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La crisi tra Recovery Fund e MES

intervista a Joseph Halevi

grande ondaPremessa: quest’intervista è stata condotta mentre stava scoppiando la pandemia del Coronavirus. Quindi è stato aggiunto un post scriptum redatto dall’intervistato in guisa di aggiornamento.

* * * *

D.: Riguardo alla crisi economica derivante dalla diffusione su scala internazionale della pandemia si stanno facendo molti paragoni storici: con il 1929, con il 2008…e così via. Secondo te hanno senso?

R.: No. Perché questi si possono fare solo ex-post, attraverso le analisi comparate per vedere le differenze. Per esempio, la crisi del decennio1929-1939, che si risolse con la “bella” guerra che portò la piena occupazione negli USA, mentre Hitler col suo banchiere Schacht, inventore dei buoni speciali che funzionavano da moneta parallela permettendo il riarmo senza dare nell’occhio, raggiunse  la piena occupazione già nella seconda metà degli anni trenta.

Il paragone si può fare con le crisi precedenti, quelle di fine ‘800, quella tra il 1870 e il 1875, su cui Paolo Sylos Labini scrisse un fantastico saggio, il migliore che abbia mai letto, eppure il mondo universitario del pianeta l’ho girato obtorto collo in lungo ed in largo per 45 anni ormai, senza essermi imbattuto in uno di ugual spessore. Il saggio si intitola “Alcuni aspetti dello sviluppo economico di un paese capitalistico oggi progredito (l’Inghilterra)” e venne pubblicato nella collezione di saggi di Paolo Sylos Labini stesso intitolata Problemi dello sviluppo economico, uscita nel 1970 presso la casa editrice Laterza. Sylos Labini svolse un’analisi comparata ta la crisi del 1870-75 e quella del 1930 sia per la Gran Bretagna che per gli Stati Uniti.

E la differenza si vede immediatamente e questa consiste, nella dicotomia drastica dell’andamento dei prezzi industriali, quelli delle materie prime e quelli dei prodotti agricoli. Soprattutto questo lo si vede bene negli Stati Uniti che era il paese più industrializzato e con la maggiore produzione e produttività agricola del mondo. Nella crisi del 1875 la forte flessione dei prezzi riguardò sia i prodotti agricoli che quelli industriali. Complessivamente la crisi  scoppiata nell’ultimo quarto dell’800 si concentrò più sui prezzi che sulla produzione. La Grande Depressione del 1930-32 significò crollo dei prezzi agricoli, mentre per i prezzi industriali la cosa fu molto più variegata. Per le industrie più vicine alle materie prime i prezzi calarono perché crollarono i prezzi delle materie prime; mentre per le industrie più meccanizzate e anche più oligopolizzate, più concentrate, i prezzi scesero di pochissimo 5, 6, 10% Allora l’aggiustamento nell’industria avvenne prevalentemente attraverso le quantità, cioè attraverso la caduta della produzione e attraverso la disoccupazione. Nell’agricoltura invece la produzione rimase invariata ed addirittura aumentò un poco mentre la catastrofe industriale riduceva drasticamente la domanda di beni agricoli. Il risultato fu il crollo dei prezzi agricoli ed un grande esodo agricolo come descritto da Steinbeck, perché fallirono le aziende agricole soprattutto quelle marginali ed infra-marginali che non riuscivano ad pagare i debiti e ad ottenere prestiti, con la conseguente emigrazione di massa in California, ecc. Qual è il paragone possibile tra oggi ed il ’29, direi pochissimo, perché la dinamica, l’enucleazione stessa della crisi è diversa. Ed è gigantesca la differenza anche con quella del 2008 perché quella era dovuta a una sovraccumulazione di capitale finanziario attraverso l’emissione enorme di credito, attraverso i nuovi prodotti derivati, pensavano di potersi arricchire su valori futuri e scommettendo anche sui fallimenti futuri. Pensavano, in questo modo, di avere il gioco in mano, di poter vincere comunque. Poi hanno guadagnato comunque, ma non perché hanno individuato il giusto modello dei prodotti derivati e quelli strutturati, ma perché sono stati salvati dallo Stato. Per questo hanno vinto, perché si sono dimostrati come il settore del capitale vincente nella capacità di determinare le scelte economiche degli Stati. Questo lo hanno fatto tutti: la Germania, gli Stati Uniti, l’Italia – con Monte dei Paschi – gli inglesi. Con modalità e vincoli diversi, ma lo hanno fatto tutti.

