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La controversia fra integristi universalisti e antirazzisti

di Salvatore Palidda

La celebre rivista online francese Médiapart, con la penna del suo esperto culturale Joseh Confravreux, ha dedicato una serie di 6 articoli che passano in rassegna le diverse posizioni inerenti la cosiddetta “controversia sulla questione della razza” e quindi la letteratura in questo campo[1]. Una controversia esaminata nella sua versione francese, che accenna anche a quella in altri Paesi e in particolare negli Stati Uniti. La scelta di dare attenzione a questa disputa è dovuta anche all’esarcebante attacco da parte degli integristi universalisti di destra – e in parte di “sinistra” – nei confronti degli antirazzisti e razzializzati, accusati di esasperare la loro difesa delle identità delle minoranze (nera, femminista, ecc.) e di provocare una “guerra civile” (di carta).

La disputa ha dei connotati in gran parte palesemente francesi, ma agita questioni che sono ormai correnti in tutti i Paesi, in particolare a proposito dell’uso e abuso delle cosiddette rivendicazioni comunitaristiche o identitarie o delle minoranze. È soprattutto lo spettro dell’islamismo a condurre alla drammatizzazione estrema della controversia, ancor più a seguito degli attentati terroristi pseudo-islamici che dopo il 2015 hanno colpito la Francia e che si sono ripetuti anche recentemente. In questo contesto, l’ultimo attentato a una moschea per opera di persone di destra è stato letto come speculare a quelli pseudo-islamisti che lo hanno preceduto. Ma lo spettro islamista ha dato la stura a un attacco generalizzato contro ogni rivendicazione da parte delle diverse minoranze, così come nella tradizione sciovinista francese è sempre stata intollerabile ogni specificità culturale.

Gli integristi universalisti (fra i quali anche Elisabeth Badinter e Dominique Schnapper, che vedono nell’islamismo tout court il nemico dei diritti universali e quindi della République) di fatto non distinguono fra pseudo-islamismo dei jihadisti e semplici islamici o musulmani. Difendono a spada tratta la République: meno, tuttavia, quella della liberté, egalitè, fraternité, e molto di più quella che s’è inscritta nella continuità dell’assolutismo francese con le pratiche assimilazioniste e di negazione, anche violenta, di qualsivoglia specificità culturale sia locale (occitani, bretoni, corsi, antigliesi e dei territori d’oltremare, ecc.) sia, e ancor più, apportata da immigrati (in particolare se originari di paesi musulmani).

Basti ricordare che la definizione di “nazione francese” è rimasta quella dell’integrità assoluta e lo scorso anno, con la pretesa di sbaragliare ogni minaccia a tale integrità, il Parlamento francese ha votato all’unanimità l’eliminazione della parola “razza” dalla carta costituzionale: un gesto che alcuni hanno attaccato come prova del negazionismo del razzismo neocoloniale che persiste e si rafforza (cfr. infra). Agitare rivendicazioni di minoranze equivale dunque a minacciare la République. Non vanno peraltro dimenticati i molteplici casi di violento e assassino razzismo contro gli italiani e non solo contro i sempiterni nemici algerini.

Ma l’accusa di leso universalismo (integrista) è di fatto comune anche a quegli autori di sinistra che invocano il riferimento di “classe” e che quindi vedono nelle rivendicazioni specifiche l’elemento che avrebbe indebolito il fronte proletario e popolare favorendo le destre e l’islamismo. Eppure Etienne Balibar aveva ben segnalato che l’universalismo non aggrega, divide. In questa polemica a sinistra è emerso in particolare il contrasto fra Gérard Noiriel, celebre storico e teorico del creuset francese (il crogiolo che corrisponde di fatto al melting pot statunitense), e il sociologo Eric Fassin che figura un po’ come capofila della tesi della razzializzazione dominante nella Francia di oggi. Eric e suo fratello Didier avevano diretto il volume De la question sociale à la question raciale – Représenter aujourd’hui la société française (che forse avrebbero fatto meglio a intitolare Question sociale et question raciale – Représenter aujourd’hui le néo-colonialisme dans la société française).

