in modo responsabile in conformità con il diritto internazionale.

Le due parti ritengono che dopo che gli Stati Uniti si sono ritirati dal Trattato INF, hanno accelerato lo sviluppo di missili terrestri a medio e corto raggio e hanno cercato di dispiegarli e fornirli ai loro alleati nelle regioni Asia-Pacifico ed europee , intensificando la tensione e la sfiducia, aumentando i rischi per la sicurezza internazionale e regionale e indebolendo la non proliferazione internazionale e il sistema di controllo degli armamenti mina la stabilità strategica globale. Le due parti esortano gli Stati Uniti a rispondere attivamente all’iniziativa della Russia e ad abbandonare i piani per dispiegare missili terrestri a medio e corto raggio nell’Asia-Pacifico e in Europa. Le due parti manterranno la comunicazione e rafforzeranno il coordinamento al riguardo.

La Cina comprende e sostiene le proposte avanzate dalla Russia per costruire una garanzia di sicurezza a lungo termine legalmente vincolante per l’Europa.

Le due parti hanno sottolineato che il ritiro degli Stati Uniti da una serie di importanti accordi internazionali nel campo del controllo degli armamenti ha avuto un enorme impatto negativo sulla sicurezza e stabilità internazionale e regionale. Entrambe le parti hanno espresso preoccupazione per il progresso degli Stati Uniti nel loro programma antimissilistico globale e il dispiegamento di sistemi antimissilistici in tutto il mondo, rafforzando al contempo le loro armi non nucleari ad alta precisione in grado di condurre missioni strategiche come attacchi preventivi. Le due parti hanno sottolineato l’importanza degli usi pacifici dello spazio extraatmosferico, hanno sostenuto fermamente il ruolo centrale del Comitato delle Nazioni Unite per gli usi pacifici dello spazio extraatmosferico nella promozione della cooperazione internazionale nello spazio extraatmosferico, nel mantenimento e nello sviluppo del diritto internazionale nel campo dello spazio extraatmosferico , e il controllo delle attività nello spazio extraatmosferico, e continuerà a discutere dello spazio extraatmosferico Rafforzare la cooperazione su questioni di interesse reciproco, come la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali e lo sviluppo e l’utilizzo delle risorse spaziali. Le due parti si oppongono ai tentativi di alcuni paesi di trasformare lo spazio esterno in un territorio di scontro militare, ribadiscono che faranno ogni sforzo per prevenire l’armamento e la corsa agli armamenti nello spazio esterno, si oppongono ad attività rilevanti volte a cercare la superiorità militare nello spazio esterno e condurre operazioni nello spazio extraatmosferico e ribadire che sulla base del progetto di Trattato sulla prevenzione del posizionamento di armi nello spazio extraatmosferico, l’uso o la minaccia dell’uso della forza su oggetti dello spazio extraatmosferico, Cina e Russia avvieranno negoziati il ​​prima possibile concludere un documento multilaterale giuridicamente vincolante per fornire una garanzia fondamentale e affidabile per prevenire una corsa agli armamenti e l’armamento nello spazio.

Cina e Russia sottolineano che le iniziative/impegni politici internazionali in materia di trasparenza e misure di rafforzamento della fiducia, compreso il “nessun primo dispiegamento di armi nello spazio esterno”, contribuiscono all’obiettivo di prevenire una corsa agli armamenti nello spazio esterno, ma tali misure sono solo complementari alla regolamentazione misure per le attività nello spazio extraatmosferico e non dovrebbero sostituire un meccanismo giuridicamente vincolante efficace.

Le due parti hanno riaffermato che la Convenzione sulle armi biologiche è un pilastro vitale della pace e della sicurezza internazionali e sono determinate a mantenere l’autorità e l’efficacia della Convenzione.

Le due parti riaffermano che la Convenzione dovrebbe essere pienamente rispettata e ulteriormente rafforzata, compresa l’istituzionalizzazione della Convenzione, il rafforzamento del meccanismo della Convenzione, la conclusione di un protocollo giuridicamente vincolante che includa un efficace meccanismo di verifica e la risoluzione delle questioni relative all’attuazione della Convenzione attraverso una regolare consultazione e cooperazione per qualsiasi problema.

Le due parti hanno sottolineato che le attività di militarizzazione biologica svolte dagli Stati Uniti e dai loro alleati in patria e all’estero hanno sollevato serie preoccupazioni e interrogativi da parte della comunità internazionale sulla sua conformità. Le attività in questione rappresentano una seria minaccia per la sicurezza nazionale di Cina e Russia e danneggiano anche la sicurezza delle regioni interessate. Le due parti esortano gli Stati Uniti ei loro alleati a chiarire le proprie attività di militarizzazione biologica in patria e all’estero in modo aperto, trasparente e responsabile e a sostenere la ripresa dei negoziati su un protocollo di verifica giuridicamente vincolante alla Convenzione sulle armi biologiche.

Le due parti hanno riaffermato il loro impegno per l’obiettivo di un mondo libero dalle armi chimiche e hanno invitato tutte le parti della Convenzione sulle armi chimiche a sostenere congiuntamente l’autorità e l’efficacia della Convenzione. La Cina e la Russia sono profondamente preoccupate per la politicizzazione dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche e invitano gli Stati parti a rafforzare la solidarietà e la cooperazione e a mantenere la tradizione del consenso. Cina e Russia esortano gli Stati Uniti ad accelerare la distruzione delle scorte di armi chimiche come unico Stato parte che non ha completato la distruzione di armi chimiche.

Le due parti hanno sottolineato che l’attuazione degli obblighi di non proliferazione dovrebbe essere bilanciata con la salvaguardia dei diritti e degli interessi legittimi dei paesi nella cooperazione internazionale nell’uso pacifico di tecnologie, materiali e attrezzature avanzati. Le due parti hanno sottolineato che la risoluzione su “Promuovere l’uso pacifico della cooperazione internazionale nel campo della sicurezza internazionale” proposta dalla parte cinese e proposta congiuntamente dalla parte russa è stata adottata dalla 76a Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Entrambe le parti attribuiscono grande importanza alla questione della governance dell’IA. Le due parti sono disposte a rafforzare gli scambi e i dialoghi su questioni di intelligenza artificiale.

Le due parti hanno ribadito che approfondiranno la cooperazione nel campo della sicurezza internazionale dell’informazione e promuoveranno la creazione di un ambiente aperto, sicuro, sostenibile e accessibile per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Le due parti hanno sottolineato che i principi di non uso della forza, rispetto della sovranità nazionale e dei diritti e delle libertà fondamentali dell’uomo e della non interferenza negli affari interni stabiliti nella Carta delle Nazioni Unite si applicano allo spazio dell’informazione, hanno riaffermato il ruolo chiave dell’ONU nel rispondere alle minacce alla sicurezza internazionale dell’informazione e ha sostenuto le Nazioni Unite nella formulazione di nuove politiche in questo settore.codice di condotta nazionale.

Le due parti accolgono con favore lo svolgimento di negoziati globali nel campo della sicurezza dell’informazione internazionale nel quadro di un meccanismo unificato, sostengono il lavoro del gruppo di lavoro aperto delle Nazioni Unite sulla sicurezza dell’informazione per il periodo 2021-2025 e sono disposte ad esprimere posizioni comuni all’interno il gruppo di lavoro. Le due parti ritengono che la comunità internazionale dovrebbe lavorare insieme per formulare un nuovo e responsabile codice di condotta nazionale nel cyberspazio dell’informazione, compreso un documento legale internazionale universale con forza legale che regoli le attività di vari paesi nel campo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione . Le due parti ritengono che la Global Data Security Initiative proposta dalla Cina e sostenuta in linea di principio dalla Russia fornisca una base per il gruppo di lavoro per discutere e formulare contromisure per la sicurezza dei dati e altre minacce internazionali alla sicurezza delle informazioni.

Le due parti hanno ribadito il loro sostegno alle Risoluzioni 74/247 e 75/282 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, al lavoro del Comitato intergovernativo di esperti ad hoc, alla promozione della negoziazione di una convenzione internazionale contro l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione a fini criminali nel quadro delle Nazioni Unite e ha sostenuto che tutte le parti partecipino in modo costruttivo ai negoziati per garantire che una convenzione globale autorevole e universale possa essere raggiunta il prima possibile in conformità con la risoluzione 75/282 dell’UNGA e presentata alla 78a sessione dell’UNGA . Cina e Russia hanno presentato congiuntamente il progetto di convenzione come base per i relativi negoziati.