 

D.: Come giudichi la reazione della UE alla crisi?

R.: Hanno dovuto per forza di cose immediatamente abbandonare i parametri, ma è un imbroglio: perché dicono adesso non stiamo a guardare chi sfora, però dopo sì. Perché altrimenti questa faccenda del MES non dovrebbe sussistere, che poi anche quella è una trappola, come dirò tra poco.

Quello che è successo è che con le misure prese a causa del virus si è bloccata l’offerta, si è bloccata la produzione, la gente è rimasta a casa. Molte fabbriche sono andate avanti, quelle essenziali, ma molte hanno chiuso. Anche se il 60% avesse continuato a produrre il 40% si è fermato, ma anche solo con il 20% sarebbe già una batosta. Quindi, a questo punto succede che diminuiscono gli introiti fiscali, perché le fatture si abbassano, se le fabbriche non pagano più i salari il prelievo su questi diminuisce. Insomma, si abbassano le tasse ma non le spese. Questo accade in tutte le crisi, ma in questa succede in maniera massiccia; per cui i debiti pubblici derivanti dal deficit che si crea è previsto che aumentino ovunque. Con vari livelli. Anche la Germania è previsto che torni al 100% mentre era al 62% – era intorno ai parametri di Maastricht – aiutata anche dai tassi di interesse negativi sui propri buoni del tesoro, i bund.  Poteva pertanto emettere debito beneficiando di un abbassamento dell’onere del debito che, come mostrato da Luigi Pasinetti, dipende dalla differenza tra il saggio di interesse ed il saggio di crescita nominale del PIL.

La Francia arriva intorno al 119-120%. Per altro queste previsioni sono fatte in base ai loro calcoli. L’Italia arriverà al 140-150%, perché tra l’altro è uno di quei Paesi in cui la caduta della produzione è previsto essere più alta: si parla del 5-6% in Germania, mentre in Italia del 10% in Italia.

In Inghilterra sembra che sarà catastrofico, che infatti già sta contando su un aumento enorme del deficit. Ma per l’Inghilterra questo non è un grosso problema finanziario, mentre lo è per l’Europa. E’ ovvio che ora siano saltati parametri di Maastricht. Adesso dovevano farli saltare per forza perché sarebbero saltati da soli.

Ma in realtà non sono stati eliminati, perché quando l’emergenza sarà dichiarata finita inizieranno gli interventi riguardo il MES e altre manovre vincolanti, quindi sono stati sospesi per il momento, ma saranno poi reintrodotti sui nuovi valori. Non diranno che il debito accumulato durante la crisi non sarà considerato, perché per far questo dovrebbero fare una mutualizzazione del debito.

Questo non vogliono farlo, quindi quando si ritornerà ad una certa normalità bisognerà tornare a rimborsare, ecc.

 

D.: Puoi spiegare la questione del Salva Stati, del MES?

R.: Questa faccenda del Salva Stati è un fondo che nessuno vuole utilizzare, in quanto porta male perché ha due aspetti.

Primo perché quando dicono che non ci sono condizionalità non è vero. In un articolo pubblicato sul Financial Times si spiega chiaramente, ci sono clausole de condizionalità. L’ha sottolineato anche Wolfgang Munchau, che è un giornalista molto importante del Financial Times ed è stato capo del Financial Times Deutschland, in un tweet di Eurointelligence , di cui è fondatore, ha detto che Italia e Spagna hanno fatto il grande errore di accettare una clausola nella quale si prevedono delle condizionalità. Quindi il MES nella nuova formulazione non mette condizionalità nell’immediato, però dice che si devono proporre dei programmi di ristrutturazione per favorire la crescita e questo è il linguaggio della Troika.

Questo l’hanno detto per l’Argentina e per molti altri Paesi. Dicono di voler fare la crescita, ma la domanda dov’è? Perché la loro ristrutturazione per fare la crescita significa comprimere le spese, è una visione dell’offerta…La crescita non nasce dall’offerta. Questo poteva accadere ai tempi di Adam Smith, ma poi no, nasce dalla domanda.

