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Stallo politico in Turchia e fallimenti di Erdogan

erdogan-1di G.K. Zanetta
Con l’avvento dell’estate, le manifestazioni di protesta contro il Governo Erdogan, iniziate a fine maggio per protestare contro l’abbattimento degli alberi del Gezi Park di Istanbul al posto dei quali dovrebbe sorgere in futuro un nuovo centro commerciale, si erano progressivamente spente. Peraltro, soprattutto nel corso del mese di agosto, Erdogan concedendosi un periodo di vacanza, le acque si erano alquanto calmate (è noto infatti che il carattere oltremodo provocatorio e aggressivo di Erdogan renda la polemica politica sempre fin troppo incandescente in Turchia).

Ma già le manifestazioni che hanno contraddistinto le celebrazioni della presa di Smirne (9 settembre 1922, fine della guerra greco-turca) lasciavano presagire una ripresa della conflittualità politica in Turchia. Infatti, le manifestazioni svoltesi a Smirne, città nazionalista in mano al partito fondato da Ataturk (il CHP, Partito Repubblicano del Popolo), hanno assunto un tono particolarmente intenso da cui non era difficile comprendere come tali manifestazioni sul passato volessero finire per avere un tono sul presente.

Immediatamente dopo in varie altre città del Paese, Istanbul, Ankara e Hatay, sono riprese le manifestazioni contro il Governo Erdogan che hanno portato, inoltre, alla morte di un manifestante (non è chiara, a ogni modo, la dinamica dell’uccisione).

La situazione politica in Turchia si presenta, allora, molto aggrovigliata perché il Governo Erdogan, a distanza di soli due anni dall’ottimo successo elettorale del 2011, si trova in una situazione di impasse, i cui riflessi in termini elettorali si potranno misurare con le elezioni amministrative del marzo 2014.

Sinteticamente, i problemi possono individuarsi così:

1)     ripresa delle manifestazioni contro il Governo un po’ in tutto il Paese (ad Ankara, capitale della Turchia, le manifestazioni si svolgono contro il progetto che intende tagliare 3.000 alberi per costruire al loro posto un tratto autostradale);

2)     ripresa delle manifestazioni antigovernative, anche in quelle zone come Hatay che sono molto delicate per lo Stato turco; nella Regione di Hatay, da sempre rivendicata dalla Siria, vive infatti una corposa minoranza Alawita che inevitabilmente è tendenzialmente incline verso il Governo di Assad in Siria;

3)     blocco del processo di ritiro dei guerriglieri del Pkk; il processo di ritiro verso il nord Iraq, dove a Qandil si trova il Comando Militare del PKK, era iniziato dopo la celebrazione del Newroz curdo lo scorso 21 marzo; allo stato, parrebbe che solo il 20% circa dei guerriglieri si sia ritirato in nord Iraq; parallelamente a questo processo, il Governo turco avrebbe dovuto promuovere alcune riforme tese a garantire i diritti del popolo curdo; mentre alcune forze paramilitari curde si ritiravano, il Governo turco non ha però fatto nulla, almeno finora, per soddisfare le richieste del Pkk; il tutto mentre si registrano rafforzamenti di contingenti militari turchi al confine con il nord Iraq;

4)     fallimento totale della politica di Erdogan e Davutoglu nei confronti della Siria; in questo settore, le evoluzioni di questa premiata coppia sono state ai limiti della piroetta da circo: partiti con la volontà di stringere amicizia con Assad, tant’è vero che il movimento transfrontaliero tra Turchia e Siria, tanto per fare un esempio, era stato liberalizzato tanto che da ciò era conseguito un boom economico nella regione di confine di Gaziantep, con l’esplodere della guerra civile in Siria, Erdogan e Davutoglu hanno ben pensato di dar sfogo a una politica di potenza inconsistente e inconcludente, distanziandosi dal regime siriano, che pure prima avevano allisciato perché gli conveniva, fino a giungere alle dichiarazioni più recenti con cui la Turchia si dichiarava pronta a intervenire militarmente contro il regime di Assad affianco di Francia e Stati Uniti; ora, invece, il Governo turco si trova nella spiacevole situazione di essere rimasto l’unico a premere per un intervento militare che nessuno pare più desiderare, dopo l’intervento russo volto a “sminare” il problema delle armi chimiche in mano al regime di Assad;