Le due parti sostengono l’istituzione di un sistema internazionale di governance di Internet. Credono che tutti i paesi abbiano uguali diritti alla governance di Internet e che i paesi sovrani abbiano il diritto di controllare e proteggere la propria sicurezza della rete. Qualsiasi tentativo di limitare la sovranità della rete nazionale è inaccettabile , e l’Unione internazionale delle telecomunicazioni dovrebbe essere incoraggiata a risolvere le questioni rilevanti. svolgere un ruolo più attivo.

Le due parti approfondiranno la cooperazione bilaterale nel campo della sicurezza internazionale dell’informazione sulla base dell’accordo tra il governo della Repubblica popolare cinese e il governo della Federazione russa sulla cooperazione nel campo della garanzia della sicurezza internazionale dell’informazione (firmato a maggio 8, 2015) programma di cooperazione in questo campo.

quattro

Le due parti hanno sottolineato che Cina e Russia, in quanto maggiori potenze mondiali e membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sosterranno la responsabilità e la moralità, salvaguarderanno fermamente il sistema internazionale in cui l’ONU svolge un ruolo centrale di coordinamento negli affari internazionali e con fermezza sostenere i principi del diritto internazionale, compresi gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite.Lavoreremo insieme per costruire un mondo più prospero, stabile, equo e giusto e costruire un nuovo tipo di relazioni internazionali.

La parte russa ha parlato positivamente del concetto cinese di costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità, che aiuterà a rafforzare la solidarietà della comunità internazionale e ad affrontare insieme le sfide comuni. La Cina parla positivamente degli sforzi della Russia per costruire un sistema di relazioni internazionali equo e multipolare.

Le due parti hanno difeso fermamente la vittoria della seconda guerra mondiale e l’ordine internazionale del dopoguerra, hanno salvaguardato risolutamente l’autorità delle Nazioni Unite e l’equità e la giustizia internazionali e si sono opposte ai tentativi di negare, distorcere e manomettere la storia della seconda guerra mondiale.

Per evitare che si ripetesse la tragedia della guerra mondiale, le due parti condannarono risolutamente gli aggressori fascisti e militaristi ei loro complici a sottrarsi alle colpe storiche e calunniare i paesi vincitori.

Le due parti hanno sostenuto e promosso la costruzione di un nuovo tipo di relazione tra i principali paesi caratterizzati da rispetto reciproco, convivenza pacifica e cooperazione vantaggiosa per tutti, e hanno sottolineato che il nuovo tipo di relazione tra Cina e Russia va oltre il modello di alleanza politico-militare durante la Guerra Fredda. Non c’è limite all’amicizia tra i due paesi, non c’è uno spazio ristretto per la cooperazione.Il rafforzamento della cooperazione strategica non è rivolto a un paese terzo, né è influenzato dai cambiamenti del paese terzo e della situazione internazionale.

Le due parti hanno ribadito che la comunità internazionale dovrebbe essere unita piuttosto che divisa e dovrebbe cooperare piuttosto che confrontarsi. Le due parti si oppongono al ritorno delle relazioni internazionali nell’era del confronto tra le grandi potenze e la legge della giungla. Contrastare i tentativi di sostituire accordi e meccanismi generalmente accettati conformi al diritto internazionale con regole di “piccola cerchia” formulate da singoli paesi e gruppi di paesi, opporsi all’uso di soluzioni evasive che non hanno raggiunto un consenso per risolvere problemi internazionali, contrastare la politica di potere, il bullismo , e sanzioni unilaterali e “giurisdizione a braccio lungo”, che si oppone all’abuso dei controlli sulle esportazioni e sostiene e facilita il commercio conforme all’OMC.

Le due parti hanno ribadito che rafforzeranno il coordinamento della politica estera, praticheranno un autentico multilateralismo, rafforzeranno la cooperazione all’interno dei meccanismi multilaterali, salvaguarderanno gli interessi comuni, manterranno l’equilibrio del potere internazionale e regionale e lavoreranno insieme per migliorare la governance globale.

Le due parti sostengono e mantengono il sistema commerciale multilaterale con al centro l’OMC, partecipano attivamente alla riforma dell’OMC e si oppongono all’unilateralismo e al protezionismo. Le due parti rafforzeranno il dialogo, la cooperazione e il coordinamento delle posizioni su questioni economiche e commerciali di interesse comune, contribuiranno a garantire il funzionamento stabile ea lungo termine delle catene industriali e di approvvigionamento globali e regionali e promuoveranno l’istituzione di un sistema più aperto, inclusivo, sistema di regole economiche e commerciali internazionali trasparente e non discriminatorio.

Le due parti sostengono il G20 per svolgere il ruolo di forum principale per la cooperazione economica internazionale e un’importante piattaforma per la risposta alle crisi, e promuovono congiuntamente il G20 per portare avanti lo spirito di solidarietà e cooperazione nella lotta internazionale contro l’epidemia, la ripresa dell’economia mondiale, la promozione dello sviluppo inclusivo e sostenibile e il miglioramento di un ambiente globale equo e ragionevole Giocheremo un ruolo guida nel sistema di governance economica e in altri aspetti e lavoreremo insieme per affrontare le sfide globali.

Le due parti sostengono i paesi BRICS per approfondire la loro partnership strategica, espandere la cooperazione nelle tre direzioni principali di sicurezza politica, economia, commercio e finanza e scambi interpersonali e culturali, promuovere la cooperazione nelle innovazioni scientifiche e tecnologiche come quelle pubbliche salute, economia digitale e intelligenza artificiale e migliorare il livello di cooperazione internazionale BRICS. Le due parti sono impegnate nel modello “BRICS+” e nel Dialogo BRICS come meccanismo di dialogo efficace con i paesi in via di sviluppo ei paesi dei mercati emergenti, i meccanismi e le organizzazioni di integrazione regionale.

La parte russa sosterrà pienamente la parte cinese nel suo lavoro come presidenza BRICS nel 2022 e promuoverà congiuntamente la 14a riunione dei leader BRICS per ottenere risultati fruttuosi.

Le due parti rafforzeranno e rafforzeranno ulteriormente il ruolo dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai e promuoveranno la costruzione di un modello mondiale multipolare basato su norme riconosciute di diritto internazionale, multilateralismo, uguaglianza, comune, indivisibile, globale, cooperativo e sostenibile sicurezza.

Le due parti ritengono che sia fondamentale attuare il consenso sul miglioramento della risposta degli Stati membri della SCO alle sfide e alle minacce alla sicurezza e, a tal fine, entrambe le parti sostengono l’espansione delle funzioni dell’agenzia regionale antiterrorismo della SCO.

Le due parti promuoveranno il miglioramento e il potenziamento della cooperazione economica tra gli Stati membri della SCO, continueranno a rafforzare la cooperazione tra gli Stati membri in aree di interesse comune come il commercio, l’industria, i trasporti, l’energia, la finanza, gli investimenti, l’agricoltura, le dogane, telecomunicazioni, innovazione, ecc. Risparmio, risparmio energetico, applicazione della tecnologia verde.

Le due parti hanno sottolineato che lo “Shanghai Cooperation Organization Member States Intergovernmental Cooperation Agreement on Safeguarding International Information Security” (firmato il 16 giugno 2009) e la cooperazione nell’ambito del SCO Member States International Information Security Expert Group hanno ottenuto risultati fruttuosi Il “Piano di cooperazione 2022-2023 per gli Stati membri della SCO per salvaguardare la sicurezza dell’informazione internazionale” adottato dal Consiglio dei capi di Stato degli Stati membri della SCO a Dushanbe il 17.

Le due parti ritengono che l’importanza della cooperazione interpersonale e culturale per lo sviluppo della SCO sia in costante aumento. Le due parti approfondiranno ulteriormente la cooperazione in materia di cultura, istruzione, scienza e tecnologia, salute, protezione ambientale, turismo, scambi di personale e sport tra gli Stati membri della SCO e miglioreranno la comprensione reciproca tra le persone degli Stati membri.

Le due parti continueranno a consolidare il ruolo dell’APEC come principale piattaforma di dialogo economico multilaterale nella regione, rafforzeranno la collaborazione nell’attuazione dell’APEC Putrajaya Vision 2040 e costruiranno aree regionali libere, aperte, eque, non discriminatorie, trasparenti e prevedibili. commercio Ambiente di investimento, concentrandosi sul rafforzamento della risposta alla nuova epidemia di polmonite coronarica, sulla promozione della ripresa economica, sulla promozione della trasformazione digitale in vari campi, sul rilancio dell’economia delle aree remote e sul sostegno dell’APEC e di altre organizzazioni multilaterali regionali per svolgere la cooperazione nelle aree di cui sopra .

