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PANDEMIA: L’esperimento europeo e atlantico verso la debacle

di Gabriele Giorgi

Tra prima ondata e seconda ondata e relativa gestione, mi sono fatto questa idea. Grazie soprattutto alle testimonianze che arrivano da altri paesi europei.

Nella prima fase noi, l’Italia, abbiamo fatto la chiusura cercando di emulare Cina e Corea. Che allora erano gli unici esempi si riferimento. Dovevamo farlo perché eravamo i primi in occidente ad essere aggrediti con “virulenza” e dunque quelli messi peggio. La scelta era, per forza di cose nostra, una scelta nazionale, obbligata.

La cosa ha funzionato abbastanza bene.

La Cina, l’estremo oriente in generale, inclusi Giappone, Vietnam, ecc., ma anche (a conferma che non tutto l’occidente è uguale) l’Australia e la Nuova Zelanda, ha tenuto duro sul quel modello di contenimento anche dopo la fine della prima ondata, intervenendo duramente in ogni occasione di recrudescenza della diffusione del virus. Per loro anche la scelta era ed è obbligata, poiché sono o isole o isolate dal contesto territoriale della grande comunità occidentale. E forse anche perché hanno un concetto di modernità differente da quello, totalmente ideologico, delle raffinate classi dirigenti di tramontana.

In Italia, passata la prima ondata, si è pensato che avevamo vinto la partita (nazionale). E avendo vinto, abbiamo dato la dimostrazione “all’Europa” di essere stati bravi e di essercela cavata. (Perché in Europa, come noto, gli effetti nefasti della prima ondata erano stati inferiori a quelli registrati da noi e noi rischiavamo di fare la solita figura di menegrami).

Ri-assunti poi paternalmente nel novero dei paesi europei a pieno titolo e avendo anche “lucrato” sulle nostre disgrazie tramite la ripartizione del Recovey Fund, proprio a quel punto, abbiamo ceduto la gestione della crisi a livello comunitario, assumendo indicazioni e suggerimenti centro-continentali che miravano, subito dopo la prima grave ondata, a non perdere le consuete fette di mercato e ad anticipare la ripresa, perché ogni mese di svantaggio che si accumula nella competizione internazionale significa perdere la partita o comunque restare indietro.

L’imperialismo europeo (come altro chiamarlo ?) e quello atlantico in generale, è costretto a queste scelte. Non c’è verso. Mentre chiudere la provincia di Huan (con 60 milioni di abitanti) non intacca – o lo fa molto relativamente – la capacità produttiva degli altri 1, 3 miliardi di produttori cinesi, chiudere l’Italia (o la Francia) intacca la capacità produttiva di tutta Europa. La quale, dal pulpito della sua presunta centralità globale ed essendo in mano non ad un governo unitario, ma a lobbyes economiche, è stata costretta a “riaprire” e a riprendere la produzione/competizione quasi come niente fosse.

Ma il problema virale ha a che fare con la popolazione ospite: lasciare viaggiare il virus in Cina sarebe stato esiziale. Contenerlo, almeno in parte, avrebbe lasciato alcune chance significative.

In Europa ed occidente annesso (l’area euroatlantica vale poco più della metà della Cina come popolazione), non era possibile praticare le stesse modalità: o meglio, praticarle voleva dire in partenza posizionarsi ad un livello inferiore, cioè accettare una sconfitta parziale ma in un contesto di incipiente sconfitta totale.

Quindi si può dire che ci hanno provato; hanno detto: vediamo che succede se siamo un po’ più “liberali” e mettiamo in campo tutto le nostre risorse tecnologiche di monitoraggio soft, ecc.. Nascondendo sotto questo aggettivo la necessità di riprendere la produzione al più presto e incitando alla specificità culturale occidentale, la libertà. con tanto di manifestazioni annesse.

Evitando ovviamente ad ogni costo una piena e seria assunzione di responsabilità pubblica per la fasce più precarie e marginali della popolazione, cosa che, se si vuole percorrere convintamente almeno in situazioni di emergenza, imporrebbe una ridistribuzione ampia dei redditi, altro che prestiti e finanziamenti sul mercato. Cioè una patrimoniale di solidarietà tosta e diffusa a livello nazionale e continentale.

I piccoli gruppi che hanno contestato e che contestano l’imminente lock down non si sono concentrati su questo, ma, prevalentemente, sui suggerimenti degli infiltrati mediatici della narrazione neoliberista che inneggiavano appunto alla “libertà”.

Da questo punto di vista, abbiamo a che fare con un nuovo antagonismo di supporto al neoliberismo, cosa che costituisce una vera, drammatica novità.

Concludendo, in una prima fase abbiamo fatto i cinesi, nella seconda fase, abbiamo fatto gli europei. Seguendo gli avanzati paesi centrali (Francia, Belgio, Olanda, Svezia, Svizzera), senza neanche l’avvertenza di un confronto serio con la potente Germania, anch’essa coinvolta nel gioco continentale, ma tuttavia con molte più risorse di welfare che peseranno nei prossimi mesi.

La Germania gioca un gioco molto raffinato, come una piccola Cina, che ammicca alla Francia, ma che ha tempi di respiro relativamente più lunghi ed è un paese le cui lobbyes sono strutturalmente più nazionaliste di quelle, più globaliste, degli altri, i quali sono più propensi a sacrificare gli scarti delle generazioni interne più avanzate, senza particolari ansietà.

Sul piano più generale, a febbraio 2020 in diversi hanno sperato che il “virus cinese” fosse l’antitodo al definitivo sorpasso dell’oriente sull’occidente. I dispacci mediatici ci restituivano l’immagine di un paese prossimo alla catastrofe perché aveva raggiungo gli 80mila casi di contagio nel giro di 3 mesi, meno di quanti ne ha registrati oggi (27 ottobre 2020) la Francia.

Oggi la situazione è quella che è: la Cina ha vinto definitivamente il confronto grazie al fatto che il potere politico è stato in grado di gestire l’arroganza (se ce n’è) dei locali potentati economici. Lo ha fatto in 4 mesi, prima dell’estate e continuando ad agire in ogni occasione di recrudescenza con altrettanta rapidità e senza remore.

Noi, alle prese con la bulimia di lobbyes finanziar-industrial-militari incontrollabili e indisposte a cedere una frazione dei loro guadagni o aspettative di guadagno, ce la prenderemo in culo, lasciando anche aperta una occasione di speculazione sul risanamento dei sistemi pensionistici delle satrapie continentali. Alle giovani generazioni forgiate dai social network è riservato un avvenire inaugurabile.

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