In realtà la tesi di Noiriel sembra dovuta a un ancoramento quasi nostalgico alla presunta virtù di quella Francia che avrebbe assimilato gli immigrati nel suo crogiolo proletario. Da notare en passant che nella sua ultima monumentale storia del popolo francese (che imita l’esempio di quella di Zinn sulla storia del popolo americano), lo stesso Noiriel trattando di Resistenza antinazista scrive ben poco dell’apporto decisivo dato dagli immigrati, in particolare nella liberazione di Parigi nel 1944, anche perché si preoccupa di più di raccontare di partigiani comunisti. Peraltro, Noiriel non si rende conto del fatto che l’integrazione degli immigrati nel crogiolo proletario francese e quindi la loro francesizzazione (al pari della teoria della “socializzazione anticipatrice”, che in Italia fu teorizzata da Baglioni e Alberoni, che copiarono a loro volta da Merton) in realtà non cancella i riferimenti degli immigrati alle loro origini, anche se questi sono ricodificati o mescolati con gli elementi che incontrano nei Paesi di integrazione (vedi articolo su Catani e Sayad). Non solo, ma il crogiolo non esclude affatto la gerarchizzazione economica e sociale, così come la produce molto di più il melting pot, che è appunto esaltazione delle appartenenze etniche per sabotare quelle di classe. Proprio su questo s’è fondata l’ascesa degli Stati Uniti a prima potenza economica, politica e militare del mondo, poiché le appartenenze etniche sono – per convenienza ovvia – subordinate a quelle nazionali; lo stesso vale per la Francia, che è passata dal colonialismo al neocolonialismo sfruttando l’immigrazione, i cui discendenti sono oltre la metà della popolazione di oggi.

Ma la lacuna – a mio avviso ancora più grave – di questi universalisti di sinistra sta nel non cogliere le conseguenze del liberismo che hanno provocato una profonda destrutturazione economica, sociale e quindi anche culturale e politica: la fine della società industriale, la segmentazione eterogenea e discontinua della società, ergo la fine dei luoghi, momenti della “densità dinamica” che dalla fabbrica passava all’intera società. È questo che ha prodotto l’esaurimento delle “capacità” assimilatrici del crogiolo della République e di quello proletario, entrambi sempre intrisi di sciovinismo alla francese. Ma tali conseguenze sono in parte trascurate anche dai sostenitori della razzializzazione rampante, sebbene questa sia palesemente la conseguenza del liberismo. I giovani delle banlieues – non solo i discendenti dell’immigrazione ma anche i figli del proletariato francese – sono diventati “posterità inopportuna” poiché i quartieri che erano destinati a riprodurre classi laboriose e buoni cittadini francesi – secondo la biopolitica descritta da Foucault – sono diventati ghetti stigmatizzanti e stigmatizzati: quelli della racaille (la feccia), secondo Sarkozy, ossia zone di giovani senza futuro se non quello di darsi allo spaccio, alla piccola ricettazione e a qualche furto come alternative a lavori malpagati o in nero. La discriminazione razziale, non solo nell’accesso al lavoro, s’è quindi estesa dai neri e dai magrebini – e soprattutto dagli algerini per discendenza – a tutti i giovani delle banlieues. Come osserva bene Mathieu Rigouste (e in parte anche Didier Fassin), lo Stato francese degli anni ’80 ha risposto al malcontento e alle continue rivolte di questi giovani con la pratica repressiva coloniale già sperimentata nei confronti degli algerini durante la guerra civile, cioè con i BAC, unità di polizia pronte ad accanirsi sino alla violenza estrema.