Le due parti continueranno a portare avanti la cooperazione nell’ambito del meccanismo Cina-Russia-India e rafforzeranno la cooperazione in piattaforme come il vertice dell’Asia orientale, il forum regionale dell’ASEAN e l’incontro dei ministri della difesa dell’ASEAN Plus. Cina e Russia sostengono la centralità dell’ASEAN nella cooperazione dell’Asia orientale, continuano a rafforzare il coordinamento per approfondire la cooperazione con l’ASEAN, promuovono congiuntamente la cooperazione in materia di salute pubblica, sviluppo sostenibile, antiterrorismo e lotta ai crimini transnazionali e rafforzano il ruolo dell’ASEAN come componente chiave della architettura.

4 febbraio 2022 a Pechino

Si tratta di una dichiarazione molto lunga, che non nomina la parola “alleanza”, ma ci va vicino. In essa viene dichiarata con una formula tipicamente cinese la necessità di plasmare un mondo multipolare e cita i due nodi rispettivamente cruciali dell’espansione della Nato e della richiesta indipendenza di Taiwan, sostenendo le posizioni rispettive. Taiwan è parte della Cina “inalienabile” e la Nato non deve espandersi ancora. La dichiarazione non fa capire che la Cina fosse al corrente dell’imminente invasione.

Altri elementi:

  • impegno ad aumentare l’interscambio di 250 miliardi all’anno (oggi è 140, traduzione: triplica),
  • promozione delle valute nazionali (traduzione: il gas ed il petrolio russo non saranno più pagati in dollari),
  • cooperazione tecnico-militare,
  • interoperabilità informatica,
  • potenziamento della vendita di gas e petrolio (10 miliardi di mc, traduzione: meno per noi, anche se poco)
  • rivendicazione del multilateralismo e del principio di autodeterminazione dei popoli,
  • censura ai tentativi di ideologizzare le relazioni internazionali, di stabilire standard e doppi standard e di imporli con la forza, delle ‘rivoluzioni colorate’,
  • invito a dismettere arsenali chimici e biologici (diretto agli Usa per esplicita menzione),
  • impegno al sostegno reciproco.

Sostegno che al momento è solo diplomatico, in quanto l’invasione russa è fortemente estranea alle tradizioni diplomatiche dell’impero di mezzo e imbarazzante per il complesso quadro d’area nel quale la Cina si muove.

Nel concetto cinese di Tianxia (la “via del cielo”) è presente quel che Azzarà in un suo recente libro[14] chiama universalismo concreto e dialettica dell’inclusione. Contro la tradizione del razionalismo occidentale, che pensa a partire dal principio individuale e finisce per divenire copertura di interessi di parte, geopolitici o altro, seguendo una falsa generalizzazione autocontraddittoria (ovvero non realmente universalizzabile, se non piegando e non riconoscendo l’altro) per l’impostazione cinese la razionalità è realmente tale se porta ad una situazione collettiva accettata senza coercizione. Una ‘razionalità collettiva’ che non può essere definita ex ante, ma solo a seguito di un processo concreto di confronto. Processo dal quale emerge il piano cooperativo. Una “razionalità relazionale”, come propone di chiamarla Azzarà[15], che non produce necessariamente e strutturalmente amici e nemici. Per il Tianxia, al contrario, ogni fenomeno produce necessariamente una ‘vita in comune’ e rappresenta una ‘totalità’. Questo è una componente del concetto di “armonia” che è al centro dell’approccio diplomatico cinese.

Il sistema mondiale è di tutti in questo senso, 大道之行也天下為公, “quando prevarrà la Grande Via, l’Universo apparterrà a tutti”, un verso del testo confuciano “I riti”, ripreso da Qing Kang Youwei e dal Sun Yat-sen nell’espressione “Tian xia wei gong”. Come ogni concetto sintetico ha una dimensione utopica (sin dalla sua formazione nella tarda epoca Qing, ma anche di orientamento.

Del resto la radice di tale diverso atteggiamento è molto profonda, come mostra Yuk Hui nel suo “Cosmotecnica”[16] il tema al cuore della filosofia cinese non è l’’essere’, quanto il ‘vivente’. Ovvero, nel confucianesimo come nel daoismo, la possibilità di condurre una vita morale e buona. La vita è soggetta a causalità reciproca e l’universo è in essa sempre pensato come una totalità di relazioni. Nel confucianesimo, racconta il filosofo cinese, “il Dao è riconosciuto come coerenza tra l’ordine cosmologico e quello morale, e tale coerenza è chiamata zi ran, spesso tradotto con ‘natura’”[17]. ‘Natura’ nel cinese moderno significa piante, fiumi, etc. ma anche attuare e comportarsi in armonia con il sé e senza pretesa, “lasciare che le cose siano come sono”. Cosmo ed essere umano sono sempre connessi, se pure mediati da esseri tecnici (Qi). Nella cultura cinese l’odine cosmologico non può essere ‘perfezionato’ dalla techné, perché è sempre anche un ordine morale.

Ne segue che la verità non può derivare dalla violenza, ma solo dall’armonia. Incarnando l’armonia.

Quindi la relazione tra umani è pensata a partire dalla risonanza, anziché come nel pensiero greco sulla guerra (polemos) e il conflitto (eris). Nel daoismo il principio del governo sarà wu wei zhi zhi, “governare senza intervenire”, ovvero lasciare che le cose siano, si sviluppino, diventino se stesse e raggiungano il proprio potenziale.

Avremmo da imparare, se sapessimo essere con l’altro.

FONTE: https://tempofertile.blogspot.com/2022/03/guerra-ucraina-note-sul-punto-di-vista.html

Note

[1] – https://www.scmp.com/

[2] – http://www.chinadaily.com.cn/

[3] – https://www.nytimes.com/

[4] – https://news.bjd.com.cn//2022/03/05/10050663.shtml

[5] – https://asiatimes.com/

[6] – https://asiatimes.com/2022/02/russias-strategy-to-destroy-ukraine-army-going-to-plan/

[7] – https://timesofindia.indiatimes.com/india/data/russia-ukraine-history

[8] – https://timesofindia.indiatimes.com/india/six-times-when-the-soviet-veto-came-to-indias-rescue/articleshow/89941338.cms

[9] – https://indianexpress.com/article/world/ukraine-russia-war-what-could-be-a-way-out-7802307/

[10] – https://www.dawn.com/news/1678353/us-warns-pakistan-of-ukraine-war-consequences

[11] – https://news.bjd.com.cn//2022/02/21/10044979.shtml

[12] – https://www.ansa.it/amp/sito/notizie/mondo/dalla_cina/2022/02/26/cina-wang-yi-elabora-posizione-sullucraina_c588f530-bc74-44a8-a89d-4637eea4c122.html?fbclid=IwAR2ppmNzWfUqTJUE5zpqj4wGFsdcoGKIr20MyTPktnpHbTDlIVsKMevLfok

[13] – Che devo riprendere da questo link non essendo più disponibili i siti russi:

https://observatoriocrisis.com/2022/02/06/desempaquetando-la-declaracion-conjunta-china-rusa/?fbclid=IwAR3tadzZ0rJFXhsIq95hdypqf7wrA1nl0lb1A3ZcF3Wf6dZnJsZDm43f2Nw ;

questa è la versione cinese: http://www.gov.cn/xinwen/2022-02/04/content_5672025.htm

[14] – Stefano G. Azzarà, “Il virus dell’occidente”, Mimesis 2020.[15] – Ivi, p. 108[16] – Yuk Hui, “Cosmotecnica. La questione della tecnologia in Cina”, Nero 2021.[17] – Ivi, p.65.

La guerra senza combattere: Intervista con Joseph Tritto, presidente della World Academy of BioMedical Sciences and Technologies

Narrative #12 by Franco Fracassi – Prof. Joseph Tritto La guerra senza combattere Le notevoli rivelazioni del professor Joseph Tritto, presidente del World Academy of BioMedical Technologies. Una cascata di notizie sul virus, la sua genesi, sul laboratorio gemello di Wuhan e molto altro ancora, da parte di chi conosce profondamente l’elite mondiale degli scienziati e le dinamiche che li coinvolgono. Un ospite che si vorrebbe non smettesse mai di raccontare. Anzi, se volete lasciare delle domande lo invitiamo un´altra volta e gliele facciamo .

