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Pillole economiche (30)

di Tonino D’Orazio

Che succede! Quasi 12.000 milioni di dollari in obbligazioni con rendimenti inferiori allo zero? (Dal Financial Times, la bibbia della finanza e dell’economia globale). Secondo i dati di Barclays il totale globale delle obbligazioni con rendimenti al di sotto dello zero si è avvicinato a 12 trilioni, raddoppiando rispetto al recente minimo dello scorso autunno. Ma chi, e perché, vuole perdere soldi? Appare all’orizzonte una nuova pesante crisi? (I dieci/undici anni ricorrenti fra una crisi e l’altra sono appena passati o lo stanno per fare). Una sola risposta. La paura. Qual è questa terribile paura per cui i grandi investitori istituzionali siano disposti a perdere denaro? Questa terribile paura è quella della recessione, che porta alla deflazione, portando all’insolvenza dei paesi più fragili. Quando gli investitori (che sanno contare) accettano di perdere denaro prestandolo, quando gli investitori che investono somme considerevoli, e stiamo parlando di oltre 12 trilioni di dollari, accettano di trovare un po’ meno di quello che hanno messo è perché sono “spaventati” di trovare, dopo, molto meno, quindi preferiscono in gran parte “un po’ meno” ma sicuri. In effetti i paesi solidi che emettono queste obbligazioni a -0,25 sono la Svizzera, la Olanda, la Germania, la Danimarca e, a sorpresa il Giappone.

 

Minibot. Ambrose Evans-Pritchard del Telegraph dice che la Bundesbank (la banca centrale tedesca) “ha avvertito che potrebbe subire pesanti perdite se un grande paese abbandonasse l’euro e si dichiarasse insolvente sui propri debiti verso il sistema della Banca centrale europea, ma ha avvertito che qualsiasi tentativo di prepararsi a una simile crisi potrebbe ritorcersi contro innescando un attacco speculativo “… Questa prima osservazione è allarmante. Il primo punto è che le perdite sarebbero pesanti, il secondo è che il fatto di prepararsi al rischio ammetterebbe la probabilità di perdite e quindi creerebbe un movimento di autocircuito. La verità è indicibile (cioè che la forza dell’euro sia una grande spazzatura), senza innescare una catastrofica perdita di fiducia che porti al collasso. Quindi tutti tacciono e fingono che le cose possano durare ancora un po’. Inoltre sarebbe sciocco stabilire una procedura per l’uscita dall’euro rigida e incisa nel marmo. Gli hedge fund (fondi speculativi) girano intorno come squali per divorare paesi interi.

Se il testo della Bundesbank, in merito, si attiene alla linea standard secondo cui lo smantellamento dell’euro è ipotetico, ammette tuttavia – dopo anni di oscuramento – che il sistema di regolamento Target2 interno della BCE comporta costi inevitabili per la Germania e gli altri Stati membri dell’UME (che però ne hanno approfittato fin ora), se mai dovesse verificarsi. Si ha anche l’impressione che le autorità monetarie non abbiano una strategia chiara per affrontare una simile crisi.

 

Una “Bad Bank” per Deutsche Bank che lotta per la sua sopravvivenza? (Informazioni riportate dal Financial Times e dalla Agenzia Reuters). L’economista tedesco Marc Friedrich dice: “è solo un tentativo di prendere tempo. L’attuale capitalizzazione di mercato di Deutsche Bank è di soli 12,5 miliardi di euro, ed è piuttosto misera per una banca. I derivati per 50 miliardi di euro saranno rimossi dal bilancio, ma sarà in realtà un tentativo per ritardare l’imminente bancarotta”. La DB deve liberarsi di 50 miliardi di euro di asset tossici, mentre il suo mercato azionario è in caduta libera e il problema del suo livello di solvibilità persiste.  L’obiettivo di una “banca cattiva” non è quello di fornire una soluzione, ma di trasferire i debiti di alcuni (di solito una società privata) ad altri (di solito la comunità e il bilancio dello Stato). Pertanto, in quasi tutti i casi il governo del paese interessato fornisce la propria garanzia, visto che la si ritiene “too big to fail” (troppo grande per fallire). La banca privata, lei, sollevata dai suoi pallettoni di piombo e di cadaveri negli armadietti, può ripartire in avanti e purtroppo ricominciare. Qui, come altrove, privatizziamo i guadagni e socializziamo le perdite.

