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NEL PAESE DELLA “BUONA SCUOLA” VINCE IL MODELLO PINOCCHIO

di Vittorio Stano

Dall’ ultimo rapporto OCSE-PISA 2018 emerge una fotografia impietosa sulle performances degli studenti italiani. Il PISA (Programme for International Student Assessment) monitora lo stato di salute dei giovani studenti a livello internazionale. L’ obiettivo è quello di misurare le competenze dei ragazzi di 15 anni in tre macromaterie: lettura, scienze e matematica.

Gli studenti italiani in lettura ottengono un punteggio di 476, inferiore alla media OCSE (487 punti), collocandosi al 30° posto (su 79 paesi partecipanti). Le province cinesi Pechino-Shanghai-Jangsu-Zhejiang e Singapore ottengono un punteggio da 591 a 569.

Alla prova PISA hanno partecipato 11.785 studenti 15enni italiani, divisi in 500 scuole totali. Il 1° ciclo d’ indagine si è svolto nel 2000; il 2018 è stato il settimo ciclo. L’ Italia partecipa fin dal primo ciclo. Alla rilevazione PISA 2018 hanno partecipato 79 paesi di cui 37 paesi OCSE.

Uno studente su 4 non sa la matematica. Se gli studenti cinesi hanno totalizzato 591 punti, gli italiani 487 (media OCSE 489). Uno studente su 4 non raggiunge il livello base di competenza in matemetica sia in Italia che nei paesi OCSE. Gli studenti italiani del Nord Est con un punteggio di 515, e quelli del Nord Ovest con 514, ottengono risultati migliori, rispetto a quelli del Centro (494), del Sud (458) e del Sud Isole (445). Gli studenti liceali (522) ottengono risultati superiori a quelli degli studenti degli Istituti Tecnici (482), degli Istituti Professionali (405) e della Formazione Professionale (423).

Anche in Scienze 1 su 4 non sufficiente. In Italia uno studente su 4 non raggiunge il livello base di competenze scientifiche. Nei paesi OCSE è 1 su 5. I trend dei risultati in Scienze nei paesi Ocse indicano una parabola negativa. Al lento miglioramento osservato fino al 2012 ha fatto seguito un calo nel periodo 2012-2018. Nel 2018 la performance dei paesi OCSE è tornata al valore rilevato nel 2006.

Gli studenti italiani hanno dimostrato sostanzialmente di avere competenze inferiori dei loro coetanei di 10 anni fa. Guardando al contesto europeo i nostri alunni sono meno formati nei temi scientifici. Per quanto riguarda la matematica, i risultati sono più o meno in linea con la media degli scolari europei. L’ aspetto più preoccupante è il risultato riferito alla lettura.

Gli alunni italiani hanno gravi difficoltà in tema di concentrazione/attenzione, individuazione delle informazioni, comprensione e valutazione/riflessione sul testo proposto. Qualcuno già parla di analfabetismo funzionale, o anche analfabetismo di ritorno, riferito in questo caso a giovani, non solo ad adulti non acculturati.

La capacità di usare la lettura, la scrittura e la capacità di calcolo per il proprio sviluppo personale è stato sempre di fondamentale importanza, nell’ avvicendarsi delle generazioni di studenti. Queste abilità sembrano smarrirsi per l’ ultima generazione, con grave nocumento per la società dei prossimi anni. Proprio l’OCSE nel 2015 aveva sottolineato come l’ analfabetismo funzionale non fosse un problema legato unicamente agli adulti ma, nel caso dell’ Italia, ad esempio, anche dei giovani.

Un ragazzo su 6, difatti, non comprende del tutto il significato di ciò che legge. In quella occasione l’OCSE sottolineò il peso significativo dei social-network, che sembrano incidere considerevolmente sulla interpretazione e sulla lettura di un testo, nonché sulle capacità espositive successive ad essa. Secondo il rapporto OCSE solo 1 ragazzo su 20 è in grado di discernere un fatto da un’opinione o, addirittura, da una fake news. Nella rilevazione PISA 2018 il divario tra le diverse zone della Penisola è anche un aspetto da non sottovalutare. I 15enni del nord ottengono migliori risultati dei coetanei del centro. Ultimi, per capacità di lettura, sono gli studenti meridionali. Idem in matematica, dove solo il 15% degli studenti del nord ottiene un risultato al di sotto della media, a differenza del 30% di quelli del sud.

Di fronte a questi numeri, drammatici soprattutto se pensati in prospettiva, per le conseguenze che avranno sulla futura popolazione adulta e sul Paese, la risposta principale dovrebbe arrivare dalle Istituzioni. Il mondo dell’ istruzione ha bisogno di investimenti massicci da subito, se soltanto si volesse affrontare il degrado nel quale si dibatte la scuola. Ma, lo sanno tutti, la spesa in questo settore, da 15 anni, è in perenne riduzione. A livello nazionale e locale, con una netta riduzione dei fondi nelle regioni del sud, circa il 19% in meno (rapporto SVIMEZ 2018), ovvero 6 punti in più di quanto avvenuto nelle regioni del nord.

Il ruolo dei social-network nell’alienare l’interesse dei giovani dai temi scolastici è sempre più pregnante. L’ evoluzione tecnologica sta portando un grande progresso in molti campi della vita dell’ uomo ma anche un impatto pericoloso sul comportamento dei giovani, in famiglia e a scuola.

In Italia, un recente rilievo ha stabilito che il consumo medio di un adolescente, navigando in Internet, è di 5-6 ore al giorno. Questo tempo è ad altissimo rischio di trasformare la pericolosità in danno. A mio parere, un adolescente non dovrebbe superare le tre ore, divise in due esposizioni nella giornata. A questa età il ragazzo trascorre 6 ore a scuola, è quindi facile misurare, in queste condizioni, il peso che gli strumenti digitali hanno sul processo educativo.

Ed è facilmente ipotizzabile che l’ attenzione posta sul mondo virtuale sia maggiore rispetto a quella dedicata al mondo della scuola. Ne consegue che, calcolando otto ore di sonno, il tempo che teoricamente quell’adolescente passa a contatto con i genitori – i maggiori responsabili della sua educazione – non supera le 3 ore, durante le quali dovrebbe fare anche i compiti.

Questo schema organizzativo sfiora l’assurdo. Il tempo di esposizione assume un particolare significato in senso peggiorativo se le 6 ore sono quotidiane, perché con altissima probabilità porta alla dipendenza, nel giro di pochi mesi. La dipendenza è, lo sappiamo bene, una condizione patologica. Il tempo di esposizione è un indubbio segnale che gli apparecchi digitali, Internet in particolare, esercitano sugli adolescenti uno straordinario fascino e che tendono a mettere in secondo piano l’esperienza passata nell’ambito scolastico e in quello familiare. Ciò deve spingere a riportare scuola e famiglia a un livello concorrenziale, perché altrimenti il Paese di Bengodi diventa vincente. Vince cioè il modello Pinocchio.

Gli educatori (a partire dagli stessi genitori) non sanno più che cosa significhi insegnare. Svolgono questo ruolo in un mondo che non conoscono più e non riescono nemmeno a immaginare come sarà tra qualche anno. L’educazione è diventata soprattutto un conflitto tra generazioni e tra ruoli, e il risultato è una metamorfosi spesso sgradita da genitori e insegnanti.

L’adolescenza nel tempo presente si è fatta più difficile e anche più lunga, perché il mondo è diventato enormemente più complicato e occorre più tempo per imparare a vivere.

 

(VITTORIO STANO, Brindisi/Italia)

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