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Ucraina, rischi di guerra? Donbass: la guerra c’è già da otto anni, nell’indifferenza generale dell’occidente.

di Enrico Vigna (19 febbraio 2022)

Da due mesi i “distrazionisti” professionali hanno concentrato luci e attenzioni mediatiche su una presunta e ipotetica invasione russa dell’Ucraina, sapendo bene che la Russia, non ha nessuna progettualità di guerra, semplicemente perché non è un suo interesse strategico, uno scontro militare con USA, NATO e Unione Europea. Salvo naturalmente qualche inaccettabile provocazione degli “ucro” neonazisti, pretoriani del governo golpista di Kiev e della NATO.
Mentre la realtà tragica è la guerra che, da otto anni è in atto contro la popolazione del Donbass, di cui solo pochi organi informativi e realtà occidentali hanno finora documentato. Ora che c’è il rischio di un dispiegamento a domino di questo conflitto…fa notizia.
I media occidentali sono una forza che può favorire una guerra, sono un’arma potente, il loro lavoro è un segnale di azione che deve arrivare, che essi preparano in anticipo.
Gli ululati di guerra occidentali, da mesi hanno decretato che Putin intende invadere l’Ucraina. Ma per quale motivo dovrebbe farlo, nessuno sa dirlo. L’ex ufficiale dell’intelligence statunitense e membro di un’associazione di ex professionisti dell’intelligence e dell’utilizzazione dell’intelligence USA (VIP), Raymond Mcgovern, considera un’invasione russa dell’Ucraina, tanto probabile quanto l’arrivo tanto annunciato del sinistro “Godot” nell’opera teatrale di Beckett “Aspettando Godot ”.

In ogni caso…nella dichiarazione congiunta all’inaugurazione delle Olimpiadi invernali del 2022, i presidenti Xi Jin-ping e VladimirPutin hanno sottolineato che “Russia e Cina si opporranno a qualsiasi tentativo di forze esterne, di minare la sicurezza e la stabilità in regioni confinanti e “un ulteriore espansione della NATO “!

Nel frattempo il conflitto armato nel Donbass continua a mietere vittime: morti, feriti e centinaia di edifici bombardati e distrutti ogni anno. Secondo R. Savchenko dell’Ufficio per i diritti umani nella RP di Donetsk, il numero delle vittime nel 2021è aumentato del 46% rispetto al precedente anno.
Questa situazione persiste nonostante il 27 luglio 2020, sia entrato in vigore un cessate il fuoco globale nell’area del Donbass. Kiev, Donetsk e Luhansk si erano impegnati a non usare armi e ad astenersi da qualsiasi provocazione. Ma già dopo pochi mesi sono ripresi gli attacchi e i
bombardamenti degli insediamenti delle Repubbliche Popolari sulla linea di contatto.

Oggi la situazione si sta ampliando con bombardamenti quotidiani, occupazioni di villaggi delle Forze armate di Kiev oltre la linea di contatto stabilita negli accordi di Minsk, ed è palese che si sta cercando di provocare un conflitto armato, incolpando la Russia per questo.
Mai, dalla firma degli accordi di cessate il fuoco nel luglio 2020, la situazione in Donbass è stata così esplosiva. La Missione OSCE, pur in un suo ruolo estremamente “pigro” nel prendere posizione o denunciare molte situazioni, rileva sempre più violazioni del cessate il fuoco e nei vertici politici e militari delle Repubbliche Popolari, c’è sempre più la consapevolezza che le forze armate ucraine (APU) potrebbero presto attaccare il Donbass, altro che invasione russa dell’Ucraina.
Attraverso tutti i contatti quotidiani con i referenti dei nostri Progetti in loco, dai Veterani, ad analisti militari, deputati, responsabili scolastici e sanitari, ai miliziani, alle Associazioni delle vedove di guerra, agli attivisti per la pace, giungono considerazioni e la coscienza che, se non si attenua la tensione, un conflitto dispiegato e devastante può succedere in qualsiasi momento e in questo caso la Russia non potrebbe restare passiva, sia per la difesa della popolazione russofona (il 90%) del Donbass, che per preservare la sua sicurezza nazionale. Voglio sottolineare che queste mie righe sono fondate sulla sintesi e le documentazioni che mi vengono mandate da quei luoghi, non sono esternazioni personali.

Elena Shishkina, deputata del Consiglio popolare della RPD, ha dichiarato che, in ogni caso la Repubblica è pronta a qualsiasi scenario e ad una escalation conflittuale, e che le Forze armate e le
Milizie sono in piena allerta. “Ci sono state dichiarazioni su una possibile provocazione con armi chimiche. Questo, ovviamente, ci allarma e ci preoccupa, ma abbiamo adottato tutte le misure necessarie per proteggerci in caso di una tale provocazione. Sulla base delle dichiarazioni dei funzionari ucraini e dei bombardamenti in corso, temiamo un’escalation del conflitto armato…Possiamo aspettarci tutto dall’Ucraina, sappiamo che le RPDL sono uno strumento della lotta dell’Occidente contro la Russia. Tutto dipende dall’Ucraina. Noi chiediamo solo uno status speciale al Donbass,il ritiro delle forze e dei mezzi militari dalla linea di contatto. Su queste basi un accordo pacifico è possibile”, ha detto la Shiskina.
La situazione nel Donbass si è trasformata in un processo di provocazioni continue, che hanno l’intento di alzare la posta, come ha dichiarato il politologo russo G. Pavlovsky. L’Ucraina golpista sta cercando di aumentare il livello di escalation e di coinvolgere il maggior numero possibile di paesi nel conflitto, attraverso la NATO, così quello che sta accadendo nel Donbass è diventata una questione di politica internazionale.
Analisti dal lato ucraino così inquadrano la situazione: Il capo del consiglio del Centro ucraino per la ricerca politica “Penta” V. Fesenko ritiene che: “ l’aggravamento della situazione in Ucraina sia possibile, la situazione è peggiorata, ma già dal 2014, in Ucraina si sa che qualsiasi tentativo di risolvere il problema del Donbass con mezzi militari provocherebbe un intervento militare russo.
Nessuno combatterà per l’Ucraina, ne siamo coscienti, non ci sono illusioni su questo. Ma siamo fiduciosi che ci sosterranno quei paesi occidentali che già ora supportano l’Ucraina”, ha affermato.
Secondo M. Pogrebinsky, direttore del Centro di studi politici e dei conflitti di Kiev, un aggravamento del conflitto nel Donbass può verificarsi se saltano i negoziati tra il Cremlino e la Casa Bianca. “ La ricerca di un compromesso, è l’interesse sia di Mosca che di Washington, ed è lo scenario più probabile…”, ha dichiarato.

Il giornalista e politologo russo Mikhail Demurin, ha domandato: “ perché la Russia non avrebbe il diritto di agire in Donbass, secondo lo scenario e la prassi della NATO in Jugoslavia e in Serbia poi?”.
Chi sta cercando la pace e la negoziazione, e chi cerca la guerra.

QUI, dati, fatti, documenti inoppugnabili. Non opinioni, valutazioni, analisi personali di esperti e pensatori vari. Questo lo scenario della realtà sul campo:
In questo momento i 3/4 dell’esercito ucraino è concentrato nel Donbass.
Dal 2014 al 2021 i paesi occidentali hanno fornito a Kiev munizioni e armamenti per un valore di 2,5 miliardi di dollari, comprese armi letali. Su richiesta del presidente ucraino Zelensky alla NATO, tonnellate di armamenti continuano ad entrare nel Paese, anche dagli Stati Uniti. Il tutto in violazione palese degli accordi di Minsk.

Biden ha annunciato il trasferimento di altre forze armate statunitensi nell’Europa orientale e nei paesi della NATO. Il Senato statunitense ha presentato un disegno di legge per fornire all’Ucraina aiuti militari nell’ambito della legge Lend-Lease (affitti e prestiti), per proteggersi dalla Russia.
Gli Stati Uniti hanno anche consentito ai paesi baltici di fornire assistenza militare all’Ucraina trasferendo armi di fabbricazione americana.