Qua sta – a mio parere – un’altra grave lacuna della sinistra francese universalista, ma anche in parte di quella antirazzista: il non aver compreso che la fine della biopolitica (per “fabbricare” francesi tutti a declamare “nos ancêtres les galois”) conduce alla scelta di far prevalere il lasciar morire, ossia la tanatopolitica, logica e pratica destinata non solo ai popoli dei Paesi “terzi” e ai migranti ma anche a quella parte di popolazione “in eccesso” o superflua, vedi inopportuna. La sola parte di esclusi che si lascia vivere è quella provvisoriamente destinata alle economie semi-sommerse e sommerse, cioè alla neoschiavizzazione. Per questo fa comodo l’etnicizzazione, il comunitarismo, l’identitarismo, che in realtà sono innanzitutto la costrizione a rinchiudersi nelle gabbie etniche-religiose i cui boss si configurano come caporali abili a schiavizzare anche parenti e compatrioti sino a spingerli a usare droghe per produrre sempre più (come mostra la vicenda dei bengalesi schiavizzati nei subappalti di Fincantieri).

Sostituire l’etnia alla classe è quindi una perfetta trovata liberista che serve anche a contrapporre il segmento sociale etnico a quello nazionale e a favorire la guerra fra poveri. Neocolonialismo e tanatopolitica nella versione del liberismo globalizzato hanno ormai omologato un po’ tutte le società, e l’integrismo universalista è di fatto una versione francese del sovranismo populista dei Trump, Erdogan, Orban o Salvini.

La controversia francese ha certo delle corrispondenze nei Paesi anglosassoni, in cui si usa abitualmente il termine razza come sinonimo di etnia o di appartenenza anche da parte di accademici antirazzisti. Non c’è però nulla di simile in Italia, dove è netta la contrapposizione fra razzisti di destra e antirazzisti. Ma a livello di nicchia, per esempio, ci sono dei sociologi che si dicono antirazzisti ma che «spiace ma bisogna ammettere che gli immigrati delinquono più degli italiani» (vedi Barbagli), il che equivale a dire che negli Stati Uniti il tasso dei neri in carcere è 7 volte più alto di quello dei bianchi perché più criminali di questi ultimi. Una credenza fondata sulla fiducia indiscutibile accordata alle statistiche ufficiali, senza vedere che esse non sono altro che la misura della produzione delle polizie, cioè di ciò che vogliono e possono reprimere scegliendo grazie alla loro discrezionalità sino al libero arbitrio le «prede facili» e soprattutto i «dannati delle città» o autori di illegalismi considerati intollerabili – vedi Razzismo democratico e Polizie, sicurezza e insicurezze ignorate). Altri autori fra quelli che si dicono antirazzisti ma (s)parlano di società «multirazziale», di pseudo multiculturalismo volgarmente inteso come sinonimo di multietnicità se non di multirazzialità (ricordo che Ferrarotti nel 2000 scrisse un libro intitolandolo Oltre il razzismo. Verso la società multirazziale e multiculturale, aggettivo diventato purtroppo corrente anche fra tanti che si dicono antirazzisti). E il celebre Norberto Bobbio, considerato il padre della filosofia politica e padre spirituale della sinistra italiana, in una sua lettera in risposta a un articolo «Italie: racisme et tiers-mondisme (in Peuples. Méditerranéens, 51/1990, “Le Neo-racisme en Europe”, 1990, p. 145-169), mi scrisse:

Il razzismo dei torinesi nei riguardi dei meridionali si è manifestato, per fare il solito esempio, quando si è cominciato a leggere cartelli, come “non si affitta ai meridionali”. Il che dimostra che è la “presenza” del diverso che crea atteggiamenti razzistici. Lei sa benissimo che una delle espressioni comuni di questo atteggiamento è “Non sente, come puzzano?”. Ora la puzza non è qualche cosa che si senta a mille chilometri di distanza.

Eppure nella stessa lettera aveva scritto anche che per l’antisemitismo va bene dire che il razzismo non dipende dall’immigrazione, ma vivendo nella sua Torino… gli apparve indiscutibile che nasca dal contatto diretto con l’altro (sottolineato da lui a penna!).