 

Duello diretto tra Mario Draghi e Donald Trump. Tutto è iniziato con le ultime dichiarazioni di Mario Draghi: “In assenza di miglioramenti, se il nostro obiettivo di un ritorno all’inflazione sostenibile è minacciato, saranno necessarie ulteriori misure di sostegno” e “se la crisi ha dimostrato qualcosa, è che useremo tutta la flessibilità consentita dal nostro mandato“. Dichiarazioni che sono state prese alla lettera dai mercati, che vi hanno visto un enorme nuovo flusso di denaro che la BCE sta per riversare in Europa. Di conseguenza, se la BCE stampa molti euro, l’euro cade contro il dollaro … a meno che la FED (e accadrà) annunci anche lei che stamperà molto. Trump ha subito tweettato di disappunto: “I responsabili della Bce considerano la riduzione dei tassi come principale strumento di rinnovato stimolo economico. E’ molto ingiusto verso gli Stati Uniti”. Wait and see. Ma i servi, anche se protestano, sempre servi sono.

 

La lotta è violenta tra gli Stati Uniti e la Cina per fattori economici ma anche e soprattutto per quanto riguarda la tecnologia. Tra Google e Baidu, ad esempio, ognuno di loro scrive uno scenario di apertura della propria tecnologia, accessibile in open source. Ma dietro questa generosità di condivisione della tecnologia, c’è una forte aspirazione a ingurgitare un massimo di dati che è il materiale, la sostanza, di questi sistemi, il loro carburante e fissa il livello della loro efficienza. L’Europa rimane assente. Il progetto europeo “IA Nation“, in cui l’Intelligenza Artificiale verrebbe in soccorso della democrazia (sì proprio così!), cerca di essere un grande regolatore. Un nuovo regolamento per evitare derive. Confesso che tutto questo è di grande perplessità. Primo perché l’IA è ancora lontana dalle prodezze che vogliamo dargli. In secondo luogo, se la democrazia in Europa è costretta a fare affidamento su una IA per rinnovare la fiducia dei popoli verso le istituzioni, è come dire che i politici hanno toccato il fondo … E quando si dice che l’intelligenza artificiale dovrebbe essere un semplice strumento decisionale, sia in politica, medicina, legge o qualsiasi altra cosa, c’è proprio da rabbrividire. La stessa costruzione degli algoritmi può essere soggetta a controversie, ma c’è molto peggio. Chi oserà opporsi alla decisione di una IA, a una diagnosi o a una raccomandazione basata sull’analisi di milioni di dati? È la certezza per ottenere un mondo in cui la maggioranza rimarrà prevaricatrice e non affronterà più le differenze, i particolarismi e le minoranze, la ricchezza di una società … tra democrazia e dittatura a volte c’è solo un passaggio!

 

Nuova guerra del Golfo. Per Pechino, l’Iran e gli Stati Uniti non devono “aprire il vaso di Pandora”. Coloro che hanno più da perdere da un conflitto nel Golfo sono in primo luogo i cinesi per la semplice ragione che sono loro a importare più petrolio da questa regione. Se c’è la guerra, la Cina deraglierà creando terribili turbamenti che la Russia potrà solo parzialmente compensare. Aumentando il prezzo di un barile una possibile guerra aumenterebbe il PIL degli Stati Uniti in un modo considerevole e i guadagni economici raccolti sarebbero molto più alti dei costi, perché gli Stati Uniti sono diventati … il primo produttore,  tengono bloccato il Venezuela di forza e il Brasile/Argentina d’amore. L’Europa, entrerebbe in recessione, una terribile recessione su economie già molto fragili. Il Giappone e la Corea soffrirebbero terribilmente. In realtà, una guerra nel Golfo sarebbe terribile per quasi tutti tranne che per la Russia e … gli Stati Uniti. Pechino lo sa, e Pechino trema.

 

21 giugno 2019

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