L’UE chiede l’introduzione preventiva di sanzioni anti-russe, sulla base di una invasione che non c’è.
Il portavoce del presidente della Federazione Russa Peskov, ha invitato tutte le parti a evitare di creare una maggiore tensione attorno alla situazione nel Donbass: “ nelle condizioni attuali che si sono sviluppate intorno al Donbass, occorre evitare provvedimenti che provochino un aumento della tensione nella regione , che è altissima in questo momento. E’ molto importante essere consapevoli della responsabilità di passi equilibrati che tengano conto dell’attuale situazione di tensione “, ha affermato Peskov.
L’ex deputato ucraino della Verkhovna Rada, A. Zhuravko, ha dichiarato che: “Quando la Russia conduce esercitazioni sul suo territorio, l’Occidente e gli Stati Uniti sono isterici. Ma quando l’Ucraina, in prossimità del confine con la Crimea, spara con i sistemi a lancio multiplo BM-21 Grad, nessuno strilla. Perché gli standard sono doppi. Non ci sono soldi nel paese, le persone sono per metà affamate e per metà infreddolite, la disoccupazione dilaga, le infrastrutture stanno cadendo a pezzi davanti ai nostri occhi, lo stato sta sprofondando nel baratro e questi idioti continuano a sparare soldi al cielo. Questa è un’ assurdità pazzesca. Semplicemente non si adatta a una mente normale. L’ Ucraina è povera, impoverita e questo stolto regime di Kiev chiama la guerra a casa sua”, ha detto Zhuravko.
Il 1 ottobre 2021, il comandante in capo delle forze armate ucraine Zaluzhny ha consentito l’uso di tutte le armi disponibili sulla linea di contatto del Donbass. In questo modo i comandanti delle unità sul fronte non hanno bisogno di coordinarsi con il comando centrale. Inoltre, i droni d’attacco turchi Bayraktar sono stati schierati in prima linea.
Il 21 gennaio il presidente della Bielorussia Lukashenko ha dichiarato che la situazione ai confini meridionali è allarmante: “…l’Ucraina sta rafforzando pesantemente il suo contingente militare.
Con il dolore nel cuore, stiamo osservando tutto ciò che sta accadendo in Ucraina. La sua attuale leadership politica, essendo sotto il controllo straniero, si comporta in modo imprevedibile e inadeguato. Pertanto, nei casi di imprevedibilità e inadeguatezza, e nel caso, Dio non voglia, di azioni militari, noi dobbiamo prendere decisioni. Abbiamo quasi un migliaio e mezzo di chilometri di confine meridionale tra Bielorussia e Ucraina. Qualunque sia l’onere, dobbiamo non solo vedere cosa accadrà e sta accadendo su questo confine, ma dobbiamo essere pronti a proteggerci in modo affidabile. Sappiamo come rispondere a questo. Oggi, dobbiamo prevedere la situazione per il futuro: cosa accadrà domani e dopodomani. Pertanto, la massima “Se vuoi la pace, preparati alla guerra”, brutale, ma realistico è presente nei nostri pensieri. Dobbiamo fare di tutto per garantire di non essere colti di sorpresa e che possiamo rispondere al momento giusto. Sono assolutamente convinto che i nostri uomini in divisa, sanno cosa bisogna fare per proteggere la nostra terra”, ha osservato il leader bielorusso.
Il 21 gennaio 2022 un drone e un aereo da ricognizione strategica statunitense hanno sorvolato il territorio contiguo all’area del conflitto armato e pattugliano il cielo nella regione nel Donbass.
Questo è stato documentato dai dati del servizio di tracciamento dei voli dell’aviazione Flightradar.

Il 24 gennaio il Dipartimento della Milizia popolare della Repubblica Popolare di Lugansk ha comunicato che, secondo il loro lavoro di Intelligence, le forze armate ucraine si stanno preparando per un’offensiva nel Donbass, per la quale stanno rafforzando i gruppi d’assalto. L’ informazione è stata confermata dal rappresentante ufficiale della Milizia popolare della RPD, il colonnello Basurin.
Il 30 gennaio il primo ministro britannico Johnson ha ordinato ai militari inglesi di essere pronti a schierarsi sul fianco orientale della NATO vicino ai confini dell’Ucraina. Aerei da trasporto RAF C-17A hanno portato armi anticarro NLAW, il cui numero, secondo indiscrezioni, sarebbe di circa 2000 pezzi. La Gran Bretagna ha anche inviato Rangers della “ Army Special Operations Brigade ” per addestrare le forze armate ucraine.
Il 4 febbraio, giorno di apertura delle Olimpiadi invernali in Cina, l’esercito americano ha trasportato i suoi rinforzi da Ramstein via Görlitz, a Rzeszow-Jasionka in Polonia, vicino al confine ucraino. Pochi giorni prima, gli Stati Uniti avevano già spostato caccia F-16 a Łask, in Polonia.
Nello stesso tempo, si svolgevano nel Mediterraneo le manovre Neptune Strike 22 della NATO, che hanno coinvolto più di 140 navi e 10.000 soldati. Il segretario alla Difesa statunitense Lloyd Austin ha poi deciso di lasciare la portaerei “USS Harry Truman” nel Mediterraneo, per “rassicurare” gli europei alla luce del conflitto con la Russia. La sua funzione è che i droni da ricognizione, possono monitorare l’area di crisi dalla portaerei. Inoltre, la nave potrebbe anche spostarsi rapidamente nel Mar Nero.
Il 9 febbraio, in una tumultuosa sessione parlamentare, i deputati slovacchi hanno votato a favore di un accordo militare con gli Stati Uniti: nel quale è previsto che la Slovacchia metterà a disposizione i due aeroporti militari di Sliac e Kuchyna, sotto il pieno controllo delle forze statunitensi per i prossimi dieci anni. Alla fine, 79 parlamentari su 140 presenti hanno votato a favore di questo “Accordo di cooperazione per la difesa” (DCA), mentre i due terzi della popolazione sono contrari, prevedendo la perdita di sovranità, lo stazionamento di armi nucleari sul proprio territorio e il pericolo di essere coinvolti in un possibile conflitto armato tra la vicina Ucraina e la Russia.
Dal 9 febbraio, in Germania nella regione della Sassonia, la popolazione è stata informata che convogli militari dell’esercito USA stavano spostando 500 veicoli militari verso l’Europa orientale principalmente di notte per le esercitazioni “Saber Strike 2022”.

Il 17 febbraio, le forze armate ucraine per tutta la notte hanno effettuato pesanti attacchi di artiglieria sul territorio del Donbass controllato dalle Repubbliche Popolari di Lugansk e Donetsk, non solo con l’uso di mortai, ma anche con pezzi di artiglieria di grosso calibro e, secondo diverse fonti, con l’uso di 122 mm., con più sistemi di lancio di razzi. I colpi sono stati sferrati quasi lungo l’intera linea del fronte, infliggendo danni significativi alla prima linea di difesa delle milizie.
L’intera parte occidentale della RPD e la parte settentrionale della RPL sono sotto bombardamento.

In risposta all’attacco di Kiev, le forze militari delle Repubbliche popolari hanno reagito utilizzando non solo l’artiglieria, ma anche carri armati, veicoli da combattimento di fanteria e altre armi per attacchi di ritorsione, provocando grosse perdite alle forze ucraine.
Negli ultimi giorni il numero dei bombardamenti e egli attacchi sul territorio del Donbass è aumentato di 8 volte e, a giudicare dalla continua intensificazione, la tensione continuerà a crescere. Per questo le autorità delle RP hanno annunciato una evacuazione generale dei civili dagli insediamenti situati lungo la linea di contatto verso la Russia. L’evacuazione è in corso senza esercitare pressioni sui residenti locali ma come indicazione per la loro sicurezza.
L’evacuazione è rivolta a diverse decine di insediamenti. Le milizie locali hanno riferito che attacchi così su larga scala da parte delle forze armate ucraine non succedevano dal 2015. Da notare che, gli attacchi ucraini sono iniziati subito dopo che le truppe russe hanno iniziato ad allontanarsi dal confine ucraino.

Oggi un conflitto complesso e destabilizzante per il mondo intero, come quello del Donbass, potrebbe esplodere in modo incontrollabile, ma questa guerra non può essere ridotta a un confronto tra l’Ucraina e le Repubbliche non riconosciute o solo contro la Federazione Russa.
Questo è solo il livello micro, in realtà, la contraddizione è molto più profonda: può diventare uno scontro di civiltà. Uno scontro che attraversa l’umanità, come già si è sviscerato nei teatri conflittuali del pianeta. Da una parte i paesi occidentali, sottomessi e soggiogati, anche culturalmente ed eticamente al ruolo imperialista e banditesco degli USA e della NATO, dall’altra parte paesi e popoli che chiedono solo di restare liberi, indipendenti e sovrani a casa propria, con differenze e radici storiche anche completamente diverse, ma uniti dalla scelta che solo in un mondo Multipolare e di conseguenza, con un processo di resistenza a un MONDO UNIPOLARE, è possibile sopravvivere liberi, per qualsiasi paese, popolo e società.
Questa guerra potrebbe travolgere tutti, compresi noi abitanti di questo paese, sottomesso a interessi stranieri e contrapposti a chi lavora e vive onestamente, la guerra è nemica dei lavoratori, tranne che sia una lotta di liberazione nazionale. La guerra, così come la NATO, comporta sacrifici, costi e rischi per tutti, ma è sempre interesse SOLO di una piccola parte di speculatori, approfittatori, difensori del proprio status sociale ed economico, o seguaci di ideologie fasciste e scioviniste.

