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L’avvento della meritocrazia

di Giorgio De Girolamo

“Il ritmo del progresso sociale dipende dal grado in cui il potere si accoppia all’intelligenza”. È su questo dogma che si fonda la costruzione della società meritocratica perfetta, che Michael Young, dal lontano 1958, proiettato in un immaginario e distopico 2033, dipinge ai nostri occhi. Con questo saggio, dal titolo “L’avvento della meritocrazia” (anche se più esaustivo degli scopi dell’autore è l’originale: “The Rise of Meritocracy 1870-2033: An Essay on Education and Equality”), Young, sociologo britannico e dirigente del partito laburista nel secondo dopoguerra (fino al 1950), introduce nel linguaggio politico e mediatico una parola tanto longeva quanto pericolosa.

Ma cosa intendeva davvero Young per “meritocrazia“? È un concetto assimilabile a quello oggi sovente rievocato?

La meritocrazia di Young

La meritocrazia di Young è una classe, e non una casta, al potere. La classe dei meritevoli coincide con la classe dei più intelligenti e dei più capaci.

Il merito, quindi, si misura sulla combinazione fra intelligenza e sforzo. Infatti “il genio pigro non è un genio”. Al centro dell’analisi di Young emerge la preminenza del sistema educativo. La costruzione della meritocrazia parte proprio dalle aule di scuola, dal realizzato sforzo di vincere il tentativo egualitario della scuola unica proposta nel secondo dopoguerra, quell’astratto quanto pernicioso anelito a tenere insieme gli intelligenti con gli stupidi.

La divisione nei percorsi di istruzione deve perpetuarsi come una necessità: solo che sarà fondata sul principio dell’uguaglianza delle opportunità. Saranno i più dotati a frequentare le scuole migliori e a essere protetti dalle distrazioni, lavoro compreso, che potrebbero inficiarne la piena maturazione intellettiva e culturale. L’obiettivo di questo sforzo è quello di mantenere e rinforzare la competitività dell’Inghilterra, nella sfida continua al primato scientifico e produttivo. È a tal fine che la meritocrazia, per non perdere metri preziosi, dovrà anticipare sempre più il momento della selezione.

Grazie al progresso scientifico, tra qualche decennio si riuscirà ad anticipare fino alla prima infanzia la misurazione del QI, ministro della saeva fortuna, con un risibile margine di errore. Anni dopo si potrà compiere questa misurazione perfino prima della nascita, basandosi sulle doti degli ascendenti del nascituro. Sulla base del verdetto di questo obiettivo, freddo e inoppugnabile valore numerico, la sorte di ogni uomo è decisa per sempre.

L’abisso tra le classi

Ma occorre fare un passo indietro e riflettere sulla differenza cruciale che intercorre fra la divisione in classi di questa società e quella vigente nelle età precedenti. Questo grande scarto deriva dal differente criterio di legittimazione morale, di cui in ogni società i detentori del potere e i possessori di ricchezza hanno bisogno, per affermare e proteggere all’invidia dei dominati la propria fortuna, riuscendo a “governare con l’illimitata sicurezza che costituisce la fonte segreta del carisma”.

Nell’epoca feudale tale principio era in gran parte rappresentato dal sangue. Nell’epoca capitalistica la ricchezza trovava in sé stessa giustificazione. Ma l’ingiustizia di tale criterio, la sua scarsa e quasi assente dote di obiettività, era evidente alla gran parte dei dominati delle classi inferiori. Tra loro, all’epoca della pre-meritocratica società capitalistica, si celavano quegli intelletti superiori, che seppur repressi, erano in grado di guidare i propri simili e di far sorgere in loro, la coscienza di appartenere ad una classe ingiustamente oppressa.

Nella società meritocratica, invece, sempre grazie a una puntuale misurazione del QI, tali menti vengono strappate dalle classi inferiori e istruite nel sistema educativo riservato ai migliori. Le classi inferiori perdono le proprie trascinanti guide. Il titolo dei dominanti delle età pre-meritocratiche (prima sangue, poi ricchezza acquisita o ereditata) era inoltre tanto debole da far pronunciare al celebre ciompo dipinto da Machiavelli che non

sbigottisca quella antichità del sangue che ei ci rimproverano. Perché tutti gli uomini avuto un medesimo principio sono ugualmente antichi, e dalla natura sono stati fatti ad un modo. Spogliateci tutti ignudi, voi ci vedrete simili; rivestite noi delle vesti loro, ed eglino delle nostre, noi senza dubbio nobili, ed eglino ignobili parranno perché solo la povertà e la ricchezza ci disagguagliano” (Niccolò Machiavelli, Istorie Fiorentine, Firenze: Sansoni Editore, 1962, pp. 311-313).

Tutto cambia con l’avvento della meritocrazia. Tra la classe superiore, quella degli intelligenti, e l’inferiore degli scarsamente dotati, si apre un incolmabile abisso. Non sono più “solo la povertà e la ricchezza” a dividere i dominanti dai dominati. Questi ultimi non potranno ribattere, di fronte al potere dei meritevoli, che il loro diritto si fonda su un privilegio di nascita o su una fortunata accumulazione di ricchezze. Essi sono l’élite perché sono i più intelligenti della Nazione.

Quali argomenti restano allora alla classe inferiore per mettere in discussione la divisione fra classi? Quale significato può avere l’uguaglianza, una volta che tutti i geni stiano nelle élite, e tutti gli stupidi tra i lavoratori?