Un altro argomento che mette a nudo l’ambiguità di alcuni autori che si dicono antirazzisti concerne la questione del cosiddetto preteso aumento incontrollato della popolazione mondiale, che si sovrapporrebbe alle conseguenze del cambiamento climatico e che quindi scatenerebbe delle migrazioni sempre più disperate – se non anche delle invasioni distruttrici nei Paesi ricchi. A tale proposito anche il padre della demografia italiana, celebre personalità di sinistra, è arrivato a teorizzare che Malthus aveva ragione, senza rendersi conto che sostenendo tale tesi rischia di legittimare la scelta della tanatopolitica che la destra auspica in nome di tale ragionamento.

Certo è che in Francia gli “scheletri colonialisti” nell’armadio dello Stato e di buona parte del Paese non mancano e sono ancora assai ingombranti. Basta guardare alle discriminazioni e alla criminalizzazione razzista che colpisce sempre i neri e i maghrebini, e fra questi soprattutto gli algerini nelle banlieues (non a caso la maggioranza nelle carceri). In Italia, invece, quasi nessuno evoca il nesso fra il passato colonialista (vedi fra l’altro il documentario Fascist Legacy oltre ai libri di A. Del Boca, di A. Burgio e altri) e il razzismo di oggi, non solo contro gli immigrati ma anche contro i meridionali. In realtà, il colonialismo interno in Italia non è mai stato riconosciuto, sebbene si sia riprodotto e sia ancora in auge, nonostante Salvini abbia trasformato la Lega in partito nazionale. Come sottolinea Antonello Petrillo in alcuni suoi scritti[2], il neocolonialismo interno in Italia si manifesta anche nel trattamento riservato ai territori meridionali, e a questo aggiungiamo che la criminalizzazione razzista neocoloniale si può ben osservare attraverso l’analisi critica delle stesse statistiche che mostrano come al Sud i giovani meridionali siano più criminalizzati, a differenza del nord dove questa sorte tocca agli immigrati (vedi Razzismo democratico).

La rassegna di Confravreux è di parte, nel senso che è a favore degli antirazzisti; ma, come l’accusa duramente un militante antirazzista e anti-neocolonialista di cui riporto il testo alla fine della rassegna tradotta e qui allegata, il giornalista di Médiapart usa toni moderati e mediani a favore di antirazzisti bianchi mentre denigra i più radicali, che forse eccedono in qualche aspetto ma cercano di portare avanti la loro lotta con coerenza e un’elaborazione assai rigorosa, persino olistica.


 

Note
[1] Il primo articolo di Josef Confavreux: Les métamorphoses de la question raciale (1/6). Les controverses de la race; una traduzione di questi articoli si trova qui.
[2] Petrillo A. (a cura di) (2015). Il silenzio della polvere. Capitale, verità e morte in una storia meridionale di amianto. Milano: Mimesis; (a cura di) (2009). Biopolitica di un rifiuto. Le rivolte antidiscarica a Napoli e in Campania. Verona: Ombre Corte. (2018). Come fare di un terremoto la sperimentazione dello “stato d’emergenza o d’eccezione” e delle pratiche più funzionali al neoliberismo, in Palidda (a cura di), Resistenze ai disastri sanitari, ambientali ed economici nel mediterraneo, DeriveApprodi, Roma, pp. 184-201; (2016). Eccezione e sacrificio. Il destino federale del Mezzogiorno nella sociologia di Alfredo Niceforo. Cartografie Sociali, vol. 1, p. 31-83; (2014). “Razze informali” al lavoro. Naturalizzazione della “plebe” e postfordismo nella trasformazione del territorio napoletano. In: (a cura di): Orizzonti Meridiani (a cura di), Briganti o emigranti. Sud e movimenti tra conricerca e studi subalterni. Verona, Ombre Corte, pp. 137-150; (2013). Napoli. Poetiche e politiche di una città contemporanea. Etnografia e ricerca qualitativa, vol. 3, pp. 389-502.

Tratto da il lavoro culturale

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