Il nostro paese, come nelle aggressioni alla Jugoslavia, all’Afghanistan, all’Iraq, alla Siria, alla Libia, allo Yemen, è sempre stato complice e corresponsabile della sofferenza, della morte, della devastazione di quei paesi e popoli. Anche in questa guerra “obliata” del Donbass l’Italia sarà complice e responsabile di ciò che potrebbe succedere.
Facendomi portavoce, come da loro richiestomi, di tutte le Associazioni, le istituzioni, i Veterani antifascisti, volontari per la pace, i padri ortodossi, i mutilati, le vedove, i nostri bambini orfani, tutte le vittime che già da otto anni soffrono, e che con le nostre Associazioni di Solidarietà concreta di SOS Donbass Italia, da otto anni cerchiamo di supportare e sostenere, trasmetto questo Appello:

MOBILITIAMOCI, INFORMIAMO, sosteniamo PROGETTI di SOLIDARIETA’ CONCRETA, non lasciamoli soli.
Come dicevano i nostri vecchi “la solidarietà è un’ arma per i popoli”, mettiamolo nelle nostre pratiche e battaglie quotidiane e strategiche.
Mettiamo in discussione e mobilitiamoci contro alleanze militari aggressive e oppressive come la NATO, che non hanno alcuna motivazione legittima di esistere, e sono un fattore di divisione e aggressione ai popoli e stati indipendenti e sovrani, e sono contro gli interessi dei lavoratori e della gente onesta. Tutto questo deve essere un compito e un impegno etico, sociale e politico.

Come ci hanno scritto i Veterani antifascisti: “NON PASSERANNO!”.
Enrico Vigna SOS Donbass/CIVG Italia – 19 febbraio 2022

Le relazioni tra Cina e Russia

di Alberto Bradanini

I rapporti russo-cinesi sono al centro della politica mondiale. Vediamone in sintesi genesi e sviluppi.

Se nel secolo scorso i bolscevichi avevano sovietizzato il marxismo, i comunisti cinesi lo hanno sinizzato. Conquistato il potere, i sovietici puntano inizialmente sulla dimensione internazionalista, presto tuttavia abbandonata per ragioni di sopravvivenza. I bolscevichi avevano raggiunto il potere in un paese dove gli operai costituivano una sparuta minoranza rispetto ai contadini/schiavi dell’impero zarista. Quella di Lenin fu una rivoluzione afferrata sul filo della storia, propiziata dall’immane macelleria della Prima guerra mondiale e realizzata in nome degli operai del mondo intero. Egli aveva il convincimento che di lì a poco gli operai europei sarebbero insorti anch’essi, rafforzando le chance della stessa rivoluzione sovietica, ancora fragile e nel mirino delle potenze borghesi.

Negli anni successivi, dovendo sopravvivere come avamposto socialista sotto assedio, l’Unione Sovietica aveva accettato il dialogo con le nazioni capitalistiche quale provvisoria linea di compromesso, nell’attesa di una rivoluzione proletaria universale, che diventava però ogni giorno più ipotetica. La vanificazione di tale speranza avrebbe portato alla russificazione del comunismo, al prevalere del nazionalismo sovietico sull’ideale internazionalista e infine – secondo la critica capitalistica e quella maoista dopo la destalinizzazione kruscioviana – all’accantonamento dei bisogni di operai e contadini.

La creazione ex-novo di un ceto relativamente privilegiato quale pilastro dei privilegi del Partito per la costruzione di una chimerica società mono-classista – un impianto edificato da J. Stalin alla scomparsa di Lenin e che poco aveva a che vedere con la dottrina di Marx – è alla base della disfatta storica del comunismo sovietico.

Non sorprende dunque che, al momento del crollo, non solo l’asservito mondo del lavoro, ma nemmeno la nomenklatura beneficiaria di tanti privilegi si siano opposti alla progettata dismissione del paese (con B. Yeltsin), alla svendita degli asset nazionali al capitalismo occidentale e al pesante degrado sociale che ne è seguito.

L’esperienza cinese è stata sin dall’inizio diversa. Al centro delle preoccupazioni vi erano la fragilità della nazione e la sostenibilità del processo rivoluzionario in un paese sterminato e arretrato, per di più in assenza di una classe operaia degna di questo nome. In quelle condizioni, non si poteva certo chiedere al comunismo cinese di occuparsi della palingenesi universale o pretendere coerenza con le istanze fondative dell’ideologia marxiana – libertà formale e sostanziale, lotta all’alienazione e allo sfruttamento in ogni sua forma, tensione verso una società assiologicamente diversa – ammesso che Mao avesse compiuta conoscenza delle speculazioni del filosofo di Treviri.

Anche quando il Pcc, negli anni ’60 del secolo scorso, intraprende un cauto sostegno ai movimenti antimperialisti (contro l’Occidente) e antirevisionisti (contro l’Urss) in Asia, Africa e America Latina, i suoi obiettivi non pongono mai davvero al centro orizzonti internazionalisti. Apparentemente impegnata a combattere battaglie ideologiche a favore dell’ideale comunista, in realtà il Partito Comunista Cinese è attento innanzitutto a tutelare la sicurezza e la sovranità del paese, che percepiva minacciate dall’imperialismo occidentale.

Diffidente ab origine nei riguardi del Comintern, Mao era persuaso che l’agenda nascosta del Pcus fosse quella di servirsi dell’Internazionale Comunista per imporre il dominio russo-sovietico sui movimenti socialisti mondiali e non quella di promuovere la rivoluzione proletaria nel mondo rispettando la sovranità di ciascuno.

La rottura con l’Unione Sovietica si consuma definitivamente nel ‘59 con il rifiuto sovietico di fornire a Pechino la tecnologia per la costruzione dell’arma atomica, secondo Mosca perché questo avrebbe impedito la distensione con l’Occidente, in realtà perché la bomba avrebbe reso la Cina ancora più indipendente dall’influenza sovietica. Mao, d’altra parte, non poteva accettare l’ombrello atomico che Krusciov proponeva di estendergli quale alternativa: “la Cina è troppo grande – aveva replicato, ma egli intendeva troppo fiera – per affidare la sicurezza a un altro paese”.

Il suo obiettivo era anche quello di esasperare le tensioni con Mosca per assecondare quell’avvicinamento con gli Stati Uniti che andava allora profilandosi e che avrebbe consentito alla Cina di entrare nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite al posto di Taiwan, obiettivo poi effettivamente raggiunto il 25 ottobre 1971.

Qualche anno prima, alla Conferenza di Bandung (1955), le parole di Zhou Enlai risuonano vigorose contro il colonialismo e l’imperialismo, e a favore del non-allineamento, ma non aprono alcuno spiraglio su una possibile terza via rivoluzionaria, o anche solo riformatrice, che la Cina avrebbe capeggiato su scala mondiale.

Ciò non impedisce tuttavia che durante la Rivoluzione Culturale emergesse un rigurgito di limitato internazionalismo a favore dei movimenti antimperialisti, in Vietnam, Palestina e alcuni paesi africani. Tuttavia, a dispetto dell’enfasi lessicale, e senza soluzione di continuità da Mao a Xi Jinping, sia la costruzione del socialismo (dalla fondazione della Repubblica Popolare alla scomparsa di Mao, nel 1976), sia la crescita economica (da Deng in avanti) si sono concentrate sulla prospettiva nazionale.

I tentativi di proiettare il maoismo sulla scena internazionale, in Asia sud-orientale, Africa o Sud America, non vanno oltre qualche aiuto materiale e qualche dichiarazione di principio, mentre gli interventi in Cambogia e Vietnam sono motivati da ragioni geopolitiche e non ideologiche.

Dopo la rottura tra Mao e Krusciov consumatasi negli anni ’50, dunque, le relazioni russo-cinesi si aggravano nel 1969, quando gli incidenti sull’Ussuri portano le due nazioni a un passo da un conflitto che sarebbe stato allo stesso tempo inedito (tra due nazioni comuniste) e devastante (con il rischio di escalation, tra due potenze nucleari). La prospettiva dell’isolamento e le minacce percepite alla sovranità nazionale, la cui perdita Mao giudicava letale per il futuro della Cina, lo convincono ad assecondare l’intento di Washington di giocare la carta cinese in funzione antisovietica.

Passano gli anni e con l’implosione dell’Urss il quadro delle alleanze muta radicalmente, perché da quel momento gli Stati Uniti non hanno più bisogno della Cina, e anzi vanno persuadendosi che la minaccia principale alla loro egemonia giunga proprio da Pechino. Secondo la logica compensativa, inizia così un lento disgelo tra Russia e Cina, che nel 1991-92 porta alla stipula di un accordo sulla delimitazione dei confini e la cooperazione militare, con la vendita dei primi caccia russi all’aeronautica militare cinese.