Poi c’è un altro aspetto del MES che è stato sottolineato in un blog de Il Sole 24 ore molto giustamente: perché porta male? Perché il debito pubblico è stato finanziarizzato, prima era un rapporto tra il Tesoro e la Banca Centrale. Hanno finanziarizzato il debito pubblico dagli anni ottanta in poi; lo hanno fatto in Italia e in Francia, quasi contemporaneamente e con due operazioni molto simili. Mentre in Germania non lo hanno fatto e poco prima della nascita dell’Euro il governo tedesco ha realizzato un’agenzia finanziaria pubblica che compra i Bund e li mette in deposito nella Bundesbank ed in questo modo non vìola il trattato europeo. Questo lo hanno fatto in simultanea con l’entrata in vigore dell’Euro. Nel 2000 loro avevano già pronta quest’agenzia, anche altri Paesi avrebbero potuto fare la stessa cosa e nessuno gli avrebbe detto niente. Se non l’hanno fatto è stato perché Francia e Italia erano contenti di questa situazione. Eccetto Fazio, il governatore della Banca d’Italia e qualcuno dei suoi, ma tutti gli altri erano contenti perché così andava avanti la deflazione salariale di cui era lo strumento. Questo è il punto: tutta la costruzione dell’Euro è stato lo strumento per deflazionare i salari.

La Germania si è cautelata con due strumenti sostanziali: primo, le cosiddette leggi fondamentali della ex Repubblica federale per le quali la loro autonomia non deve essere intaccata attraverso la messa in atto di un sistema di protezione. Loro lo hanno fatto non so perché gli altri no.

L’altro strumento di protezione è la corte di Karlsruhe che vaglia se ie regole europee  entrano in contraddizione con le leggi fondamentali e se ciò dovesse accadere, rimandano tutto al parlamento tedesco.

Questo in Italia non succede, invece si sono precipitati a cambiare le regole di bilancio, a cambiare la Costituzione per metterci dentro il pareggio di bilancio con un’operazione parlamentare, nemmeno con un referendum.

Se i tedeschi hanno sistemi di autoprotezione e gli altri no…alla fine chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Tra l’altro ora i tedeschi sono lanciati più di tutti su una politica di espansione, ma solo per loro. Tutti si lancerebbero solo per se stessi se avessero la possibilità di farlo. Un agente generale collettivo in Europa non esiste e per aspettare che arrivi il cavallo dovrà campare a lungo senza un’ombra d’erba, cosa impossibile.

 

D.: Ma questa politica di espansione la fanno perché approfittano anche di questa ultima crisi?

R.: Non è che approfittano, è che loro lo hanno fatto per primi poi arriveranno i britannici o i francesi.

C’era sul Financial Times di qualche giorno fa un elenco da cui risulta che Italia e Spagna sono i Paesi che sono più indietro.

 

D.: In Italia c’è una campagna contro i cosiddetti Paesi del Nord, in primis la Germania, come se questi Paesi fossero gli unici responsabili della situazione che stiamo vivendo. Secondo te questo “anti-germanesimo” è giustificato o no?

R.: Io direi proprio di no. Ma ciò non significa che tedeschi, olandesi, etc., abbiano in testa una politica giusta. È come la situazione in America Latina dove c’era la scuola della dependencia , che spiegava la situazione con il rapporto asimmetrico con l’imperialismo Yanqui. In questo modo passavano in cavalleria tutti i problemi interni dei Paesi latinoamericani: la struttura di classe e il resto. Ora è un po’ la stessa cosa. Non è che non ci fosse l’imperialismo USA, come mostra bene Garcia Marquez in Cent’anni di solitudine, quando a Macondo arriva la food company e distrugge tutto l’ambiente e Macondo scompare.

Adesso la situazione è simile. Per esempio la Svezia ha quella posizione di non sganciare soldi non perché è satellite della Germania, ma perché ha un surplus esterno molto alto: 7-8% del PIL, come anche la Norvegia, che non fa parte dell’Unione Europea, ma se fosse dentro avrebbe esattamente la stessa posizione tedesca per lo stesso motivo; anche se ora si sono abbassati i prezzi del petrolio e quindi lo è un po’ meno. Con il surplus esterno ha finanziato il proprio bilancio interno e alla fine aveva due surplus, quello interno e quello esterno, quindi se oggi si chiede alla Norvegia di dare soldi agli altri, quella dice di no. Tutto questo è dovuto alla strutturazione del capitalismo europeo nel quale c’è un grande polo tedesco, produttivo ma sempre vieppiù di tipo bancario-finanziario. La loro dimensione bancaria è marcia, anche peggiore di quella del Monte dei Paschi di Siena. E hanno quindi bisogno di molti soldi per finanziare le loro banche perché sono un disastro totale. Tutto questo ha come origine il fatto che anche la Germania ha finanziarizzato l’economia, in questo il social democratico Gerhard Schroeder ci ha messo del suo cercando di imitare il modello inglese. Il risultato è stato che mentre prima la Germania si caratterizzava per una funzionalizzazione del sistema bancario alle attività produttive e industriali successivamente le banche tedesche sono cambiate e non si sono liberate, come quelle amaricane, dei prodotti e di altre schifezze e quindi assorbono soldi pubblici. Questo è il motivo per cui loro non vogliono dare i soldi.