5)     fallimento della candidatura di Istanbul quale sede dei giochi olimpici del 2020; anche se va ricordato che per la prima volta Istanbul giungeva a un ballottaggio, la sconfitta rimediata con Tokyo (almeno 30 voti di differenza) non può che bruciare a Erdogan, il quale è stato, ricordiamolo, Sindaco di Istanbul (mestiere che comunque cerca sempre di svolgere interferendo con le attività dell’attuale sindaco, sempre del suo partito) e puntava su una vittoria per rilanciare il suo prestigio all’interno del Paese; anche in questo caso, poi, si notano i limiti dell’azione della Turchia sul piano internazionale (che derivano, tra l’altro, da uno scollamento del vertice politico con la diplomazia ministeriale che è nota per essere più vicina alle posizioni kemaliste), azione che non riesce mai a coagulare ampi consensi intorno agli obiettivi del Governo (vedremo ora cosa accadrà tra pochi mesi quando sarà individuata la città sede dell’Expo 2020, con Smirne che dopo la sconfitta infertale da Milano concorre ancora una volta, in questa circostanza in competizione con Dubai, San Paolo ed Ekaterinenburg).

Rammentiamo, infine, che con l’esplodere delle manifestazioni per il Gezi Park di Istanbul si è manifestata una linea di frattura all’interno del Partito di Erdogan, tra lui e l’ala gulenista del partito, rappresentata principalmente dal Presidente Gul e dal Vice Primo Ministro Bulent Arinc. Corrisponde al vero, per fare un esempio invero banale, che in uno dei consigli dei ministri tenuti in occasione della crisi del Gezi Park Erdogan ha preso di mano di Arinc il suo Ipad per spaccarglielo nel corso di una lite.

La situazione che si è fin qui descritta è innegabilmente complessa. Mentre l’opposizione non ha i numeri per scalzare il Governo (le tre opposizioni principali non possono mettersi d’accordo almeno fintantoché il CHP continuerà con il suo tono nazionalista che inevitabilmente lo porta in rotta di collisione ideologica col BDP, partito rappresentativo dell’etnia curda; basti pensare che il CHP, pur dichiarandosi di sinistra, non ha speso una parola neanche quest’anno sulla scomparsa dei greci e degli armeni dall’Asia minore dopo la presa di Smirne nel 1922, segno, questo, evidente dell’incapacità di questo Partito di distanziarsi dalla brutta eredità lasciatagli da Ataturk; il partito nazionalista di destra dell’MHP ovviamente non si alleerà mai con il BDP e può, all’occorrenza, sempre fungere da stampella verso destra dell’AKP),  Erdogan si trova all’interno sotto una notevole pressione che ha difficoltà evidenti a gestire, complicate da un partito, il suo, diviso e da un fronte di azione internazionale senza sbocchi.

Da questo punto di vista, è quindi del tutto evidente che il ciclo politico di Erdogan, ma beninteso non del suo partito, volge alla conclusione. La stabilità che egli ha dato alla Turchia nel decennio del suo governo, che pure ha dato dei frutti sul piano della crescita economica, rischia di andare in mille pezzi se Erdogan non capirà che è giunta l’ora di uscire di scena (in quanto ormai inviso irrimediabilmente a una parte, seppure minoritaria ma certo non piccola, del Paese), salvando con ciò per l’appunto la stabilità di governo (che in Turchia rappresenta un elemento importante, vista l’indisciplina che regna nel Paese) e la capacità del suo partito di esistere e governare ancora per il prossimo futuro.

Purtroppo, Erdogan non è il tipo d’uomo in grado di arrivare a fare un simile ragionamento, trattandosi di una persona che è convinta di essere sempre dalla parte del giusto e di essere il salvatore della Patria. Evitando di dimettersi, però, Erdogan rischia di precipitare la Turchia verso una nuova fase di prolungata instabilità, i cui esiti potrebbero essere rovinosi per lui, il suo partito (che rischia di spaccarsi) e forse per la stessa democrazia turca.

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