Nel 1996, viene istituita una partnership strategica, il cui contenuto è ancora generico. Nel 1997 poi, Jiang Zemin e Boris Eltsin firmano una dichiarazione a favore di un mondo multipolare, presupposto per un diverso ordine planetario. Nel 1999, giunge la prima intesa seria sull’Amur, sebbene i rapporti commerciali siano ancora modesti e diverse le rispettive agende con gli Stati Uniti. Nel 2001, viene firmato un trattato di amicizia che schiude ulteriori spazi di cooperazione fino al 2012-13, quando i legami diventano più solidi e diversificati, e Xi Jinping matura finanche un rapporto di stima personale con Vladimir Putin. È così che gradualmente – la storia non cessa di sorprendere – Cina e Russia tornano a convergere sulla base di forti interessi comuni, una convergenza che non ha i contorni anticapitalisti del passato pre-rottura, ma che annovera come rivale strategico la stessa nazione che era stata a suo tempo il nemico di entrambi: gli Stati Uniti d’America.

Fino al 1989-91 il ruolo che Washington aveva assegnato alla Cina, e viceversa, vale a dire il contenimento dell’Unione Sovietica, aveva garantito un relativo grado di vicinanza, a dispetto delle differenze ideologiche e di sistema economico. In quegli anni, però, si verifica un evento d’importanza storica che cambia le carte in tavola, la disintegrazione dell’impero sovietico. Con essa scompare di colpo la ragione principale che aveva portato all’avvicinamento tra due nazioni così lontane, le relazioni si complicano e su di esse si allunga l’ombra del confronto strategico. All’indomani del crollo sovietico, Washington tenta il colpo di mano sull’economia russa e in parallelo l’aggancio di Mosca in chiave anticinese. Questa scelta ha però vita breve, dopodiché una serie di successivi (apparenti) passi falsi americani apre la strada agli attuali scenari.

Con la crisi ucraina del 2014, Cina e Russia riscoprono una comune agenda politica ed economica, e il medesimo bisogno di contenere la pervasività americana. Fabbricata a tavolino dagli Usa in funzione antirussa, la cosiddetta primavera ucraina porta alla luce i tanti profili di complementarità con Mosca che sino ad allora erano rimasti in ombra: cooperazione militare, energia, commercio, collaborazione in seno alla Sco (Shanghai Cooperation Organization), convergenze su Iran, Palestina, Corea del Nord e altro ancora, tutto insaporito dalla comune urgenza di contenere l’espansionismo americano. La profondità di tale ri-accostamento è corroborata da una somiglianza, seppur relativa, tra i due sistemi economici: anche in Russia, come in Cina infatti (con diverse modulazioni e intensità), gli asset fondamentali, finanza e settori strategici, sono controllati dallo stato, e dunque difficilmente accessibili dall’onnivoro corporativismo americano. Dopo la disastrosa parentesi di B. Yeltsin, con l’avvento di Putin la musica cambia e la cassaforte del paese, a partire dagli enormi giacimenti di gas e petrolio, torna saldamente sotto il controllo dello stato.

Nel marzo 2014, con la decisione di astenersi sulla risoluzione presentata dagli Usa al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sull’annessione russa della Crimea, la Cina bilancia con accortezza gli interessi (le cointeressenze con Mosca) con i principi (il rischio di dare spazio a interferenze su Tibet, Xinjiang, Taiwan e HK). Dopo gli attriti dell’epoca sovietica, quel voto di astensione costituisce una pietra miliare sulla strada dell’avvicinamento strategico tra Russia e Cina, il cui pilastro è costituito dal bisogno condiviso di contenere l’egemonismo statunitense.

Il commercio bilaterale tra i due paesi cresce a tassi elevati (nel 2019, oltre 111 miliardi di dollari nelle due direzioni): importazioni cinesi per 54,9 miliardi di dollari ed esportazioni per 49,06 miliardi[1]. L’interscambio è destinato a un’ulteriore accelerazione con l’import cinese di gas siberiano previsto nei prossimi anni[2]. La Cina è già oggi il primo partner commerciale della Russia, che a sua volta, dopo aver superato l’Arabia Saudita, è il primo esportatore di energia (oltre che di tecnologia militare) verso la Repubblica Popolare, via terra per di più, ciò che consente di evitare i tratti di mare controllati dalle flotte americane. Nel commercio elettronico e transfrontaliero, nella navigazione satellitare, nella produzione di aerei a lungo raggio e persino sul fronte culturale le relazioni bilaterali si arricchiscono ogni giorno di nuovi orizzonti.

Il trentennale accordo energetico stipulato nei giorni scorsi rende ancora più forte il legame reciproco. Attraverso il nuovo gasdotto che unisce la Siberia Centrale al territorio cinese, Gazprom aumenterà le esportazioni verso la Cina dagli attuali 38 miliardi a 48 miliardi di metri cubi l’anno, rendendo l’Asia centrale il principale fornitore di gas naturale del gigante asiatico. I prezzi concordati non sono noti, ma si può presumere che la Cina abbia strappato un accordo conveniente, mentre la Russia consolida in tal modo i legami con un cruciale acquirente alternativo all’Europa, rafforzando il potere contrattuale nei riguardi di quest’ultima.

Le due nazioni svolgono regolari esercitazioni militari, hanno ultimato la costruzione del grandioso e simbolico ponte sul fiume Amur, e sviluppato intese nel settore militare avanzato[3]. Per entrambi, si tratta di una strategia che oltre al contenimento del comune rivale mira al rafforzamento del multipolarismo, con la definizione di reciproche sfere d’influenza in Asia orientale e centrale, e in Medio Oriente[4].

In tale scenario, non si devono sovrastimare le preoccupazioni russe per i flussi commerciali qualitativamente vantaggiosi per la Cina (commodity contro energia), i sospetti di riproduzione illecita di armamenti russi, un’ipotetica invasione cinese negli sterminati spazi siberiani e infine l’iperattività cinese nei paesi ex-sovietico dell’Asia centrale che contrasterebbe con gli interessi russi. Si tratta di temi enfatizzati dalla manipolazione occidentale, ma sui quali il compromesso è a portata di mano, alla luce delle tante cointeressenze.

Vladimir Putin e Xi Jinping hanno ribadito l’amicizia tra i due paesi anche all’apertura delle Olimpiadi invernali di Pechino, esprimendosi in termini critici contro l’allargamento della Nato, invitata ad abbandonare contrapposizioni ideologiche che appartengono al tempo della guerra fredda e a rispettare la sovranità, la sicurezza e gli interessi altrui … agendo in forma equa e obiettiva a favore dello sviluppo pacifico tra i popoli. I due leader hanno aggiunto che le relazioni bilaterali sino-russe non conosceranno limiti e sono destinate a superare il livello delle alleanze politico/militari della guerra fredda. Persino nella penisola coreana i due paesi trovano buone ragioni per collaborare. Il dispiegamento del Thaad[5] in Corea del Sud è visto come un’operazione intrusiva contro entrambi con il pretesto della minaccia nordcoreana.

Quanto alla Shanghai Cooperation Organization, di cui Cina e Russia costituiscono i pilastri, essa aveva inizialmente l’obiettivo circoscritto di sconfiggere i Three Evils: terrorismo, separatismo ed estremismo religioso. Nel giungo 2017 vi hanno aderito anche Pakistan e India, e nel settembre 2021 l’Iran. Il successo della Sco è confermato da un diffuso interesse: ai paesi membri a pieno titolo[6], si aggiungono quelli osservatori, Afghanistan, Bielorussia e Mongolia, mentre Sri Lanka, Cambogia, Azerbaijan, Nepal, Armenia, Egitto, Qatar, Arabia Saudita e persino Turchia (paese Nato) vi partecipano in qualità di dialogue partners[7]. Con il tempo, se sarà capace di generare ritorni tangibili per tutti, in termini di sicurezza e stabilità politica, oltre che benefici economici, riducendo i fattori divisivi e favorendo l’appianamento di annosi contenziosi come quelli indo-pakistano e sino-indiano, la Sco potrebbe trasformarsi in una sorta di Nato asiatica, sebbene l’oggettiva eterogeneità di alcuni suoi membri non autorizzi una previsione così netta.

Le tensioni russo-americane, alimentate dalle politiche imperialiste di Washington, che incidono in profondità sulle relazioni altrimenti amichevoli tra Europa e Russia, spingono ancor più quest’ultima verso la sponda cinese.

Con l’avvento di Putin, che ha restituito dignità a una nazione allo sbando, gli Stati Uniti hanno dovuto fronteggiare una difficile alternativa: spingere l’acceleratore sul reset nei riguardi di Mosca accettando uno strategico avvicinamento di quest’ultima con l’Europa, o scegliere il male minore, perdere la Russia. Se poi la prospettiva di un’integrazione strategica Russia-Europa avesse col tempo incluso anche la Cina, al termine di quel percorso d’interconnessione logistica tra Estremo Oriente ed Europa che costituisce l’obiettivo primario della Belt and Road, il continente euro-asiatico troverebbe un diverso baricentro, ridisegnando i contorni del potere nel mondo. Nella visione americana, Europa e Asia dovrebbero operare su due fronti distinti, risparmiando a Washington il costo di interventi diretti.