L’altro polo è quello finanziario inglese che si concentra sulla città di Londra.

Questi sono i due poli del capitale europeo, in mezzo ce n’è un terzo che è il complesso militare-industriale francese affiancato dal sistema bancario francese, che pure quello fa acqua, anche se non tanto come quello tedesco.

Di fronte a questo il modo in cui è stata costruita dopo Maastricht impedisce il funzionamento dell’Unione Europea come sistema federale.

Perché solo con una finanza federale è possibile affrontare i problemi in maniera macroeconomica: l’Unione Europea non fa macroeconomia. L’eurozona fa crediti e in questo caso bisogna pagare, non c’è niente da fare. Allora, se si vuole uscire da questo si deve rimettere in discussione l’assetto dell’Unione Europea. Ma in questo caso devi essere un Paese forte e con una classe politica credibile. L’unico Paese che può farlo, come istituzioni e sistema tecnocratico, ecc., è la Francia, che però non vuole una dimensione federale, nemmeno ci pensa.

Neanche vuole, la Francia, una dimensione keynesiana. I francesi sono stati tra i  primi, insieme all’Italia, d’accordo dal PCI ad Andreotti, Andreatta e Ciampi, a scindere Tesoro e Banca d’Italia, imponendo a quest’ultima una politica anti-inflazionistica; tutto questo nel 1981 in Italia e nel 1984 in Francia. Questa è un’operazione altamente deflazionistica che aveva come obiettivo il rafforzamento del Franco nell’ambito dello SME, ancorandolo sempre più al Marco tedesco imponendo con questa procedura una deflazione salariale. Di conseguenza la Francia non è keynesiana, ma fa uscire Keynes dall’armadio quando le cose non vanno bene. Perché la Francia sa che le sue equazioni macroeconomiche non tengono se non facendo chiudere gli occhi alla Germania.

Però nessuno solleva questo fatto, quello che mi dà fastidio in tutta questa canea, che non è la prima volta che accade. Già anni fa dovevo essere più preciso quando attaccavo la politica tedesca all’epoca della crisi greca, ma la vedevo come espressione della posizione oligopolistica del capitale tedesco in Europa. La posizione della Germania sarebbe stata quella anche degli altri Stati a forte surplus esteri.

All’epoca io attaccavo la Germania perché avrebbe dovuto fare una politica keynesiana, avrebbe dovuto essere il volano keynesiano in Europa. In sostanza, facevo un ragionamento keynesiano: siccome la Germania è il fulcro dei surplus e come sappiamo questi in Keynes devono essere eliminati affinché si possa sostenere la domanda.

L’economia monetaria, quindi plurisettoriale, non è quella che conserva il grano in caso di siccità, non puoi tenere da parte le automobili. Di conseguenza l’idea è che i surplus devono essere persi in qualche modo. Le imprese fanno profitti, ma non possono tesaurizzare i surplus. A questo punto c’è bisogno delle istituzioni come nel dopoguerra con l’Unione europea dei pagamenti che insieme al piano Marshall aiutò in quel senso.

Invece, in Italia, già all’epoca di Monti, mi sono accorto che si trasformava in una critica antitedesca, ad hominem, contro i tedeschi in quanto tali . Non è così che si imposta il problema e ci sono rimasto male nel vedere che la mia stessa analisi veniva usata dagli sciacalli politici. Lo dissi già allora a Bellofiore.

Ritornando all’oggi, i governi tedeschi hanno una gravissima responsabilità, ma come ce l’hanno gli altri. Per affrontare il problema è necessario rimettere in discussione l’intera struttura istituzionale europea: sia l’eurozona che l’Unione Europea, perché le due cose sono collegate solo così è possibile creare un’ Europa integrata invece di una zona impantanata in se stessa. Molti urlano e strepitano, ma a vuoto: costoro non sono in grado né di fare un’uscita unilaterale, né di rimettere in discussione l’assetto strutturale della UE, perché in questo caso verrebbero schiacciati, innanzitutto dalla Francia; per cui cercano di agganciarsi al carro francese e di spingerlo verso il Recovery Fund. Ma questo non ci sarà se non con criteri di fortissima condizionalità.