I dominanti allora acquisiranno più forza e sicurezza di sé dal fondare il proprio dominio sul merito e non più sulla fragile e discutibile ereditarietà. I dominati annegheranno invece nel pozzo della sfiducia in sé stessi:

“Non devono forse ammettere di avere una posizione inferiore non, come nel passato, perché gli venivano negate le possibilità, ma perché sono inferiori? Per la prima volta nella storia umana l’uomo inferiore non ha a portata di mano alcun sostegno per il suo amor proprio” (Young, L’avvento della meritocrazia, p. 124).

Soccorreranno, ad evitare lo sfaldamento (che sarebbe un vulnus per lo sviluppo della Nazione) delle forze materiali di una classe ormai priva di ogni ideologia, strumenti ideati per tenerla in vita: le distrazioni di massa; le aspirazioni a che i figli siano più intelligenti dei genitori e si elevino fino alla meritocrazia;, il mito dello sport volto a evitare le menomazioni che essa potrebbe causare a sé stessa per la frustrazione della sconfitta.

Ogni cosa si trasforma. Il parlamento viene reso un organo puramente formale, incapace di comprendere la complessità socio-economica di ogni scelta politica, accessibile solo ai governanti istruiti delle classi superiori. Solo “quando sorgono problemi semplici” si lascia “alla camera dei Comuni la possibilità di dar sfogo alle sue opinioni”. I sindacati, privati dei propri leader e della forza di rivendicare diritti per le classi inferiori perdono ogni rilievo sociale. La tecnocrazia sembra avere il controllo di una pace sociale apparentemente inscalfibile. Ma le minacce del populismo per Young sono alle porte. Il sociologo immaginario, voce narrante dal futuro 2033 delle trasformazioni intercorse nel cinquantennio 1980-2030, resta ucciso nelle proteste populiste di Peterloo.

Gli editori riportano, ancora nella fantasia del racconto, che non hanno potuto neppure sottoporgli le bozze del libro per le ultime correzioni.

La finta meritocrazia

Forse dovremmo trarre anche noi insegnamento da una distopia che si è fatta utopia. Young voleva metterci in guardia dalla tirannia, non violenta, autoritaria e dispotica come in London, Orwell od Huxley, ma fondata su un largo consenso: quello del generale pregiudizio che il merito sia un criterio idoneo a fondare una società diseguale. Che la diseguaglianza dovuta al merito sia un’efficiente configurazione sociale (si vedano, nelle varie traduzioni: Jack London, Il tallone di ferro; George Orwell, 1984; Aldous Huxley, Il mondo nuovo).

La nostra è una situazione peggiore. Come osserva, fra molti, Michael Sandel, in un suo recente e noto saggio, siamo lontani dalla meritocrazia di Young (Michael J. Sandel, La tirannia del merito, Milano: Feltrinelli Editore, 2021). La nostra, direbbe il sociologo inglese, si riduce al nepotismo. Il principio ereditario è ancora vigente. I college americani, sia pubblici che privati e di élite, non promuovono la mobilità sociale (Sandel, La tirannia del merito, pp.169-171).

Nota: Si noti che i 1800 college analizzati, hanno permesso al solo 2 per cento dei propri studenti di salire dal quintile inferiore al quintile superiore della scala di reddito. Questo perché la maggior parte di essi sono già benestanti. È come se i college fossero, nota l’autore, ascensori a cui la maggior parte delle persone accede dall’attico.

Lo stesso possiamo dire anche per il nostro sistema di istruzione media e universitaria. Gli https://www.censis.it/formazione/universit%C3%A0-sono-aumentati- gli-iscritti-ma-non-abbastanza-colmare-il-gap-con-l%E2%80%99europa”>ultimi dati disponibili indicano infatti che gli italiani di 30-44 anni laureati e con genitori non in possesso di un titolo di studio corrispondente sono solo il 13,9%, a fronte di una media Ocse del 32,3%. [7] I figli “stupidi” di una buona famiglia sono costantemente promossi più in alto dei figli “intelligenti” delle classi inferiori. Guadagneranno di più è saranno chiamati i meritevoli.

Nota: Chi scrive ha virgolettato l’attribuzione di intelligenza e stupidità perchè lo ritiene un criterio idoneo soltanto a legittimare una disuguaglianza per (de)merito. Ciò non toglie rilievo all’ingiustizia di veder promossi in alto troppi beneficiati per nascita.

Uno scenario di così profonda disuguaglianza pre-meritocratica (dovuta cioè a una gravissima disuguaglianza di opportunità) viene inserito in una narrazione dominante secondo cui sia i vincitori che i vinti della nostra società meriterebbero la posizione che occupano. Si hanno quindi effetti simili a quelli della meritocrazia (tecnocrazia, distruzione dei corpi intermedi, umiliazione dei non istruiti) senza vivere affatto in una società meritocratica.

Questo rende la nostra finta meritocrazia, e la sconfinata “hybris” delle sue élite, una società molto più trasformabile di quanto immaginino le classi dominanti. Dopo aver letto Young, sappiamo che basta una scintilla per reinnescare il conflitto sociale. Basta far sentire gli oppressi uguali ai propri padroni. Così che

“succede che gli schiavi si conoscono, si riconoscono / Magari poi riconoscendosi / Succede che gli schiavi si organizzano / E se si contano allora vincono” (Silvestri Daniele, Kunta Kinte, 2004).

E “l’intelligenza complessiva”, un’astrazione in cui continuiamo a credere, forse un giorno potrà prevalere sul quoziente intellettivo nel fondare una società di eguali.


Riferimenti
Young, Michael, L’avvento della meritocrazia, Roma/Ivrea: Edizioni di Comunità, 2015
Machiavelli, Niccolò, Istorie Fiorentine, Firenze: Sansoni Editore, 1962, pp. 311-313
Sandel, Michael J., La tirannia del merito, Milano: Feltrinelli Editore, 2021

FONTE: https://www.kriticaeconomica.com/

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