È possibile che Washington abbia puntato sulla riemersione delle crepe russo-cinesi di epoca sovietica, sebbene oggi la scena politica sia ben diversa, e minimi i fattori di rivalità. D’altro canto, gli Stati Uniti ritengono di trarre comunque vantaggio dall’attuale scenario. Oltre a confermare la sottomissione dell’Europa agli interessi americani, a guadagnare è ancora una volta il complesso militare-industriale (che come sappiamo, oltre agli armamenti, si estende all’industria dell’intrattenimento, media, accademia, internet, carriere politiche e altro ancora), mentre le sanzioni unilaterali Usa contro Russia e Cina, sempre modulate con astuzia per non danneggiare le corporazioni a stelle e strisce, tengono sotto pressione i prezzi energetici e sostengono il corso del dollaro.

Il principio fondante di ogni impero è il divide et impera. Giappone e Gran Bretagna costituiscono gli avamposti americani per tenere sotto controllo rispettivamente Estremo Oriente ed Estremo Occidente della massa euroasiatica. A questi due paesi l’impero Usa ha delegato il compito di contenere i rispettivi terminali prospicienti. In Occidente, rimane improbabile che l’Inghilterra ceda alla seduzione di integrarsi con i destini euroasiatici, appartenendo essa al club anglosassone americanista per ragioni politiche, culturali e di finanza. Quanto alla scelta subalterna del Giappone, essa appare motivata da un calcolo astuto, i ritorni economici del mercantilismo dopo la disfatta militare e l’umiliazione della cultura tradizionale che hanno consentito a quel paese di giungere alla prosperità senza una costosa mobilitazione militare.

Mentre non può nascere alcun serio progetto di unificazione europea se Germania e Russia restano ostili tra loro, per analogia non può esserci alcuna vera prospettiva asiatica se Cina e Giappone rimangono divise. Per il momento, quest’ultimo intende preservare l’assetto post-bellico, ma in futuro tale scenario potrebbe cambiare, poiché il Giappone si trova in uno stadio di americanizzazione reversibile e – spinto da diverse priorità – potrebbe un giorno smarcarsi dalle conseguenze della sconfitta militare, poiché sotto la coltre occidentalizzante la sua cultura mostra di resistere all’omologazione. In buona sostanza, la Cina costituisce per il Giappone l’orizzonte inconscio e insieme un naturale alleato prospettico, oltre che un gigantesco mercato d’interazione economica.

Nel 1997, Zbigniew Brzezinski scriveva[8] che l’L’Eurasia è il supercontinente assiale … È imperativo che in questa regione non emerga uno sfidante in grado di dominarla e quindi di sfidare l’America. I geo-strateghi americani sono prigionieri di tale arcaica concezione, rifiutando di considerare che il procedere della storia ridisegna costantemente le relazioni tra i popoli. Se anche un contender state dovesse un giorno emergere dai territori asiatici il sole continuerebbe a sorgere ogni giorno come fa da migliaia di anni. Il commercio del Giappone con la Cina è 1,4 volte quello con gli Stati Uniti. Le esportazioni della Corea del Sud verso la Cina sono superiori di oltre l’80% rispetto a quelle verso l’America, e l’elenco è lungo. L’Eurasia non è politicamente omogenea, e non costituisce un blocco uniforme. La sua economia è tuttavia maggiore e più dinamica, la sua terra è abitata da individui mediamente più istruiti e ormai dispone di tecnologie di cui l’America ha perso il monopolio. Il secolo XXI è il secolo eurasiatico.

Il quadro si arricchisce poi di ulteriori colorazioni se si considera che l’asse Mosca-Pechino, oltre alle repubbliche ex-sovietiche geo-politicamente attigue, tende ad arruolare altre nazioni esterne al dominio Usa, la prima delle quali, situata sulla linea di faglia tra Asia ed Europa, è la Repubblica Islamica dell’Iran. L’altopiano iraniano si trova in posizione strategica e dispone delle maggiori riserve mondiali congiunte di petrolio/gas. Iran e Cina, eredi di antiche civiltà, s’incontrano in un momento critico della loro storia, sollecitati dalla comune necessità di far fronte all’ostilità americana, nel caso di Teheran a tutto campo, in quello di Pechino più dialettica. La Repubblica Islamica punta su Cina e Russia per costruire un triangolo di resistenza anti-Usa, ridurre l’isolamento, rafforzare il recinto di sicurezza contro la minaccia israeliano-americana, rilanciare l’economia, a partire dal settore energetico, fonte principale di introiti.

Per Teheran, la sete cinese di energia è pressoché insaziabile. Pechino continua ad acquistare petrolio[9], a prezzi scontati per di più, sfidando le sanzioni Usa con accortezza, per non intaccare i suoi interessi con la superpotenza americana.

Nell’aprile 2021, Cina e Iran firmano un accordo strategico[10] su economia e sicurezza, aprendo nuovi orizzonti sulla geopolitica regionale[11]. Pechino s’impegna a investire nei prossimi 25 anni fino a 400 miliardi di dollari nel settore gas/petrolio, banche, telecomunicazioni, porti, ferrovie, sanità, reti 5G, GPS e altro ancora, contribuendo alla modernizzazione industriale e infrastrutturale dell’Iran, in cambio di energia sicura e scontata. In termini politici, la Cina punta a includere l’altopiano persiano nelle dinamiche di sviluppo centroasiatico della Belt and Road, mentre Teheran apre ad Est un orizzonte alternativo rispetto a un Occidente dal quale viene respinta.

Oggi, in buona sostanza, Cina, Russia e Iran sono accomunati dall’esigenza di fronteggiare il medesimo rivale in un labirinto di percorsi, alla luce del divario qualitativo dei rispettivi rapporti con gli Stati Uniti: ostili a tutto campo quelli di Teheran, conflittuali ma alla pari quelli russi e competitivi, conflittuali e insieme reciprocamente vantaggiosi, quelli cinesi. Si tratta di sentieri in salita, che dovranno fare i conti con un prisma variegato di interessi e imprevisti, anche se oggi sulle agende dei tre protagonisti le convergenze paiono imporsi sulle divergenze. La storia però, come noto, è maestra di coreografie, non solo di vita.


Note
[1] https://www.statista.com/statistics/1003171/russia-value-of-trade-in-goods-with-
[2] Ingenti sono gli investimenti cinesi nel settore estrazione e trasporto di energia nella Siberia centrale e orientale. Un accordo del valore di 400 miliardi di dollari, firmato nel 2014 a Shanghai, assicura a Pechino la fornitura annuale di 38 miliardi di metri cubi di gas nei prossimi 30 anni e l’ingresso di suoi capitali nell’up-stream, un privilegio mai concesso dalla Russia ad alcun altro paese. Nel maggio 2020, l’import cinese di petrolio russo ha superato 1,76 milioni di barili al giorno e cresce ogni anno a tassi del 20-30 per cento, mentre le esportazioni russe di attrezzature industriali e alta tecnologia registrano incrementi annuali intorno al 30 per cento
[3] Acquisti cinesi di aerei Su-35 da combattimento e sistemi antimissile superficie-aria S-400) e nel cyberspazio
[4] Nel maggio 2015, Xi Jinping e Vladimir Putin firmano l’impegno a sostenere l’Unione Economica Eurasiatica (Eaeu), della quale fanno già parte Bielorussia, Kazakistan, Russia, Armenia e Kirghizistan, e che dovrebbe attrarre in futuro le altre repubbliche ex-sovietiche e l’Iran. Per il momento la Cina non vi partecipa, ma il forte attivismo nella Belt and Road Initiative dovrebbe consentire a Pechino di aderirvi, bilanciando i propri interessi in una regione strategica anche per Mosca.
[5] Terminal High Altitude Area Defense, Difesa d’area terminale ad alta quota, sistema americano contro missili balistici a medio e corto raggio.
[6] Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, India, Pakistan e, dall’ottobre 2021, Iran.
[7] Nel 2022 dovrebbero aggiungersi quali dialogue partners Libano, Siria, Iraq, Serbia e diversi altri paesi asiatici.
[8] La grande scacchiera, Longanesi Ed., marzo 1998
[9] Come media degli ultimi tempi, da gennaio a marzo 2021, Pechino a importato poco meno di un milione di barili di petrolio al giorno: https://www.reuters.com/article/us-china-iran-oil-idUSKBN2BM08Z
[10] https://www.president.ir/EN/91435; https://www.dw.com/en/iran-china-sign-strategic-deal-in-tehran/a-57025741
[11] https://www.mei.edu/publications/making-sense-iran-china-strategic-agreement

FONTE: https://www.lafionda.org/2022/02/14/le-relazioni-tra-cina-e-russia/

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