Su questo la Spagna ha già perso, dopo aver preso una posizione molto avanzata dicendo: accettiamo l’accordo ma a condizione che vi sia un piano Marshall europeo, proposta che si è trasformata nel Recovery Fund. Questa è un’idea francese e spagnola, ma su questo hanno perso e come hanno fatto notare in tanti il Recovery Fund sarà in realtà un prestito. L’unica via è quella di trovare possibilità interne a ciascun Paese.

L’austerità deve essere evitata perché affonda tutto. In Italia già si è visto il risultato con l’austerità di Monti: i tagli lineari nella sanità, ecc.

La Francia non sta meglio: hanno istituzioni statali più forti, è meno sbrindellata. Il virus ha fatto emergere tutto questo: l’incapacità di produrre mascherine e molto altro. Non ha un gap così forte tra Nord e Sud come in Italia dove l’austerità si è innestata su un sistema che era già macilento con tasso di crescita molto basso. Con una pressione debitoria, non dovuta a spese eccessive (l’Italia da quasi trent’anni non ha un deficit primario, il che significa che il bilancio è in attivo e quindi la gente riceve meno servizi di quanto paghi allo Stato).

L’Italia fece il grande salto verso l’indebitamento tra il 1980 e il 1991 che poi è aumentato lentamente fino al grande balzo dopo il 2008; non perché ci fosse una spesa pubblica in deficit gigantesca ma a causa della finanziarizzazione del debito, lo spread e altro che ha gravato insieme a un tasso di crescita molto basso.

Il debito pubblico non aumenta necessariamente perché aumentano le spese, questa è una visione familistica del debito pubblico che aumenta se finanziarizza.

Questo è un problema che non si può affrontare a livello europeo, a meno che non ci si presenti a muso duro e questo l’Italia non può farlo perché è un Paese profondamente debole e quindi incapace di presentarsi in una maniera coesa. Quindi la soluzione può trovarla solo all’interno. L’Italia potrebbe fare come ha fatto la Spagna che ha deciso fino a pochi anni fa di aumentare il deficit per affrontare la situazione recessiva, in questo modo la loro economia si è in parte ripresa: la disoccupazione dal 25 % è passata al 15-16% attuale. Anche se poi ad un certo punto è necessario fare i conti con l’essere fuori dai parametri, dall’accumularsi del debito e dati i vincoli in qualche modo si deve rientrare.

L’alternativa è trovare uno strumento interno e penso – anche per aver seguito diversi dibattiti – che queste potrebbe essere la moneta parallela. Perché non ci sarà la possibilità di “keynesianizzare” l’Europa.

La situazione è quella che è stata definita in un rapporto di Standard & Poor’s di cui Il Sole 24 ore ha pubblicato un sunto. In questo rapporto si dice che il debito italiano è preoccupante, ma un’economia come quella italiana potrebbe sostenerlo, ma non può riuscirci per i vincoli europei. Contrariamente alla Gran Bretagna che può emettere debito senza rischio perché è subito coperto dalla banca centrale, l’Italia non lo può fare; pertanto il debito italiano resta problematico. Qui interviene il MES che anche nella nuova formulazione nessuno vuole usarlo. Ma chi dovrebbe usarlo? La Germania no perché non ne ha bisogno, l’Olanda ancora meno, tutti i Paesi simili no; quindi restano il Belgio – che ha un debito alto  ma senza spread –, la Francia – che però può ottenere sul mercato dei capitali prestiti a condizioni migliori rispetto ai tassi del MES, come il Belgio del resto – per cui le candidate sarebbero Italia e Spagna. Ma questi due Paesi non vogliono attingere al MES, perché le condizionalità imposte vogliono dire politiche di recessione, ossia la Troika, che quando dice di non volere politiche recessive mente. La Troika significa politiche come all’epoca di Monti, anzi peggio.

La cosa più grave è che ricorrere al MES dà un segnale – con la finanziarizzazione del debito, che è detenuto da grandi società finanziare, non da Giacomino: investitori istituzionali che speculano attraverso i BTP e i prodotti derivati – di seria difficoltà facendo rivedere il valore del debito al ribasso perché ritenuto rischioso.

Quindi la soluzione interna. All’inizio ero guardingo verso la moneta fiscale  per ignoranza. Alla fine studiando e leggendo ciò che scrive Stefano Sylos Labini mi sono convinto che chi lo propone ha ragione. Ma dubito che ci si arriverà perché in parlamento nessun partito ha le capacità anche tecniche e culturali per farla.

* * * *

Post scriptum.

In relazione alla politica economica la totalità della primavera e dell’estate è stata spesa a parlare prima del MES, poi del Recovery Fund, poi ancora del MES di cui si continuerà a blaterare. Nel mese di maggio un intervento di Stefano Fassina – pessimo politico, da cui diffidare assolutamente,  ma essendo macroeconomista le relazioni contabili le capisce e ne conosce i dettagli giuridici perchè sa leggere i documenti – ha messo in chiaro che col MES la condizionalità – e quindi la ‘troika’ – non scompare viene solo rinviata. Il pezzo di Fassina è importante perché vaglia tutti gli aspetti giuridici del MES (https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/17767-stefano-fassina-la-trappola-nel-mes-m5s-resistete.html). Tuttavia Fassina pur respingendo il MES cade nella trappola della rinnovata politica di acquisti di titoli da parte della BCE sostenendo che va bene. Ma non va proprio perchè fornisce soldi alle banche che non investono per via dell’inesistenza della domanda. Queste si preoccupano più dei loro bilanci per cui i soldi li ridepositano in maniera sostanziale preso la BCE stessa pagando anche un interesse visto che i tassi sono negativi. All’economia ‘reale’ non arriva più niente che quasi. Le operazioni della BCE aumentano l’ipertrofia finanziaria di cui non c’è proprio bisogno.  Poco dopo l’attenzione mediatica si è focalizzata sul Recovery Fund varato a Bruxelles a luglio. Malgrado il polverone qui le cose sono ancora più chiare del MES. Intanto il documento ufficiale (https://www.consilium.europa.eu/media/45109/210720-euco-final-conclusions-en.pdfdi 68 pagine non menziona l’ ammontare per singoli paesi per cui non sappiamo come siano spuntate le somme destinate all’Italia. Il documento invece mette bene in chiaro che i 750 miliardi di euro complessivi per tutta l’UE varati per il Recovery Fund si dividono in 390 a ‘fondo perduto’ e 360 in prestiti. In realtà quasi nulla è a ‘fondo perduto’. Infatti le rate di rimborso cominceranno nel 2023 e si estenderanno per un periodo minimo fino al 2048 con una rata annuale complessiva per l’UE di 29 miliardi e qualcosa. 29×25 = 725 miliardi di euro. Ne consegue che si prevede il rimborso di 725 miliardi su 750. A tagliare la testa al toro è stato Mario Monti sul Corriere delle Sera poco dopo la saga di Bruxelles in cui affermava giustamente che ogni accordo con  l’ “Europa” implica delle condizioni. Del resto sappiamo bene che l’Italia deve spesso restituire i soldi che riceve dall’UE, verso la quale è contribuente netta, perché i finanziamenti europei richiedono dei fondi di contropartita italiani che il paese non riesce a garantire. I fondi di contropartita sono i soldi che l’Italia deve affiancare ad ogni progetto europeo. Quindi se l’UE eroga all’Italia 100 miliardi di euro ed il rapporto di contropartita è del 100% anche l’Italia dovrà erogare 100 miliardi e la disponibilità diventa di 200 miliardi. I rimborsi italiani di fondi non utilizzati arrivano fino al 70% delle somme ricevute, questo per due motivi. Con le politiche di austerità si pongono dei vincoli allo stanziamento dei fondi di contropartita in quanto questi vengono ascritti al debito pubblico; inoltre le somme ricevute dall’UE richiedono dei progetti per essere attivati anche quando ci sono i fondi di contropartita. Spesso tali progetti non vengono formulati in maniera adeguata per Bruxelles e sovente non vengono elaborati per niente da parte italiana rimanendo così lettera morta. Le condizionalità del macrodebito in questo caso non c’entrano. Finito il polverone sul Recovery Fund hanno capito che non è quella fonte salvifica che avevano fatto credere al ristretto pubblico che legge i giornali. Si sono ributtati sul MES con Prodi che batte la grancassa. Patetici mistificatori: fanno a gara per indebitare il paese.

 

FONTE: https://www.sinistrainrete.info/europa/18615-joseph-halevi-la-crisi-tra-recovery-fund-e-mes.html

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